lunedì 29 maggio 2017

LA LIBERTA' DI STAMPA -GEORGE ORWELL

“La Libertà di Stampa” è un saggio dello scrittore e giornalista inglese George Orwell (1903-1950), ed è un’analisi spietata sui meccanismi di censura e autocensura degli organi di informazione in un Paese ritenuto libero e democratico come l’Inghilterra della metà del ‘900. Il saggio è stato pubblicato per la prima volta nel 1972; in realtà doveva essere l’introduzione al romanzo “La Fattoria degli Animali”, scritto tra il 1943 e il 1944, ma pensato durante la guerra civile in Spagna (1936-1939), a cui l’autore prese parte tra le fila del Poum (Partito Operaio di Unificazione Marxista). In quegli anni Orwell fu testimone del sabotaggio del governo proletario ad opera del Partito Comunista spagnolo, supportato militarmente e finanziariamente dall’Urss di Stalin. Quell’esperienza, raccontata in “Omaggio alla Catalogna“, fu una rivelazione: lo scrittore andò oltre le barriere di “fascismo” e “comunismo”, e si concentrò sul concetto di totalitarismo. Non importa quale sia la base ideologica del sistema – religiosa, politica, sociale, economica: una élite al potere schiaccia la stragrande maggioranza; chi non si uniforma, viene perseguitato. La penna di Orwell riprodusse la perfetta macchina totalitaria nel romanzo di science-fiction 1984, applicabile a tutte le società dove si combattono guerre perpetue, i media sono controllati da pochi, e il passato viene modificato a piacimento.
La “Fattoria degli Animali”, invece, è un’allegoria della rivoluzione comunista, e di come la lotta di classe si è trasformata nel totalitarismo staliniano: da “tutti gli animali sono uguali”, si è passati al “tutti gli animali sono uguali, ma alcuni sono più uguali degli altri”.
Tuttavia, nell’Inghilterra del 1944 non si poteva parlar male di Stalin e della sua dittatura, perché era alleato nella lotta contro Hitler e i regimi nazi-fascisti. Come spiega Orwell nel suo prezioso saggio, i giornalisti si sono volontariamente censurati riguardo alla natura crudele dello stalinismo; l’opinione pubblica inglese era tenuta all’oscuro dell’Holodomor, il genocidio per fame degli Ucraini agli inizi degli anni ’30; e delle Grandi purghe, che tra il 1934 e il 1940 costarono la vita a oltre in milione di persone solo perché sospettate di non essere ciecamente fedeli al tiranno.
Nonostante Orwell fosse già un giornalista e scrittore affermato, il romanzo venne respinto da ben quattro editori, anche per il giudizio negativo del ministro dell’Informazione dell’epoca. Nella metà del 1945, quando la II Guerra Mondiale era ormai vinta e all’orizzonte già si prospettava la rivalità tra Occidente e Comunismo, Secker & Warburg superò ogni timore e decise di pubblicare “La Fattoria degli Animali”; tuttavia all’ultimo venne tolto il saggio introduttivo, tanto che le copie della prima stampa presentano alcune pagine numerate vuote.
Il manoscritto “La Libertà di Stampa” è stato ritrovato nel 1972, ma ci sono voluti molti anni ancora, prima che fosse finalmente inserito come prefazione alla “La Fattoria degli Animali”. E il contenuto di questo saggio è attuale più che mai, visto che alcuni argomenti di importanza vitale vengono sistematicamente ignorati o al massimo derisi dagli organi di informazione; ma in realtà sono, come direbbe Orwell, “impubblicabili perché sfidano l’ortodossia corrente”.
LA LIBERTA DI STAMPA di George Orwell
Prefazione al romanzo “La Fattoria degli Animali” – 1943-1944
Questo libro fu pensato la prima volta, man mano che l’idea centrale prendeva corpo, nel 1937, ma non fu scritto che intorno alla fine del 1943.
Era ovvio, all’epoca in cui finì per essere scritto, che ci sarebbero state grandi difficoltà a farlo pubblicare (nonostante l’attuale mancanza di libri, che assicura che qualunque cosa si possa  definire “un libro” si “vende”), e infatti venne respinto da quattro editori. Solo uno aveva dei motivi ideologici. Due pubblicavano da anni libri antisovietici, e l’altro non aveva nessun  particolare colore politico. A dire il vero un editore lo accettò in un primo momento, ma dopo gli accordi preliminari, decise di consultare il Ministero dell’informazione, che – pare – l’abbia  messo in guardia, o, in ogni caso, vivamente sconsigliato dal pubblicarlo. Ecco uno stralcio della sua lettera:
“Ho accennato alla reazione di un importante funzionario del Ministero  dell’informazione riguardo La fattoria degli animali. Devo confessare che questa opinione mi ha dato seriamente da pensare… Capisco ora che la pubblicazione di un libro simile in un momento come  questo potrebbe essere considerata altamente inopportuna. Se la favola si rivolgesse a dittatori e dittature in genere, allora pubblicarla sarebbe una ottima cosa, ma essa – come adesso posso vedere – segue così fedelmente il progresso dei sovietici e dei loro  due dittatori, che la si può applicare soltanto alla Russia, escludendo ogni altra dittatura. Un’altra cosa: la favola sarebbe meno offensiva se la casta protagonista non fosse quella dei maiali  (1). Ritengo che la scelta dei maiali come casta dominante offenda senza dubbio molta gente, e in particolare chi è un po’ suscettibile, come indubbiamente lo sono i russi”.
Questo genere di cose non è un buon sintomo. Ovviamente non è auspicabile che un dipartimento governativo abbia qualche potere di censura (fatta eccezione per la censura dettata da motivi di  sicurezza, contro la quale nessuno ha da obiettare in tempo di guerra) su libri la cui pubblicazione non sia promossa da organi ufficiali. Ma in questo momento il pericolo principale per la libertà  di pensiero e di parola non è l’interferenza diretta del Ministero dell’informazione o di un corpo ufficiale qualsiasi. Se gli editori e i direttori dei giornali fanno di tutto per sottrarre alla  stampa alcuni argomenti, non è per paura di essere perseguiti, ma per timore dell’opinione pubblica. In questo paese la viltà intellettuale è il peggior nemico che uno scrittore o un giornalista  debba affrontare. E ciò non mi sembra aver avuto il rilievo che merita.
Chiunque abbia una certa esperienza giornalistica ammetterà obiettivamente che durante questa guerra la censura ufficiale non è stata particolarmente fastidiosa. Non abbiamo dovuto subire quella   “coordinazione” di tipo totalitario che ci saremmo ragionevolmente dovuti aspettare. La stampa ha da fare qualche giustificata lamentela, ma nel complesso il governo si è comportato bene ed è stato  tollerante verso le opinioni della minoranza in un modo addirittura sorprendente.
Il fatto sinistro per quanto riguarda la censura letteraria in Inghilterra è che essa è in larga misura volontaria.  Le idee impopolari si possono mettere a tacere, e i fatti inopportuni si possono tenere all’oscuro, senza bisogno di nessun bando ufficiale. Chiunque sia vissuto a lungo in un paese straniero,  saprà di notizie sensazionali – che avrebbero meritato per il loro valore un articolo di prima pagina – non apparse sulla stampa britannica, non per intervento del governo, ma per un tacito accordo  generale secondo il quale quel tale fatto “non sarebbe” da accennare. Finché si tratta dei quotidiani, è facile capirlo. La stampa britannica è estremamente centralizzata, ed è, per la maggior parte, in mano a uomini potenti che hanno  tutti i motivi per essere disonesti, quando si tratta di questioni importanti. Ma lo stesso tipo di velata censura opera anche su libri e periodici, come sul teatro, il cinema, la radio. Per ogni  dato momento c’è un’ortodossia, un corpo di idee che, presumibilmente, tutti i benpensanti accetteranno senza batter ciglio. Non è espressamente proibito dire questo o quest’altro, ma non “va  fatto”, proprio come in epoca vittoriana non “andava fatto” di nominare i pantaloni davanti alla signora. Chiunque sfidi il conformismo corrente, si troverà zittito da un’efficacia sbalorditiva.  Una opinione che vada veramente controcorrente, non ottiene quasi mai la giusta considerazione, né sulla stampa popolare né su quella intellettuale.
Quanto viene ora richiesto dalla ortodossia prevalente è un’ammirazione incondizionata per la Russia sovietica. Lo sappiamo tutti, quasi tutti ci adeguiamo. Una seria critica al regime sovietico,  la rivelazione di fatti che il governo sovietico preferirebbe tenere nascosti, sono pressoché impubblicabili. E questa grande congiura a livello nazionale per tenere buona la nostra alleata ha  luogo, in modo abbastanza curioso, nonostante un background di autentica tolleranza intellettuale. Perché se non vi è permesso di criticare il governo sovietico, avete almeno una certa libertà di  criticare il vostro. Difficilmente qualcuno potrà pubblicare un attacco a Stalin, ma va sul sicuro se attacca Churchill, in un libro o, indifferentemente, su una rivista. E in cinque anni di  guerra, durante due o tre dei quali abbiamo lottato per la sopravvivenza del Paese, sono stati pubblicati senza interferenza alcuna numerosissimi libri, pamphlet e articoli che sostenevano una pace  di compromesso. Di più, sono apparsi senza suscitare troppa disapprovazione. Finché non ci andava di mezzo il prestigio dell’URSS, il principio della libertà di parola è stato attuato con intelligenza. Vi sono altri argomenti proibiti, e ne  citerò tra poco alcuni, ma il sintomo molto più serio è l’atteggiamento prevalente nei confronti dell’URSS. E’, per così dire, spontaneo, e non è dovuto alla pressione di nessun gruppo.
Il servilismo con cui la maggior parte dell’intellighenzia inglese ha sopportato e ripetuto la propaganda russa dal 1941 in poi sarebbe addirittura sbalorditivo, se essa non si fosse già comportata  allo stesso modo in parecchie occasioni precedenti. Il punto di vista russo su una questione dopo l’altra è stato accettato senza alcuna verifica, e quindi pubblicizzato senza il benché minimo  riguardo alla verità storica o alla dignità intellettuale. Per citare solo un esempio: la BBS ha celebrato il venticinquesimo anniversario dell’armata Rossa senza parlare di Trotzkij. E’ come se  alla commemorazione della battaglia di Trafalgar non si nominasse Nelson; tuttavia il fatto non ha suscitato nessuna protesta da parte dell’intellighenzia inglese. Nelle lotte intestine dei vari  paesi occupati, la stampa britannica ha parteggiato, nella quasi maggioranza dei casi, per la fazione sostenuta dai russi, e ha calunniato la fazione opposta, nascondendo talvolta a tale scopo  l’evidenza dei fatti. Un caso particolarmente clamoroso fu quello del colonnello Mihajlovic, il leader iugoslavo dei cetnici. I russi, che avevano il loro protegé iugoslavo nel maresciallo Tito, accusarono Mihajlovic di collaborazionismo con i  tedeschi. L’accusa venne colta prontamente dalla stampa britannica: ai fautori di Mihajlovic non fu data nessuna possibilità di ribattere, e i fatti contraddittori furono semplicemente omessi dalla  stampa.
Nel Luglio del 43 i tedeschi offrirono una taglia di 100.000 corone d’oro per la cattura di Tito, e una taglia analoga per la cattura di Mihajlovic. La stampa britannica sbatté la taglia su Tito in  prima pagina, ma un solo giornale parlò (a piccoli caratteri) di quella su Mihajlovic; e le accuse di collaborazionismo con la Germania continuarono. Fatti molto simili accaddero durante la guerra  civile spagnola. Anche allora le fazioni di parte repubblicana che i russi avevano deciso di sconfiggere furono attaccate senza misura dalla stampa dalla stampa inglese di sinistra, e ogni  dichiarazione in loro difesa, anche sotto forma di lettera, venne respinta. Al momento attuale, non solo è riprovevole una critica seria all’URSS, ma il fatto stesso che esista un simile genere di  critica è in molti casi tenuto segreto. Per esempio, poco prima della sua morte Trotzkij aveva scritto una biografia di Stalin. Presumibilmente non doveva trattarsi di un libro del tutto  imparziale, ma certo era vendibile. Un editore americano aveva preso accordi per la pubblicazione e il libro era in macchina – credo che fossero uscite già le bozze per la stampa – quando l’URSS entrò in guerra. L’edizione fu immediatamente ritirata.  Non una parola su ciò è mai apparsa sulla stampa britannica, sebbene l’esistenza di un tale libro e il suo ritiro fossero notizie meritevoli di alcuni paragrafi.
E’ importante fare una distinzione fra il genere di censura che l’intellighenzia letteraria inglese si impone volontariamente e la censura che può venire imposta talvolta dalla pressione di gruppi.  E’ noto che alcuni argomenti non possono essere discussi per via di “interessi acquisiti”: Il caso più conosciuto è il racket delle specialità farmaceutiche. Ancora: la chiesa cattolica ha una  considerevole influenza sulla stampa e può, in una certa misura, mettere a tacere la critica. Se uno scandalo riguarda un prete cattolico, non gli viene quasi mai data pubblicità: mentre il caso di  un ministro anglicano nei guai (per esempio il Rettore di Stiffkey) fa notizia di prima pagina. Capita molto raramente che un soggetto di tendenza anticattolica venga portato alla ribalta o compaia  in un film. Una commedia o un film – qualunque attore lo può dire – che attacchino o si prendano gioco della chiesa cattolica vengono boicottati dalla stampa, e quasi certamente sono destinati al  fallimento. Questo genere di cose, però, è innocuo, o almeno comprensibile. Tutte le grandi organizzazioni badano ai loro interessi come meglio possono e una propaganda chiara non è un fatto cui si possa obiettare. Aspettarsi che il   “Daily Worker” (2) renda di pubblico dominio fatti sfavorevoli all’URSS, sarebbe come aspettarsi una denuncia contro il Papa da parte del “Catholic Herald”. Ma in questo caso ogni persona  ragionevole conosce il “Daily Worker” e il “Catholic Herald” per quello che sono.
Ciò che preoccupa è il fatto che dove c’entra l’URSS e la sua politica non ci si può aspettare una critica intelligente, e neppure, in molti casi, una schietta onestà da parte di scrittori liberali  e di giornalisti non costretti da nessuna pressione diretta a falsare le loro opinioni. Stalin è sacrosanto e certi aspetti della sua politica non devono essere messi seriamente in discussione.  Questa norma viene quasi universalmente osservata dal 1941, ma essa vigeva già, in misura più grande di quanto talvolta si sia compreso, da dieci anni. Per tutto quel tempo una critica da sinistra  al regime sovietico difficilmente poteva ottenere ascolto. Vi fu un’enorme produzione di letteratura antirussa, ma quasi esclusivamente da parte conservatrice: era palesemente disonesta, data e  attuata per motivi ignobili. D’altra parte vi fu un flusso egualmente enorme e quasi allo stesso modo disonesto di propaganda filorussa: ciò contribuì a boicottare chiunque tentasse di discutere  tutti i problemi di una certa importanza in maniera adulta.
Si potevano pubblicare, a dire il vero, libri antirussi, ma farlo significava essere sicuramente ignorati o travisati da quasi tutta la stampa intellettuale. Sia in pubblico che in privato si  veniva ammoniti che era “da non farsi”. Quanto si diceva poteva essere anche vero, ma era “inopportuno”, e “manovrato” da questo o quell’altro interesse reazionario. Un simile atteggiamento veniva  solitamente difeso in base le necessità della situazione internazionale e all’urgente bisogno di un’alleanza anglo-russa: ma era chiaro che si trattava di una schematizzazione. L’intellighenzia  inglese, o gran parte di essa, aveva coltivato una specie di lealtà nazionalistica verso l’URSS, e nel proprio cuore sentiva che gettare un qualsiasi dubbio sulla saggezza di Stalin era come  bestemmiare. A seconda che accadesse in Russia o in qualunque altro luogo, un avvenimento doveva essere giudicato con un metro di misura diverso. Le interminabili esecuzioni durante le purghe del  1936-38 furono approvate dai secolari oppositori della pena capitale; e allo stesso modo si ritenne giusto dare pubblicità alle carestie dell’India e tenere nascoste quelle dell’Ucraina. E se ciò era vero prima della guerra, l’atmosfera  intellettuale non è certo migliore adesso.
Ma torniamo ora al mio libro. La reazione della maggior parte degli intellettuali inglesi di fronte ad esso sarà semplicissima: “Non doveva essere pubblicato”. Naturalmente, quei recensori che  capiscono l’arte di denigrare non lo attaccheranno dal punto di vista politico, ma da quello letterario. Diranno che si tratta di un libro noioso, stupido e di uno scandaloso spreco di carta (3).  Può darsi che sia vero, ma ciò non vale ovviamente per l’intero racconto. Non si dice che un libro “non doveva essere pubblicato” solo perché è un cattivo libro. Dopo tutto, si stampano ogni giorno  quintali di robaccia e nessuno se ne preoccupa. Gli intellettuali inglesi, o la maggior parte di essi, solleveranno delle obiezioni a questo libro perché diffama il loro Leader e (per la visione  che hanno di lui) nuoce alla causa del progresso. Se affermasse l’opposto, essi non avrebbero nulla da ridire, anche se le pecche letterarie fossero dieci volte più clamorose di quanto non sono  ora. De resto, il successo di Left Book Club (Club del libro di sinistra) nell’arco di quattro o cinque anni, sta a dimostrare come essi siano disposti a tollerare sia le scurrilità che i discorsi incoerenti, purché si dica loro quello che  vogliono sentire.
Il problema implicito è semplicissimo: ogni opinione, per quanto impopolare – per quanto anche stupida – ha diritto di essere sentita? Mettila in questa forma e quasi tutti gli intellettuali  inglesi capiranno di dover dire “sì”. Ma dàlle una forma concreta, e prova a chiedere: “E un attacco a Stalin? Ha diritto di essere sentito?”, e la risposta sarà il più delle volte “no”. In questo  caso è l’ortodossia corrente ad essere sfidata, e perciò viene meno il principio della libertà di parola. Ora, quando si chiede la libertà di parola e di stampa, non si chiede libertà assoluta.  Finché ci saranno società organizzate, vi deve sempre essere, e in ogni caso vi sarà sempre, un certo grado di censura. Ma la libertà, come disse Rosa Luxemburg, è “libertà per l’altro”. Lo stesso  principio è contenuto nelle famose parole di Voltaire: “Detesto ciò che dici; ma difenderò fino alla morte il tuo diritto a dirlo”. Se la libertà intellettuale, che senza dubbio è stata una delle  caratteristiche della civiltà occidentale, significa davvero qualcosa, vuol dire allora che ognuno avrà diritto a esprimere e a pubblicare ciò che secondo lui è la verità, a un’unica condizione: che essa non faccia torto, in maniera del tutto  inequivocabile, al resto della comunità. Sia la democrazia di tipo capitalista che le versioni occidentali del socialismo hanno dato questo principio per scontato, fino a tempi recenti. Il nostro  governo, come ho già fatto rilevare, finge ancora di rispettarlo. L’uomo della strada – in parte forse perché non tiene sufficientemente alle proprie idee al punto di diventare intollerante – dice  ancora vagamente “suppongo che ognuno abbia diritto alla propria opinione”. E’ proprio chi dovrebbe soprattutto salvaguardare la libertà, cioè l’intellighenzia letteraria e scientifica, che sta  cominciando a disprezzarla in teoria come in pratica.
Uno dei fenomeni particolari del nostro tempo è il tradimento dei liberali. Molto prima della familiare asserzione marxista che la “libertà borghese” è un’illusione viene ora la tendenza largamente  diffusa ad asserire che l’unica cosa da fare è la difesa della democrazia dai sistemi totalitari. Se si ama la democrazia – prosegue l’argomentazione – si devono combattere i suoi nemici con non  importa quali mezzi. E quali sono i suoi nemici? Risulta sempre che non sono soltanto quelli che la attaccano apertamente e consapevolmente, ma coloro che “obiettivamente” la mettono in pericolo  con la diffusione di dottrine sbagliate. In altre parole, difendere la democrazia porta come conseguenza di distruggere ogni autonomia di pensiero. Un’argomentazione simile veniva usata, per  esempio, per giustificare le purghe russe. Anche i più accaniti russofili difficilmente potevano credere che tutte le vittime fossero colpevoli di tutti i reati loro imputati: ma si dava il caso  che con le loro opinioni eretiche essi nuocessero “obiettivamente” al regime, e quindi era assolutamente giusto non solo trucidarli, ma anche screditarli con false accuse. Lo stesso discorso venne usato per giustificare le falsità del tutto volute  che continuarono ad apparire sulla stampa di sinistra a proposito dei trotzkisti e delle altre minoranze repubblicane della guerra civile spagnola. E venne usato ancora per motivare la protesta  contro l’habeas corpus, quando, nel 1943, venne rilasciato Mosley (4).
Questa gente non capisce che se si incoraggiano i metodi totalitari, può venire il giorno in cui essi saranno usati contro chi li incoraggia, e non più a favore. Fai l’abitudine a mettere in  prigione i fascisti senza processo, e forse il sistema non si fermerà ai fascisti. Poco dopo che il già soppresso Daily Worker” venne ripristinato, tenni una conferenza alla scuola per lavoratori  nel sud di Londra. L’uditorio era composto da lavoratori e da intellettuali piccolo-borghesi, la stessa sorta di gente che si incontra di solito nelle sedi del Left Book Club. La conferenza aveva  toccato la libertà di stampa, e alla fine, con mio stupore, parecchi intervennero per farmi delle domande: Non pensavo io che la revoca della sospensione relativa al “Daily Worker” fosse un grosso  errore? Quando chiesi perché, dissero che era un giornale di dubbia lealtà e da non tollerarsi in tempo di guerra. Mi trovai a difendere il “Daily Worker”, che più di una volta mi aveva attaccato.  Ma dove aveva imparato questa gente un simile modo di vedere così totalitario? Quasi sicuramente dagli stessi comunisti!
Tolleranza e dignità sono profondamente radicate in Inghilterra, ma non sono indistruttibili, e devono essere tenute vive, in parte, con uno sforzo consapevole. Il risultato di predicare dottrine  totalitarie è quello di risvegliare l’istinto con mezzi dei quali i popoli liberi sanno cosa sia o non sia pericoloso. Il caso Mosley lo attesta. Nel 1940 fu perfettamente giusto internare Mosley  sia che fosse colpevole o meno di un reato specifico. Lottavamo per la nostra vita e non potevamo permettere a un possibile traditore di circolare liberamente. L’averlo tenuto in prigione senza  processo era, nel 1943, un oltraggio. La generale incapacità di accorgersi di questo fatto fu un cattivo sintomo anche se è vero che l’agitazione contro il rilascio di Mosley è stata in parte  faziosa e in parte l’espressione di altri scontenti. Ma quanto dell’attuale slittamento verso il modo di pensare fascista è da far risalire all‘“antifascismo” dei passati dieci anni e alla relativa  mancanza di scrupoli?
E’ importante rendersi conto che l’attuale russomania è solo un sintomo del risveglio generale della tradizione liberale dell’Occidente. Se il Ministero dell’informazione fosse intervenuto e avesse  definitivamente vietato la pubblicazione di questo libro, la maggior parte dell’intellighenzia inglese non vi avrebbe visto nulla di preoccupante. Una cieca lealtà all’URSS: questa è l’ortodossia  corrente, e là dove sono in gioco presenti interessi dell’URSS c’è la volontà non solo di tollerare la censura ma anche una deliberata falsificazione della storia. A titolo d’esempio: alla morte di  John Reed, l’autore di “I dieci giorni che sconvolsero il mondo”, un rapporto di prima mano sui primi giorni della Rivoluzione d’Ottobre, il copyright del libro passò in mano al Partito comunista  inglese, al quale credo che Reed l’avesse lasciato in testamento. Qualche anno dopo i comunisti inglesi, distrutto il maggior numero possibile di copie dell’edizione originale dell’opera, ne  pubblicarono una versione contraffatta, dalla quale avevano eliminato i riferimenti a Trotzkij e omesso l’introduzione di Lenin. Se in Gran Bretagna fosse esistita ancora una intellighenzia di tipo radicale, questa azione di falso sarebbe  stata smascherata e denunciata su tutti i giornali letterari del paese. Invece ci fu una piccola – se non addirittura nessuna – protesta. A molti intellettuali inglesi parve cosa naturalissima. E  questa tolleranza e lampante disonestà sta a significare molto più che una momentanea ammirazione per la Russia legata a un fatto di moda. Con tutta probabilità questa particolare moda non durerà.  Per quanto ne so, all’epoca della pubblicazione di questo libro, il mio punto di vista sul regime sovietico potrà anche essere quello generalmente accettato. Ma a che servirebbe? Cambiare  un’ortodossia per un’altra non è necessariamente un progresso. Il nemico è la mente del grammofono, si sia d’accordo o meno con il disco che suona in quel momento.
Conosco bene tutti gli argomenti contro la libertà di pensiero e di parola, gli argomenti che affermano che non può esistere e quelli che dicono che non dovrebbe esistere. Rispondo semplicemente  che non mi convincono e che la nostra civiltà nell’arco di quattrocento anni si è basata sull’avviso opposto. Da una decina d’anni credo che l’attuale regime russo è essenzialmente un male, e vado  affermando il diritto di dirlo, nonostante la nostra alleanza con l’URSS in una guerra che voglio vedere vinta. Se dovessi scegliere un testo per giustificare me stesso, sceglierei quel passo di  Milton: “secondo le note regole di antica libertà”.
La parola antica evidenzia il fatto che la libertà intellettuale è una tradizione profondamente radicata, senza la quale è assai dubbio che la nostra tipica cultura occidentale possa esistere.  Molti tra i nostri intellettuali si sono visibilmente allontanati da questa tradizione. Essi hanno accettato il principio che un libro dovrebbe essere pubblicato o vietato, elogiato o attaccato non  in base ai suoi meriti ma a seconda del momento politico. Altri invece, pur non condividendo un tale punto di vista, vi si adeguano per pura viltà. Un esempio di quanto dico è l’incapacità di molti  e chiassosi pacifisti inglesi di far sentire la loro voce contro la crescente ammirazione per il militarismo russo. Secondo questi pacifisti, ogni forma di violenza è male, e in ogni fase della  guerra ci hanno esortato ad arrenderci o a fare almeno una pace di compromesso. Ma quanti di loro hanno mai suggerito che la guerra è un male anche quando è fatta dall’Armata Rossa? Evidentemente i  russi ha il diritto di difendersi, mentre noi commettiamo un peccato mortale. Questa contraddizione può essere spiegata in un solo modo: e cioè, con il vile desiderio di stare al passo con la maggior parte dell’intellighenzia il cui  patriottismo è diretto all’URSS e non alla Gran Bretagna.
So che l’intellighenzia inglese ha una quantità di motivi per essere pavida e disonesta, conosco anche a memoria gli argomenti con cui si giustifica. Ma almeno cerchiamo di non incorrere più  nell’assurdità di difendere la libertà contro il fascismo. Se libertà vuol dire veramente qualcosa, significa il diritto di dire alla gente quello che la gente non vuol sentire. La gente comune  approva ancora vagamente questa idea e in base ad essa agisce. Nel nostro paese – non è lo stesso in tutti i paesi: non fu così nella Francia repubblicana e non è così negli Stati Uniti oggi – sono  i liberali che temono la libertà e gli intellettuali che vogliono infamare il pensiero. Ho scritto la presente prefazione per richiamare l’attenzione su questo fatto.
Traduzione di Elena Albertini pubblicata su radioradicale.it
(1) Non è del tutto chiaro se il suggerimento di questa modifica è un’idea di Mr…, o del Ministero dell’informazione. Ma sembra avere la veste dell’ufficialità. (Nota di Orwell).
(2) Quotidiano del Partito comunista inglese. (N.d.R.)
(3) Nell’economia inglese di guerra e dell’immediato dopoguerra anche il consumo della carta era controllato e limitato. (N.d.R.)
(4) Sir Oswald Mosley, capo del movimento filofascista inglese delle Black Shirts. (N.d.R.)


GAMBIA VUOLE VOLTARE PAGINA SUL TURISMO SESSUALE DELLE EUROPEE



Il Gambia è una destinazione di turismo sessuale per le Occidentali single del Nord Europa. donne trasformate gradualmente in personalizzate"ONG" per conto di "locali bumsters (prostituti in slang locale)" esperti in matrimonio temporaneo e recupero di valuta pregiata


Conosciuto all'estero per  l'immagine di giovani africani che si fanno ammirare, sulle spiagge idilliache, per i loro muscoli alle donne mature europee . Il Gambia sogna di trasformare la sua reputazione  di destinazione di turismo sessuale, diversificando la propria offerta.Per raggiungere questo obiettivo, l'ex enclave britannica in Senegal -tranne  la sua riva costiera, si concentrerà sulla cultura, ecologia e nuove infrastrutture, e non si accontenterà più di incentrate i soggiorni  sulle spiagge  a buon mercato vicino  Banjul, la capitale, secondo gli esperti. Tradizionalmente,  il Gambia attira una clientela prevalentemente di lingua inglese e dal nord Europa, come olandese o svedese i cui paesi hanno grandi comunità del Gambia. Ma vale anche per i mercati russi e asiatici e ulteriormente intende  far conoscere  la sua storia coloniale  legata al commercio degli schiavi. Mentre il turismo contribuisce già il 20% al prodotto interno lordo (PIL) del Gambia, il responsabile  nazionale del settore Abdoulie Hydara spera di  imitare altri paesi africani che hanno approfittato della loro fauna e della flora, come il Kenya."Abbiamo bisogno di trovare nuovi prodotti, preservando e sviluppando il nostro patrimonio", ha detto M. Hydara: il turismo nei parchi nazionali, "al fine di veicolare  le persone  ad  andare  all' interno del paese per vedere le scimmie, la fauna selvatica ' ma anche crociere sul fiume Gambia."

Scimpanzé.
Ma questo non è lo stesso prezzo. Un abisso separa anche le offerte turistiche attuali in Gambia di safari che il paese sogna per diversificare il suo turismo. I clienti Chris McIntyre, CEO di Expert Africa, tour operator inglese di lusso, pagano in media 6.500 euro a persona per un safari in Kenya o in Tanzania. E' richiesto"Un buon servizio" per tali viaggi. Gli scimpanzé sono suscettibili di essere abbastanza attraenti per far emergere tutto il potenziale della fauna selvatica e della natura in Gambia, dice McIntyre, riferendosi alla sua popolazione di primati. Ma il paese avrà "bisogno di molto buone guide," ha detto. Cambiare il volto del turismo in Gambia richiederà non solo grandi investimenti in strade e alberghi, ma anche nella popolazione, per reindirizzare i lavoratori del sesso ad altre attività.

Bagarini e protettori,
.Di notte, nella zona turistica di Senegambia, nei pressi di Banjul, i  turisti, soprattutto dalla Gran Bretagna, Olanda e paesi scandinavi, si ritrovano in locali  da bassi fondi dalle luci luci aggressive. Uomini, donne e bambini vendono i loro fascino a delle  tariffe negoziate attraverso "bagarini", molti dei quali sono anche loro lavoratori del sesso. Altri sono protettori.Nei bar  pieni di fumo di sigarette  delle coppie miste con una differenza d'età di  30 0 40 anni bevono senza avere grandi cose da dirsi.
Per Lamin Sady, 29 anni, che vende conchiglie sulla spiaggia durante la stagione turistica -da novembre ad aprile e a lavorare su un peschereccio il resto dell'anno, l'incapacità di soddisfare le esigenze della moglie del Gambia spinge molti dei loro giovani ad avere relazioni sessuali  con le donne Europee.
Alcuni addirittura a volte finiscono per sposarle


"Non hanno casa,ne auto," ha detto Lamin Sady.Le loro compagne europee più anziane " li assistono finanziariamente, dando loro una macchina e ad  aiutarli ad andare in Europa." Per Njundu Drammeh,responsabile  di un'ONG locale attive nella protezione dei bambini, i minori non sono risparmiati. Spesso i loro genitori chiudono gli occhi facendo finta d'ignorare  la fonte del denaro che portano dalle spiagge turistiche. Altri accettano studi "sponsorizzati" della loro prole, con possibile contropartita di scambi sessuali. "A volte vedono l'arrivo di un turista nella loro casa come una manna, sia per la famiglia  che per il bambino", dice Njundu Drammeh

Clima di'impunità
Nonostante i casi di sospetto abuso di minori, nessun turista è stato processato per tali atti in Gambia, dove non sono stati condotti studi seri sul fenomeno, ha aggiunto.Secondo un membro  della polizia turistica che si fa  chiamare Lamin, questo problema è tristemente familiare. Con i bambini, "è soprattutto la pornografia, essi (i turisti) scattano foto" in tutta impunità", ha detto.Sono state adottate misure preventive nel settore alberghiero e delle inchieste sono state  immediatamente condotte per i casi di sesso che coinvolgono i turisti, ma finora solo i locali sono stati perseguiti. La Stagione turistica di quest'anno è stata compromessa dalla crisi politica nata dal rifiuto della Yahya Jammeh, al potere da oltre 22 anni, di accettare la sua sconfitta nelle elezioni presidenziali del 1 ° dicembre. Al culmine della crisi, nel mese di gennaio, migliaia di turisti sono stati evacuati -prima che il M. Jammeh non accettasse di andare in esilio sotto la pressione militare e diplomatica.A causa di questi turbolenza politica, l'obiettivo di 195.000 turisti non può essere raggiunto quest'anno, secondo M. Hydara.Un flusso ancora di vitale importanza per questo paese povero di 1,8 milioni,  ed è per questo motivo in un numero sempre maggiore  cercano di fuggire.Nella classifica dei migranti che attraversano il Mediterraneo a rischiare la vita per raggiungere l'Italia, i Gambiani  occupano il triste primo posto in relazione alla loro popolazione, secondo l'Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM).

Tratto dal seguente sito
http://www.connectionivoirienne.net/126722/la-gambie-souhaite-tourner-la-page-du-tourisme-sexuel-des-europeens

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domenica 28 maggio 2017

STUDIO SMONTA IN UN SOL COLPO GENDER E EVOLUZIONISMO

Due ricercatori del Weizmann Institute of Science di Rehovot, in Israele, Shmuel Pietrokovski e Moran Gershoni, hanno reso pubblici i risultati di un importante studio genetico nato come indagine sulle cause della sterilità umana. Ne emerge che ben 6500 geni si attivano in modo diverso nei maschi e nelle femmine, anche in reazione ai farmaci, poiché, a seconda che appunto appartengano a un maschio o a una femmina, quei geni sintetizzano diversamente le proteine. Per la scienza si tratta di un’acquisizione tanto sorprendente quanto importante.
Ovvio, infatti, che il dimorfismo sessuale tra maschio e femmina umani, o certe caratteristiche tipiche dell’uno e dell’altra, siano dovute a un modo diverso di esprimersi di geni uguali, ma i risultati ottenuti dalla ricerca del Weizmann Institute si spingono più in là. Si parla infatti di differenze importanti, talora decisive, nel determinare il modo di essere fisico, e appunto persino l’insorgere di talune patologie con la conseguente responsività relativa ai farmaci atti a curarle, del maschio e della femmina, identici nel loro essere umani diversi l’uno dall’altra.
Tracciando dunque una mappa dettagliata di questi geni i due ricercatori israeliani hanno dovuto arrendersi ad alcune evidenze che non obbediscono affatto a certe presunzioni correnti. Per esempio quelle legate all’ipotesi evoluzionista, oggi data per scontata ma che evidentemente ? così si è scoperto al Weizmann Institute ? così scontata non è. Constata infatti Gershoni che «più un gene è specifico a un sesso e meno su quel gene è visibile la selezione». Tradotto, significa che l’azione della selezione naturale debitamente “spiegata” negli schemi intellettuali evoluzionistici come motore della speciazione per mutazione genetica non viene invece riscontrata dall’osservazione scientifica degli esseri viventi.
Di più: più si ha a che fare con individui concreti, tanto unici quanto irripetibili proprio nella loro individualità (ben denotata, per esempio, dalla sessualità: un maschio è sempre un maschio, e non è interscambiabile ad libitum con una femmina, e viceversa, con buona pace dell’ideologia di gender), più l’effetto della selezione naturale come motore di speciazione per mutazione genetica non è attestato.
Un interessante servizio su questa scoperta trasmesso lunedì 8 maggio da TGR Leonardo evidenzia bene l’impasse. La diversa reattività mostrata dai geni a seconda del sesso, dice la giornalista Cinzia di Cianni, «[…] dimostra che le differenze tra i sessi vanno ben oltre quelle più appariscenti, fino a delineare una storia evolutiva interconnessa ma distinta». Due punti: primo, le differenze tra maschio e femmina sono intrinseche alla loro natura specifica di maschio e di femmina, tanto che persino la loro natura biologica ugualmente umana è (parzialmente) diversa a seconda del sesso.
Secondo, l’“evoluzione” dell’essere umano è un enigma enorme, tanto che bisogna postularne non una bensì due, una per i maschi e l’altra per le femmine, evoluzioni in qualche modo “parallele” eppure distinte. Conclusione: l’evoluzione è un’astrazione cui la realtà si ribella e che va dunque continuamente rimodulata, ma ogni rimodulazione equivale a una smentita. Tant’è che alla fine è costretta ad affermarlo la giornalista stessa, la quale, sintetizzando la ricerca del Weizmann Institute, dice: «Dal punto di vista evolutivo, la cosa non ha senso. Ogni mutazione che provoca la riduzione della prole minacciando la sopravvivenza della specie dovrebbe essere eliminata dalla selezione naturale, ma lo studio mostra invece che più grandi sono le differenze di espressione di un gene tra uomini e donne, minore è la selezione sul quel gene, e questo vale soprattutto per gli uomini. Ecco perché, ad esempio, le mutazioni che ostacolano la formazione dello sperma» ? la ricerca è stata avviata appunto per indagare le cause della sterilità umana ? «non scompaiono come ci si aspetterebbe».

Insomma, il postulato secondo cui l’evoluzione avanzerebbe per effetto di una selezione naturale che a livello genetico premierebbe le caratteristiche più adatte alla sopravvivenza costringendo quelle meno adatte all’estinzione si comporta invece in modo contrario. Colpo al cuore del dogma evoluzionista centrale. In natura l’evoluzione non si comporta affatto come sta scritto nei libri degli evoluzionisti. Lo afferma la scienza “evoluzionista”. Dal punto di vista evolutivo, la cosa non ha senso: lo afferma la RAI.

Marco Respinti: Giornalista professionista, traduttore e saggista ,studioso del pensiero conservatore  anglo-americano

sabato 27 maggio 2017

CARO ZIZEK,SENZA SPERANZA VINCE IL MERCATO

Il filosofo sloveno nell’ultimo libro parla di coraggio della non speranza per contrastare le negatività del consumismo. La fede ci dice che il futuro già esiste nella vita eterna  

Spe salvi facti sumus, nella speranza siamo stati salvati. Oggi però si vorrebbe smorzare l’annuncio della Lettera ai Romani. E sembra si voglia farlo per vincere facile. Perché oggi fatichiamo a lanciare il cuore oltre le difficoltà e bersagliare la speranza diventa agevole. Oggi ci sentiamo sempre più preda di meccanismi fuori dalla nostra portata. Il futuro sembra svanire davanti ai nostri occhi costringendoci ad acciambellarci in un interminabile presente. E c’è chi, sempre oggi, cavalca la crisi di speranza. Anzi non manca chi, questa situazione disperante, la teorizza ritenendola una via di uscita dal sistema capitalistico. Addirittura la innalza a via per emanciparsi dai diktat del mercato. Peccato che l’assenza di speranza è proprio il fulcro di un sistema che riduce la vita a consumo. All’hic et nunc. Oggi, esortare alla non speranza significa alimentare quel sistema che si intende criticare. E Il coraggio della non speranza è il titolo del nuovo libro, appena uscito in Inghilterra, del filosofo sloveno Slavoj Žižek: The Courage of hopelessness (Allen Lane, pagine 336, euro 17,10).
«Il vero coraggio non sta nell’immaginare un’alternativa – scrive – ma nell’accettare le conseguenze del fatto che non sono chiaramente individuabili alternative: il sogno di un’alternativa è sintomo di codardia teoretica, agisce come un feticcio che ci impedisce di pensare la fine dello stallo della nostra difficile situazione». Anzi «l’autentico coraggio – prosegue – consiste nell’ammettere che la luce alla fine del tunnel non è altro che il faro di un treno che sta procedendo verso di noi». Dunque che fare?, potremmo chiederci, ammiccando a Lenin, oggetto, qualche anno fa, di una monografia di Žižek. Stando al pensatore di Lubiana dovremmo assimilare la strategia adottata dallo psicoterapeuta del protagonista di La coscienza di Zeno. L’alter ego di Italo Svevo combatte contro la dipendenza dal fumo. Ogni sigaretta che accende dovrebbe essere l’ultima. E questo carica fin troppo di responsabilità la sua azione al punto da renderlo inerte e recidivo. Occorre pertanto permettergli di fumare quanto vuole, almeno finché la salute lo sostiene. Solo così potrebbe decidersi di abbandonare il vizio. Forse la psicoanalisi vale per il singolo, e in un orizzonte terreno, ma vale anche per gli uomini che vivono in società? Privarli della speranza, e quindi della vocazione al futuro, significa dare loro la possibilità di salvarsi come pensa Žižek? Benedetto XVI, nell’enciclica che prende il titolo dal versetto paolino evocato all’inizio, riconosce che grazie alla speranza «possiamo affrontare il nostro presente: il presente, anche un presente faticoso, può essere vissuto e accettato se conduce verso una meta e se di questa meta noi possiamo essere sicuri, se questa meta è così grande da giustificare la fatica del cammino». E per di più essa non riguarda il singolo. Henri de Lubac, «sulla base della teologia dei Padri in tutta la sua vastità – ricorda Benedetto XVI –, ha potuto mostrare che la salvezza è stata sempre considerata come una realtà comunitaria. La stessa Lettera agli Ebrei parla di una 'città' e quindi di una salvezza comunitaria». Questo non significa, naturalmente, scalfire la portata soteriologica della speranza perché «questa visione della 'vita beata' orientata verso la comunità ha di mira, sì, qualcosa al di là del mondo presente, ma proprio così ha a che fare anche con l’edificazione del mondo, in forme molto diverse, secondo il contesto storico e le possibilità da esso offerte o escluse». Pertanto, quando i tempi sembrano bui e dominano «le passioni tristi», per dirla con il filosofo argentino Miguel Benasayag, non serve abbandonarsi alla non speranza, come vorrebbe Slavoj Žižek, ma rifrequentare i «luoghi di apprendimento e di esercizio della speranza» invocati nella Spe salvi: la preghiera, l’agire, il soffrire e il Giudizio. E l’agire «è speranza in atto. Lo è innanzitutto nel senso che cerchiamo così di portare avanti le nostre speranze, più piccole o più grandi». Occorre sapere, che in qualsiasi momento, ricorda Benedetto XVI «io posso sempre ancora sperare, anche se apparentemente non ho più niente da sperare». Solo così diventa possibile attirare «dentro il presente il futuro, così che quest’ultimo non sia più il puro 'non-ancora'. Il fatto che questo futuro esista, cambia il presente; il presente viene toccato dalla realtà futura, e così le cose future si riversano in quelle presenti e le presenti in quelle future». Con buona pace dei corifei della non speranza.
Simone Paliaga :Insegna Storia e Filisofia nei licei, scrive per periodici e quotidiani nazionali     

    

Lenin (1915) SULLA PAROLA D'ORDINE DEGLI STATI UNITI D'EUROPA LENIN 1915

Già Lenin si poneva un secolo fa  il problema dell'impossibilità di un'Unione Europea all'interno del Capitale. Adesso che ci siamo dentro con tutti gli stivali le parole dell'articolo sono alquanto profetiche e lungimiranti.

Scritto nel 1915.
Pubblicato per la prima volta nel
 Sotsial-Demokrat, n. 44, 23 agosto 1915

Abbiamo scritto nel n. 40 del Sotsial-Demokat che la conferenza delle sezioni del nostro partito all'estero aveva deliberato di soprassedere alla questione della parola d'ordine: "Stati Uniti d'Europa", finché non se ne fosse discusso sulla stampa il lato economico.
La discussione di tale problema aveva preso, nella nostra conferenza, un carattere politico unilaterale. In parte, ciò è forse dovuto al fatto che, nel manifesto del Comitato Centrale, questa parola d'ordine era stata espressamente formulata come parola d'ordine politica ("la prossima parola d'ordine politica..." è detto nel manifesto), e non solo si preconizzavano gli Stati Uniti repubblicani d'Europa, ma si sottolineava specialmente che questa parola d'ordine è assurda e bugiarda "senza l'abbattimento rivoluzionario delle monarchie tedesca, austriaca e russa".
Opporsi, entro i limiti degli apprezzamenti politici di questa parola d'ordine, a tale impostazione della questione mettendosi, per esempio, dal punto di vista che essa offusca o indebolisce, ecc. la parola d'ordine della rivoluzione socialista, sarebbe assolutamente errato. Le trasformazioni politiche con tendenze effettivamente democratiche e ancor più le rivoluzioni politiche, non possono in nessun caso, mai, e a nessuna condizione, né offuscare né indebolire la parola d'ordine della rivoluzione socialista. Al contrario, esse avvicinano sempre più questa rivoluzione, ne allargano la base, attirano alla lotta socialista nuovi strati della piccola borghesia e delle masse semiproletarie. D'altra parte, le rivoluzioni politiche sono inevitabili durante lo sviluppo della rivoluzione socialista, la quale non deve essere considerata come un atto singolo, bensì come un periodo di tempestose scosse politiche ed economiche, della più acuta lotta di classe, di guerra civile, di rivoluzioni e di controrivoluzioni.
Ma se la parola d'ordine degli Stati Uniti repubblicani d'Europa, collegata all'abbattimento rivoluzionario delle tre monarchie europee più reazionarie, con la monarchia russa alla testa, è assolutamente inattaccabile come parola d'ordine politica, rimane pur sempre da risolvere la questione del suo contenuto e significato economico. Dal punto di vista delle condizioni economiche dell'imperialismo, ossia dell'esportazione del capitale e della spartizione del mondo da parte delle potenze coloniali "progredite" e "civili", gli Stati Uniti d'Europa in regime capitalistico sarebbero o impossibili o reazionari.

Il capitale è divenuto internazionale e monopolistico. Il mondo è diviso fra un piccolo numero di grandi potenze, vale a dire fra le potenze che sono meglio riuscite a spogliare e ad asservire su grande scala altre nazioni. Quattro grandi potenze europee: Inghilterra, Francia, Russia e Germania, con una popolazione fra i 250 e i 300 milioni d'abitanti e con una superficie di circa 7 milioni di chilometri quadrati, posseggono colonie con circa mezzo miliardo (494,5 milioni) di abitanti e una superficie di 64,6 milioni di chilometri quadrati, cioè circa la metà del globo terrestre (133 milioni di chilometri quadrati, senza le regioni polari). Aggiungete a questo i tre Stati asiatici, la Cina, la Turchia, la Persia, i quali sono ora fatti a pezzi dai briganti che conducono la guerra "liberatrice", e cioè dal Giappone, dalla Russia, dall'Inghilterra e dalla Francia. Quei tre Stati asiatici, i quali potrebbero essere definiti semicolonie (in realtà oggi sono colonie per 9/10), hanno una popolazione di 360 milioni e una superficie di 14,5 milioni di chilometri quadrati (cioè circa una volta e mezza la superficie di tutta l'Europa).
Inoltre, l'Inghilterra, la Francia e la Germania hanno investito all'estero non meno di 70 miliardi di rubli di capitale. Per ricevere un profitto "legale" da questa bella somma- un profitto di più di 3 miliardi di rubli all'anno- esistono dei comitati nazionali di milionari, chiamati governi, provvisti di eserciti e di flotte da guerra, i quali "installano" nelle colonie e semicolonie i figli ed i fratelli del "signor miliardo", in qualità di viceré, consoli, ambasciatori, funzionari di ogni sorta, preti e simili sanguisughe.
Così è organizzata, nel periodo del più alto sviluppo del capitalismo, la spoliazione di circa un miliardo di uomini da parte di un gruppetto di grandi potenze. E nessun'altra forma di organizzazione è possibile in regime capitalistico. Rinunciare alle colonie, alle "sfere di influenza", all'esportazione di capitali? Pensare questo, significherebbe mettersi al livello del pretonzolo che ogni domenica predica ai ricchi la grandezza del cristianesimo e consiglia di fare dono ai poveri...se non di qualche miliardo, almeno di qualche centinaio di rubli all'anno.
In regime capitalistico, gli Stati Uniti d'Europa equivalgono ad un accordo per la spartizione delle colonie. Ma in regime capitalistico non è possibile altra base, altro principio di spartizione che la forza. Il miliardario non può dividere con altri il "reddito nazionale" di un paese capitalista se non secondo una determinata proporzione: "secondo il capitale" (e con un supplemento, affinché il grande capitale riceva più di quel che gli spetta). Il capitalismo è la proprietà privata dei mezzi di produzione e l'anarchia della produzione. Predicare una "giusta" divisione del reddito su tale base è proudhonismo, ignoranza piccolo-borghese, filisteismo. Non si può dividere se non "secondo la forza". È la forza che cambia nel corso dello sviluppo economico. Dopo il 1871 la Germania si è rafforzata tre o quattro volte più dell'Inghilterra e della Francia, e il Giappone dieci volte più rapidamente della Russia. Per mettere a prova la forza reale di uno Stato capitalista, non c'è e non può esservi altro mezzo che la guerra. La guerra non è in contraddizione con le basi della proprietà privata, ma è il risultato diretto e inevitabile dello sviluppo di queste basi. In regime capitalistico non è possibile un ritmo uniforme dello sviluppo economico, né delle piccole aziende, né dei singoli Stati. In regime capitalistico non sono possibili altri mezzi per ristabilire di tanto in tanto l'equilibrio spezzato, al di fuori della crisi nell'industria e della guerra nella politica.
Certo, fra i capitalisti e fra le potenze sono possibili degli accordi temporanei. In tal senso sono anche possibili gli Stati Uniti d'Europa, come accordo fra i capitalisti europei... Ma a qual fine? Soltanto al fine di schiacciare tutti insieme il socialismo in Europa e per conservare tutti insieme le colonie accaparrate contro il Giappone e l'America, che sono molto lesi dall'attuale spartizione delle colonie e che, nell'ultimo cinquantennio, si sono rafforzati con rapidità incomparabilmente maggiore dell'Europa arretrata, monarchica, la quale comincia a putrefarsi per senilità. In confronto agli Stati Uniti d'America, l'Europa, nel suo insieme, rappresenta la stasi economica. Sulla base economica attuale, ossia in regime capitalistico, gli Stati Uniti d'Europa significherebbero l'organizzazione della reazione per frenare lo sviluppo più rapido dell'America. Il tempo in cui la causa della democrazia e del socialismo concerneva soltanto l'Europa, è passato senza ritorno.
Gli Stati Uniti del mondo (e non d'Europa) rappresentano la forma statale di unione e di libertà delle nazioni, che per noi è legata al socialismo, fino a che la completa vittoria del comunismo non porterà alla sparizione definitiva di qualsiasi Stato, compresi quelli democratici. La parola d'ordine degli Stati Uniti del mondo, come parola d'ordine indipendente, non sarebbe forse giusta, innanzitutto perché essa coincide con il socialismo; in secondo luogo, perché potrebbe ingenerare l'opinione errata dell'impossibilità della vittoria del socialismo in un solo paese e la concezione errata dei rapporti di tale paese con gli altri.
L'ineguaglianza dello sviluppo economico e politico è una legge assoluta del capitalismo. Ne risulta che è possibile il trionfo del socialismo all'inizio in alcuni paesi o anche in un solo paese capitalistico, preso separatamente. Il proletariato vittorioso di questo paese, espropriati i capitalisti e organizzata nel proprio paese la produzione socialista, si solleverebbe contro il resto del mondo capitalista, attirando a sé le classi oppresse degli altri paesi, spingendole ad insorgere contro i capitalisti, intervenendo, in caso di necessità, anche con la forza armata contro le classi sfruttatrici ed i loro Stati. La forma politica della società nella quale il proletariato vince abbattendo la borghesia, sarà la repubblica democratica che centralizzerà sempre più la forza del proletariato di una nazione, o di più nazioni, per la lotta contro gli Stati non ancora passati al socialismo. Impossibile è la soppressione delle classi senza la dittatura della classe oppressa, del proletariato. Impossibile la libera unione delle nazioni nel socialismo senza una lotta ostinata, più o meno lunga, fra repubbliche socialiste e Stati arretrati.
Ecco in forza di quali considerazioni, che sono il risultato di ripetuti esami della questione nella conferenza delle sezioni all'estero del POSDR e dopo la conferenza, la redazione dell'Organo centrale e giunta alla conclusione che la parola d'ordine degli Stati Uniti d'Europa è sbagliata.

venerdì 26 maggio 2017

DA CITTA' D'ARTE A DISNEYTOWN

il manifesto – 27 Agosto 2003

Per fatturato, indotto, occupazione (e inquinamento) il turismo è diventato la maggiore industria del mondo. Per molte città è ormai la sola fonte di reddito. Ma le città che vivono di solo turismo ne muoiono anche.
La città deserta è traversata solo da frotte di turisti accaldati, assorti nel loro stremante dovere. Le serrande sono chiuse. I senza tetto occupano le strade dormendovi anche di giorno. Aleggia un senso di abbandono, come se un pifferaio di Hamelin avesse portato con sé tutti i residenti. Così ci si mostra infine la città turistica nella sua estrema verità: un guscio vuoto, un fondale di teatro. Come la pubblicità, il turismo ci è tanto familiare da divenire impensato, da non porci più domande. Pochi sanno che il turismo è ormai la più importante industria di questo nuovo secolo. Secondo l’Organizzazione del commercio mondiale (Wto), nel 2002 gli introiti del solo turismo internazionale ammontavano per tutto il mondo a 714 miliardi di euro. E il turismo internazionale è ovunque minoritario rispetto al turismo locale: nel 2000 a New York sono arrivati 6,8 milioni di visitatori esteri e ben 29,4 milioni di statunitensi. La Francia incassa dal turismo domestico il quadruplo rispetto al turismo estero: e la Francia è il paese più visitato al mondo dagli stranieri: nel 2002 i visitatori esteri sono stati 76,7 milioni, contro i 51,7 milioni in Spagna, 45,4 negli Usa, 39,5 in Italia, 36,8 in Cina, ma quanto a introiti esteri, sono primi gli Usa che nel 2001 avevano incassato 11,3 miliardi di euro, seguiti da Spagna – 36,7 miliardi, Francia – 33,5, Italia – 29,0, e Cina – 19,9).
Si può quindi valutare almeno a 3.000 miliardi di euro il fatturato diretto dell’industria turistica mondiale: una cifra vicina al Prodotto interno lordo (Pil) della Germania unificata! E già oggi a New York il turismo genera più ricavi e occupa più personale di Wall street e del distretto finanziario. Ma in realtà al fatturato diretto, bisogna aggiungere tutto l’a-monte e l’a-valle del turismo. C’è la quasi totalità dell’industria alberghiera e della ristorazione. L’industria aeronautica (e aeroportuale) lavora quasi esclusivamente per il turismo, come anche la cantieristica navale da crociera e da diporto. Il turismo alimenta poi una bella fetta di industria automobilistica, edilizia (residenze secondarie, alberghi, villaggi turistici) e costruzione stradale e autostradale (quindi, via, via, di cementifici, di siderurgia e industria metallurgica). Vi è poi l’industria dei souvenir, delle cartoline, delle guide turistiche e carte geografiche… Sarebbe interessante tracciare la matrice di Leontieff per il turismo.
Ecco perché oggi il turismo è la prima e più importante industria mondiale, a sua volta suddivisa in settori: turismo congressuale (quello delle conventions), turismo medico, turismo senile … Ma nulla può rendere l’idea delle dimensioni del fenomeno quanto il semplice numero di viaggiatori stranieri: l’anno scorso i visitatori esteri sono stati 714,6 milioni, una marea umana mostruosa, un’orda di cavallette che tutto distrugge al suo passaggio, un’orda di cui a ognuno di noi tocca far parte. Perché il turismo è anche l’industria più inquinante (oggi si parla sempre più spesso di un «turismo sostenibile», altrettanto ossimorico dello «sviluppo sostenibile»). Il turismo ci mostra quanto assurda è la contrapposizione tra moderno e post-moderno, perché, in quanto «superfluo», rientra di diritto nel post-moderno, ma la sua materialità di acciaio, auto, aerei, navi, cementifici, lo situa tutto dentro la pesantezza industriale del moderno.
Il turismo è perciò la prima fonte di sussistenza per una porzione crescente dell’umanità (in Italia, con l’indotto rappresenta il 12% del Pil e, con più di due milioni di addetti, il 9,4% dell’occupazione) ed è diventato la prima fonte di ricchezza per numerose città. Per alcune, come le nostre «città d’arte», è ormai la sola fonte di reddito. Ma il turismo può uccidere una città perché la rende monofunzionale, puro tourist district. John Urry ha scritto un libro, The Tourist Gaze, sullo «sguardo turista», su come cambia il nostro modo di percepire la realtà (e quindi cambia la realtà che produciamo) se la guardiamo, come sempre più spesso accade, da turisti. Ma noi italiani lo sappiamo benissimo, lo «sguardo turista» agisce anche all’inverso, su chi di questo sguardo è oggetto, non solo su chi lo lancia: fa sì che i cittadini delle città d’arte vivano sempre sotto lo sguardo turista, vivano sempre sotto sorveglianza di uno sguardo letteralmente «fuori posto». Come andare in bagno la notte quando la casa è piena di ospiti indesiderati, scavalcando corpi sconosciuti in salotto.
Ho molto frequentato il Quartier latin di Parigi per tutti i primi anni ’70 del secolo scorso: era animato, vivo, nonchalant. 30 anni dopo, è un quartiere morto, un’area disastrata dominata da squallore a buon mercato. Il Quartier Latin è un buon esempio di come il turismo può uccidere. Ed è interessante la tecnica dell’assassinio: il quartiere viene trasformato per corrispondere sempre più all’immagine che per esempio un americano si fa di Parigi. Il bistrot diventa la caricatura del bistrot. E tutto il quartiere è come svuotato dall’interno, ogni manifestazione di vita locale sostituita a poco a poco dal falso cinese, dal falso greco, dalla paninoteca e dal gelataio. Nello stesso modo, Trastevere è la caricatura del romanaccio. È un processo che avviene in tutte le città del mondo sotto i nostri occhi, senza che ce ne accorgiamo. La città di Québec è proprio come una fiaba di fate può immaginare una cupa fortezza sul fiume San Lorenzo. New Orleans corrisponde ormai all’immagine di New Orleans. Sono tornato dopo trent’anni a San Gimignano: dentro le mura non c’è più un macellaio, un verduraio, un panettiere vero; d’altronde in centro, chiusi bar, ristoranti e negozi di souvenir, non resta più a dormire nessun sangimignanese: abitano tutti nei moderni condomini fuori mura, vicino ai centri commerciali: dentro le mura, tutto è diventato un unico set cinematografico di film medievale, in costume, con tutti i prodotti di un’«invenzione della tradizione» a uso turistico.
Il modello europeo di questo processo è il castello di Neuschwanstein costruito a strapiombo su un laghetto alpino dal re Ludwig II di Baviera e finito nel 1886, tipico castello da favola, falso medievale, con pinnacoli, torrioni. Il modello americano è Disneyland, dove tutto è più vero del vero, il castello è più medievale del medioevo, l’accampamento indiano più Apache degli Apaches. Da questo punto di vista, Venezia è una Disneyland già pronta, a mono-uso turistico, con giro in gondola e cantate napoletane, e naturalmente città che muore.
Il turismo sta diventando la sola industria locale per molte città, che così diventano company towns, come Essen era la città dei Krupp, Clermont-Ferrand quella della Michelin, Torino era la città della Fiat e Detroit quella della General motors. C’è una soglia che separa una città turistica da una città che vive anche di turismo. Fino a che l’afflusso di visitatori non supera questa soglia, i turisti usufruiscono di servizi e prestazioni pensati per i residenti. Per esempio mangiano in ristoranti che cucinano per i locali. Oltre questa soglia invece, i residenti sono costretti a usufruire dei servizi pensati per i turisti. Questo è chiaro nei ristoranti. Trent’anni fa era praticamente impossibile mangiare male a Roma e Firenze. Oggi è difficilissimo mangiare bene. Perché un ristoratore dovrebbe dannarsi per cucinare con cura per un cliente che non tornerà mai più? E se anche il cuoco fosse dotato delle migliori intenzioni, assisterebbe alla richiesta di ketch-up sui funghi porcini alla griglia, di parmigiano sugli spaghetti ai frutti di mare. Oltre la soglia in cui una città diventa turistica, i residenti sono costretti a entrare in clandestinità, a comunicarsi sottovoce gli ultimi indirizzi accettabili («ma non farlo sapere ai turisti!»).
Il turismo non solo fa vivere le nostre città e i nostri centri storici, ma – diventando la loro unica fonte di reddito – la fa morire, perché le nostre città stanno diventando tutte immense Disneytown: paninoteche e boutiques di lusso, pizze a taglio e ristoranti tre stelle Michelin, isole pedonali, e poi tanti dormitori eleganti per ceti medi. Già oggi nel Nordeuropa le isole pedonali si assomigliano tutte (sono un altro dei «non luoghi» di Marc Augé) e i centri vengono trasformati in entertainement districts, dove però non si diverte nessuno.
Il turismo distrugge non solo le città ma le relazioni sociali. Era già avvenuto con la ferrovia: i saint-simonisti pensavano che i viaggi in treno avrebbero avvicinato l’umanità e, facendo conoscere l’un l’altro i vari popoli, avrebbero fatto scomparire le guerre. In realtà i binari permisero alle tradotte di trasportare truppe e munizioni. Così la relazione tra indigeno e turista è la peggiore, la più inumana mai stata instaurata. La sola dote che il turismo incoraggia nell’indigeno è l’avidità, la brama di guadagno rapido. E il turista, nella migliore delle ipotesi visita con cura non tanto un paese quanto la guida Lonely Planet o il Guide Bleu di quel paese; nella peggiore non conosce nulla né vuole conoscere nulla, comunque non è interessato agli umani ma solo all’«umanità morta» (come si parla di «lavoro morto» per il capitale), cioè monumenti e musei. L’apoteosi di questa prospettiva la visita della città in pullman con l’aria condizionata, in cui non giunge un odore, non penetra un rumore, e tutta la percezione si riduce alla vista. Il turismo disgrega le relazioni sociali tra i residenti e, per definizione, riduce ad entertainement quelle tra autoctoni e visitatori.
Qualunque attività locale viene distrutta dal turismo: basta ricordare la costa settentrionale di Creta come era negli anni `60, con la sua agricoltura, il suo allevamento, la sua pesca, la sua povertà, e come è invece oggi, un’immensa periferia di casermoni in riva al mare. Lo stesso avviene in intere zone della Toscana, dove non c’è più una cascina in cui venga esercitata un’attività agricola, coltura, bestiame, ma sono tutte diventate residenze secondarie: casolari ben tenuti, rifatti con le travi del soffitto a vista, con le mura esterne a cui è stato tolto lo stucco per mostrare la viva pietra, con l’orto rimpiazzato dal giardino. Solo che questi casali sono vuoti, morti, per undici mesi l’anno e la campagna toscana (come anche tutta la Provenza) è diventata un immenso residence, ripulito, ridipinto, restaurato, con vasetti di geranio ai davanzali, dove ormai villeggiano solo pasciuti, danarosi inglesi e tedeschi: non a caso si chiama Chiantishire.
Ma la mono-industria è sempre pericolosa per una città: la General Motors fece ricca Detroit, ma poi se ne andò e la Motown è oggi un abominio di desolazione, un deserto umano. Già oggi Venezia è una città morta: basta camminare tra le case in una notte di novembre, senza nemmeno una finestra illuminata, per rii e rii. Firenze è già molto avanti su questa china. Roma e Parigi si avviano per la stessa via. Quando la moda sarà cambiata e le orde sceglieranno altre destinazioni, lasceranno dietro di sé solo cartacce, bottiglie rotte, lattine e rifiuti come dopo un concerto di piazza. Ecco perché la città agostana è profetica. Vedo passare un orda di turisti grassi, sudati, in orribili pantaloncini corti e sandali coi calzini. Dall’altro lato della strada vuota un senzatetto defeca tranquillo, in pieno giorno, in pieno marciapiede.

MARCO D'ERAMO:Laurea in Fisica e Sociologia all'EHSS con il sociologo Pierre Bourdieu di Parigi storica firma culturale del Manifesto





Il Venezuela dall’interno: sette chiavi di lettura per comprendere la crisi attuale


La situazione attuale che vive il Venezuela, come noto, è gravissima. Ma i termini della sua gravità non sono forse altrettanto noti, almeno rispetto a quello che propone la narrazione mainstream e alla confusione che regna a sinistra sui posizionamenti da prendere in proposito. Crediamo – e per questo lo abbiamo tradotto – che in questo testo del sociologo venezuelano Emiliano Terán Mantovani si possano trovare degli spunti per un’analisi più articolata, che sappia dare il giusto peso alle questioni realmente in campo, che sappia mettere in luce le differenze esistenti tra la sinistra di governo e la destra di opposizione nel Paese, ma che abbia ben chiaro che compito della sinistra e dell’internazionalismo non è difendere o no a prescindere un governo, ma stare sempre, inequivocabilmente, a fianco de los de abajo.
Non crediamo che questo articolo dia delle soluzioni politiche (come potrebbe?) alla crisi venezuelana e delle parole definitive sullo scontro in atto, ma sicuramente propone delle ottime chiavi interpretative. Uscito su alainet.org e ripreso dal giornale messicano Desinformemonos alla fine di aprile, non può dare conto di tutti gli eventi recenti in continua e rapida evoluzione. Primo tra tutti, la decisione del presidente Maduro di indire le elezioni per un’assemblea costituente, che dia rappresentatività non tanto alla “cittadinanza” indefinita come da matrice liberale, ma ai collettivi organizzati, ai sindacati, alle cooperative e alle associazioni di categoria. Mossa che era da tempo nel programma della Rivoluzione Bolivariana, ma che è stata a lungo subordinata alla pratica del governo dall’alto, alle logiche della rendita petrolifera, alle istanze della nuova élite burocratica e all’alleanza con l’esercito. Mossa disperata, forse poco credibile, e che arriva in un momento in cui il chavismo ha perso buona parte del suo consenso sociale, ma a cui bisogna dare atto di marcare una discontinuità nella strategia di resistenza di Maduro.
Non c’è dubbio però che un’iniziativa di questo genere potrà imprimere una soluzione positiva allo scontro in atto solo se accompagnata dalla crescita di un movimento popolare autonomo, tanto dal governo, come dalle manipolazioni dell’opposizione. Buona lettura. [Perez Gallo e Simone Scaffidi]

Il Venezuela dall’interno: sette chiavi di lettura per comprendere la crisi attuale
di Emiliano Terán Mantovani
Caracas, aprile 2017
Non è possibile comprendere l’attuale crisi in Venezuela senza analizzare nel loro insieme le cause che si sviluppano “dall’interno”, e che non vengono spiegate nel complesso dai principali mezzi di comunicazione. Abbiamo individuato sette chiavi di lettura della crisi attuale che mostrano come non sia possibile comprendere quello che sta accadendo in Venezuela senza prendere in considerazione l’intervento straniero e che il concetto di “dittatura” non spiega né il caso venezuelano, né può considerarsi una specificità regionale di questo paese. Constatiamo a sua volta che il contratto sociale, le istituzioni e i principi dell’economia formale si stanno disfacendo, e che il futuro e le linee politiche nel contesto attuale si stanno definendo attraverso la via della forza e una buona dose di meccanismi informali, eccezionali e sotterranei. Sosteniamo che l’orizzonte condiviso dei due blocchi dei partiti che rappresentano il potere è neoliberale, che siamo di fronte a una crisi storica del capitalismo venezuelano della rendita e che le comunità, le organizzazioni popolari e i movimenti sociali si trovano di fronte a un progressivo annullamento del tessuto sociale.
L’immagine del Venezuela dipinta dai grandi mezzi di comunicazione internazionali di tutto il mondo è senza dubbio un’immagine che esula dall’ordinario. Non ci sono dubbi che ci sia troppa confusione a riguardo, troppo manicheismo, troppi slogan, troppe manipolazioni e omissioni.
Ma al di là delle versioni instupidite della neolingua mediatica che interpreta tutto quello che sta succedendo nel Paese come “crisi umanitaria”, “dittatura” o “prigionieri politici”, e della narrativa eroica del Venezuela del “socialismo” e della “rivoluzione” che interpreta tutto quello che sta succedendo nel Paese come “guerra economica” o “attacco dell’imperialismo”, ci sono molte tematiche, soggetti e processi resi invisibili, che agiscono più in profondità e che costituiscono l’essenza dello scenario politico nazionale. Non è possibile comprendere la crisi attuale in Venezuela senza analizzare nel loro insieme le cause che si sviluppano “dall’interno”.
Il criterio di azione e interpretazione fondato sulla logica “amico-nemico” risponde più a una disputa tra le élite dei partiti politici e dei gruppi economici che agli interessi fondamentali delle classi lavoratrici e alla difesa dei beni comuni. È necessario scommettere su sguardi complessi che analizzino il processo di crisi e il conflitto nazionale, e che contribuiscano a tracciare le coordinate per affrontare e immergersi nella congiuntura attuale.
Presentiamo di seguito sette chiavi di lettura per comprendere tale contesto, analizzando non solo la disputa tra governo e opposizione, ma anche i processi che si stanno sviluppando nelle istituzioni politiche, nel tessuto sociale, nelle trame economiche, tenendo in considerazione le complessità del neoliberismo e dei regimi di governo nel Paese.


I. Non è possibile comprendere quello che succede in Venezuela senza prendere in considerazione l’intervento straniero
Il ricco e ampio insieme di ciò che chiamiamo “risorse naturali” del Paese; la posizione geo-strategica; l’iniziale sfida alle politiche del Consenso di Washington; l’influenza in merito all’integrazione regionale dei Paesi latinoamericani; così come le alleanze con la Cina, la Russia o l’Iran; attribuiscono al Venezuela una notevole importanza in termini geopolitici. Tuttavia, ci sono settori intellettuali e dell’informazione che cercano continuamente di nascondere le fluide dinamiche internazionali che incidono e determinano il divenire politico del Paese, tra le quali si distinguono la costante azione d’intervento del Governo e i diversi poteri de facto degli Stati Uniti.
A questo proposito tali settori s’incaricano dunque di ridicolizzare la critica all’imperialismo e presentano il Governo Nazionale come l’unico attore di potere in gioco in Venezuela, e per questo unico apparato al quale rivolgere qualsiasi interpellanza politica.
Nondimeno, dall’instaurazione della Rivoluzione Bolivariana è cresciuta l’intensità dell’interventismo statunitense in Venezuela, che si è rafforzato ed è divenuto più aggressivo all’indomani della morte del presidente Chávez (2013), del declino del ciclo progressista e della restaurazione conservatrice in America Latina. Vale la pena ricordare l’Ordine Esecutivo firmato da Barack Obama nel marzo del 2015 nel quale si dichiarava che il Venezuela veniva considerato una minaccia inconsueta e straordinaria per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti – “an unusual and extraordinary threat to the national security and foreign policy of the United States”[1]. Sappiamo già cosa è accaduto ai paesi che sono stati catalogati in questa maniera dalla potenza del nord.
Attualmente, oltre alle dichiarazioni minacciose del capo del Comando Sud degli Stati Uniti, l’ammiraglio Kurt W. Tidd (6 aprile 2017), che ha affermato che la “crisi umanitaria” in Venezuela potrebbe obbligare a portare avanti una risposta regionale – “The growing humanitarian crisis in Venezuela could eventually compel a regional response’[2] –, e di fronte all’evidenza dell’aggressività della politica estera di Donal Trump con il recente bombardamento della Siria, il Segretario Generale della Organizzazione degli Stati Americani (OEA), Luis Almargo, ha manifestato, insieme ad altri paesi della regione, la volontà di applicare la Carta Democratica per avviare un processo di “ritorno alla democrazia” nel Paese.
Gli ideologi e gli operatori mediatici della restaurazione conservatrice nella regione si mostrano molto preoccupati per la situazione relativa ai Diritti Umani in Venezuela, però nelle loro analisi non riescono a spiegare perché, stranamente, non si stia facendo nessuno sforzo sovranazionale dello stesso tipo per contrastare la spaventosa crisi dei Diritti Umani in paesi come il Messico e la Colombia. A questo proposito, sembra che l’indignazione morale sia relativa e che preferiscano stare in silenzio.
Sia dunque per ragioni di premeditazione politica o di ingenuità analitica, questi settori spoliticizzano il ruolo degli organismi sovranazionali ignorando le relazioni di potere geopolitiche che li costituiscono e che sono parte della loro propria natura. Da una parte si assiste a una lettura paranoica di tutte le operazioni promosse da questi organismi globali, dall’altra, molto diversa, c’è un’interpretazione meramente procedurale della loro azione, che ignora i meccanismi di dominazione internazionale, nonché il controllo dei mercati e delle risorse naturali regolate attraverso tali istituzioni di governance globale e regionale.
C’è ancora una cosa importante da aggiungere. Se parliamo di interventismo, non possiamo solo parlare degli Stati Uniti. In Venezuela sono presenti crescenti forme di interventismo cinese per quanto riguarda la politica e le misure economiche che si sono andate prendendo, ciò porta a una perdita di sovranità, a un incremento della dipendenza nei confronti della potenza asiatica e a processi di flessibilizzazione economica.
Una parte della sinistra ha preferito stare in silenzio di fronte a queste dinamiche, visto che sembra che l’unico intervento che valga la pena segnalare è quello statunitense. Entrambe le vie di ingerenza straniera però si stanno sviluppando per favorire l’accumulazione capitalista transnazionale e l’appropriazione di “risorse naturali”, e non hanno nulla a che vedere con le rivendicazioni popolari.

II. Il concetto di “dittatura” non spiega il caso venezuelano
Praticamente dall’inizio della Rivoluzione Bolivariana si è accusato il Venezuela di essere una “dittatura”. Questo concetto continua a essere oggetto di ampio dibattito nella teoria politica, in relazione al fatto che, soprattutto in quest’epoca globalizzata, è stato messo in discussione dalle trasformazioni e dalla complessità raggiunta dai regimi e dagli esercizi di potere contemporanei. Per questa ragione la sua definizione è ricca di omissioni e imprecisioni.
La dittatura normalmente è associata a regimi politici o forme di governo nei quali tutto il potere è concentrato, senza limitazioni, in una sola persona o in un suo gruppo di riferimento; c’è un assenza nella divisione dei poteri; un’assenza di libertà individuali, di libertà nei partiti, di libertà d’espressione; e inoltre in più occasioni il concetto è stato definito in maniera confusa come “il contrario della democrazia”.
Il termine “dittatura” in Venezuela è stato inoltre utilizzato e massificato nel gergo mediatico in maniera abbastanza superficiale, viscerale e in una forma moralizzate, definendolo praticamente come una sorta di specificità venezuelana, e distinguendo così gli altri paesi della regione, dove in teoria sarebbero presenti regimi “democratici”.
La questione è che in questo momento difficilmente possiamo affermare che in Venezuela tutto il potere sia concentrato senza limitazioni nelle mani di una sola persona o di un gruppo ad essa legata, e questo perché nel Paese agisce sì una mappa di attori, certo molto gerarchizzata, e anche frammentata e volatile – soprattutto dopo la morte del presidente Chávez –, ma continuano a esistere differenti blocchi di potere che possono allearsi o stare l’uno contro l’altro e che contribuiscono a far vacillare la dicotomia governo-opposizione.
Nonostante esista un governo con una componente militare importante, con crescenti espressioni di autoritarismo e con una considerevole capacità di centralizzazione, lo scenario risulta decisamente movimentato. Non c’è una dominazione totale dall’alto verso il basso e tra i gruppi di potere in disputa c’è un certo equilibrio. Detto ciò, il conflitto potrebbe andare fuori controllo, rendendo ancora più caotica la situazione.
Il fatto che l’opposizione venezuelana controlli la Assemblea Nazionale, guadagnata con forza attraverso la via elettorale, dimostra inoltre che prima di una mera assenza della divisione dei poteri, siamo di fronte a una disputa tra loro, che fino ad ora è stata favorevole alla combinazione Esecutivo-Giudiziario.
Prima poi di parlare di un regime politico omogeneo, bisogna considerare la presenza di una vasta rete di forze in conflitto. La metastasi della corruzione contribuisce a decentralizzare ancora di più l’esercizio del potere, o meglio, rende ancora più complicato da parte del potere costituito centralizzare il potere.
Ciò che invece ha a che vedere con l’antico concetto romano di dittatura è che in questo contesto il Governo nazionale sta governando per mezzo di decreti e misure speciali all’insegna di un dichiarato “stato di eccezione”, ufficializzato all’inizio del 2016. In nome della lotta contro la guerra economica, l’incremento della delinquenza, del paramilitarismo e l’avanzata sovversiva dell’opposizione, numerose mediazioni istituzionali e processi democratici sono stati messi da parte. Si distaccano per la loro gravità le politiche securitarie come la Operación de Liberación del Pueblo (OLP), ovvero interventi che prevedono l’impiego diretto dei corpi di sicurezza dello Stato in differenti territori del Paese (nelle zone rurali, urbane e nei quartieri periferici) per “combattere la malavita”, e che normalmente commettono un considerevole e irritante numero di omicidi; il blocco del referendum per la revoca presidenziale; la sospensione delle elezioni governative del 2016 senza tuttavia aver chiarito quando si realizzeranno in futuro; l’aumento della repressione e degli eccessi della polizia di fronte al malcontento sociale prodotto dalla situazione del Paese; e l’incremento dei processi di militarizzazione, in particolare nelle zone di frontiera e nelle aree dichiarate “risorse naturali strategiche”.
Questa è la mappa politica che, insieme alle diverse forme di intervento straniero, configura lo scenario della guerra a bassa intensità che attraversa praticamente ogni ambito della vita quotidiana dei venezuelani. Ed è questo il contesto nel quale le libertà individuali, l’opposizione e la pluralità dei partiti, la convocazione e la realizzazione di manifestazioni, e le espressioni di dissenso e critica attraverso i media, prendono forma in quella che chiamiamo democrazia in Venezuela.
Disculpe, solo tres paquete de papel por persona
III. In Venezuela il contratto sociale, le istituzioni e i principi dell’economia formale si stanno disfacendo
Se c’è qualcosa che potrebbe considerarsi una specificità del caso venezuelano è che il contesto socio-politico attuale è lacerato, profondamente corrotto e decisamente confuso. Abbiamo sostenuto che nel Paese siamo di fronte a una delle crisi istituzionali più dure di tutta l’America Latina [3], riferendoci così all’insieme delle istituzioni giuridiche, sociali, economiche e politiche che tra le altre contribuiscono a definire la Repubblica venezuelana.
La crisi storica del modello di accumulazione della rendita del petrolio, le metastasi della corruzione nel Paese, le aspre vulnerabilità del tessuto sociale a partire dal “periodo neoliberale” e in particolare dal 2013, e la intensità degli attacchi e degli scontri politici, hanno fatto cadere nel loro insieme le istanze delle istituzioni formali di tutti gli ambiti della società, canalizzando buona parte delle dinamiche sociali sulla via di meccanismi informali, sotterranei e illegali.
In ambito economico, la corruzione si è trasformata in un meccanismo trasversale, motore della distribuzione della rendita del petrolio, concentrando enormi somme di denaro e mettendole a disposizione della discrezionalità di pochi, e svuotando così le basi dell’economia formale della rendita. Questo è accaduto in maniera determinante con PDVSA[4], la principale industria del Paese, così come con fondi strategici come il Fondo Cinese-Venezuelano e con numerose imprese nazionalizzate.
Il collasso dell’economia formale ha fatto sì che in pratica l’informalità diventasse uno dei motori di tutta l’economia nazionale. Le fonti di opportunità sociale, sia in termini di ascensione sociale che di possibilità di maggiori introiti, si trovano spesso attraverso quello che viene chiamato il “bachaqueo” dei prodotti alimentari (il commercio illegale, ad altissimo prezzo, diretto al mercato nero) [5] o attraverso altre forme di commercio nei differenti mercati paralleli: di denaro, di medicine, di benzina, ecc.
In ambito politico-giuridico, lo stato di diritto non è riconosciuto e rispettato dai principali attori politici, che non solo si disconoscono mutuamente ma ricorrono ad azioni politiche estreme, disposti a tutto per vincere l’uno sull’altro. Il Governo nazionale affronta quella che considera le “forze nemiche” con misure d’eccezione e sensazionalismo, mentre i gruppi più reazionari dell’opposizione effettuano violente azioni di vandalismo, scontro e assalto ccontro le infrastrutture. In questo scenario lo stato di diritto è venuto meno in maniera considerevole, rendendo più vulnerabile la popolazione venezuelana.
Ogni giorno che passa regna una maggiore impunità, che si è diffusa a tutti i settori della popolazione. Ciò fa sì che la corruzione attecchisca ancor di più, sembrando inarrestabile, e che la popolazione come conseguenza non si aspetti più nulla dal sistema di giustizia e tenda sempre più a esercitare giustizia con le proprie mani.
Il collasso del contatto sociale fa crescere nella popolazione tendenze del tipo “si salvi chi può”. C’è poi da considerare che la frammentazione del potere ha contribuito al generarsi, al crescere e al potenziarsi di diversi poteri territoriali, come ad esempio i “sindicatos mineros”, che controllano con le armi le miniere d’oro dello Stato di Bolívar, o come le bande criminali che dominano intere aree di Caracas come El Cementerio o La Cota 905[6].
Il contesto descritto dimostra, niente più e niente meno, che il futuro e le definizioni politiche dell’attuale situazione del Paese stanno definendosi in grande misura attraverso la via della forza.
IV. La crisi di lungo periodo del capitalismo venezuelano della rendita (1983-2017)
Il drastico calo dei prezzi internazionali del greggio è stato determinante nello sviluppo della crisi venezuelana, ma non è l’unico fattore che spiega tale processo. Dagli anni ’80 ci sono stati crescenti sintomi di affaticamento del modello di accumulazione basato sull’estrattivismo petrolifero e sulla distribuzione della rendita che questo estrattivismo genera. La fase attuale di caos dell’economia nazionale (dal 2013 ad oggi) è anche il prodotto del contesto economico degli ultimi 30 anni nel Paese. Perché?
Varie ragioni lo spiegano. Circa il 60% del petrolio venezuelano è pesante o extra-pesante. Si tratta del tipo di greggio economicamente più costoso e che richiede il maggior uso di energia e l’utilizzo di lavorazioni addizionali per poter essere commercializzabile. La redditività del principale business del Paese dunque è in costante calo rispetto al passato, quando prevalevano tipi di petrolio più convenzionali. Tutto ciò avviene mentre allo stesso tempo il modello esige sempre più guadagni legati alla rendita e una quantità sempre maggiore di investimenti sociali, non solo per venire incontro alle esigenze crescenti di una popolazione che continua ad aumentare.
La iper-concentrazione della popolazione nelle città (più del 90%) favorisce l’uso della rendita orientato fondamentalmente al consumo (di beni importati) e molto poco alla produzione. Le epoche di prosperità promuovono il rafforzamento del settore estrattivo (primario) – si tratta degli effetti di quella che viene chiamata la “Malattia Olandese” – e ciò a sua volta rende ulteriormente vulnerabili i già deboli settori produttivi. Così che, quando l’epoca d’oro finisce (come avvenne a fine anni ’70 e recentemente dal 2014), l’economia si ritrova ancora più dipendente e più debole di fronte a una nuova crisi.
Anche la corruzione socio-politica del sistema rende possibili fughe e decentralizzazioni fraudolente della rendita, il che impedisce lo sviluppo di politiche coerenti di redistribuzione per attenuare la crisi.
Infine, anche la crescente volatilità dei prezzi internazionali del greggio, così come i cambiamenti negli equilibri di potere globali intorno al petrolio (come la progressiva perdita di influenza della OPEC), hanno importanti conseguenze sull’economia nazionale.
Mentre si susseguono tutte queste oscillazioni economiche nel Paese, le risorse ecologiche continuano a erodersi ed esaurirsi, il che minaccia i mezzi di sussistenza di milioni di venezuelani per il presente e per il futuro.
L’attuale soluzione che porta avanti il governo nazionale è stata incrementare notevolmente l’indebitamento esterno, distribuire la rendita in maniera più regressiva per la popolazione, espandere l’estrattivismo e favorire il capitale transnazionale.
Insomma, qualunque sia l’élite che governerà nei prossimi anni, dovrà affrontare, che lo voglia o no, i limiti storici a cui ha portato il vecchio modello di rendita petrolifera. Non basterà solo sperare in un colpo di fortuna affinché i prezzi del petrolio crescano. Stanno arrivando cambiamenti decisivi e si dovrà essere pronti ad affrontarli.
PDVSA es de todos…!
V. Socialismo? In Venezuela si sta portando avanti un processo di progressivo aggiustamento strutturale e flessibilizzazione economica
Nel Paese si sta sviluppando un processo di aggiustamento strutturale e settorializzato dell’economia, flessibilizzando le regolazioni e le restrizioni al capitale che erano state imposte in precedenza, e smantellando poco alla volta gli avanzamenti sociali raggiunti negli anni scorsi dalla Rivoluzione Bolivariana. Questi cambiamenti vengono nascosti dietro le parole Socialismo e Rivoluzione, sebbene rappresentino politiche ogni volta più osteggiate dalla popolazione.
In particolare parliamo di politiche come la creazione delle Zone Economiche Speciali, che rappresentano liberalizzazioni integrali di parte del territorio nazionale, uno strumento che consegna la sovranità ai capitali stranieri che in questo modo otterranno l’amministrazione praticamente senza limiti di queste regioni. Si tratta di una delle misure neoliberali già presenti nell’Agenda Venezuelana realizzata negli anni ’90 dal governo di Rafael Caldera e dettata dal Fondo Monetario Internazionale.
Allo stesso tempo, si portano avanti poco a poco politiche come la flessibilizzazione della Fascia Petrolifera dell’Orinoco, decisa con le corporazioni straniere; la liberalizzazione dei prezzi di alcuni prodotti di prima necessità; la crescente emissione di titoli di Stato; la svalutazione della moneta, che crea un tipo di cambio fluttuante (Simadi); l’accettazione che alcune transazioni commerciali si facciano direttamente in dollari, per esempio nel settore turistico; o il fedele pagamento del debito pubblico e dei relativi interessi, la qual cosa implica necessariamente un taglio alle importazioni con conseguenze problematiche in termini di scarsità di beni di prima necessità.
Allo stesso tempo vengono portate avanti un aumento e una flessibilizzazione dell’estrattivismo verso nuove frontiere, tra cui emerge per importanza la mega-opera dell’Arco Minerario dell’Orinoco, un progetto senza precedenti per grandezza che ha come obiettivo installare mega-miniere in un territorio di 111.800 km2 di estensione, minacciando fonti di vita indispensabili per i venezuelani, in particolare per i popoli indigeni. Questi progetti porteranno tra le altre cose a vincolare il Paese per moltissimo tempo ancora agli schemi di dipendenza che produce l’estrattivismo[7].
Tali riforme, va detto, si combinano con il mantenimento di alcune politiche di assistenza sociale, con i continui aumenti dei salari nominali, con alcune concessioni alle richieste delle organizzazioni popolari e con l’uso di una narrativa rivoluzionaria e antimperialista. Il che, ovviamente, ha come principale obiettivo il mantenimento del residuo appoggio elettorale.
Siamo in presenza di quello che definiamo “neoliberalismo mutante”, nella misura in cui si combinano con meccanismi di intervento statale e di assistenza sociale diverse forme di mercantilizzazione, finanziarizzazione e deregolamentazione.
Parte della sinistra si è particolarmente battuta per evitare l’arrivo al potere di governi conservatori e per sottrarsi in questo modo a un “ritorno al neoliberalismo”. Dimenticandosi però di menzionare il fatto che anche i governi progressisti hanno portato avanti misure selettive, variabili e ibride di tipo neoliberale, con gravi conseguenze per il popolo e per l’ambiente[8].
VI. L’alternativa? Il progetto dei partiti della “Mesa de la Unidad Democrática” (MUD) è neoliberista
La coalizione di destra MUD (Mesa de la Unidad Democrática) è il blocco predominante dell’opposizione partitica al governo nazionale, sebbene sia recentemente nata e cresciuta un’opposizione di sinistra, che probabilmente continuerà a crescere. Questa sinistra critica, o per lo meno la più coerente, non si identifica con la MUD e di conseguenza non agisce politicamente al suo fianco.
La MUD non è un blocco omogeneo, esistono settori che vanno da influenti gruppi radicali di estrema destra – che potremmo chiamare “uribisti” (in quanto vicini all’ex presidente colombiano Álvaro Uribe Vélez, ndt) – fino ad alcuni settori di conservatorismo moderato e di liberalismo elitista con tendenze redistributive. Questi gruppi hanno tra loro una relazione conflittuale che a volte sfocia in scontri e arroganze reciproche.
Nonostante le loro differenze, tuttavia, i diversi gruppi della MUD sono uniti da almeno tre fattori fondamentali: la matrice ideologica, le basi del programma economico e un’agenda reazionaria di fronte al governo nazionale e a qualunque possibilità di trasformazione in senso popolare ed emancipatore. Ci riferiamo ora alle prime due.
La loro matrice ideologica è profondamente determinata dalla teoria neoclassica e dal liberalismo conservatore, con elogi ossessivi alla proprietà privata e alle libertà individuali e d’impresa, e l’idea della fine dell’“ideologizzazione” statale.
Questi elementi ideologici sono più chiari nel programma della coalizione che nei suoi discorsi mediatici, dove la retorica è semplicista, superficiale e piena di slogan. La sintesi più articolata del loro modello economico si trova nei “Lineamenti per il Programma di Governo di Unità Nazionale (2013-2019)”[9]. Si tratta di una versione più ortodossamente neoliberista dell’estrattivismo petrolifero, rispetto a quella portata avanti dal governo venezuelano.
Risalta il fatto che, a dispetto delle loro retoriche sul “cambiamento” e sulla “Venezuela produttiva”, la loro proposta prevede di aumentare l’estrazione di petrolio in Venezuela fino a 6 milioni di barili al giorno, ponendo enfasi nell’aumento delle quote della Fascia Petrolifera dell’Orinoco. Sebbene si accusino a vicenda e si azzuffino, e a dispetto di quello che dichiarano pubblicamente, le proposte petrolifere di Henrique Capriles Radonski (“Petrolio per il tuo Progresso”)[10] e Leopoldo López (“Petrolio nel Venezuela Migliore”[11]) sono gemelle, e sono fondamentalmente in linea con il “Piano della Patria 2013-2019”, del governo nazionale. Il cambiamento annunciato non è niente più che un’ulteriore vincolo all’estrattivismo, un aumento della rendita e dello “sviluppismo”, con tutte le conseguenze economiche e di impatto socio-ambientale che tale modello porta con sé.

VII. La frammentazione del “popolo” e il progressivo sfaldamento del tessuto sociale
In tutti questi processi di guerra a bassa intensità e caos sistemico, il soggetto più colpito è il popolo lavoratore. La potente coesione socio-politica che si realizzò nei primi anni della Rivoluzione Bolivariana ha sofferto non solo un logoramento ma una vera e propria disarticolazione. E le conseguenze si sono spinte fino al midollo del tessuto comunitario del Paese: la precarietà nel soddisfare le necessità più immediate della vita quotidiana; gli incentivi al risolvere individualmente e in maniera competitiva i problemi socio-economici della popolazione; la metastasi della corruzione; la canalizzazione dei conflitti sociali per la via della forza; la perdita di referenti etico-politici e il logoramento della popolazione dovuto al discredito dei partiti; l’aggressione diretta alle esperienze comunitarie più forti e importanti e ai leader comunitari da parte dei vari attori politici e territoriali. Tutto ciò fa parte di questo processo di messa in crisi del tessuto sociale che punta a minare i veri pilastri di qualunque possibile cammino di trasformazione popolare-emancipatrice o le stesse capacità di resistenza della popolazione di fronte all’avanzamento delle forze regressive nel Paese.
Nel mentre, varie organizzazioni popolari di base e movimenti sociali in tutto il Paese insistono nel costruire un’alternativa che provenga dai territori. Il tempo dirà quale sarà la loro capacità di resistenza, di adattamento e soprattutto la loro capacità di organizzarsi collettivamente e unitariamente e di indirizzare con maggior forza il processo politico nazionale.
Se c’è una solidarietà irrinunciabile che dovrebbero mettere in campo le sinistre in America Latina e nel mondo, deve essere verso questo popolo in lotta, che storicamente ha portato sulle proprie spalle il peso maggiore dello sfruttamento e dei costi della crisi. Questo popolo che con frequenza si è ripreso le strade facendo in modo che le proprie richieste venissero ascoltate ed esaudite. Questo popolo che oggi si trova di fronte ai complicati dilemmi propri di questi tempi di riflusso e regressione. Questo dovrebbe essere il vero punto d’onore delle sinistre. Il costo di voltare le spalle a queste contro-egemonie popolari in nome di una strategia di conservazione del potere potrebbe essere molto alto.
Emiliano Terán Mantovani è un sociologo venezuelano, si occupa di ecologia politica ed è ricercatore in scienze sociale.
(Questo articolo tradotto in italiano esce in contemporanea su CarmillaOnLine, Zapruder e Lamericalatina. net)