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martedì 4 luglio 2017

LA VERA VITTIMA DELLA GLOBALIZZAZIONE E' IL" PICCOLO POPOLO" DELLE PROVINCE






Negli ultimi anni la questione sociale è stata ridotta alle banlieue Ma la partita si sta giocando ben lontano dalle aree metropolitane 




Parigi non è la Francia. Per ricordarlo agli intellò della capitale ci è voluto un intervento di Michel Houellebecq su France 2 durante la regina delle puntate televisive condotta da Pierre Pujadas e Léa Salamè.

In prima serata, pochi giorni prima del ballottaggio per la corsa all'Eliseo, l'autore di Sottomissione ammise di sentirsi uno straniero in patria. «Non potrei più scrivere - disse - un libro su questa Francia. Io non credo al voto ideologico ma a quello di classe. E che io lo voglia o meno appartengo alla Francia che vota Macron, sono troppo ricco per votare Le Pen e Mélenchon, ormai faccio parte dell'élite globalizzata. Eppure provengo anch'io da quella Francia. Ma quella Francia non abita nel mio quartiere, non abita nemmeno a Parigi. A Parigi Le Pen non esiste». Profetico, ancora una volta. Qualche giorno dopo la capitale avrebbe attribuito al candidato di En Marche! il 90 per cento dei voti.


Houellebecq ha letto Christophe Guilluy, il geografo divenuto popolare Oltralpe per aver dimostrato, statistiche alla mano, la «grande frattura» culturale e socio-economica che esiste tra il mondo metropolitano e quello delle periferie (che non sono le banlieue). Così l'autore di La France périphérique e Le crépuscule de la France d'en haut è diventato il nemico pubblico delle élite urbanizzate e l'icona intellettuale degli «sdentati» di François Hollande, quel popolo emarginato che alle ultime elezioni, in massa, ha barrato il simbolo Front National o non si è nemmeno recato alle urne.
Se il primo dei saggi di Guilluy è un lavoro minuzioso che spiega l'ascesa del voto anti-establishment nella provincia francese, il secondo è invece un vero e proprio j'accuse contro i «bobos», i bourgeois-bohème di Parigi, incapaci di vedere le condizioni di quello che Charles Maurras chiamava il «Paese reale». I suoi studi sulla geografia socio-elettorale hanno scalato tutte le classifiche, eppure non sono mancati i detrattori che hanno inventato l'accusa di «urbanofobia». Il peccato originale di Christophe Guilluy, accusato dagli intellò di aver scritto «libri a vantaggio di Marine Le Pen», è quello di aver smascherato una minoranza cool e open mind che ha imposto ai ceti popolari una società multiculturale, terziarizzata e precaria senza viverne direttamente le conseguenze.
Si legge che negli ultimi anni la questione sociale è stata ridotta alle banlieue urbane abbandonando integralmente le aree periferiche dove vive il petit peuple di Francia. Nei quartieri popolari delle grandi città - spiega Guilluy - abitano prevalentemente figli di immigrati, borghesi in potenza, gli unici che fanno mobilità sociale per legge dei grandi numeri con annesso sistema delle quotas (leggi anti-discriminazione) e per motivi di vicinanza geografica ai milieu che contano. Quello che molti scienziati della politica chiamano multiculturalismo non è altro che un processo di ghettizzazione di classe in cui gli immigrati svolgono le professioni meno qualificate al servizio del ceto benestante protetto da una città inaccessibile sul piano economico e immobiliare. Esisterebbe dunque un patto di non belligeranza tra le élite urbanizzate benpensanti e una mano d'opera a basso costo, naturalizzata francese, che ha sacrificato i piccoli centri dell'Esagono, veri sconfitti della globalizzazione.
Così le accuse di «fascismo» e «razzismo» sono diventate per Guilluy «armi al servizio della nuova borghesia intellettuale per mascherare la sofferenze delle persone comuni e difendere i propri privilegi».

Sebastiano Caputo:Giornalista,Reporter ,cofondatore e direttore del sito Intellettuale Dissidente


















lunedì 29 maggio 2017

LA LIBERTA' DI STAMPA -GEORGE ORWELL

“La Libertà di Stampa” è un saggio dello scrittore e giornalista inglese George Orwell (1903-1950), ed è un’analisi spietata sui meccanismi di censura e autocensura degli organi di informazione in un Paese ritenuto libero e democratico come l’Inghilterra della metà del ‘900. Il saggio è stato pubblicato per la prima volta nel 1972; in realtà doveva essere l’introduzione al romanzo “La Fattoria degli Animali”, scritto tra il 1943 e il 1944, ma pensato durante la guerra civile in Spagna (1936-1939), a cui l’autore prese parte tra le fila del Poum (Partito Operaio di Unificazione Marxista). In quegli anni Orwell fu testimone del sabotaggio del governo proletario ad opera del Partito Comunista spagnolo, supportato militarmente e finanziariamente dall’Urss di Stalin. Quell’esperienza, raccontata in “Omaggio alla Catalogna“, fu una rivelazione: lo scrittore andò oltre le barriere di “fascismo” e “comunismo”, e si concentrò sul concetto di totalitarismo. Non importa quale sia la base ideologica del sistema – religiosa, politica, sociale, economica: una élite al potere schiaccia la stragrande maggioranza; chi non si uniforma, viene perseguitato. La penna di Orwell riprodusse la perfetta macchina totalitaria nel romanzo di science-fiction 1984, applicabile a tutte le società dove si combattono guerre perpetue, i media sono controllati da pochi, e il passato viene modificato a piacimento.
La “Fattoria degli Animali”, invece, è un’allegoria della rivoluzione comunista, e di come la lotta di classe si è trasformata nel totalitarismo staliniano: da “tutti gli animali sono uguali”, si è passati al “tutti gli animali sono uguali, ma alcuni sono più uguali degli altri”.
Tuttavia, nell’Inghilterra del 1944 non si poteva parlar male di Stalin e della sua dittatura, perché era alleato nella lotta contro Hitler e i regimi nazi-fascisti. Come spiega Orwell nel suo prezioso saggio, i giornalisti si sono volontariamente censurati riguardo alla natura crudele dello stalinismo; l’opinione pubblica inglese era tenuta all’oscuro dell’Holodomor, il genocidio per fame degli Ucraini agli inizi degli anni ’30; e delle Grandi purghe, che tra il 1934 e il 1940 costarono la vita a oltre in milione di persone solo perché sospettate di non essere ciecamente fedeli al tiranno.
Nonostante Orwell fosse già un giornalista e scrittore affermato, il romanzo venne respinto da ben quattro editori, anche per il giudizio negativo del ministro dell’Informazione dell’epoca. Nella metà del 1945, quando la II Guerra Mondiale era ormai vinta e all’orizzonte già si prospettava la rivalità tra Occidente e Comunismo, Secker & Warburg superò ogni timore e decise di pubblicare “La Fattoria degli Animali”; tuttavia all’ultimo venne tolto il saggio introduttivo, tanto che le copie della prima stampa presentano alcune pagine numerate vuote.
Il manoscritto “La Libertà di Stampa” è stato ritrovato nel 1972, ma ci sono voluti molti anni ancora, prima che fosse finalmente inserito come prefazione alla “La Fattoria degli Animali”. E il contenuto di questo saggio è attuale più che mai, visto che alcuni argomenti di importanza vitale vengono sistematicamente ignorati o al massimo derisi dagli organi di informazione; ma in realtà sono, come direbbe Orwell, “impubblicabili perché sfidano l’ortodossia corrente”.
LA LIBERTA DI STAMPA di George Orwell
Prefazione al romanzo “La Fattoria degli Animali” – 1943-1944
Questo libro fu pensato la prima volta, man mano che l’idea centrale prendeva corpo, nel 1937, ma non fu scritto che intorno alla fine del 1943.
Era ovvio, all’epoca in cui finì per essere scritto, che ci sarebbero state grandi difficoltà a farlo pubblicare (nonostante l’attuale mancanza di libri, che assicura che qualunque cosa si possa  definire “un libro” si “vende”), e infatti venne respinto da quattro editori. Solo uno aveva dei motivi ideologici. Due pubblicavano da anni libri antisovietici, e l’altro non aveva nessun  particolare colore politico. A dire il vero un editore lo accettò in un primo momento, ma dopo gli accordi preliminari, decise di consultare il Ministero dell’informazione, che – pare – l’abbia  messo in guardia, o, in ogni caso, vivamente sconsigliato dal pubblicarlo. Ecco uno stralcio della sua lettera:
“Ho accennato alla reazione di un importante funzionario del Ministero  dell’informazione riguardo La fattoria degli animali. Devo confessare che questa opinione mi ha dato seriamente da pensare… Capisco ora che la pubblicazione di un libro simile in un momento come  questo potrebbe essere considerata altamente inopportuna. Se la favola si rivolgesse a dittatori e dittature in genere, allora pubblicarla sarebbe una ottima cosa, ma essa – come adesso posso vedere – segue così fedelmente il progresso dei sovietici e dei loro  due dittatori, che la si può applicare soltanto alla Russia, escludendo ogni altra dittatura. Un’altra cosa: la favola sarebbe meno offensiva se la casta protagonista non fosse quella dei maiali  (1). Ritengo che la scelta dei maiali come casta dominante offenda senza dubbio molta gente, e in particolare chi è un po’ suscettibile, come indubbiamente lo sono i russi”.
Questo genere di cose non è un buon sintomo. Ovviamente non è auspicabile che un dipartimento governativo abbia qualche potere di censura (fatta eccezione per la censura dettata da motivi di  sicurezza, contro la quale nessuno ha da obiettare in tempo di guerra) su libri la cui pubblicazione non sia promossa da organi ufficiali. Ma in questo momento il pericolo principale per la libertà  di pensiero e di parola non è l’interferenza diretta del Ministero dell’informazione o di un corpo ufficiale qualsiasi. Se gli editori e i direttori dei giornali fanno di tutto per sottrarre alla  stampa alcuni argomenti, non è per paura di essere perseguiti, ma per timore dell’opinione pubblica. In questo paese la viltà intellettuale è il peggior nemico che uno scrittore o un giornalista  debba affrontare. E ciò non mi sembra aver avuto il rilievo che merita.
Chiunque abbia una certa esperienza giornalistica ammetterà obiettivamente che durante questa guerra la censura ufficiale non è stata particolarmente fastidiosa. Non abbiamo dovuto subire quella   “coordinazione” di tipo totalitario che ci saremmo ragionevolmente dovuti aspettare. La stampa ha da fare qualche giustificata lamentela, ma nel complesso il governo si è comportato bene ed è stato  tollerante verso le opinioni della minoranza in un modo addirittura sorprendente.
Il fatto sinistro per quanto riguarda la censura letteraria in Inghilterra è che essa è in larga misura volontaria.  Le idee impopolari si possono mettere a tacere, e i fatti inopportuni si possono tenere all’oscuro, senza bisogno di nessun bando ufficiale. Chiunque sia vissuto a lungo in un paese straniero,  saprà di notizie sensazionali – che avrebbero meritato per il loro valore un articolo di prima pagina – non apparse sulla stampa britannica, non per intervento del governo, ma per un tacito accordo  generale secondo il quale quel tale fatto “non sarebbe” da accennare. Finché si tratta dei quotidiani, è facile capirlo. La stampa britannica è estremamente centralizzata, ed è, per la maggior parte, in mano a uomini potenti che hanno  tutti i motivi per essere disonesti, quando si tratta di questioni importanti. Ma lo stesso tipo di velata censura opera anche su libri e periodici, come sul teatro, il cinema, la radio. Per ogni  dato momento c’è un’ortodossia, un corpo di idee che, presumibilmente, tutti i benpensanti accetteranno senza batter ciglio. Non è espressamente proibito dire questo o quest’altro, ma non “va  fatto”, proprio come in epoca vittoriana non “andava fatto” di nominare i pantaloni davanti alla signora. Chiunque sfidi il conformismo corrente, si troverà zittito da un’efficacia sbalorditiva.  Una opinione che vada veramente controcorrente, non ottiene quasi mai la giusta considerazione, né sulla stampa popolare né su quella intellettuale.
Quanto viene ora richiesto dalla ortodossia prevalente è un’ammirazione incondizionata per la Russia sovietica. Lo sappiamo tutti, quasi tutti ci adeguiamo. Una seria critica al regime sovietico,  la rivelazione di fatti che il governo sovietico preferirebbe tenere nascosti, sono pressoché impubblicabili. E questa grande congiura a livello nazionale per tenere buona la nostra alleata ha  luogo, in modo abbastanza curioso, nonostante un background di autentica tolleranza intellettuale. Perché se non vi è permesso di criticare il governo sovietico, avete almeno una certa libertà di  criticare il vostro. Difficilmente qualcuno potrà pubblicare un attacco a Stalin, ma va sul sicuro se attacca Churchill, in un libro o, indifferentemente, su una rivista. E in cinque anni di  guerra, durante due o tre dei quali abbiamo lottato per la sopravvivenza del Paese, sono stati pubblicati senza interferenza alcuna numerosissimi libri, pamphlet e articoli che sostenevano una pace  di compromesso. Di più, sono apparsi senza suscitare troppa disapprovazione. Finché non ci andava di mezzo il prestigio dell’URSS, il principio della libertà di parola è stato attuato con intelligenza. Vi sono altri argomenti proibiti, e ne  citerò tra poco alcuni, ma il sintomo molto più serio è l’atteggiamento prevalente nei confronti dell’URSS. E’, per così dire, spontaneo, e non è dovuto alla pressione di nessun gruppo.
Il servilismo con cui la maggior parte dell’intellighenzia inglese ha sopportato e ripetuto la propaganda russa dal 1941 in poi sarebbe addirittura sbalorditivo, se essa non si fosse già comportata  allo stesso modo in parecchie occasioni precedenti. Il punto di vista russo su una questione dopo l’altra è stato accettato senza alcuna verifica, e quindi pubblicizzato senza il benché minimo  riguardo alla verità storica o alla dignità intellettuale. Per citare solo un esempio: la BBS ha celebrato il venticinquesimo anniversario dell’armata Rossa senza parlare di Trotzkij. E’ come se  alla commemorazione della battaglia di Trafalgar non si nominasse Nelson; tuttavia il fatto non ha suscitato nessuna protesta da parte dell’intellighenzia inglese. Nelle lotte intestine dei vari  paesi occupati, la stampa britannica ha parteggiato, nella quasi maggioranza dei casi, per la fazione sostenuta dai russi, e ha calunniato la fazione opposta, nascondendo talvolta a tale scopo  l’evidenza dei fatti. Un caso particolarmente clamoroso fu quello del colonnello Mihajlovic, il leader iugoslavo dei cetnici. I russi, che avevano il loro protegé iugoslavo nel maresciallo Tito, accusarono Mihajlovic di collaborazionismo con i  tedeschi. L’accusa venne colta prontamente dalla stampa britannica: ai fautori di Mihajlovic non fu data nessuna possibilità di ribattere, e i fatti contraddittori furono semplicemente omessi dalla  stampa.
Nel Luglio del 43 i tedeschi offrirono una taglia di 100.000 corone d’oro per la cattura di Tito, e una taglia analoga per la cattura di Mihajlovic. La stampa britannica sbatté la taglia su Tito in  prima pagina, ma un solo giornale parlò (a piccoli caratteri) di quella su Mihajlovic; e le accuse di collaborazionismo con la Germania continuarono. Fatti molto simili accaddero durante la guerra  civile spagnola. Anche allora le fazioni di parte repubblicana che i russi avevano deciso di sconfiggere furono attaccate senza misura dalla stampa dalla stampa inglese di sinistra, e ogni  dichiarazione in loro difesa, anche sotto forma di lettera, venne respinta. Al momento attuale, non solo è riprovevole una critica seria all’URSS, ma il fatto stesso che esista un simile genere di  critica è in molti casi tenuto segreto. Per esempio, poco prima della sua morte Trotzkij aveva scritto una biografia di Stalin. Presumibilmente non doveva trattarsi di un libro del tutto  imparziale, ma certo era vendibile. Un editore americano aveva preso accordi per la pubblicazione e il libro era in macchina – credo che fossero uscite già le bozze per la stampa – quando l’URSS entrò in guerra. L’edizione fu immediatamente ritirata.  Non una parola su ciò è mai apparsa sulla stampa britannica, sebbene l’esistenza di un tale libro e il suo ritiro fossero notizie meritevoli di alcuni paragrafi.
E’ importante fare una distinzione fra il genere di censura che l’intellighenzia letteraria inglese si impone volontariamente e la censura che può venire imposta talvolta dalla pressione di gruppi.  E’ noto che alcuni argomenti non possono essere discussi per via di “interessi acquisiti”: Il caso più conosciuto è il racket delle specialità farmaceutiche. Ancora: la chiesa cattolica ha una  considerevole influenza sulla stampa e può, in una certa misura, mettere a tacere la critica. Se uno scandalo riguarda un prete cattolico, non gli viene quasi mai data pubblicità: mentre il caso di  un ministro anglicano nei guai (per esempio il Rettore di Stiffkey) fa notizia di prima pagina. Capita molto raramente che un soggetto di tendenza anticattolica venga portato alla ribalta o compaia  in un film. Una commedia o un film – qualunque attore lo può dire – che attacchino o si prendano gioco della chiesa cattolica vengono boicottati dalla stampa, e quasi certamente sono destinati al  fallimento. Questo genere di cose, però, è innocuo, o almeno comprensibile. Tutte le grandi organizzazioni badano ai loro interessi come meglio possono e una propaganda chiara non è un fatto cui si possa obiettare. Aspettarsi che il   “Daily Worker” (2) renda di pubblico dominio fatti sfavorevoli all’URSS, sarebbe come aspettarsi una denuncia contro il Papa da parte del “Catholic Herald”. Ma in questo caso ogni persona  ragionevole conosce il “Daily Worker” e il “Catholic Herald” per quello che sono.
Ciò che preoccupa è il fatto che dove c’entra l’URSS e la sua politica non ci si può aspettare una critica intelligente, e neppure, in molti casi, una schietta onestà da parte di scrittori liberali  e di giornalisti non costretti da nessuna pressione diretta a falsare le loro opinioni. Stalin è sacrosanto e certi aspetti della sua politica non devono essere messi seriamente in discussione.  Questa norma viene quasi universalmente osservata dal 1941, ma essa vigeva già, in misura più grande di quanto talvolta si sia compreso, da dieci anni. Per tutto quel tempo una critica da sinistra  al regime sovietico difficilmente poteva ottenere ascolto. Vi fu un’enorme produzione di letteratura antirussa, ma quasi esclusivamente da parte conservatrice: era palesemente disonesta, data e  attuata per motivi ignobili. D’altra parte vi fu un flusso egualmente enorme e quasi allo stesso modo disonesto di propaganda filorussa: ciò contribuì a boicottare chiunque tentasse di discutere  tutti i problemi di una certa importanza in maniera adulta.
Si potevano pubblicare, a dire il vero, libri antirussi, ma farlo significava essere sicuramente ignorati o travisati da quasi tutta la stampa intellettuale. Sia in pubblico che in privato si  veniva ammoniti che era “da non farsi”. Quanto si diceva poteva essere anche vero, ma era “inopportuno”, e “manovrato” da questo o quell’altro interesse reazionario. Un simile atteggiamento veniva  solitamente difeso in base le necessità della situazione internazionale e all’urgente bisogno di un’alleanza anglo-russa: ma era chiaro che si trattava di una schematizzazione. L’intellighenzia  inglese, o gran parte di essa, aveva coltivato una specie di lealtà nazionalistica verso l’URSS, e nel proprio cuore sentiva che gettare un qualsiasi dubbio sulla saggezza di Stalin era come  bestemmiare. A seconda che accadesse in Russia o in qualunque altro luogo, un avvenimento doveva essere giudicato con un metro di misura diverso. Le interminabili esecuzioni durante le purghe del  1936-38 furono approvate dai secolari oppositori della pena capitale; e allo stesso modo si ritenne giusto dare pubblicità alle carestie dell’India e tenere nascoste quelle dell’Ucraina. E se ciò era vero prima della guerra, l’atmosfera  intellettuale non è certo migliore adesso.
Ma torniamo ora al mio libro. La reazione della maggior parte degli intellettuali inglesi di fronte ad esso sarà semplicissima: “Non doveva essere pubblicato”. Naturalmente, quei recensori che  capiscono l’arte di denigrare non lo attaccheranno dal punto di vista politico, ma da quello letterario. Diranno che si tratta di un libro noioso, stupido e di uno scandaloso spreco di carta (3).  Può darsi che sia vero, ma ciò non vale ovviamente per l’intero racconto. Non si dice che un libro “non doveva essere pubblicato” solo perché è un cattivo libro. Dopo tutto, si stampano ogni giorno  quintali di robaccia e nessuno se ne preoccupa. Gli intellettuali inglesi, o la maggior parte di essi, solleveranno delle obiezioni a questo libro perché diffama il loro Leader e (per la visione  che hanno di lui) nuoce alla causa del progresso. Se affermasse l’opposto, essi non avrebbero nulla da ridire, anche se le pecche letterarie fossero dieci volte più clamorose di quanto non sono  ora. De resto, il successo di Left Book Club (Club del libro di sinistra) nell’arco di quattro o cinque anni, sta a dimostrare come essi siano disposti a tollerare sia le scurrilità che i discorsi incoerenti, purché si dica loro quello che  vogliono sentire.
Il problema implicito è semplicissimo: ogni opinione, per quanto impopolare – per quanto anche stupida – ha diritto di essere sentita? Mettila in questa forma e quasi tutti gli intellettuali  inglesi capiranno di dover dire “sì”. Ma dàlle una forma concreta, e prova a chiedere: “E un attacco a Stalin? Ha diritto di essere sentito?”, e la risposta sarà il più delle volte “no”. In questo  caso è l’ortodossia corrente ad essere sfidata, e perciò viene meno il principio della libertà di parola. Ora, quando si chiede la libertà di parola e di stampa, non si chiede libertà assoluta.  Finché ci saranno società organizzate, vi deve sempre essere, e in ogni caso vi sarà sempre, un certo grado di censura. Ma la libertà, come disse Rosa Luxemburg, è “libertà per l’altro”. Lo stesso  principio è contenuto nelle famose parole di Voltaire: “Detesto ciò che dici; ma difenderò fino alla morte il tuo diritto a dirlo”. Se la libertà intellettuale, che senza dubbio è stata una delle  caratteristiche della civiltà occidentale, significa davvero qualcosa, vuol dire allora che ognuno avrà diritto a esprimere e a pubblicare ciò che secondo lui è la verità, a un’unica condizione: che essa non faccia torto, in maniera del tutto  inequivocabile, al resto della comunità. Sia la democrazia di tipo capitalista che le versioni occidentali del socialismo hanno dato questo principio per scontato, fino a tempi recenti. Il nostro  governo, come ho già fatto rilevare, finge ancora di rispettarlo. L’uomo della strada – in parte forse perché non tiene sufficientemente alle proprie idee al punto di diventare intollerante – dice  ancora vagamente “suppongo che ognuno abbia diritto alla propria opinione”. E’ proprio chi dovrebbe soprattutto salvaguardare la libertà, cioè l’intellighenzia letteraria e scientifica, che sta  cominciando a disprezzarla in teoria come in pratica.
Uno dei fenomeni particolari del nostro tempo è il tradimento dei liberali. Molto prima della familiare asserzione marxista che la “libertà borghese” è un’illusione viene ora la tendenza largamente  diffusa ad asserire che l’unica cosa da fare è la difesa della democrazia dai sistemi totalitari. Se si ama la democrazia – prosegue l’argomentazione – si devono combattere i suoi nemici con non  importa quali mezzi. E quali sono i suoi nemici? Risulta sempre che non sono soltanto quelli che la attaccano apertamente e consapevolmente, ma coloro che “obiettivamente” la mettono in pericolo  con la diffusione di dottrine sbagliate. In altre parole, difendere la democrazia porta come conseguenza di distruggere ogni autonomia di pensiero. Un’argomentazione simile veniva usata, per  esempio, per giustificare le purghe russe. Anche i più accaniti russofili difficilmente potevano credere che tutte le vittime fossero colpevoli di tutti i reati loro imputati: ma si dava il caso  che con le loro opinioni eretiche essi nuocessero “obiettivamente” al regime, e quindi era assolutamente giusto non solo trucidarli, ma anche screditarli con false accuse. Lo stesso discorso venne usato per giustificare le falsità del tutto volute  che continuarono ad apparire sulla stampa di sinistra a proposito dei trotzkisti e delle altre minoranze repubblicane della guerra civile spagnola. E venne usato ancora per motivare la protesta  contro l’habeas corpus, quando, nel 1943, venne rilasciato Mosley (4).
Questa gente non capisce che se si incoraggiano i metodi totalitari, può venire il giorno in cui essi saranno usati contro chi li incoraggia, e non più a favore. Fai l’abitudine a mettere in  prigione i fascisti senza processo, e forse il sistema non si fermerà ai fascisti. Poco dopo che il già soppresso Daily Worker” venne ripristinato, tenni una conferenza alla scuola per lavoratori  nel sud di Londra. L’uditorio era composto da lavoratori e da intellettuali piccolo-borghesi, la stessa sorta di gente che si incontra di solito nelle sedi del Left Book Club. La conferenza aveva  toccato la libertà di stampa, e alla fine, con mio stupore, parecchi intervennero per farmi delle domande: Non pensavo io che la revoca della sospensione relativa al “Daily Worker” fosse un grosso  errore? Quando chiesi perché, dissero che era un giornale di dubbia lealtà e da non tollerarsi in tempo di guerra. Mi trovai a difendere il “Daily Worker”, che più di una volta mi aveva attaccato.  Ma dove aveva imparato questa gente un simile modo di vedere così totalitario? Quasi sicuramente dagli stessi comunisti!
Tolleranza e dignità sono profondamente radicate in Inghilterra, ma non sono indistruttibili, e devono essere tenute vive, in parte, con uno sforzo consapevole. Il risultato di predicare dottrine  totalitarie è quello di risvegliare l’istinto con mezzi dei quali i popoli liberi sanno cosa sia o non sia pericoloso. Il caso Mosley lo attesta. Nel 1940 fu perfettamente giusto internare Mosley  sia che fosse colpevole o meno di un reato specifico. Lottavamo per la nostra vita e non potevamo permettere a un possibile traditore di circolare liberamente. L’averlo tenuto in prigione senza  processo era, nel 1943, un oltraggio. La generale incapacità di accorgersi di questo fatto fu un cattivo sintomo anche se è vero che l’agitazione contro il rilascio di Mosley è stata in parte  faziosa e in parte l’espressione di altri scontenti. Ma quanto dell’attuale slittamento verso il modo di pensare fascista è da far risalire all‘“antifascismo” dei passati dieci anni e alla relativa  mancanza di scrupoli?
E’ importante rendersi conto che l’attuale russomania è solo un sintomo del risveglio generale della tradizione liberale dell’Occidente. Se il Ministero dell’informazione fosse intervenuto e avesse  definitivamente vietato la pubblicazione di questo libro, la maggior parte dell’intellighenzia inglese non vi avrebbe visto nulla di preoccupante. Una cieca lealtà all’URSS: questa è l’ortodossia  corrente, e là dove sono in gioco presenti interessi dell’URSS c’è la volontà non solo di tollerare la censura ma anche una deliberata falsificazione della storia. A titolo d’esempio: alla morte di  John Reed, l’autore di “I dieci giorni che sconvolsero il mondo”, un rapporto di prima mano sui primi giorni della Rivoluzione d’Ottobre, il copyright del libro passò in mano al Partito comunista  inglese, al quale credo che Reed l’avesse lasciato in testamento. Qualche anno dopo i comunisti inglesi, distrutto il maggior numero possibile di copie dell’edizione originale dell’opera, ne  pubblicarono una versione contraffatta, dalla quale avevano eliminato i riferimenti a Trotzkij e omesso l’introduzione di Lenin. Se in Gran Bretagna fosse esistita ancora una intellighenzia di tipo radicale, questa azione di falso sarebbe  stata smascherata e denunciata su tutti i giornali letterari del paese. Invece ci fu una piccola – se non addirittura nessuna – protesta. A molti intellettuali inglesi parve cosa naturalissima. E  questa tolleranza e lampante disonestà sta a significare molto più che una momentanea ammirazione per la Russia legata a un fatto di moda. Con tutta probabilità questa particolare moda non durerà.  Per quanto ne so, all’epoca della pubblicazione di questo libro, il mio punto di vista sul regime sovietico potrà anche essere quello generalmente accettato. Ma a che servirebbe? Cambiare  un’ortodossia per un’altra non è necessariamente un progresso. Il nemico è la mente del grammofono, si sia d’accordo o meno con il disco che suona in quel momento.
Conosco bene tutti gli argomenti contro la libertà di pensiero e di parola, gli argomenti che affermano che non può esistere e quelli che dicono che non dovrebbe esistere. Rispondo semplicemente  che non mi convincono e che la nostra civiltà nell’arco di quattrocento anni si è basata sull’avviso opposto. Da una decina d’anni credo che l’attuale regime russo è essenzialmente un male, e vado  affermando il diritto di dirlo, nonostante la nostra alleanza con l’URSS in una guerra che voglio vedere vinta. Se dovessi scegliere un testo per giustificare me stesso, sceglierei quel passo di  Milton: “secondo le note regole di antica libertà”.
La parola antica evidenzia il fatto che la libertà intellettuale è una tradizione profondamente radicata, senza la quale è assai dubbio che la nostra tipica cultura occidentale possa esistere.  Molti tra i nostri intellettuali si sono visibilmente allontanati da questa tradizione. Essi hanno accettato il principio che un libro dovrebbe essere pubblicato o vietato, elogiato o attaccato non  in base ai suoi meriti ma a seconda del momento politico. Altri invece, pur non condividendo un tale punto di vista, vi si adeguano per pura viltà. Un esempio di quanto dico è l’incapacità di molti  e chiassosi pacifisti inglesi di far sentire la loro voce contro la crescente ammirazione per il militarismo russo. Secondo questi pacifisti, ogni forma di violenza è male, e in ogni fase della  guerra ci hanno esortato ad arrenderci o a fare almeno una pace di compromesso. Ma quanti di loro hanno mai suggerito che la guerra è un male anche quando è fatta dall’Armata Rossa? Evidentemente i  russi ha il diritto di difendersi, mentre noi commettiamo un peccato mortale. Questa contraddizione può essere spiegata in un solo modo: e cioè, con il vile desiderio di stare al passo con la maggior parte dell’intellighenzia il cui  patriottismo è diretto all’URSS e non alla Gran Bretagna.
So che l’intellighenzia inglese ha una quantità di motivi per essere pavida e disonesta, conosco anche a memoria gli argomenti con cui si giustifica. Ma almeno cerchiamo di non incorrere più  nell’assurdità di difendere la libertà contro il fascismo. Se libertà vuol dire veramente qualcosa, significa il diritto di dire alla gente quello che la gente non vuol sentire. La gente comune  approva ancora vagamente questa idea e in base ad essa agisce. Nel nostro paese – non è lo stesso in tutti i paesi: non fu così nella Francia repubblicana e non è così negli Stati Uniti oggi – sono  i liberali che temono la libertà e gli intellettuali che vogliono infamare il pensiero. Ho scritto la presente prefazione per richiamare l’attenzione su questo fatto.
Traduzione di Elena Albertini pubblicata su radioradicale.it
(1) Non è del tutto chiaro se il suggerimento di questa modifica è un’idea di Mr…, o del Ministero dell’informazione. Ma sembra avere la veste dell’ufficialità. (Nota di Orwell).
(2) Quotidiano del Partito comunista inglese. (N.d.R.)
(3) Nell’economia inglese di guerra e dell’immediato dopoguerra anche il consumo della carta era controllato e limitato. (N.d.R.)
(4) Sir Oswald Mosley, capo del movimento filofascista inglese delle Black Shirts. (N.d.R.)


mercoledì 12 dicembre 2012

IL Ritorno delle Plutocrazia

Di Enrico Melchionda Ormai sono in pochi a negare che i regimi democratici stiano attraversando una crisi senza precedenti, o siano quanto meno esposti a sfide assai ardue da superare. Naturalmente, si tratta di sfide e problemi ben diversi da quelli che nella prima metà del Novecento condussero, in determinati paesi, alla tragedia dei fascismi. Questa volta la malattia è diversa, ma non meno grave. Anzi, per certi versi essa appare ancora più insidiosa, se non altro perché si presenta ovunque, fin dentro il cuore di quelli che siamo abituati a considerare i baluardi del mondo sviluppato e della cultura liberaldemocratica, gli stessi che seppero fronteggiare sia la sfida della democratizzazione rivolta ai regimi liberali "monoclasse", e resistere così alla reazione fascista, sia la sfida comunista, a cui risposero con la dichiarazione della guerra fredda e con l’istituzione dei moderni sistemi di welfare state. Oggi le sfide con cui si devono confrontare le liberaldemocrazie sono altre: la globalizzazione che svuota le vecchie sovranità nazionali e rende difficile il controllo delle élite, il multiculturalismo che minaccia le omogeneità identitarie delle popolazioni, le comunicazioni di massa che stravolgono la partecipazione e l’informazione politica dei cittadini, il fondamentalismo e il terrorismo internazionale che rovesciano sulle comunità politiche occidentali e sui loro equilibri istituzionali tutta la rabbia e la disperazione accumulata dai popoli dominati. Sfide che si presentano, inoltre, in un contesto in cui non c’è più l’antagonista sovietico a fare da contraltare e da stimolo per gli stati capitalistici sviluppati, favorendo una qualche armonizzazione degli interessi in campo internazionale come all’interno delle singole società nazionali. Tra le varie modalità con cui queste sfide si presentano politicamente, ve ne sono alcune che destano particolare preoccupazione. L’attenzione degli studiosi si è per lo più rivolta, negli ultimi anni, ai fenomeni del populismo, o del direttismo, e dell’antipolitica, che convergono nel minare gli aspetti rappresentativi e liberali dei regimi democratici. Ritornano qui le tematiche evocate a suo tempo da Tocqueville e dai padri del liberalismo, quando parlavano del rischio della “tirannia della maggioranza” e della necessità di limitarne il potere. Una chiave di lettura che viene riproposta oggi, alla luce delle nuove tendenze plebiscitarie e delle manipolazioni dell’opinione pubblica favorite dalla crisi delle strutture di rappresentanza e dall’amplificazione del potere mediatico, e che coglie indubbiamente processi reali. Ma c’è un’altra chiave di lettura che comincia a farsi strada e che, pur non essendo in contrasto con quella dominante, delinea una spiegazione diversa, quanto ad approccio e implicazioni, della crisi della democrazia. Mi riferisco alla problematica della plutocrazia. Il concetto di plutocrazia ha una storia che andrebbe ripercorsa attentamente, perché mai come in questo caso si metterebbe in luce il legame di continuità che può esistere tra parole, nozioni e realtà. Non è questa la sede per farlo, ma può essere utile richiamarne almeno qualche passaggio. Cominciando dall’origine del concetto, che di solito si fa risalire – come per i più importanti concetti politici – all’antichità, forse a causa della sua etimologia inequivocabile (dal greco ploutokratía, composto di plôutos "ricchezza" e -kratía "potere"), ma che in realtà fu usato assai raramente in quell’epoca e comunque mai in maniera sistematica e teoricamente perspicua. Infatti il termine si è diffuso solo in epoca moderna, e in ambito anglosassone, trovando una naturale collocazione negli Stati Uniti dal XIX secolo in poi. Furono i movimenti populista e progressista di fine Ottocento, in particolare, ad adottare con insistenza e a diffondere ampiamente la critica della plutocrazia, che ritenevano dominasse la scena politica americana attraverso una forte collusione tra politici di partito e uomini d’affari. Una critica che, pur ottenendo scarsi risultati pratici, se non quelli di una certa moralizzazione e di un drastico (e definitivo) indebolimento dei partiti, sedimentò tuttavia un sentimento durevole, anche se quasi sempre marginale, e soprattutto una ben definita immagine della politica americana che ha resistito sino ad oggi. E’ dagli Stati Uniti che il concetto di plutocrazia arrivò, per una breve e incerta vita, nel continente europeo. Esso, ostacolato dal radicamento delle teorie marxiste, che davano conto a loro modo del fondamento economico del potere politico, ebbe in Europa minore fortuna. Solo nei primi decenni del Novecento andò diffondendosi, per merito degli studiosi élitisti e realisti (ivi compresi Weber e Gramsci), specialmente ad opera dell’ultimo Pareto, secondo il quale “Il reggimento dei popoli occidentali, che si dice democratico, è in realtà quello di una plutocrazia democratica, che inclina ora alla plutocrazia demagogica” (il passo è del 1920, ma il concetto fu ulteriormente sviluppato nel suo Trasformazione della democrazia). Com’è noto, il termine finì poi per essere incorporato, e in definitiva bruciato, dal fascismo e dal nazismo. Nella loro ideologia, a parte le qualificazioni anti-semite, la plutocrazia era identificata con le liberaldemocrazie, soprattutto con il modello americano, e affiancata al bolscevismo in un dualismo che talora veniva fatto risalire alla stessa matrice “giudaica”, ma che in ogni caso voleva accreditare l’immagine del fascismo come terza via propriamente “europea”. Non meraviglia, quindi, che dopo la guerra e l’affermazione dell’egemonia americana in Europa la parola stessa diventasse un tabù. Bisognerà aspettare gli effetti dell’ondata di mobilitazione degli anni sessanta per ritrovarne traccia nel discorso politico e politologico. Il tentativo più serio, da questo punto di vista, verrà fatto dal pioniere della nuova scienza politica europea, Maurice Duverger, che nel suo libro più anomalo (Janus, les deux faces de l’Occident, 1972) criticava, da una posizione radicale ma non marxista, i regimi liberaldemocratici, definiti come “plutodemocrazie”. In questo modo, lo studioso francese andava a ricongiungersi con un filone politico-sociologico che già da qualche tempo aveva rimesso in campo un tentativo analogo negli Stati Uniti. Mi riferisco alla scuola cosiddetta neo-élitista, il cui “manifesto” può essere considerato The Power Elite di Wright Mills, ma che si dispiegava in una serie di ricerche diverse (vi possiamo far rientrare anche studiosi come Schattschneider e Lowi), la cui linea comune stava nella critica dell’ideologia pluralista, considerata puramente apologetica, e nella risposta alla domanda Who Rules America?, che dà il titolo a due bei libri di G. William Dohmoff e più o meno esplicitamente è: la plutocrazia. Negli ultimi anni il concetto di plutocrazia sta vivendo una nuova fioritura, tanto in America quanto in Europa, e sembra che stia perfino acquisendo, del tutto spontaneamente, una maggiore connotazione rispetto al passato. Lo ritroviamo sempre più di frequente sia nel linguaggio politologico che in quello politico e giornalistico. Certo, esso continua ad essere in una certa misura il distintivo delle culture marginali che se ne ritengono storicamente depositarie, cioè dei nostalgici del populismo americano e dell’estrema destra europea, non solo di ascendenza fascista (è il caso del leghismo italiano), che tra l’altro ha cercato di rinverdire il proprio strumentario sostituendo nuovi aggettivi (es: mondialista) a quelli che accompagnavano classicamente il concetto (giudaica, massonica). Ma ultimamente ha fatto il suo ingresso anche nel linguaggio e nella cultura di sinistra, nei partiti e nei movimenti. Oggi negli Stati Uniti i paladini della lotta contro la plutocrazia sono Ralph Nader e vari esponenti del partito democratico (ecome John McCain). E in Italia, sulla spinta del fenomeno Berlusconi, hanno iniziato a preoccuparsi del problema uomini politici tutt’altro che radicali come Giuliano Amato, mentre storici come Salvadori riscoprono in questo senso gli scritti del sociologo liberale americano William G. Sumner. Comunque la sensibilità verso il tema della plutocrazia sembra aver trovato il suo terreno più fertile nell’ambito dei nuovi movimenti, a cominciare da quelli no global e pacifisti, che si oppongono alla globalizzazione neoliberista e alle sue implicazioni sia in campo politico-sociale che nell’ambito delle relazioni internazionali. L’immagine della società internazionale che si ricava dai documenti e dai discorsi dei no global è quella un po’ semplificata di un sistema dominato dalle imprese multinazionali: una “corporatocrazia”. La stessa immagine, del resto, viene usata efficacemente per descrivere il cuore di questo sistema, cioè gli Stati Uniti. Non è difficile, in effetti, evidenziare in quale misura quella che si presenta come una democrazia liberale sia stata corrotta dalla politica delle corporation (corporate money politics). Basta pensare al ruolo del denaro nelle campagne elettorali, in cui vincono i candidati che spendono di più (nel 94% dei casi al Congresso), in cui il costo per essere eletti è mediamente di 900 mila dollari per la Camera, di quasi 5 milioni per il Senato e di ben 186 milioni per la presidenza. Basta considerare il trattamento speciale che ottengono dai parlamentari le aziende e i gruppi di interesse in cambio di finanziamenti elettorali. Basta guardare all’attuale amministrazione, voluta fortemente dal big business, eletta a dispetto del voto popolare e composta da persone legate a filo doppio con le grandi corporation, se non proprio loro espressione diretta. Insomma, pur limitandosi a questi pochi indicatori, la definizione di plutocrazia sembra adattarsi perfettamente al sistema politico americano. Vista da questo punto di vista, la crisi della democrazia assume una luce ben più inquietante di quanto si evinca dagli approcci di tipo liberale a cui accennavo all’inizio. Quel che mi sembra più proficuo di questa chiave di lettura, è che essa ci libera da una prospettiva tutto sommato conservatrice, in cui si tratterebbe semplicemente di difendere le garanzie e gli equilibri giuridico-istituzionali oggi minacciati (anzitutto dal potere mediatico) per ristabilire l’assetto genuinamente democratico prodotto a suo tempo dalla miracolosa congiunzione fra sovranità popolare e costituzionalismo liberale. Al contrario, la categoria di “plutocrazia” ha il merito di richiamare la grande acquisizione teorica dell’élitismo in modo tale da supportare l’analisi realistica dello stato e delle tendenze dei regimi liberaldemocratici con una critica della democrazia. Questa sarebbe davvero una novità. Detto questo, non bisogna nascondersi, naturalmente, i limiti cui va incontro un approccio del genere. Il concetto di plutocrazia non dà conto della relazione complessa che sussiste tra potere politico e sistema socio-economico (classi). Non a caso esso può essere confuso con un marxismo semplicistico, come quello che si riassume nella formula del governo “comitato d’affari della borghesia”, mentre è del tutto estraneo al marxismo scientificamente più avvertito, com’è stato ad esempio quello di matrice althusseriana. Eppure, non è necessariamente incompatibile con quest’ultimo, a condizione di saper distinguere a quale livello della scala di astrazione il concetto si collochi. Quello di “plutocrazia” è infatti un concetto molto empirico, che definisce una data forma del potere politico dell’élite dominante, dando conto di un certo tipo di classe politica e del suo reclutamento, di un certo tipo di rapporti effettivi tra politica e interessi, di un certo tipo di strutturazione e dislocazione dei poteri tra le varie istituzioni e organizzazioni politiche, ecc. Questo vuol dire, in altre parole, che non tutti i regimi liberaldemocratici sono plutocratici, ma lo sono quelli che vedono un intervento diretto delle imprese nel processo di governo e di reclutamento del personale politico. Non so quale sia la strada per contrastare un sistema plutocratico. Ma, se vogliamo attestarci sull’esperienza passata, forse un’indicazione ci può venire dal confronto tra il modello americano e quello europeo del Novecento. Da essi emerge l’importanza del ruolo dei partiti di massa. Mentre il loro smantellamento in America ha aperto la strada alla plutocrazia, la partitocrazia europea del secondo dopoguerra consentì alle classi subordinate di bilanciare in qualche misura il potere del denaro, ottenendone benefici concreti non indifferenti. Purtroppo oggi, per ragioni che non è possibile esporre in questa sede, rimane ben poco di questo modello. Anche l’Europa sembra essersi incamminata verso il modello plutocratico, con il nostro paese a fare da battistrada. Può darsi che alla fine si prenda un’altra strada, che difficilmente potrà essere quella di un ritorno al passato, ma se è davvero alla democrazia che ci si vorrà ispirare dovrà essere di sicuro una strada ancora una volta contrassegnata dalla partecipazione e dalla rappresentanza del popolo.

lunedì 22 marzo 2010

CONSIDERAZIONI SULL'ARCHITETTURA FASCISTA

Il filone dell’architettura razionalista è stato l’ultimo qui in Italia con caratteristiche chiaramente riconoscibili. Non c’è città o paese lungo tutto lo stivale (ed anche nelle colonie possedute fino al 1943) che non preservi una costruzione con i caratteristici stilemi dell’architettura cosiddetta anche “di regime”. Infatti, il regime fascista ha individuato e, nella persona dello stesso Mussolini (su indicazioni pare anche della Sarfatti che lo ha avvicinato e appassionato al “culto della romanità”), ha voluto connotare un tipo di architettura che, al pari degli altri totalitarismi presenti in Europa e nel resto del mondo, lo magnificasse ed identificasse. Serie di esedre, linee sobrie, marcate e lineari, corpi angolari e bombati caratterizzano sedi municipali, case del fascio, dei balilla, scuole, ospedali ed edilizia residenziale e civile. L’edilizia, in quegli anni coincidenti con la crisi mondiale del ’29, viene vista come un tampone alla diffusa disoccupazione nelle classi meno abbienti. Non è un caso infatti che, specie dagli anni Trenta in poi, ci sia stato un intenso slancio edilizio e tutt’oggi restano ancora innumerevoli esempi di quanto prodotto in quel Ventennio e che è sopravvissuto ai bombardamenti bellici e all’incuria, alle demolizioni e all’oblio successivi.
Ormai i tempi sono maturi affinché si liberino questi siti (in riferimento soprattutto alle borgate ed alle città di fondazione molto fiorenti sempre in quell’arco di tempo) dalla damnatio memoriae in cui sono stati avvolti nel periodo post-bellico per evidenti motivi politici e sociali.
Indipendentemente dalle singole visioni, il controverso arco di tempo tra le due guerre è tornato di grande interesse negli ultimi anni sia a livello cinematografico e televisivo che culturale più in generale (mostre, uscite filateliche, libri). Non si può trascurare al riguardo proprio l’architettura che nel razionalismo ha visto cimentarsi una folta schiera di giovanissimi e validissimi architetti come Giuseppe Terragni, Marcello Piacentini, Angiolo Mazzoni, Enrico del Debbio e Luigi Moretti solo per citarne alcuni.
Nella ricchissima schiera di pubblicazioni che hanno censito il periodo fascista sotto gli aspetti più disparati, c’è da segnalare una raccolta fotografica sul centro foggiano di Manfredonia edito da Palombi Editori. Il 36enne autore Marco Guerra, originario del centro sipontino ma residente da qualche anno a Roma, ha voluto dedicare la sua pubblicazione (Manfredonia, percorso fotografico di una città “scomparsa”, www.palombieditori.it, info presso l’autore all’indirizzo e-mail 03498825881@vodafone.it), oltre che alla sua città natale e agli appassionati in genere, al 70° anniversario della fondazione della borgata di Siponto, oggi circoscrizione di Manfredonia, che viene puntualmente citata nei testi sulle città di fondazione ma di cui non esistevano foto d’epoca che la attestassero. Un altro omaggio, insomma, alla frenetica produzione architettonica ed all’inquadramento delle masse che si attuarono dalla metà degli anni Venti fino a tutto il corso del secondo conflitto mondiale. Ancora oggi purtroppo, anche spesso, miopi e stolte amministrazioni comunali, specie di cittadine di provincia, non colgono il valore storico che ci è stato lasciato in eredità da quel periodo molto fervido anche dal punto di vista culturale più in generale che andrebbe quindi valutato con menti libere da pregiudizi ideologici e non colpevolmente e scientemente cancellato.

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