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venerdì 2 febbraio 2018

LA BIBBIA PER RIDARE UN CORPO CONCRETO ALL'ECONOMIA

Per l'economista Luigino Bruni, in un mondo in cui i beni e gli interessi economici sono sempre più immateriali, il dialogo con le Scritture diventa un bagno di concretezza.


Mercato, moneta, debito, profitto: nel grande racconto biblico sono già presenti la maggior parte delle categorie, anche economiche, che hanno fondato la nostra civiltà. A questo codice simbolico dell’Occidente, nel corso dei millenni, hanno attinto a piene mani la poesia, la letteratura e l’arte. Per non parlare della filosofia o della teoria politica. Persino la psicoanalisi, in anni recenti, si è avvalsa della potenza generativa degli archetipi vetero-testamentari allargando il bacino della saggezza greca, per dirla con Charles Moeller, grazie al paradosso cristiano. L’Economia no. Anzi: quello tra Bibbia ed Economia è un incontro per troppo tempo mancato al quale, proprio per questa ragione, Luigino Bruni ha scelto di dedicare, negli ultimissimi anni, una porzione rilevante della sua ricerca. Continua infatti anche nel 2018, al Polo Lionello Bonfanti, l’esperienza iniziata a giugno con la 'Settimana di Economia Biblica': dal 15 al 17 febbraio Bruni interpellerà da economista il libro dell’Esodo, dal 14 al 16 giugno 2018 quello del Profeta Isaia.
Possibile che uno dei codici simbolici più fecondi della cultura umana abbia incuriosito così poco gli economisti?
«Quello tra Bibbia ed Economia è un incontro effettivamente tardivo. Se n’è occupato negli anni Trenta Emanuele Sella, in un libro per altro poco riuscito, La dottrina dei tre principi, in cui teorizzava una sorta di trinità dell’Economia. Per il resto, a esser sinceri, poco altro».
Timore reverenziale o semplice disinteresse?
«Purtroppo la cultura economica dei teologi è scarsa, quella teologica degli economisti altrettanto. È così sin dagli albori dell’economia moderna. Nel ’700 qualche riflessione in materia l’hanno fatta l’abate Genovesi e lo stesso Adam Smith; nell’800 ci ha pensato più che altro la curiosità di Kierkegaard a esplorare le potenzialità dell’accostamento. Si arriva poi al ’900, secolo in cui l’Economia, come disciplina, si è a tal punto matematizzata da crescere generazioni di studiosi totalmente impreparata a confrontarsi col linguaggio biblico».
Almeno una metafora si troverà pure nei manuali…
«Ricordo il 'Dilemma del buon samaritano' che risale agli anni Settanta (sostiene che fare beneficienza disincentiva gli individui a trovare da soli il modo per sostentarsi, ndr). Qualcosa di più recente negli anni Novanta, ma non può essere considerato certo soddisfacente».
E lei, da economista, quando ha incontrato la Bibbia?
«Anche nel mio caso, in effetti, si è trattato di un incontro tardivo. Venticinque anni fa, agli esordi, il tema mi aveva attratto, ma trovai lavori così approssimativi da scoraggiare ogni desiderio di metterci la testa seriamente. Per capirsi: l’unica citazione veterotestamentaria ricorrente era quella sui 'sette anni di vacche magre e grasse'. Poi quasi solo figure del Nuovo Testamento. Utilizzate in modo decontestualizzato, per altro: senza conoscenza. Il confronto c’era invece, c’era eccome e di ben altro spessore, nella filosofia, nella letteratura, nella poesia. Continuavo a rimanere affascinato dalle riflessioni di Salvatore Natoli, dai libri di Erri De Luca. Ne ho parlato allora col direttore di 'Avvenire', Marco Tarquinio, che mi ha proposto di provare a gettare un ponte fra i due mondi sul giornale. Con una prospettiva di lungo termine. Così ho iniziato quest’avventura».
Partendo proprio dall’inizio.
«Dalla Genesi e dall’Esodo. Rileggere la Bibbia da economista è diventato uno dei lavori di ricerca che mi ha dato maggiori soddisfazioni professionali. Le riflessioni pubblicate settimanalmente su 'Avvenire' sono diventate dei libri tradotti in spagnolo, inglese e ora anche in francese. Su Tv 2000 è andato in onda un ciclo di 8 puntate dal titolo 'Benedetta economia!' dove è stato possibile confrontarsi su questo tema con i protagonisti dell’economia, del sindacato, della finanza».
Quale sfida alla base di questo percorso intellettuale?
«Applicare lo stesso rigore dell’economista al testo biblico. Lo stesso approccio scientifico. Naturalmente c’è una differenza di fondo fra il mio lavoro e quello di un biblista: non ho anzitutto le stesse competenze esegetiche. Ma sono le domande a essere differenti. Ed essendo la Bibbia un libro vivo, a domande diverse corrispondono risposte diverse. Quelle sull’economia sono risposte nuove, che consentono di esplorare una prospettiva teorica inedita, capace di coniugare mercato e giustizia, profitto e bene comune, occupazione e solidarietà ».
Un confronto tra Fenomenologia della religione ed Economia è alla base del sistema economico contemporaneo o quanto meno del capitalismo classico, stando alla celebre analisi di Max Weber e del suo L’etica protestante e lo spirito del capitalismo.
«La mentalità religiosa calvinista viene intesa come pre-condizione per lo sviluppo della mentalità capitalista. Fortunatamente la Bibbia, testo vivo dicevamo, non è ideologia e quindi non è dogma perché intrinsecamente pluralista. C’è linfa anche per la lettura sociologica weberiana, certo, che vede nel lavoro lo strumento per conquistare la salvezza e ripagare il debito. Col sacrificio acquisto un credito, un debito per Dio, che quindi mi premierà. Sul nostro inevitabile destino di indebitamento collettivo e individuale ha scritto pagine fondamentali Giorgio Agamben».
Il capitalismo come religione è anche il titolo di uno fra i più interessanti frammenti postumi di Benjamin, per il quale il capitalismo non rappresenta soltanto, come in Weber, una secolarizzazione della fede protestante, ma è esso stesso un fenomeno religioso.
«Dentro la Bibbia ci sono delle letture sociologiche, economiche e politico-economiche profondamente diverse, che sto cercando di portare alla luce. Giobbe e Qoelet, 'interrogati' sui fatti economici, rispondono con una logica differente rispetto a quella weberiana. Una logica non commerciale, non debitoria. Le categorie economiche sono quelle della misericordia e dell’amore. Del dono. Senza questo tipo di risposte, ad esempio, non riusciremmo a comprendere l’idea del ritorno contemporaneo alla povertà. Rischiamo di non accorgerci, cioè, che sta prevalendo l’idea che il povero lo sia 'per colpa'. Sono sempre più teologi e cristiani che in nome del Vangelo, e spesso anche in buona fede, contribuiscono a colpevolizzare i poveri per la loro povertà, magari in nome della meritocrazia, seguendo un’impostazione di pensiero di tradizione nordamericana e misconoscendo invece il grande umanesimo della Bibbia. Come sosteneva Karl Smith, tutte le idee politiche hanno una base teologica: la stessa cosa vale per l’Economia. Quando si disprezza la povertà, si torna alle teologie economiche dell’antichità, contro le quali hanno lottato con tutte le loro forze Giobbe e Gesù».
Si sta sviluppando invece con forza un pensiero economico basato sul paradigma della sostenibilità. Un approccio teorico che include strumenti econometrici di valutazione dell’impatto ambientale e sociale. Quale contributo può dare la Bibbia in questo campo?
«La Bibbia ripropone il grande tema dell’alleanza. Nell’economia classica avevamo i tre pilastri fondamentali: terra, capitale e lavoro. Con la rivoluzione industriale è iniziata l’eclisse della terra ed è rimasto egemone il combinato disposto capitale-lavoro, in una prospettiva sempre più quantitativa e matematizzante. Il pensiero biblico ricorda il legame indissolubile col creato, riproponendo la terra all’interno di una relazione. Se torniamo alla Genesi, l’arcobaleno di Noè è il primo simbolo archetipico dell’alleanza fondativa uomo-natura in un atteggiamento non predatorio».
Quale altra suggestione per il dibattito contemporaneo può arrivare dall’Economia Biblica?
«Il tema della cura, una tendenza opposta a quella di delegare alle macchine e al virtuale la relazione con gli altri e con la realtà stessa. La Bibbia propone con forza il nodo della corporeità nell’epoca della de-materializzazione, anche dei rapporti economici oltre che in termini antropologici. Viviamo in un periodo di forte ambivalenza in cui l’altro mi affascina, ma allo stesso tempo mi fa paura. Per questo riesco a relazionarmi con lui, spesso, solo grazie alla vicinanza virtuale. L’umanesimo biblico ricorda che l’uomo è corpo, e per entrare davvero in relazione, come l’attività di cura richiede, non può fare a meno del corpo

Luigino Bruni:Ordinario di economia politica alla LUMSA e fino al 2012 professore associato all'Univerità di Milano Bicocca
Marco Girardo:Giornalista


lunedì 12 giugno 2017

HOMO HOMINI LUPUS:VON HAYEK IL PRECURSORE



La grandezza di un pensatore non si misura dalla quantità di citazioni
nelle riviste specializzate; sta, piuttosto, nel suo dissolversi come
«senso comune», elemento di una visione del mondo generalmente
condivisa, strumento, insomma, di «egemonia» nel classico senso
gramsciano di «direzione intellettuale e morale» delle classi
subalterne. Friedrich August von Hayek, in questo senso, è un grande.
Si legga (o si rilegga) il suo opus maximum, la trilogia Legge,
legislazione e libertà (da poco nuovamente in libreria per i tipi del
Saggiatore): vi si troverà il background filosofico, economico e
giuridico del common sense del nostro tempo, in cui - da destra come
da sinistra - si è perduta ogni fiducia nella capacità conformatrice
dello Stato e si è delegato alla «società civile» (ai suoi «corpi
intermedi») il compito di regolare, amministrare e, naturalmente,
agire.

Che si tratti di disciplinare un certo settore, di gestire un'attività
produttiva, di cura delle persone, ormai non cambia nulla: meglio che
lo facciano i privati. Hayek ne spiega i motivi: l'ordine che
scaturisce dalla società civile è un «ordine sociale spontaneo», vale
a dire una struttura relazionale prodotta da individui che si
riconoscono reciprocamente diversi e, proprio per ciò, rinunciano a
creare una comune gerarchia di fini, limitandosi a cercare l'accordo e
la cooperazione sui mezzi. Tanto ciò è vero, che la sua critica
all'intervento dello stato nell'economia si appunta proprio
sull'opposto convincimento che sostiene quanti auspicano quest'ultimo,
vale a dire che un discorso «comune» sui fini - a cominciare dalla
risposta da dare alle tre classiche domande: cosa, come e per chi
produrre - sia possibile.

Siffatto convincimento, dice Hayek, trae origine dalla propensione di
certi economisti a imitare le procedure proprie delle scienze
naturali: una vera e propria «presunzione del sapere», che implica
l'arbitraria trasposizione di metodi di pensare a campi diversi da
quelli in cui si sono formati. La distribuzione tra possibili usi
diversi delle risorse disponibili mette capo, infatti, a questioni
assai diverse dai problemi di tipo «ingegneristico», giacché, anche se
la formula della massimizzazione dei risultati si applica ad entrambi,
non è affatto «dato» l'ordine di importanza dei diversi bisogni della
comunità e, per conseguenza, il criterio di scelta fra usi alternativi
delle medesime risorse.

L'ordine concorrenziale, in effetti, adegua la struttura produttiva al
continuo mutamento dei piani e dei desideri individuali basandosi
soltanto su due segnali: la disponibilità di «potere d'acquisto», che
permette la riconoscibilità sociale del bisogno, e il «prezzo» delle
merci, che facilita la scelta di quella configurazione costi-benefici
che massimizza l'utilità del singolo scambista. In tal modo, la
mancanza di una scala comune di valori diviene un fatto privo di
importanza pratica: basta che ci sia accordo sul mezzo (lo scambio),
restando irrilevante il fine per cui ciascuno scambia (salvo il caso
di un motivo illecito comune a entrambe le parti, come dice l'art.
1345 del codice civile). Di contro, per coloro che invocano
l'intervento dello Stato, il problema di comporre bisogni distinti e
in potenziale competizione tra loro in una comune gerarchia di fini
diventa ineludibile. Ma è possibile ordinare secondo un piano
consapevole i bisogni di una società intera?

La risposta, per Hayek, è negativa. A suo avviso, la conoscenza umana
è limitata e, siccome non è possibile (nemmeno volendolo) conoscere le
reali preferenze di ognuno, non vi è modo di combinare le scale di
valori individuali per formare una scala comune concordata, a meno di
introdurre un qualche meccanismo dittatoriale che imponga la volontà
di qualcuno su quella di tutti gli altri. Di conseguenza, egli scrive,
tutto ciò che può fare oggi la politica è garantire il corretto
funzionamento del mercato, cioè dell'unico «ordine» che non necessita
di scelte collettive (a parte quelle minime concernenti la difesa e
l'ordine pubblico) e che sorge, come s'è visto, dalla cooperazione
spontanea di individui che perseguono propri fini particolari.

Quanto un simile modo di pensare si sia affermato, persino tra la
sinistra «antagonista», ognuno potrà verificare agevolmente. Ma anche
quanti non si rassegnano a considerare il capitalismo come la fine
della storia debbono misurarsi con i problemi posti da Hayek: giacché
«comprendere e valutare realisticamente la posizione e le ragioni
dell'avversario», diceva Gramsci, è l'unico modo per «porsi da un
punto di vista `critico', l'unico fecondo nella ricerca scientifica».
Bisogna leggere, dunque, e «cercare ancora».

LUIGI CAVALLARO:Giudice del lavoro presso il tribunale di Palermo, studioso del pensiero economico

sabato 27 maggio 2017

CARO ZIZEK,SENZA SPERANZA VINCE IL MERCATO

Il filosofo sloveno nell’ultimo libro parla di coraggio della non speranza per contrastare le negatività del consumismo. La fede ci dice che il futuro già esiste nella vita eterna  

Spe salvi facti sumus, nella speranza siamo stati salvati. Oggi però si vorrebbe smorzare l’annuncio della Lettera ai Romani. E sembra si voglia farlo per vincere facile. Perché oggi fatichiamo a lanciare il cuore oltre le difficoltà e bersagliare la speranza diventa agevole. Oggi ci sentiamo sempre più preda di meccanismi fuori dalla nostra portata. Il futuro sembra svanire davanti ai nostri occhi costringendoci ad acciambellarci in un interminabile presente. E c’è chi, sempre oggi, cavalca la crisi di speranza. Anzi non manca chi, questa situazione disperante, la teorizza ritenendola una via di uscita dal sistema capitalistico. Addirittura la innalza a via per emanciparsi dai diktat del mercato. Peccato che l’assenza di speranza è proprio il fulcro di un sistema che riduce la vita a consumo. All’hic et nunc. Oggi, esortare alla non speranza significa alimentare quel sistema che si intende criticare. E Il coraggio della non speranza è il titolo del nuovo libro, appena uscito in Inghilterra, del filosofo sloveno Slavoj Žižek: The Courage of hopelessness (Allen Lane, pagine 336, euro 17,10).
«Il vero coraggio non sta nell’immaginare un’alternativa – scrive – ma nell’accettare le conseguenze del fatto che non sono chiaramente individuabili alternative: il sogno di un’alternativa è sintomo di codardia teoretica, agisce come un feticcio che ci impedisce di pensare la fine dello stallo della nostra difficile situazione». Anzi «l’autentico coraggio – prosegue – consiste nell’ammettere che la luce alla fine del tunnel non è altro che il faro di un treno che sta procedendo verso di noi». Dunque che fare?, potremmo chiederci, ammiccando a Lenin, oggetto, qualche anno fa, di una monografia di Žižek. Stando al pensatore di Lubiana dovremmo assimilare la strategia adottata dallo psicoterapeuta del protagonista di La coscienza di Zeno. L’alter ego di Italo Svevo combatte contro la dipendenza dal fumo. Ogni sigaretta che accende dovrebbe essere l’ultima. E questo carica fin troppo di responsabilità la sua azione al punto da renderlo inerte e recidivo. Occorre pertanto permettergli di fumare quanto vuole, almeno finché la salute lo sostiene. Solo così potrebbe decidersi di abbandonare il vizio. Forse la psicoanalisi vale per il singolo, e in un orizzonte terreno, ma vale anche per gli uomini che vivono in società? Privarli della speranza, e quindi della vocazione al futuro, significa dare loro la possibilità di salvarsi come pensa Žižek? Benedetto XVI, nell’enciclica che prende il titolo dal versetto paolino evocato all’inizio, riconosce che grazie alla speranza «possiamo affrontare il nostro presente: il presente, anche un presente faticoso, può essere vissuto e accettato se conduce verso una meta e se di questa meta noi possiamo essere sicuri, se questa meta è così grande da giustificare la fatica del cammino». E per di più essa non riguarda il singolo. Henri de Lubac, «sulla base della teologia dei Padri in tutta la sua vastità – ricorda Benedetto XVI –, ha potuto mostrare che la salvezza è stata sempre considerata come una realtà comunitaria. La stessa Lettera agli Ebrei parla di una 'città' e quindi di una salvezza comunitaria». Questo non significa, naturalmente, scalfire la portata soteriologica della speranza perché «questa visione della 'vita beata' orientata verso la comunità ha di mira, sì, qualcosa al di là del mondo presente, ma proprio così ha a che fare anche con l’edificazione del mondo, in forme molto diverse, secondo il contesto storico e le possibilità da esso offerte o escluse». Pertanto, quando i tempi sembrano bui e dominano «le passioni tristi», per dirla con il filosofo argentino Miguel Benasayag, non serve abbandonarsi alla non speranza, come vorrebbe Slavoj Žižek, ma rifrequentare i «luoghi di apprendimento e di esercizio della speranza» invocati nella Spe salvi: la preghiera, l’agire, il soffrire e il Giudizio. E l’agire «è speranza in atto. Lo è innanzitutto nel senso che cerchiamo così di portare avanti le nostre speranze, più piccole o più grandi». Occorre sapere, che in qualsiasi momento, ricorda Benedetto XVI «io posso sempre ancora sperare, anche se apparentemente non ho più niente da sperare». Solo così diventa possibile attirare «dentro il presente il futuro, così che quest’ultimo non sia più il puro 'non-ancora'. Il fatto che questo futuro esista, cambia il presente; il presente viene toccato dalla realtà futura, e così le cose future si riversano in quelle presenti e le presenti in quelle future». Con buona pace dei corifei della non speranza.
Simone Paliaga :Insegna Storia e Filisofia nei licei, scrive per periodici e quotidiani nazionali