“La Libertà di Stampa” è un saggio dello scrittore e giornalista inglese George Orwell (1903-1950), ed è un’analisi spietata sui meccanismi di censura e autocensura degli organi di informazione in un Paese ritenuto libero e democratico come l’Inghilterra della metà del ‘900. Il saggio è stato pubblicato per la prima volta nel 1972; in realtà doveva essere l’introduzione al romanzo “La Fattoria degli Animali”, scritto tra il 1943 e il 1944, ma pensato durante la guerra civile in Spagna (1936-1939), a cui l’autore prese parte tra le fila del Poum (Partito Operaio di Unificazione Marxista). In quegli anni Orwell fu testimone del sabotaggio del governo proletario ad opera del Partito Comunista spagnolo, supportato militarmente e finanziariamente dall’Urss di Stalin. Quell’esperienza, raccontata in “Omaggio alla Catalogna“, fu una rivelazione: lo scrittore andò oltre le barriere di “fascismo” e “comunismo”, e si concentrò sul concetto di totalitarismo. Non importa quale sia la base ideologica del sistema – religiosa, politica, sociale, economica: una élite al potere schiaccia la stragrande maggioranza; chi non si uniforma, viene perseguitato. La penna di Orwell riprodusse la perfetta macchina totalitaria nel romanzo di science-fiction 1984, applicabile a tutte le società dove si combattono guerre perpetue, i media sono controllati da pochi, e il passato viene modificato a piacimento.
La “Fattoria degli Animali”, invece, è un’allegoria della rivoluzione comunista, e di come la lotta di classe si è trasformata nel totalitarismo staliniano: da “tutti gli animali sono uguali”, si è passati al “tutti gli animali sono uguali, ma alcuni sono più uguali degli altri”.
Tuttavia, nell’Inghilterra del 1944 non si poteva parlar male di Stalin e della sua dittatura, perché era alleato nella lotta contro Hitler e i regimi nazi-fascisti. Come spiega Orwell nel suo prezioso saggio, i giornalisti si sono volontariamente censurati riguardo alla natura crudele dello stalinismo; l’opinione pubblica inglese era tenuta all’oscuro dell’Holodomor, il genocidio per fame degli Ucraini agli inizi degli anni ’30; e delle Grandi purghe, che tra il 1934 e il 1940 costarono la vita a oltre in milione di persone solo perché sospettate di non essere ciecamente fedeli al tiranno.
Nonostante Orwell fosse già un giornalista e scrittore affermato, il romanzo venne respinto da ben quattro editori, anche per il giudizio negativo del ministro dell’Informazione dell’epoca. Nella metà del 1945, quando la II Guerra Mondiale era ormai vinta e all’orizzonte già si prospettava la rivalità tra Occidente e Comunismo, Secker & Warburg superò ogni timore e decise di pubblicare “La Fattoria degli Animali”; tuttavia all’ultimo venne tolto il saggio introduttivo, tanto che le copie della prima stampa presentano alcune pagine numerate vuote.
Il manoscritto “La Libertà di Stampa” è stato ritrovato nel 1972, ma ci sono voluti molti anni ancora, prima che fosse finalmente inserito come prefazione alla “La Fattoria degli Animali”. E il contenuto di questo saggio è attuale più che mai, visto che alcuni argomenti di importanza vitale vengono sistematicamente ignorati o al massimo derisi dagli organi di informazione; ma in realtà sono, come direbbe Orwell, “impubblicabili perché sfidano l’ortodossia corrente”.
LA LIBERTA DI STAMPA di George Orwell
Prefazione al romanzo “La Fattoria degli Animali” – 1943-1944
Questo libro fu pensato la prima volta, man mano che l’idea centrale prendeva corpo, nel 1937, ma non fu scritto che intorno alla fine del 1943.
Era ovvio, all’epoca in cui finì per essere scritto, che ci sarebbero state grandi difficoltà a farlo pubblicare (nonostante l’attuale mancanza di libri, che assicura che qualunque cosa si possa definire “un libro” si “vende”), e infatti venne respinto da quattro editori. Solo uno aveva dei motivi ideologici. Due pubblicavano da anni libri antisovietici, e l’altro non aveva nessun particolare colore politico. A dire il vero un editore lo accettò in un primo momento, ma dopo gli accordi preliminari, decise di consultare il Ministero dell’informazione, che – pare – l’abbia messo in guardia, o, in ogni caso, vivamente sconsigliato dal pubblicarlo. Ecco uno stralcio della sua lettera:
“Ho accennato alla reazione di un importante funzionario del Ministero dell’informazione riguardo La fattoria degli animali. Devo confessare che questa opinione mi ha dato seriamente da pensare… Capisco ora che la pubblicazione di un libro simile in un momento come questo potrebbe essere considerata altamente inopportuna. Se la favola si rivolgesse a dittatori e dittature in genere, allora pubblicarla sarebbe una ottima cosa, ma essa – come adesso posso vedere – segue così fedelmente il progresso dei sovietici e dei loro due dittatori, che la si può applicare soltanto alla Russia, escludendo ogni altra dittatura. Un’altra cosa: la favola sarebbe meno offensiva se la casta protagonista non fosse quella dei maiali (1). Ritengo che la scelta dei maiali come casta dominante offenda senza dubbio molta gente, e in particolare chi è un po’ suscettibile, come indubbiamente lo sono i russi”.
Questo genere di cose non è un buon sintomo. Ovviamente non è auspicabile che un dipartimento governativo abbia qualche potere di censura (fatta eccezione per la censura dettata da motivi di sicurezza, contro la quale nessuno ha da obiettare in tempo di guerra) su libri la cui pubblicazione non sia promossa da organi ufficiali. Ma in questo momento il pericolo principale per la libertà di pensiero e di parola non è l’interferenza diretta del Ministero dell’informazione o di un corpo ufficiale qualsiasi. Se gli editori e i direttori dei giornali fanno di tutto per sottrarre alla stampa alcuni argomenti, non è per paura di essere perseguiti, ma per timore dell’opinione pubblica. In questo paese la viltà intellettuale è il peggior nemico che uno scrittore o un giornalista debba affrontare. E ciò non mi sembra aver avuto il rilievo che merita.
Chiunque abbia una certa esperienza giornalistica ammetterà obiettivamente che durante questa guerra la censura ufficiale non è stata particolarmente fastidiosa. Non abbiamo dovuto subire quella “coordinazione” di tipo totalitario che ci saremmo ragionevolmente dovuti aspettare. La stampa ha da fare qualche giustificata lamentela, ma nel complesso il governo si è comportato bene ed è stato tollerante verso le opinioni della minoranza in un modo addirittura sorprendente.
Il fatto sinistro per quanto riguarda la censura letteraria in Inghilterra è che essa è in larga misura volontaria. Le idee impopolari si possono mettere a tacere, e i fatti inopportuni si possono tenere all’oscuro, senza bisogno di nessun bando ufficiale. Chiunque sia vissuto a lungo in un paese straniero, saprà di notizie sensazionali – che avrebbero meritato per il loro valore un articolo di prima pagina – non apparse sulla stampa britannica, non per intervento del governo, ma per un tacito accordo generale secondo il quale quel tale fatto “non sarebbe” da accennare. Finché si tratta dei quotidiani, è facile capirlo. La stampa britannica è estremamente centralizzata, ed è, per la maggior parte, in mano a uomini potenti che hanno tutti i motivi per essere disonesti, quando si tratta di questioni importanti. Ma lo stesso tipo di velata censura opera anche su libri e periodici, come sul teatro, il cinema, la radio. Per ogni dato momento c’è un’ortodossia, un corpo di idee che, presumibilmente, tutti i benpensanti accetteranno senza batter ciglio. Non è espressamente proibito dire questo o quest’altro, ma non “va fatto”, proprio come in epoca vittoriana non “andava fatto” di nominare i pantaloni davanti alla signora. Chiunque sfidi il conformismo corrente, si troverà zittito da un’efficacia sbalorditiva. Una opinione che vada veramente controcorrente, non ottiene quasi mai la giusta considerazione, né sulla stampa popolare né su quella intellettuale.
Quanto viene ora richiesto dalla ortodossia prevalente è un’ammirazione incondizionata per la Russia sovietica. Lo sappiamo tutti, quasi tutti ci adeguiamo. Una seria critica al regime sovietico, la rivelazione di fatti che il governo sovietico preferirebbe tenere nascosti, sono pressoché impubblicabili. E questa grande congiura a livello nazionale per tenere buona la nostra alleata ha luogo, in modo abbastanza curioso, nonostante un background di autentica tolleranza intellettuale. Perché se non vi è permesso di criticare il governo sovietico, avete almeno una certa libertà di criticare il vostro. Difficilmente qualcuno potrà pubblicare un attacco a Stalin, ma va sul sicuro se attacca Churchill, in un libro o, indifferentemente, su una rivista. E in cinque anni di guerra, durante due o tre dei quali abbiamo lottato per la sopravvivenza del Paese, sono stati pubblicati senza interferenza alcuna numerosissimi libri, pamphlet e articoli che sostenevano una pace di compromesso. Di più, sono apparsi senza suscitare troppa disapprovazione. Finché non ci andava di mezzo il prestigio dell’URSS, il principio della libertà di parola è stato attuato con intelligenza. Vi sono altri argomenti proibiti, e ne citerò tra poco alcuni, ma il sintomo molto più serio è l’atteggiamento prevalente nei confronti dell’URSS. E’, per così dire, spontaneo, e non è dovuto alla pressione di nessun gruppo.
Il servilismo con cui la maggior parte dell’intellighenzia inglese ha sopportato e ripetuto la propaganda russa dal 1941 in poi sarebbe addirittura sbalorditivo, se essa non si fosse già comportata allo stesso modo in parecchie occasioni precedenti. Il punto di vista russo su una questione dopo l’altra è stato accettato senza alcuna verifica, e quindi pubblicizzato senza il benché minimo riguardo alla verità storica o alla dignità intellettuale. Per citare solo un esempio: la BBS ha celebrato il venticinquesimo anniversario dell’armata Rossa senza parlare di Trotzkij. E’ come se alla commemorazione della battaglia di Trafalgar non si nominasse Nelson; tuttavia il fatto non ha suscitato nessuna protesta da parte dell’intellighenzia inglese. Nelle lotte intestine dei vari paesi occupati, la stampa britannica ha parteggiato, nella quasi maggioranza dei casi, per la fazione sostenuta dai russi, e ha calunniato la fazione opposta, nascondendo talvolta a tale scopo l’evidenza dei fatti. Un caso particolarmente clamoroso fu quello del colonnello Mihajlovic, il leader iugoslavo dei cetnici. I russi, che avevano il loro protegé iugoslavo nel maresciallo Tito, accusarono Mihajlovic di collaborazionismo con i tedeschi. L’accusa venne colta prontamente dalla stampa britannica: ai fautori di Mihajlovic non fu data nessuna possibilità di ribattere, e i fatti contraddittori furono semplicemente omessi dalla stampa.
Nel Luglio del 43 i tedeschi offrirono una taglia di 100.000 corone d’oro per la cattura di Tito, e una taglia analoga per la cattura di Mihajlovic. La stampa britannica sbatté la taglia su Tito in prima pagina, ma un solo giornale parlò (a piccoli caratteri) di quella su Mihajlovic; e le accuse di collaborazionismo con la Germania continuarono. Fatti molto simili accaddero durante la guerra civile spagnola. Anche allora le fazioni di parte repubblicana che i russi avevano deciso di sconfiggere furono attaccate senza misura dalla stampa dalla stampa inglese di sinistra, e ogni dichiarazione in loro difesa, anche sotto forma di lettera, venne respinta. Al momento attuale, non solo è riprovevole una critica seria all’URSS, ma il fatto stesso che esista un simile genere di critica è in molti casi tenuto segreto. Per esempio, poco prima della sua morte Trotzkij aveva scritto una biografia di Stalin. Presumibilmente non doveva trattarsi di un libro del tutto imparziale, ma certo era vendibile. Un editore americano aveva preso accordi per la pubblicazione e il libro era in macchina – credo che fossero uscite già le bozze per la stampa – quando l’URSS entrò in guerra. L’edizione fu immediatamente ritirata. Non una parola su ciò è mai apparsa sulla stampa britannica, sebbene l’esistenza di un tale libro e il suo ritiro fossero notizie meritevoli di alcuni paragrafi.
E’ importante fare una distinzione fra il genere di censura che l’intellighenzia letteraria inglese si impone volontariamente e la censura che può venire imposta talvolta dalla pressione di gruppi. E’ noto che alcuni argomenti non possono essere discussi per via di “interessi acquisiti”: Il caso più conosciuto è il racket delle specialità farmaceutiche. Ancora: la chiesa cattolica ha una considerevole influenza sulla stampa e può, in una certa misura, mettere a tacere la critica. Se uno scandalo riguarda un prete cattolico, non gli viene quasi mai data pubblicità: mentre il caso di un ministro anglicano nei guai (per esempio il Rettore di Stiffkey) fa notizia di prima pagina. Capita molto raramente che un soggetto di tendenza anticattolica venga portato alla ribalta o compaia in un film. Una commedia o un film – qualunque attore lo può dire – che attacchino o si prendano gioco della chiesa cattolica vengono boicottati dalla stampa, e quasi certamente sono destinati al fallimento. Questo genere di cose, però, è innocuo, o almeno comprensibile. Tutte le grandi organizzazioni badano ai loro interessi come meglio possono e una propaganda chiara non è un fatto cui si possa obiettare. Aspettarsi che il “Daily Worker” (2) renda di pubblico dominio fatti sfavorevoli all’URSS, sarebbe come aspettarsi una denuncia contro il Papa da parte del “Catholic Herald”. Ma in questo caso ogni persona ragionevole conosce il “Daily Worker” e il “Catholic Herald” per quello che sono.
Ciò che preoccupa è il fatto che dove c’entra l’URSS e la sua politica non ci si può aspettare una critica intelligente, e neppure, in molti casi, una schietta onestà da parte di scrittori liberali e di giornalisti non costretti da nessuna pressione diretta a falsare le loro opinioni. Stalin è sacrosanto e certi aspetti della sua politica non devono essere messi seriamente in discussione. Questa norma viene quasi universalmente osservata dal 1941, ma essa vigeva già, in misura più grande di quanto talvolta si sia compreso, da dieci anni. Per tutto quel tempo una critica da sinistra al regime sovietico difficilmente poteva ottenere ascolto. Vi fu un’enorme produzione di letteratura antirussa, ma quasi esclusivamente da parte conservatrice: era palesemente disonesta, data e attuata per motivi ignobili. D’altra parte vi fu un flusso egualmente enorme e quasi allo stesso modo disonesto di propaganda filorussa: ciò contribuì a boicottare chiunque tentasse di discutere tutti i problemi di una certa importanza in maniera adulta.
Si potevano pubblicare, a dire il vero, libri antirussi, ma farlo significava essere sicuramente ignorati o travisati da quasi tutta la stampa intellettuale. Sia in pubblico che in privato si veniva ammoniti che era “da non farsi”. Quanto si diceva poteva essere anche vero, ma era “inopportuno”, e “manovrato” da questo o quell’altro interesse reazionario. Un simile atteggiamento veniva solitamente difeso in base le necessità della situazione internazionale e all’urgente bisogno di un’alleanza anglo-russa: ma era chiaro che si trattava di una schematizzazione. L’intellighenzia inglese, o gran parte di essa, aveva coltivato una specie di lealtà nazionalistica verso l’URSS, e nel proprio cuore sentiva che gettare un qualsiasi dubbio sulla saggezza di Stalin era come bestemmiare. A seconda che accadesse in Russia o in qualunque altro luogo, un avvenimento doveva essere giudicato con un metro di misura diverso. Le interminabili esecuzioni durante le purghe del 1936-38 furono approvate dai secolari oppositori della pena capitale; e allo stesso modo si ritenne giusto dare pubblicità alle carestie dell’India e tenere nascoste quelle dell’Ucraina. E se ciò era vero prima della guerra, l’atmosfera intellettuale non è certo migliore adesso.
Ma torniamo ora al mio libro. La reazione della maggior parte degli intellettuali inglesi di fronte ad esso sarà semplicissima: “Non doveva essere pubblicato”. Naturalmente, quei recensori che capiscono l’arte di denigrare non lo attaccheranno dal punto di vista politico, ma da quello letterario. Diranno che si tratta di un libro noioso, stupido e di uno scandaloso spreco di carta (3). Può darsi che sia vero, ma ciò non vale ovviamente per l’intero racconto. Non si dice che un libro “non doveva essere pubblicato” solo perché è un cattivo libro. Dopo tutto, si stampano ogni giorno quintali di robaccia e nessuno se ne preoccupa. Gli intellettuali inglesi, o la maggior parte di essi, solleveranno delle obiezioni a questo libro perché diffama il loro Leader e (per la visione che hanno di lui) nuoce alla causa del progresso. Se affermasse l’opposto, essi non avrebbero nulla da ridire, anche se le pecche letterarie fossero dieci volte più clamorose di quanto non sono ora. De resto, il successo di Left Book Club (Club del libro di sinistra) nell’arco di quattro o cinque anni, sta a dimostrare come essi siano disposti a tollerare sia le scurrilità che i discorsi incoerenti, purché si dica loro quello che vogliono sentire.
Il problema implicito è semplicissimo: ogni opinione, per quanto impopolare – per quanto anche stupida – ha diritto di essere sentita? Mettila in questa forma e quasi tutti gli intellettuali inglesi capiranno di dover dire “sì”. Ma dàlle una forma concreta, e prova a chiedere: “E un attacco a Stalin? Ha diritto di essere sentito?”, e la risposta sarà il più delle volte “no”. In questo caso è l’ortodossia corrente ad essere sfidata, e perciò viene meno il principio della libertà di parola. Ora, quando si chiede la libertà di parola e di stampa, non si chiede libertà assoluta. Finché ci saranno società organizzate, vi deve sempre essere, e in ogni caso vi sarà sempre, un certo grado di censura. Ma la libertà, come disse Rosa Luxemburg, è “libertà per l’altro”. Lo stesso principio è contenuto nelle famose parole di Voltaire: “Detesto ciò che dici; ma difenderò fino alla morte il tuo diritto a dirlo”. Se la libertà intellettuale, che senza dubbio è stata una delle caratteristiche della civiltà occidentale, significa davvero qualcosa, vuol dire allora che ognuno avrà diritto a esprimere e a pubblicare ciò che secondo lui è la verità, a un’unica condizione: che essa non faccia torto, in maniera del tutto inequivocabile, al resto della comunità. Sia la democrazia di tipo capitalista che le versioni occidentali del socialismo hanno dato questo principio per scontato, fino a tempi recenti. Il nostro governo, come ho già fatto rilevare, finge ancora di rispettarlo. L’uomo della strada – in parte forse perché non tiene sufficientemente alle proprie idee al punto di diventare intollerante – dice ancora vagamente “suppongo che ognuno abbia diritto alla propria opinione”. E’ proprio chi dovrebbe soprattutto salvaguardare la libertà, cioè l’intellighenzia letteraria e scientifica, che sta cominciando a disprezzarla in teoria come in pratica.
Uno dei fenomeni particolari del nostro tempo è il tradimento dei liberali. Molto prima della familiare asserzione marxista che la “libertà borghese” è un’illusione viene ora la tendenza largamente diffusa ad asserire che l’unica cosa da fare è la difesa della democrazia dai sistemi totalitari. Se si ama la democrazia – prosegue l’argomentazione – si devono combattere i suoi nemici con non importa quali mezzi. E quali sono i suoi nemici? Risulta sempre che non sono soltanto quelli che la attaccano apertamente e consapevolmente, ma coloro che “obiettivamente” la mettono in pericolo con la diffusione di dottrine sbagliate. In altre parole, difendere la democrazia porta come conseguenza di distruggere ogni autonomia di pensiero. Un’argomentazione simile veniva usata, per esempio, per giustificare le purghe russe. Anche i più accaniti russofili difficilmente potevano credere che tutte le vittime fossero colpevoli di tutti i reati loro imputati: ma si dava il caso che con le loro opinioni eretiche essi nuocessero “obiettivamente” al regime, e quindi era assolutamente giusto non solo trucidarli, ma anche screditarli con false accuse. Lo stesso discorso venne usato per giustificare le falsità del tutto volute che continuarono ad apparire sulla stampa di sinistra a proposito dei trotzkisti e delle altre minoranze repubblicane della guerra civile spagnola. E venne usato ancora per motivare la protesta contro l’habeas corpus, quando, nel 1943, venne rilasciato Mosley (4).
Questa gente non capisce che se si incoraggiano i metodi totalitari, può venire il giorno in cui essi saranno usati contro chi li incoraggia, e non più a favore. Fai l’abitudine a mettere in prigione i fascisti senza processo, e forse il sistema non si fermerà ai fascisti. Poco dopo che il già soppresso Daily Worker” venne ripristinato, tenni una conferenza alla scuola per lavoratori nel sud di Londra. L’uditorio era composto da lavoratori e da intellettuali piccolo-borghesi, la stessa sorta di gente che si incontra di solito nelle sedi del Left Book Club. La conferenza aveva toccato la libertà di stampa, e alla fine, con mio stupore, parecchi intervennero per farmi delle domande: Non pensavo io che la revoca della sospensione relativa al “Daily Worker” fosse un grosso errore? Quando chiesi perché, dissero che era un giornale di dubbia lealtà e da non tollerarsi in tempo di guerra. Mi trovai a difendere il “Daily Worker”, che più di una volta mi aveva attaccato. Ma dove aveva imparato questa gente un simile modo di vedere così totalitario? Quasi sicuramente dagli stessi comunisti!
Tolleranza e dignità sono profondamente radicate in Inghilterra, ma non sono indistruttibili, e devono essere tenute vive, in parte, con uno sforzo consapevole. Il risultato di predicare dottrine totalitarie è quello di risvegliare l’istinto con mezzi dei quali i popoli liberi sanno cosa sia o non sia pericoloso. Il caso Mosley lo attesta. Nel 1940 fu perfettamente giusto internare Mosley sia che fosse colpevole o meno di un reato specifico. Lottavamo per la nostra vita e non potevamo permettere a un possibile traditore di circolare liberamente. L’averlo tenuto in prigione senza processo era, nel 1943, un oltraggio. La generale incapacità di accorgersi di questo fatto fu un cattivo sintomo anche se è vero che l’agitazione contro il rilascio di Mosley è stata in parte faziosa e in parte l’espressione di altri scontenti. Ma quanto dell’attuale slittamento verso il modo di pensare fascista è da far risalire all‘“antifascismo” dei passati dieci anni e alla relativa mancanza di scrupoli?
E’ importante rendersi conto che l’attuale russomania è solo un sintomo del risveglio generale della tradizione liberale dell’Occidente. Se il Ministero dell’informazione fosse intervenuto e avesse definitivamente vietato la pubblicazione di questo libro, la maggior parte dell’intellighenzia inglese non vi avrebbe visto nulla di preoccupante. Una cieca lealtà all’URSS: questa è l’ortodossia corrente, e là dove sono in gioco presenti interessi dell’URSS c’è la volontà non solo di tollerare la censura ma anche una deliberata falsificazione della storia. A titolo d’esempio: alla morte di John Reed, l’autore di “I dieci giorni che sconvolsero il mondo”, un rapporto di prima mano sui primi giorni della Rivoluzione d’Ottobre, il copyright del libro passò in mano al Partito comunista inglese, al quale credo che Reed l’avesse lasciato in testamento. Qualche anno dopo i comunisti inglesi, distrutto il maggior numero possibile di copie dell’edizione originale dell’opera, ne pubblicarono una versione contraffatta, dalla quale avevano eliminato i riferimenti a Trotzkij e omesso l’introduzione di Lenin. Se in Gran Bretagna fosse esistita ancora una intellighenzia di tipo radicale, questa azione di falso sarebbe stata smascherata e denunciata su tutti i giornali letterari del paese. Invece ci fu una piccola – se non addirittura nessuna – protesta. A molti intellettuali inglesi parve cosa naturalissima. E questa tolleranza e lampante disonestà sta a significare molto più che una momentanea ammirazione per la Russia legata a un fatto di moda. Con tutta probabilità questa particolare moda non durerà. Per quanto ne so, all’epoca della pubblicazione di questo libro, il mio punto di vista sul regime sovietico potrà anche essere quello generalmente accettato. Ma a che servirebbe? Cambiare un’ortodossia per un’altra non è necessariamente un progresso. Il nemico è la mente del grammofono, si sia d’accordo o meno con il disco che suona in quel momento.
Conosco bene tutti gli argomenti contro la libertà di pensiero e di parola, gli argomenti che affermano che non può esistere e quelli che dicono che non dovrebbe esistere. Rispondo semplicemente che non mi convincono e che la nostra civiltà nell’arco di quattrocento anni si è basata sull’avviso opposto. Da una decina d’anni credo che l’attuale regime russo è essenzialmente un male, e vado affermando il diritto di dirlo, nonostante la nostra alleanza con l’URSS in una guerra che voglio vedere vinta. Se dovessi scegliere un testo per giustificare me stesso, sceglierei quel passo di Milton: “secondo le note regole di antica libertà”.
La parola antica evidenzia il fatto che la libertà intellettuale è una tradizione profondamente radicata, senza la quale è assai dubbio che la nostra tipica cultura occidentale possa esistere. Molti tra i nostri intellettuali si sono visibilmente allontanati da questa tradizione. Essi hanno accettato il principio che un libro dovrebbe essere pubblicato o vietato, elogiato o attaccato non in base ai suoi meriti ma a seconda del momento politico. Altri invece, pur non condividendo un tale punto di vista, vi si adeguano per pura viltà. Un esempio di quanto dico è l’incapacità di molti e chiassosi pacifisti inglesi di far sentire la loro voce contro la crescente ammirazione per il militarismo russo. Secondo questi pacifisti, ogni forma di violenza è male, e in ogni fase della guerra ci hanno esortato ad arrenderci o a fare almeno una pace di compromesso. Ma quanti di loro hanno mai suggerito che la guerra è un male anche quando è fatta dall’Armata Rossa? Evidentemente i russi ha il diritto di difendersi, mentre noi commettiamo un peccato mortale. Questa contraddizione può essere spiegata in un solo modo: e cioè, con il vile desiderio di stare al passo con la maggior parte dell’intellighenzia il cui patriottismo è diretto all’URSS e non alla Gran Bretagna.
So che l’intellighenzia inglese ha una quantità di motivi per essere pavida e disonesta, conosco anche a memoria gli argomenti con cui si giustifica. Ma almeno cerchiamo di non incorrere più nell’assurdità di difendere la libertà contro il fascismo. Se libertà vuol dire veramente qualcosa, significa il diritto di dire alla gente quello che la gente non vuol sentire. La gente comune approva ancora vagamente questa idea e in base ad essa agisce. Nel nostro paese – non è lo stesso in tutti i paesi: non fu così nella Francia repubblicana e non è così negli Stati Uniti oggi – sono i liberali che temono la libertà e gli intellettuali che vogliono infamare il pensiero. Ho scritto la presente prefazione per richiamare l’attenzione su questo fatto.
Traduzione di Elena Albertini pubblicata su radioradicale.it
(1) Non è del tutto chiaro se il suggerimento di questa modifica è un’idea di Mr…, o del Ministero dell’informazione. Ma sembra avere la veste dell’ufficialità. (Nota di Orwell).
(2) Quotidiano del Partito comunista inglese. (N.d.R.)
(3) Nell’economia inglese di guerra e dell’immediato dopoguerra anche il consumo della carta era controllato e limitato. (N.d.R.)
(4) Sir Oswald Mosley, capo del movimento filofascista inglese delle Black Shirts. (N.d.R.)