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giovedì 7 marzo 2019

HOUELLEBECQ CERCA UN SENSO TRA CHIMICA E IL SACRO

Nel suo acclamato "Serotonina", lo scrittore francese scava nella disperazione dell'uomo contemporaneo e scarta la via degli antidepressivi (il captorix non funziona), con una sorpresa finale.. 


Anche la copertina dell’edizione italiana è stata uniformata alla promozione di un best seller annunciato, con l’immagine di un’auto che brucia in uno spettacolare rogo di fiamme e fumo rosso. Ma c’è molto di più, nell’ultimo romanzo di Michel Houellebecq (recensito su “Avvenire” da Maurizio Cucchi), di una preveggente anticipazione della rivolta dei “gilet gialli”, a dire il vero piuttosto vaga se si considera che sono i produttori di latte esasperati dalla concorrenza estera i protagonisti di una parte del romanzo. Banalmente, è nel titolo l’asse portante di lettura, individuale e non sociale. 
Serotonina è infatti il neurotrasmettitore divenuto popolare come chiave per la felicità personale. Gli antidepressivi di ultima generazione cercano di mantenerne alta la concentrazione nel sistema nervoso, ma oggi sappiamo che non sono le variazioni nei livelli di serotonina a causare direttamente, nella maggior parte dei casi, il male tipico della contemporaneità. E il depresso Florent-Claude Labrouste – 46 anni ma con un ottundimento emotivo più tipico di un ultrasessantenne –, nel suo precipitare verso il grado zero di motivazione a vivere, ricorre al Captorix, felice invenzione dello scrittore esemplata su farmaci in commercio, a partire dal mitizzato e demonizzato Prozac. «È una piccola compressa bianca, ovale, divisibile», recita l’incipit del romanzo. E la stessa descrizione appare nelle ultime, rivelatrici pagine. Il Captorix, con il suo nuovo meccanismo d’azione, sta sullo sfondo della vicenda esistenziale del personaggio narrante. Funge da stampella temporanea, «non crea né trasforma; interpreta». E, soprattutto, cancella la libido. Non è il grande “euforizzatore” che regala una nuova pienezza e riaccende un io spento, né il grande alleato del capitalismo efficientistico che vuole tutti lavoratori e consumatori attivi e soddisfatti per via chimica. L’estenuazione dell’uomo occidentale moderatamente ricco e moderatamente istruito è una crisi di senso – ci ricorda da molti romanzi lucidamente e virtuosisticamente disperati Houellebecq –, e una pasticca non restituisce quel senso. È interessante notare come nell’orizzonte immanentistico in cui si muovono sia l’autore sia Labrouste nel libro, non funzionino i rimedi che la scienza fornisce. Non la farmacologia, che rallenta la discesa ma non ha potere di arrestarla. Non l’implicito paradigma evoluzionistico, per il quale possono essere il lavoro manuale e la quotidiana lotta per la sopravvivenza ciò che tiene lontano il tedio dell’uomo contemporaneo sradicato dal suo ambiente atavico: l’amico Aymeric che ha scelto l’allevamento tradizionale e che munge manualmente le sue mucche tutte le mattine termina anzitempo la sua parabola con un suicidio apparentemente “politico”, ma in realtà tutto iscritto in una dinamica di profonda insoddisfazione personale. Per Florent-Claude la disillusione si allarga dalle relazioni familiari – si tolgono la vita anche i genitori, espressione di una generazione ancora non toccata dal virus di fine epoca – alla dimensione pubblica – qualsiasi impegno lavorativo sembra inevitabilmente destinato a uno scacco programmatico, un ingranaggio cosmico trascina le cose in modo ineluttabile e nessuno ha possibilità di invertirne il corso.
Una luce si accende in lampi giovanili con le relazioni affettivo-sessuali che Labrouste ora rimpiange quale unica possibile fonte di felicità. Ma quei momenti sono irrimediabilmente persi, perché nessuno ha avuto il coraggio di metterci il cuore, che significa investire, prendere un impegno, rinunciare a qualcosa. A posteriori era forse quella la strada da percorrere. Eppure, gli amanti non hanno saputo andare oltre il loro superficiale desiderio di non precludersi altre opportunità e di continuare a esplorare senza una vera meta. Non basta sostenere il tono dell’umore con il Captorix, di fronte a un vuoto di cui si ha sempre più lucida consapevolezza. Tutto è vanità, se si rinuncia anche all’amore, potrebbe dire Florent-Claude, che soffre autenticamene ma non si abbandona al cinismo – quando si esercita a sparare sulla spiaggia e non riesce a tirare il grilletto dopo avere messo un uccello nel mirino anche il lettore ritrova empatia per quest’uomo privilegiato che sembra andare sprecando la vita. La sorpresa arriva nel finale che apre un orizzonte inatteso, quasi “eucaristico”. «In realtà Dio si occupa di noi, pensa a noi in ogni istante, e a volte ci dà direttive molto precise. Questi slanci d’amore che affluiscono nei nostri petti fino a mozzarci il fiato, queste illuminazioni, queste estasi, inspiegabili se consideriamo la nostra natura biologica, il nostro statuto di semplici primati, sono segni estremamente chiari». Una compressa bianca divisibile... E la conclusione in quelle righe urticanti scritte da un ateo: «Oggi capisco il punto di vista del Cristo, il suo ripetuto irritarsi di fronte all’insensibilità dei cuori: hanno tutti i segni, e non ne tengono conto. È proprio necessario, per giunta, che dia la mia vita per quei miserabili? È proprio necessario essere così esplicito? Parrebbe di sì». Non c’è Captorix che salvi e ridoni senso. Ma le altre vie per tutti i Labrouste si rivelano oggi dolorosamente impervie. 
Andrea Lavazza(Studioso di scienze cognitive e di neuroetica )


martedì 4 luglio 2017

LA VERA VITTIMA DELLA GLOBALIZZAZIONE E' IL" PICCOLO POPOLO" DELLE PROVINCE






Negli ultimi anni la questione sociale è stata ridotta alle banlieue Ma la partita si sta giocando ben lontano dalle aree metropolitane 




Parigi non è la Francia. Per ricordarlo agli intellò della capitale ci è voluto un intervento di Michel Houellebecq su France 2 durante la regina delle puntate televisive condotta da Pierre Pujadas e Léa Salamè.

In prima serata, pochi giorni prima del ballottaggio per la corsa all'Eliseo, l'autore di Sottomissione ammise di sentirsi uno straniero in patria. «Non potrei più scrivere - disse - un libro su questa Francia. Io non credo al voto ideologico ma a quello di classe. E che io lo voglia o meno appartengo alla Francia che vota Macron, sono troppo ricco per votare Le Pen e Mélenchon, ormai faccio parte dell'élite globalizzata. Eppure provengo anch'io da quella Francia. Ma quella Francia non abita nel mio quartiere, non abita nemmeno a Parigi. A Parigi Le Pen non esiste». Profetico, ancora una volta. Qualche giorno dopo la capitale avrebbe attribuito al candidato di En Marche! il 90 per cento dei voti.


Houellebecq ha letto Christophe Guilluy, il geografo divenuto popolare Oltralpe per aver dimostrato, statistiche alla mano, la «grande frattura» culturale e socio-economica che esiste tra il mondo metropolitano e quello delle periferie (che non sono le banlieue). Così l'autore di La France périphérique e Le crépuscule de la France d'en haut è diventato il nemico pubblico delle élite urbanizzate e l'icona intellettuale degli «sdentati» di François Hollande, quel popolo emarginato che alle ultime elezioni, in massa, ha barrato il simbolo Front National o non si è nemmeno recato alle urne.
Se il primo dei saggi di Guilluy è un lavoro minuzioso che spiega l'ascesa del voto anti-establishment nella provincia francese, il secondo è invece un vero e proprio j'accuse contro i «bobos», i bourgeois-bohème di Parigi, incapaci di vedere le condizioni di quello che Charles Maurras chiamava il «Paese reale». I suoi studi sulla geografia socio-elettorale hanno scalato tutte le classifiche, eppure non sono mancati i detrattori che hanno inventato l'accusa di «urbanofobia». Il peccato originale di Christophe Guilluy, accusato dagli intellò di aver scritto «libri a vantaggio di Marine Le Pen», è quello di aver smascherato una minoranza cool e open mind che ha imposto ai ceti popolari una società multiculturale, terziarizzata e precaria senza viverne direttamente le conseguenze.
Si legge che negli ultimi anni la questione sociale è stata ridotta alle banlieue urbane abbandonando integralmente le aree periferiche dove vive il petit peuple di Francia. Nei quartieri popolari delle grandi città - spiega Guilluy - abitano prevalentemente figli di immigrati, borghesi in potenza, gli unici che fanno mobilità sociale per legge dei grandi numeri con annesso sistema delle quotas (leggi anti-discriminazione) e per motivi di vicinanza geografica ai milieu che contano. Quello che molti scienziati della politica chiamano multiculturalismo non è altro che un processo di ghettizzazione di classe in cui gli immigrati svolgono le professioni meno qualificate al servizio del ceto benestante protetto da una città inaccessibile sul piano economico e immobiliare. Esisterebbe dunque un patto di non belligeranza tra le élite urbanizzate benpensanti e una mano d'opera a basso costo, naturalizzata francese, che ha sacrificato i piccoli centri dell'Esagono, veri sconfitti della globalizzazione.
Così le accuse di «fascismo» e «razzismo» sono diventate per Guilluy «armi al servizio della nuova borghesia intellettuale per mascherare la sofferenze delle persone comuni e difendere i propri privilegi».

Sebastiano Caputo:Giornalista,Reporter ,cofondatore e direttore del sito Intellettuale Dissidente