lunedì 12 giugno 2017

HOMO HOMINI LUPUS:VON HAYEK IL PRECURSORE



La grandezza di un pensatore non si misura dalla quantità di citazioni
nelle riviste specializzate; sta, piuttosto, nel suo dissolversi come
«senso comune», elemento di una visione del mondo generalmente
condivisa, strumento, insomma, di «egemonia» nel classico senso
gramsciano di «direzione intellettuale e morale» delle classi
subalterne. Friedrich August von Hayek, in questo senso, è un grande.
Si legga (o si rilegga) il suo opus maximum, la trilogia Legge,
legislazione e libertà (da poco nuovamente in libreria per i tipi del
Saggiatore): vi si troverà il background filosofico, economico e
giuridico del common sense del nostro tempo, in cui - da destra come
da sinistra - si è perduta ogni fiducia nella capacità conformatrice
dello Stato e si è delegato alla «società civile» (ai suoi «corpi
intermedi») il compito di regolare, amministrare e, naturalmente,
agire.

Che si tratti di disciplinare un certo settore, di gestire un'attività
produttiva, di cura delle persone, ormai non cambia nulla: meglio che
lo facciano i privati. Hayek ne spiega i motivi: l'ordine che
scaturisce dalla società civile è un «ordine sociale spontaneo», vale
a dire una struttura relazionale prodotta da individui che si
riconoscono reciprocamente diversi e, proprio per ciò, rinunciano a
creare una comune gerarchia di fini, limitandosi a cercare l'accordo e
la cooperazione sui mezzi. Tanto ciò è vero, che la sua critica
all'intervento dello stato nell'economia si appunta proprio
sull'opposto convincimento che sostiene quanti auspicano quest'ultimo,
vale a dire che un discorso «comune» sui fini - a cominciare dalla
risposta da dare alle tre classiche domande: cosa, come e per chi
produrre - sia possibile.

Siffatto convincimento, dice Hayek, trae origine dalla propensione di
certi economisti a imitare le procedure proprie delle scienze
naturali: una vera e propria «presunzione del sapere», che implica
l'arbitraria trasposizione di metodi di pensare a campi diversi da
quelli in cui si sono formati. La distribuzione tra possibili usi
diversi delle risorse disponibili mette capo, infatti, a questioni
assai diverse dai problemi di tipo «ingegneristico», giacché, anche se
la formula della massimizzazione dei risultati si applica ad entrambi,
non è affatto «dato» l'ordine di importanza dei diversi bisogni della
comunità e, per conseguenza, il criterio di scelta fra usi alternativi
delle medesime risorse.

L'ordine concorrenziale, in effetti, adegua la struttura produttiva al
continuo mutamento dei piani e dei desideri individuali basandosi
soltanto su due segnali: la disponibilità di «potere d'acquisto», che
permette la riconoscibilità sociale del bisogno, e il «prezzo» delle
merci, che facilita la scelta di quella configurazione costi-benefici
che massimizza l'utilità del singolo scambista. In tal modo, la
mancanza di una scala comune di valori diviene un fatto privo di
importanza pratica: basta che ci sia accordo sul mezzo (lo scambio),
restando irrilevante il fine per cui ciascuno scambia (salvo il caso
di un motivo illecito comune a entrambe le parti, come dice l'art.
1345 del codice civile). Di contro, per coloro che invocano
l'intervento dello Stato, il problema di comporre bisogni distinti e
in potenziale competizione tra loro in una comune gerarchia di fini
diventa ineludibile. Ma è possibile ordinare secondo un piano
consapevole i bisogni di una società intera?

La risposta, per Hayek, è negativa. A suo avviso, la conoscenza umana
è limitata e, siccome non è possibile (nemmeno volendolo) conoscere le
reali preferenze di ognuno, non vi è modo di combinare le scale di
valori individuali per formare una scala comune concordata, a meno di
introdurre un qualche meccanismo dittatoriale che imponga la volontà
di qualcuno su quella di tutti gli altri. Di conseguenza, egli scrive,
tutto ciò che può fare oggi la politica è garantire il corretto
funzionamento del mercato, cioè dell'unico «ordine» che non necessita
di scelte collettive (a parte quelle minime concernenti la difesa e
l'ordine pubblico) e che sorge, come s'è visto, dalla cooperazione
spontanea di individui che perseguono propri fini particolari.

Quanto un simile modo di pensare si sia affermato, persino tra la
sinistra «antagonista», ognuno potrà verificare agevolmente. Ma anche
quanti non si rassegnano a considerare il capitalismo come la fine
della storia debbono misurarsi con i problemi posti da Hayek: giacché
«comprendere e valutare realisticamente la posizione e le ragioni
dell'avversario», diceva Gramsci, è l'unico modo per «porsi da un
punto di vista `critico', l'unico fecondo nella ricerca scientifica».
Bisogna leggere, dunque, e «cercare ancora».

LUIGI CAVALLARO:Giudice del lavoro presso il tribunale di Palermo, studioso del pensiero economico

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