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martedì 3 marzo 2020

LA SVEZIA SI SCOPRE TRANS,TRA LE GIOVANI DISFORIA DI GENERE IN CRESCITA 1500%

europa.today.it – Redazione Bruxelles
Sono sempre di più le giovani svedesi che si sentono intrappolati in un corpo che non li rappresenta, e questo sta facendo aprire un forte dibattito nel Paese sull’opportunità o meno di sostenere anche a livello pubblico cure ormonali e operazioni per cambiare il proprio sesso.
Disforia in crescita
Un rapporto del Board of Health and Welfare del Paese ha ha mostrato che c’è stato un aumento di ben il 1.500% tra il 2008 e il 2018 nelle diagnosi di disforia di genere tra le ragazze tra i 13 e i 17 anni. Lo studio ha anche sottolineato che il 32,4% di loro soffriva anche di ansia, il 28,9% depressione e 15,2% di autismo. Tra le persone trans i livelli più alti di depressione e ansia indicando spesso la difficile esperienza che vivono in un corpo che si scontra con la loro identità di genere, in particolare quando non si sentono accettati nella società. Le leggi nazionali sul matrimonio omosessuale hanno contribuito far diminuire il numero di suicidi e il governo tempo fa stava anche per andare oltre.
Il cambio di sesso per i giovani
Come racconta il Guardian nell’autunno del 2018, i socialdemocratici aveva proposto una nuova legge che puntava a ridurre l’età minima per le cure mediche di riassegnazione del sesso da 18 a 15 anni, eliminando ogni necessità per i genitori di acconsentire e che consentiva anche ai minori di 12 anni di cambiare il proprio genere legale. Ma il dibattito sul tema, che è infuriato su diversi i media, ha fatto rallentare le cose e sorgere non pochi dubbi sull’opportunità di un intervento del genere.
Il dibattito
A marzo dell’anno scorso Christopher Gillberg, psichiatra dell’Accademia Sahlgrenska di Göteborg, ha scritto un articolo sul giornale Svenska Dagbladet avvertendo che il trattamento ormonale e la chirurgia sui giovani erano un grande azzardo che rischiava di diventare uno dei peggiori scandali medici del paese. Diversi programmi televisivi hanno portato alla luce casi di persone che hanno cambiato sesso e poi si sono pentiti di questa operazione irreversibile, facendo sorgere molti interrogativi sull’opportunità di consentirla anche a minorenni. A finire nel mirino di un programma di giornalismo investigativo, chiamato Uppdrag Granskning, è stato il team dell’ospedale universitario Karolinska di Stoccolma, specializzato nel trattamento di minori con disforia di genere. L’istituto è stato criticato per aver effettuato una doppia mastectomia su ragazzi di 14 anni e accusato di non aver valutato adeguatamente se altre questioni psichiatriche o di sviluppo dei pazienti avrebbero potuto spiegare meglio la loro infelicità rispetto al proprio corpo.
Disegno di legge in standby
Mentre infuriava il dibattito il disegno di legge che avrebbe abbassato l’età minima per la riassegnazione del sesso è stato accantonato e al Board of Health and Welfare è chiesto un nuovo studio sugli impatti di un eventuale intervento che è ora atteso per il prossimo 31 marzo.

domenica 28 maggio 2017

STUDIO SMONTA IN UN SOL COLPO GENDER E EVOLUZIONISMO

Due ricercatori del Weizmann Institute of Science di Rehovot, in Israele, Shmuel Pietrokovski e Moran Gershoni, hanno reso pubblici i risultati di un importante studio genetico nato come indagine sulle cause della sterilità umana. Ne emerge che ben 6500 geni si attivano in modo diverso nei maschi e nelle femmine, anche in reazione ai farmaci, poiché, a seconda che appunto appartengano a un maschio o a una femmina, quei geni sintetizzano diversamente le proteine. Per la scienza si tratta di un’acquisizione tanto sorprendente quanto importante.
Ovvio, infatti, che il dimorfismo sessuale tra maschio e femmina umani, o certe caratteristiche tipiche dell’uno e dell’altra, siano dovute a un modo diverso di esprimersi di geni uguali, ma i risultati ottenuti dalla ricerca del Weizmann Institute si spingono più in là. Si parla infatti di differenze importanti, talora decisive, nel determinare il modo di essere fisico, e appunto persino l’insorgere di talune patologie con la conseguente responsività relativa ai farmaci atti a curarle, del maschio e della femmina, identici nel loro essere umani diversi l’uno dall’altra.
Tracciando dunque una mappa dettagliata di questi geni i due ricercatori israeliani hanno dovuto arrendersi ad alcune evidenze che non obbediscono affatto a certe presunzioni correnti. Per esempio quelle legate all’ipotesi evoluzionista, oggi data per scontata ma che evidentemente ? così si è scoperto al Weizmann Institute ? così scontata non è. Constata infatti Gershoni che «più un gene è specifico a un sesso e meno su quel gene è visibile la selezione». Tradotto, significa che l’azione della selezione naturale debitamente “spiegata” negli schemi intellettuali evoluzionistici come motore della speciazione per mutazione genetica non viene invece riscontrata dall’osservazione scientifica degli esseri viventi.
Di più: più si ha a che fare con individui concreti, tanto unici quanto irripetibili proprio nella loro individualità (ben denotata, per esempio, dalla sessualità: un maschio è sempre un maschio, e non è interscambiabile ad libitum con una femmina, e viceversa, con buona pace dell’ideologia di gender), più l’effetto della selezione naturale come motore di speciazione per mutazione genetica non è attestato.
Un interessante servizio su questa scoperta trasmesso lunedì 8 maggio da TGR Leonardo evidenzia bene l’impasse. La diversa reattività mostrata dai geni a seconda del sesso, dice la giornalista Cinzia di Cianni, «[…] dimostra che le differenze tra i sessi vanno ben oltre quelle più appariscenti, fino a delineare una storia evolutiva interconnessa ma distinta». Due punti: primo, le differenze tra maschio e femmina sono intrinseche alla loro natura specifica di maschio e di femmina, tanto che persino la loro natura biologica ugualmente umana è (parzialmente) diversa a seconda del sesso.
Secondo, l’“evoluzione” dell’essere umano è un enigma enorme, tanto che bisogna postularne non una bensì due, una per i maschi e l’altra per le femmine, evoluzioni in qualche modo “parallele” eppure distinte. Conclusione: l’evoluzione è un’astrazione cui la realtà si ribella e che va dunque continuamente rimodulata, ma ogni rimodulazione equivale a una smentita. Tant’è che alla fine è costretta ad affermarlo la giornalista stessa, la quale, sintetizzando la ricerca del Weizmann Institute, dice: «Dal punto di vista evolutivo, la cosa non ha senso. Ogni mutazione che provoca la riduzione della prole minacciando la sopravvivenza della specie dovrebbe essere eliminata dalla selezione naturale, ma lo studio mostra invece che più grandi sono le differenze di espressione di un gene tra uomini e donne, minore è la selezione sul quel gene, e questo vale soprattutto per gli uomini. Ecco perché, ad esempio, le mutazioni che ostacolano la formazione dello sperma» ? la ricerca è stata avviata appunto per indagare le cause della sterilità umana ? «non scompaiono come ci si aspetterebbe».

Insomma, il postulato secondo cui l’evoluzione avanzerebbe per effetto di una selezione naturale che a livello genetico premierebbe le caratteristiche più adatte alla sopravvivenza costringendo quelle meno adatte all’estinzione si comporta invece in modo contrario. Colpo al cuore del dogma evoluzionista centrale. In natura l’evoluzione non si comporta affatto come sta scritto nei libri degli evoluzionisti. Lo afferma la scienza “evoluzionista”. Dal punto di vista evolutivo, la cosa non ha senso: lo afferma la RAI.

Marco Respinti: Giornalista professionista, traduttore e saggista ,studioso del pensiero conservatore  anglo-americano

domenica 21 maggio 2017

SE E' IL DESIDERIO A STABILIRE IL GENERE



Il nichilismo etico, il soggettivismo imperante, l'allontanamento dal naturale rapporto sessualità-filiazione. Come in nome dei diritti civili si corre il rischio di destrutturare la società

Dobbiamo a La società del rischio di Ulrich Beck l’analisi forse più attendibile delle antinomie della radicalizzazione del principio moderno dell’individualità nella società post- industriale. Che è andata ben oltre la richiesta di un’unità di forza lavoro socialmente ed esistenzialmente mobile, necessitata a sganciarsi, per realizzare 'la propria vita', da ogni strutturale legame/condizionamento sociale. […] Un processo dove «è la singola persona che diventa l’unità di riproduzione del sociale nel mondo della vita». Attraverso le prescrizioni istituzionali e biografiche di questa individualizzazione - fondamentalmente mercatoria, nelle mani cioè del mercato - della società del rischio, «nascono gli strumenti delle possibilità di combinazione biografica [e] nella transizione dalla 'biografia standard alla biografia elettiva', si forma il tipo conflittuale e senza precedenti storici della biografia fai-da-te». Per limitarci al nesso sessualità-filiazione e alle connesse identità di genere, in questo processo, si è passati senza soluzioni di continuità da sex without babies a babies without sex, e infine a sex on demand, con cui si chiude il circolo della dissociazione nell’epoca della modernità riflessiva, tra ruoli sessuali e filiazione, a cui la tradizione, la cultura umana ha da sempre agganciato l’istituto della famiglia come pattern fondativo della società.
C’è in gioco qualcosa che a capire non basta «una revisione dell’immagine della società industriale», perché non investe una sociogenesi aggiornata del moderno, una determinatezza storica tra tante del mutamento sociale, ma la determinazione storica conosciuta in cui fin qui abbiamo vissuto della sociogenesi in generale. È in gioco la smoralizzazione del mondo, per come fin qui si è moralizzato, cioè in ultima istanza fatto, istituitosi nella sociogenesi. In questo processo di smoralizzazione del mondo la società, l’associazione umana, è posta in capo a se stessa, in un generale progetto di sua “denaturalizzazione”, come sua autoposizione assoluta nell’artificio biopolitico sociale fin nel suo nodo comunitario fondativo, sottoposto a un generale progetto di reingegnerizzazione sociale: il nucleo familiare naturale, la coppia eterosessuale generativa, che è insieme lo snodo in cui si legano e si differenziano natura e cultura. In cui la cultura 'si snoda' dalla natura 'annodandosi' come legame sociale.
È stato Lévi-Strauss a indicare nel nucleo generativo della 'famiglia naturale' il pattern basico non solo della riproduzione sociale - l’elemento propriamente generativo, riproduttivo della società -, ma anche della stessa produzione sociale in quanto tale, della stessa produzione della società come passaggio, nei processi di ominazione, dallo 'stato di natura' allo 'stato di cultura', come snodo in cui si legano e differenziano natura e cultura, in cui la cultura si snoda dalla natura annodandosi come legame sociale. A mostrare come nell’orientamento esogamico dell’accoppiamento eterosessuale come modo di assolvere 'all’altro imperio' - dall’accoppiamento, dalla pulsione sessuale - per l’uomo della natura, la filiazione, «riconoscendo e sanzionando l’unione dei sessi e la riproduzione », la società «si impone all’ordine naturale, ma contemporaneamente essa offre all’ordine naturale la sua possibilità», perché «se si vuole che la società continui bisogna correre il rischio» del passaggio «dal fatto naturale della consanguineità al fatto culturale dell’affinità».
La protezione sociale - morale, giuridica, religiosa e/o teologica - da sempre accordata al nesso sessualità/filiazione nella pur storicamente variabile 'regola' matrimoniale che lo governa è un puro conseguimento della ragione naturale, della razionalità osservativa dei fenomeni, di ciò che accade e di come accade. Nel turn-pointdella seconda modernità, dove sotto la potente spinta all’individualizzazione dell’economia postindustriale e al relazionarsi e relativizzarsi in rete di modelli sociali e stili di vita, è questo pattern determinante del nesso procreatività/socialità, la famiglia generativa, a rischio di scomposizione. […] Non c’è bisogno di molto per vedere nelle richieste emancipative degli studi di genere lievitati a teoria del gender una diversa richiesta di emancipazione da quella più che giustificata - politicamente, socialmente, moralmente - relativa alla condizione femminile e alla tutela dell’identità omosessuale. La più generale richiesta di un’emancipazione metapolitica dai vincoli 'naturali' dell’identità di genere; e dell’implicazione eterosessuale, che vi si connette, del nesso sessualità/ filiazione, in cui il vincolo di quella naturalità si è socialmente codificato, codificando la società, permettendone fin qui la genesi; si è fatto codice socialmente genetico. Un’emancipazione dai vincoli naturali tradizionali trascritti negli istituti sociali e giuridici a disposizione, per via biopolitica, dei propri diritti di cittadinanza.
Vincoli “naturali” non più riconosciuti tali perché manipolabili dalla tecnica, che si presuma possa “riprogettare” artificialmente il nesso sociogenetico sessualità/filiazione naturale, individuato fin qui in antropologia strutturale (Lévi- Strauss) nella coppia eterosessuale feconda. In nome dei diritti civili, modellati nel caso di specie su un’idea neutra, che dovrebbe farsi giuridicamente neutrale, del proprio stato di genere, la teoria del gender mira a neutralizzare il dato “naturale” della propria identità di genere, e dell’orientamento sessuale cui è orientato. Anche quando questo dato naturale non sia la differenziazione di genere prevalente, maschio-femmina, quella procreativamente “normale” (che in biologia nient’altro significa che lo standard funzionalmente riproduttivo), ma la stessa “naturalità” dell’identità omosessuale. Sulla differenziazione di genere, sulla propria identità di genere non ha più titolo né la natura (la biologia, che può essere ridecisa dalla tecnica), né tanto meno la società, depotenziata nei suoi istituti valoriali e giuridici assunti come pure convenzioni sociali; ma solo il titolare - la “soggettività”, l’individuo - di diritti di cittadinanza la cui città di appartenenza è in definitiva il proprio desiderio e il 'corpo' che se ne fa interprete. In questa emancipazione dalla natura e dalla società, l’identità di genere è sui iuris, non sottostà cioè ad alcuna potestà, ad alcuna legislazione che non sia quella dell’orientamento del proprio desiderio.
L’autonomia “morale” si fa autonomia del costume sessuale che si vuole indossare. Il punto è che pretendere di contrattualizzare, di fare materia di “contratto sociale” su base individuale, l’originaria communio del noi “naturale” nel suo ambiente, cui nasciamo vincolati, in un illuminismo che veda come deteriore minorità questa dipendenza originaria che ci alimenta (vita e sangue della stessa ragione che si illumina alle radici del noi), significa togliere alle traiettorie dell’individualizzazione, per quanto ellittiche possano essere, il legame gravitazionale che le tiene insieme e le sostiene nel loro orbitare, nella “vita propria”, che per quanto giri su se stessa proprio per girare su se stessa ha bisogno della forza gravitazionale in cui si regge. Perché quando si contratta, proprio perché si mette qualcosa in comune, vuol dire che non si ha, o non si riconosce di avere, più niente in comune; e la comunità originante che si declina nei nessi sociali si fa un mero negozio giuridico, una negoziazione tra la forza e il diritto, e cessa di essere il presupposto ontologico dell’essere sociale: si fa fondamentalmente un’associazione temporanea di scopo, sia pur quella dell’impresa della propria vita. È il problematico scenario della “comunità contrattata” l’ossimoro esistenziale e sociale su cui ci interroga il presente.

Eugenio Mazzarella :Professore Ordinario di Filosofia Teoretica all'Università di Napoli Federico II