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mercoledì 14 giugno 2017

SOLDI ALL'AFRICA AIUTANO SOLO LE ONG:RECORD DI FUGHE DAI PAESI COPERTI DAI DOLLARI

Sconcertanti i dati Ocse: gli aiuti hanno aumentato il tasso di povertà dell'11%. Ecco i numeri che spiegano come si uccide un Continente

Dambisa Moyo è un'economista africana che ha studiato a Oxford e Harvard, e ha lavorato, tra gli altri, per la Banca mondiale e Goldman Sachs. Il suo primo libro uscì nel 2009: oggi diremmo che erano «tempi non sospetti», non si poteva ancora immaginare la fuga disperata di milioni di africani verso l'Europa meridionale.

Il volume s'intitolava Dead Aid (in italiano lo pubblicò Rizzoli con il titolo La carità che uccide) ribaltando lo slogan dell'epocale concerto Live Aid che 14 anni prima inaugurò la stagione, mai conclusa, degli eventi musicali benefici a favore dell'Africa. Per la Moyo, nata e cresciuta nello Zambia, l'«aiuto dal vivo» era piuttosto un «aiuto morto». La tesi era semplice: i fondi umanitari non aiutano affatto la crescita del continente ma lo impoveriscono sempre più. Anzi, rappresentano «una cornucopia d'elemosine con cui il mondo sviluppato tiene al guinzaglio l'Africa».
La carità a volte uccide, gli aiuti non aiutano, i soldi impoveriscono. E le grida d'allarme rimangono inascoltate. Una fiumana di denaro da tutto il mondo sviluppato ha continuato a riversarsi sull'Africa, i concerti di beneficenza si sono moltiplicati, le stelle di Hollywood si sono lavate la coscienza viaggiando nei Paesi della fame (con troupe di fotografi e tv al seguito). Sembra che il sostegno della comunità internazionale non sia mai mancato al continente più indigente del pianeta. Eppure la miseria è dilagata. Le guerre continuano a divampare in conflitti civili e religiosi, come le persecuzioni degli islamici ai danni dei cristiani nel Sud Sudan. Gli effetti delle devastanti carestie non sono stati arginati dagli interventi delle Ong e della cooperazione. Ma soprattutto abbiamo cominciato a conoscere l'esodo di massa, la fuga dall'Africa maledetta, le ondate di disperati che rischiano l'unico bene rimasto - la propria vita - per inseguire l'ombra della speranza proiettata dall'Occidente.

DIECI PRENDITUTTO

Gli aiuti internazionali non sono mai mancati. Ma a che cosa servono? I flussi di denaro sono colossali. Secondo le statistiche dell'Ocse (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico) dal 2006 al 2015 sono piovuti in Africa 515,8 miliardi di dollari tra contributi ufficiali pubblici e privati. Una massa enorme di denaro, che è cresciuta anno dopo anno: dai 27,7 miliardi del 2006 ai 51,8 del 2015 si registra un aumento dell'87 per cento. Quasi il doppio, nonostante la crisi finanziaria internazionale e gli investimenti produttivi fatti in Africa, esclusi da questo conteggio: segno che non si può rimproverare ai Paesi sviluppati una perdita di attenzione e un irrigidimento dell'impulso solidale.

Nel complesso questa quantità di soldi è stata assorbita per oltre metà (54 per cento) da dieci Paesi che, con l'eccezione del Sudafrica, sono anche quelli da cui si sta registrando l'esodo più consistente di persone verso il Mediterraneo: in testa si trovano Egitto, Nigeria, Marocco, Etiopia. Se guardiamo i soli dati del 2015, a queste nazioni si aggiungono Algeria, Congo, Uganda. La distribuzione degli aiuti rispecchia l'evolversi delle crisi umanitarie. In base ai dati del Viminale, infatti, dall'inizio del 2017 fino a metà maggio il più alto numero di migranti sbarcati sulle coste italiane (in tutto 50.041, il 47,5 per cento in più rispetto allo stesso periodo dell'anno scorso) proveniva proprio dalla Nigeria.
Il parallelismo è sconcertante. Proprio i Paesi destinatari delle quote maggiori di aiuti internazionali sono quelli da cui fuggono più persone. I fiumi di denaro della cooperazione s'ingrossano ma la povertà in cui campano gli africani non arretra. I soldi non bastano mai e la gente che fugge disperata è sempre più numerosa. Dalla Nigeria martoriata dalle milizie islamiste di Boko Haram e dalla siccità del Sahel sono sbarcate in Italia solo quest'anno 6.516 persone nonostante che nel 2015 il Paese africano avesse ricevuto quasi 21 miliardi di euro di aiuti, di gran lunga la quota maggiore di una singola nazione. Dalla Guinea sono approdati 4.712 profughi a fronte di aiuti nel 2015 per 217 milioni di dollari (1,3 miliardi nel decennio); dalla Costa d'Avorio 4.474 profughi (1,2 miliardi di sovvenzioni nel 2015, 3,5 nel decennio).

SEMPRE PIÙ POVERI

Ancora: dal Senegal sono sbarcati 3.069 profughi (784 milioni di aiuti, 6,1 miliardi nel decennio); dal Mali 2.240 (683 milioni nel 2015 e 6 miliardi nel decennio); dal Sudan 1.395 (511 milioni di dollari nel 2015, 12,6 miliardi complessivamente dal 2006). Il caso forse più paradossale è quello del Marocco. Il re Mohammed VI lo ha reso il Paese più sicuro dell'Africa a nord del Sahara, ha portato internet, sviluppato aziende, costruito autostrade anche grazie alla massa di finanziamenti tracciati dall'Ocse nel decennio: 27,3 miliardi di dollari, quarta nazione del continente dietro a Egitto, Nigeria, Sudafrica. Eppure dal Marocco si continua a fuggire perché nei primi mesi del 2017 hanno attraversato il Mediterraneo 3.055 magrebini. Secondo l'Istat al 1° gennaio 2016 vivevano in Italia 437.485 marocchini, terza comunità straniera presente in Italia dopo romeni (22,9% di tutti gli stranieri presenti sul territorio) e albanesi (9,3): i marocchini ne costituiscono l'8,7%.
In Africa non esiste un solo Paese che possa smentire il trend individuato anni fa dagli osservatori più avveduti: gli aiuti dei Paesi occidentali non alleviano la povertà dei popoli di colore. Dal dopoguerra al Duemila, ha calcolato Dambisa Moyo nel suo libro, sono stati convogliati oltre 1.000 miliardi di dollari e ancora oggi nel continente nero l'80 per cento della popolazione deve sopravvivere con meno di un dollaro al giorno.

TASSE E CORRUZIONE

L'assistenzialismo non è la ricetta che possa cambiare la governance africana. Tra il 1970 e il 1998, anni in cui i sussidi al continente sono cresciuti vigorosamente, il tasso di povertà è complessivamente salito dell'11 per cento. Prima ancora che le condizioni di salute, il riscaldamento globale e il terrorismo, il deficit numero 1 dell'Africa riguarda la crescita economica: dove c'è sviluppo produttivo e miglioramento dei redditi si verifica anche una maggiore tutela della salute con un terreno meno favorevole al terrore delle armi. Ma sul fronte dei cambiamenti strutturali nulla si muove. Secondo il Rapporto 2017 sulla competitività dell'Africa stilato dal World economic forum, la fondazione svizzera che ogni inverno promuove il vertice di Davos, i fattori più problematici per la crescita del business nel continente sono l'accesso ai finanziamenti, la corruzione, la tassazione, l'inefficiente burocrazia statale e l'instabilità politica. Fatto 100 l'accesso all'elettricità nei Paesi sviluppati, l'indicatore scende a 78 nell'Asia meridionale e precipita a 48 nell'Africa subsahariana. I consumi elettrici in Africa sono di 570 chilowattora pro capite contro gli 8.082 dei Paesi sviluppati. Soltanto il 39 per cento degli africani ha accesso alle cure sanitarie (98 nei Paesi Ocse) e il 72 all'acqua.

ONG POCO CHIARE

Il deficit infrastrutturale resta dunque tragico. Ma il divario può venire colmato soltanto da investimenti produttivi, che per esempio la Cina sta sviluppando moltissimo a costo di colonizzare a sua volta buona parte del continente. Il sistema degli aiuti invece consente ai grandi donatori di tenere l'Africa in una condizione di inferiorità perenne, tanto più che i finanziamenti finiscono molto spesso nelle tasche dei dittatori e degli sfruttatori. Quando un governo sa di poter contare su beni che non dipendono dalla propria azione (come i sussidi che la solidarietà internazionale comunque eroga, ma anche la ricchezza delle risorse naturali), esso perde interesse a perseguire obiettivi di sviluppo.
Ma oltre ai tiranni locali che alimentano i propri conti bancari offshore e alle grandi organizzazioni internazionali espressione dei Paesi sviluppati che perpetuano il controllo sul continente, esiste un'altra realtà che non ha interesse a modificare la subalternità africana: sono le Ong. Alle organizzazioni non governative che fanno da tramite tra i finanziatori e i finanziati non conviene che cambi il sistema di aiuti internazionali perché è ciò che giustifica la loro esistenza. Un sistema opaco, dove non regna la trasparenza e dove si compiono indisturbati, come s'intitola un libro dell'economista americano William Easterly, I disastri dell'uomo bianco. Sottotitolo: «Perché gli aiuti dell'Occidente al resto del mondo hanno fatto più male che bene».

STEFANO FILIPPI :GIORNALISTA INVIATO SPECIALE

venerdì 9 giugno 2017

LE 10 CITAZIONI PIU' SIGNIFICATIVE DI ZBIGNIEW BRZEZINSKI

Zbigniew Brzezinski, ex consigliere per la sicurezza nazionale del presidente Jimmy Carter negli anni 1980 è stato la figura più importante della politica estera americana, è morto all'età di 89. RT ha ripreso  le sue citazioni più suggestivie.

Zbigniew Brzezinski, morto 26 maggio 2017 è stato consigliere per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti del presidente Jimmy Carter 1977-1981.
Come tale, è stato un importante architetto della politica estera di Washington, sostenendo una politica più aggressiva nei confronti dell'URSS - in  rottura  con la  precedente Distensione - che si è concentrata sia sul ripristino del riarmo  degli Stati Uniti. Rimase fino alla sua morte un osservatore ascoltato per  politica estera degli Stati Uniti.Ecco le sue  principali citazioni


-Rinpiangere cosa? Questa operazione segreta (appoggio militare dei talebani da parte degli USA durante la guerra in Afghanistan contro l'URSS negli anni 1980 ) fu un'eccellente idea.Che ebbe l'effetto d'attirare i Russi nella trappola afghana..

- .Presto sarà possibile monitorare costantemente tutti i cittadini, mantenendo un aggiornamento completo dei file  che contengono tutte le informazioni su di essi, anche le più personali
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Si deve tenere a mente due cose. La prima ,la russia non può stare in Europa senza che ci sia anche l'Ucraina.E in seguito che l'Ucraina può stare in Europa senza che ci sia la Russia
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Gli israeliani si comportano sempre più come suprematisti bianchi in Sud Africa durante l'apartheid. Essi considerano i palestinesi come esseri inferiori e non esitano  ad ucciderli , in maniera massicci.
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Sempre più persone non capiscono nulla della cosa  pubblica e d 'altronde sono molto sensibili alle parole d'ordine estremamente semplicistiche  che vengono inculcate dai loro candidati provenienti dal nulla, senza alcuna esperienza, ma con slogan molto seducenti
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Anche se lo stalinismo è stata una tragedia inutile sia per il popolo russo che per il comunismo come ideale, è possibile che per il mondo in generale, sia  stato una benedizione sotto mentite spoglie.
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.La libera circolazione delle persone può assumere dimensioni enormi, monumentali. Non credo che nessun paese in Europa occidentale o in America potrebbe adottare l'idea  libera e totale della circolazione di persone.
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.La sovranità è una parola nominale, utilizzata troppo spesso che non ha alcun senso specifico.La sovranità oggi.I paesi che sono effettivamente sovrani ,lo sono solamente in maniera fittizzia e relativa
-   Per gli Stati Uniti, l'obiettivo principale è quello geopolitico dell'Eurasia ... Il primato globale e l'egemonia degli Stati Uniti dipende direttamente  dal  tempo che ci metteranno a  imporre il loro dominio sul continente euroasiatico

 Gli errori della guerra in Iraq non sono solo stati tattici e strategici, ma storici. Si tratta   essenzialmente di una guerra coloniale, tentato in  epoca post-coloniale.

giovedì 1 giugno 2017

ISRAELE STRINGE LEGAMI CON L'AFRICA E VICEVERSA

Lo slogan utilizzato da Netanyahu quasi fosse un mantra di buon auspicio prima del suo viaggio in Africa previsto per il 4 giugno è: “Israele sta tornando in Africa, e l’Africa sta tornando in Israele.” Per capire cosa queste parole significhino è doveroso tenere in considerazione l’impegno dimostrato da Tel-Aviv negli ultimi due anni per stringere i suoi legami con quello che viene considerato il “continente del futuro”.
I funzionari dell’Ufficio del primo ministro israeliano hanno annunciato questo giovedì che Bibi parteciperà al summit dei paesi membri dell’ECOWAS (la comunità economica degli stati dell’Africa occidentale), che si terrà in Liberia tra meno di due settimane. Questo importante evento ha spinto Netanyahu a tornare in Africa nonostante, lo scorso luglio, vi avesse già passato diverso tempo: solo dieci mesi fa infatti l’ex ufficiale del Mossad passò in Uganda, Kenya, Rwanda ed Etiopia, in quella che è stata considerata, a ragion di causa, una visita storica. Infatti erano 29 anni che un primo ministro israeliano non partecipava a un “tour africano”. Bibi stava iniziando a tessere la sua rete di rapporti, consapevole dell’importanza che l’Africa ha e che, salvo cambiamenti radicali improbabili, guadegnerà sempre più. L’impegno della Cina in Africa dovrebbe già essere una conferma di quanto, in futuro, sia probabile vedere questo continente protagonista della scena internazionale,


Il 4 giugno è prevista la sua partecipazione al summit dei paesi aderenti all’ECOWAS (che insieme rappresentano una comunità di 320milioni di persone) che, secondo il Ministero degli Esteri liberiano, si terrà nella capitale, Monrovia, città dove si incontreranno i 15 leader dei paesi facenti parte alla comunità economica, inclusi quelli di due paesi, come il Mali e la Nigeria, che di rapporti diplomatici con Israele non ne hanno ormai da tempo. Oltre a Netanyahu parteciperanno all’incontro anche il Segretario Generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres, il presidente dell’Unione africana Moussa Faki e una delegazione degli uomini più influenti del Marocco.
Non è una coincidenza che nei giorni in cui Netanyahu sarà occupato nel summit di Monrovia, sia previsto l’arrivo in Israele del primo ministro etiope Hailemariam Desalegn, che si fermerà in Terra Santa per quattro giorni. Quella di Desalegn sarà la prima visita in Israele di un primo ministro etiope da più di un decennio e vuole essere la risposta al viaggio di Bibi in Etiopia dello scorso luglio. E’ comunque previsto un incontro tra i due leader quando Netanyahu avrà concluso il suo viaggio in Liberia. L’Etiopia è uno dei paesi strategicamente più importanti per Israele se il piccolo stato del Medio Oriente vuole ritagliarsi uno spazio nella cornice africana: ospita il quartier generale dell’Unione africana, fa parte del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e – soprattutto – il suo ex primo ministro e attuale ministro della sanità, Tedros Adhanom Ghebreyesus, la settimana passata ha vinto le elezioni per diventare il prossimo direttore della World Health Organization (WHO), primo africano a ricoprire questo ruolo.

Netanyahu ha molti difetti e la continua diminuzione dei consensi da parte della popolazione israeliana nei suoi confronti ne è la conferma. La politica interna da lui adottata non piace a molti in Israele, anche quando si parla degli insediamenti in Cisgiordania. Per quanto riguarda la politica estera, però, le sue capacità sono innegabili. Ha giocato un ruolo da protagonista (anche se dietro le quinte) nel conflitto siriano, a fianco di Stati Uniti e Arabia Saudita e in chiave anti-iraniana. Le premesse che lasciano immaginare Tel-Aviv protagonista nel futuro dell’Africa, forse anche dopo il mandato di Benjamin Netanyahu, ci sono tutte. D’altronde lo Stato di Israele, per quanto si estenda in un’area minore di quella della Toscana (20.000km² contro quasi 23.000km² della regione italiana) sa come muoversi sul palcoscenico globale. Che si lasci scappare le opportunità che l’Africa può offrire, è alquanto improbabile.

GUIDO DELL'OMO:GIORNALISTA PROFESSIONISTA DELLA TESTATA IL GIORNALE

lunedì 29 maggio 2017

GAMBIA VUOLE VOLTARE PAGINA SUL TURISMO SESSUALE DELLE EUROPEE



Il Gambia è una destinazione di turismo sessuale per le Occidentali single del Nord Europa. donne trasformate gradualmente in personalizzate"ONG" per conto di "locali bumsters (prostituti in slang locale)" esperti in matrimonio temporaneo e recupero di valuta pregiata


Conosciuto all'estero per  l'immagine di giovani africani che si fanno ammirare, sulle spiagge idilliache, per i loro muscoli alle donne mature europee . Il Gambia sogna di trasformare la sua reputazione  di destinazione di turismo sessuale, diversificando la propria offerta.Per raggiungere questo obiettivo, l'ex enclave britannica in Senegal -tranne  la sua riva costiera, si concentrerà sulla cultura, ecologia e nuove infrastrutture, e non si accontenterà più di incentrate i soggiorni  sulle spiagge  a buon mercato vicino  Banjul, la capitale, secondo gli esperti. Tradizionalmente,  il Gambia attira una clientela prevalentemente di lingua inglese e dal nord Europa, come olandese o svedese i cui paesi hanno grandi comunità del Gambia. Ma vale anche per i mercati russi e asiatici e ulteriormente intende  far conoscere  la sua storia coloniale  legata al commercio degli schiavi. Mentre il turismo contribuisce già il 20% al prodotto interno lordo (PIL) del Gambia, il responsabile  nazionale del settore Abdoulie Hydara spera di  imitare altri paesi africani che hanno approfittato della loro fauna e della flora, come il Kenya."Abbiamo bisogno di trovare nuovi prodotti, preservando e sviluppando il nostro patrimonio", ha detto M. Hydara: il turismo nei parchi nazionali, "al fine di veicolare  le persone  ad  andare  all' interno del paese per vedere le scimmie, la fauna selvatica ' ma anche crociere sul fiume Gambia."

Scimpanzé.
Ma questo non è lo stesso prezzo. Un abisso separa anche le offerte turistiche attuali in Gambia di safari che il paese sogna per diversificare il suo turismo. I clienti Chris McIntyre, CEO di Expert Africa, tour operator inglese di lusso, pagano in media 6.500 euro a persona per un safari in Kenya o in Tanzania. E' richiesto"Un buon servizio" per tali viaggi. Gli scimpanzé sono suscettibili di essere abbastanza attraenti per far emergere tutto il potenziale della fauna selvatica e della natura in Gambia, dice McIntyre, riferendosi alla sua popolazione di primati. Ma il paese avrà "bisogno di molto buone guide," ha detto. Cambiare il volto del turismo in Gambia richiederà non solo grandi investimenti in strade e alberghi, ma anche nella popolazione, per reindirizzare i lavoratori del sesso ad altre attività.

Bagarini e protettori,
.Di notte, nella zona turistica di Senegambia, nei pressi di Banjul, i  turisti, soprattutto dalla Gran Bretagna, Olanda e paesi scandinavi, si ritrovano in locali  da bassi fondi dalle luci luci aggressive. Uomini, donne e bambini vendono i loro fascino a delle  tariffe negoziate attraverso "bagarini", molti dei quali sono anche loro lavoratori del sesso. Altri sono protettori.Nei bar  pieni di fumo di sigarette  delle coppie miste con una differenza d'età di  30 0 40 anni bevono senza avere grandi cose da dirsi.
Per Lamin Sady, 29 anni, che vende conchiglie sulla spiaggia durante la stagione turistica -da novembre ad aprile e a lavorare su un peschereccio il resto dell'anno, l'incapacità di soddisfare le esigenze della moglie del Gambia spinge molti dei loro giovani ad avere relazioni sessuali  con le donne Europee.
Alcuni addirittura a volte finiscono per sposarle


"Non hanno casa,ne auto," ha detto Lamin Sady.Le loro compagne europee più anziane " li assistono finanziariamente, dando loro una macchina e ad  aiutarli ad andare in Europa." Per Njundu Drammeh,responsabile  di un'ONG locale attive nella protezione dei bambini, i minori non sono risparmiati. Spesso i loro genitori chiudono gli occhi facendo finta d'ignorare  la fonte del denaro che portano dalle spiagge turistiche. Altri accettano studi "sponsorizzati" della loro prole, con possibile contropartita di scambi sessuali. "A volte vedono l'arrivo di un turista nella loro casa come una manna, sia per la famiglia  che per il bambino", dice Njundu Drammeh

Clima di'impunità
Nonostante i casi di sospetto abuso di minori, nessun turista è stato processato per tali atti in Gambia, dove non sono stati condotti studi seri sul fenomeno, ha aggiunto.Secondo un membro  della polizia turistica che si fa  chiamare Lamin, questo problema è tristemente familiare. Con i bambini, "è soprattutto la pornografia, essi (i turisti) scattano foto" in tutta impunità", ha detto.Sono state adottate misure preventive nel settore alberghiero e delle inchieste sono state  immediatamente condotte per i casi di sesso che coinvolgono i turisti, ma finora solo i locali sono stati perseguiti. La Stagione turistica di quest'anno è stata compromessa dalla crisi politica nata dal rifiuto della Yahya Jammeh, al potere da oltre 22 anni, di accettare la sua sconfitta nelle elezioni presidenziali del 1 ° dicembre. Al culmine della crisi, nel mese di gennaio, migliaia di turisti sono stati evacuati -prima che il M. Jammeh non accettasse di andare in esilio sotto la pressione militare e diplomatica.A causa di questi turbolenza politica, l'obiettivo di 195.000 turisti non può essere raggiunto quest'anno, secondo M. Hydara.Un flusso ancora di vitale importanza per questo paese povero di 1,8 milioni,  ed è per questo motivo in un numero sempre maggiore  cercano di fuggire.Nella classifica dei migranti che attraversano il Mediterraneo a rischiare la vita per raggiungere l'Italia, i Gambiani  occupano il triste primo posto in relazione alla loro popolazione, secondo l'Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM).

Tratto dal seguente sito
http://www.connectionivoirienne.net/126722/la-gambie-souhaite-tourner-la-page-du-tourisme-sexuel-des-europeens

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domenica 14 maggio 2017

LA DEMOCRAZIA E LA DEMOGRAFIA:LE DUE PIAGHE DELL'AFRICA

A leggere i media e ad ascoltare "gli esperti", se l'Africa è un disastro, è perché subisce un deficit di sviluppo.La soluzione dunque è semplice:igniettare sempre di più massivamente aiuti e imporre la democratizzazione. L'errore è totale, ovviamente,perché,in primo luogo i criteri di povertà definiti in Europa non sono quelli dell'Africa e in secondo luogo politico, tra le nostre società individualiste e quelle comunitarie del continente africano i criteri sono molto differenti.In più i problemi che si pongono a nord del Sahara non sono quelli dei paesi situati a sud del deserto. L'unico approccio realistico al problema è fondamentalmente geograficoe etno-storico, perché,in quanto si dimentica troppo spesso che il continente africano hauna storia differente da quella dell'Europa. Mentre in Europa i grandi fenomeni storici e di civiltà furono continentali non fu il caso delle Afriche. Tuttal'Europa in effetti fu interessata dalla fine dell'Impero romano e dall'innesto del cristianesimo sul vecchio tronco pagano.Poi nella sua totalità fu irrigata dall'arte romanica egotica.In seguito l'Europa intera fu interessata dal Rinascimento, dalla Riformadall'Illuminismo e poi dalle rivoluzioni politiche e industriali. In Africa, al contrario, fenomeni storici avevano perlopiù solo implicazioni regionali, tranne nel caso della colonizzazione. Con poche eccezioni, non c'è stato il superamento dall'aggregazione etnica. Anchein caso di creazione di imperi. Questi erano infatti ancora strettamente etnocentrici o formati mediante la raccolta di tribù o clan appartenenti agli stessi gruppi etnici; Esempi di regni Luba, Lunda, Shona, Zulu o Imerina in Madagascar illustrano potentemente questa grande originalità. La conquista coloniale si fece a beneficio dei poli costieri con cui gli Europei avevano forgiato rapporti secolari e, in molti casi erano i loro partner durante il periodo della tratta degli schiavi.All'interno, gli imperi che resistettero furono sconfitti a beneficio delle popolazioni che dominavano. La colonizzazione cosi, romperà diverse potenziali o almeno in divenire "Prussie":Madagascar e la monarchia Hova,l'Impero de Sokoto, i regni ashanti e zulu,gli insiemi creati da el-Hadj Omar o da Samory.Lo Stato tutsi ruandese tagliato dalla uscita a nord.ovest del Kivu e portato sulle alte terre confinanti con il Congo-Nilo;o ancora come L'Etiopia impedita di riguadagnare un accesso al mare dalla presenza italiana in Eritrea.La colonizzazione procedette ugualmente all'amputazioni territoriali come nel caso del Marocco.Stato millenario tagliato territorialmente a beneficio dell'Algeria e della Mauritania,due creazioni francesi. Poi al momento dell'indipendenza nel decennio 1960, l'insensata demarcazione frontaliera darà vita a gran parte alle" prigioni dei popoli"." E come se non bastasse,per aggravare la situazione la democratizzazione fu imposta all'interno di questi gusci vuoti. Risultato, questa modello europeo-centrico porterà all'etno-matematica cioè alla vittoria dei popoli più numerosi e incoraggerà la natalità che finirà per distruggere il continente Bernard Lugan:Africanista,Storico e studioso di geopolitica africana

venerdì 12 maggio 2017

PERCHE' LA DEMOCRAZIA NON FUNZIONA IN AFRICA( E NEMMENO CI SI AVVICINA A FUNZIONARE)

Nei paesi del Nord del mondo, la vita politica si basa su convinzioni comuni e progammi politici che trascendono dalle differenze culturali, sociali o regionali. L'aggiunta del suffragio individuale fonda la legittimità politica. In Africa dove le società sono comunitarie, gerarchizzate e solidarie, l'ordine sociale e politico non si basa sugli individui ma sui gruppi. È per questo che il principio democratico di "un uomo, un voto" porta alla situazione di stallo e al caos. La questione della ridefinizione dello stato, quindi il posto dei gruppi etnici nella società, sono i principali problemi politici e istituzionali che l'Africa deve risolvere. Ma per questo, non bisogna negare la realtà etnica. Ora con tutto il suo universalismo, l'Africanismo francese e più in generale francofono ha deciso di evitare di affrontare il fatto etnico perché considerato troppo "identitario". I suoi sommi sacerdoti, come Jean-Pierre Chrétien, Jean-Loup Amselle, Catherine Coquery- Vidrovitch d'Elikia M'Bokolo e dei loro discepoli, arrivano a sostenere, sia pure con certe sfumature che i gruppi etnici hanno un'origine coloniale. Tale arroganza dottrinale implica quindi che i popoli africani hanno ricevuto dai colonizzatori il loro nome e l'identità. Jean-Pierre Chrétien è abbastanza chiaro su questo, quando osa scrivere: "L'etnicità si riferisce meno alle tradizioni locali che alle fantasie elaborate dell'etnografia occidentale sul mondo, detto consuetudinario. Tuttavia, come giustamente ha osservato Axel Eric Augé, sociologo francese di origine del Gabon:" In sintesi, gli africani erano una massa indifferenziata e in attesa degli europei per fare esperienza dei fenomeni identitari! " Certo, etnia non spiega tutto ... ma niente può essere spiegato senza di essa. La storia contemporanea dell'Africa si iscrive così lungo linee etniche, come l'attualità lo mostra quotidianamente e in modo spesso drammatico. La questione dei confini è stata congelata perché non è ragionevole pensare di voler dare un territorio a ciascuno dei 1500 gruppi etnici africani, come fare per ponderare l'etno-matematica elettorale nei paesi in cui le popolazioni sono giustapposte o aggrovogliate le une sulle altre? In Nigeria, gli inglesi avevano trovato la soluzione di definire le grandi aree amministrative intorno ai tre gruppi etnici dominanti a livello regionale, vale a dire il Hausa-Fulani, Kanuri nord, gli Yoruba e gli Ibo nel sud. L ' "un uomo un voto" ha rovinato questa politica di coagulazione regionale e ha invece causato lo spezzatino amministrativo di circa 36 Stati, il che rende il Paese ingestibile. In Mali, l'alternativa alla disgregazione del paese è stata un ampio federalismo etnico-regionale con la regione di Kidal guidata dai Tuareg, il Timbuktu da arabi e alleati, quella di Bamako dai Bambara e alleati, quella dei Mopti dai Peul, etc. Qualsiasi altro approccio è destinato al fallimento, perché le elezioni del "un uomo un voto" danno sempre il potere ai più numerosi. Questo fa si che il problema del Nord non sarà mai risolto. In ultima analisi, il voto sarebbe solo individuale a livello regionale, tra le popolazioni affini che eleggerebbero un numero uguale di deputati, nonostante il loro peso demografico. A livello nazionale, il potere sarebbe l' emanazione di questa rappresentazione. Ma non dobbiamo sognare. I più numerosi non accetteranno mai questa evoluzione costituzionale che segna la fine del loro dominio etno-matematico. La soluzione per i problemi politici africani pertanto non è per domani ... Bernard Lugan :Africanista,Studioso di geopolitica dell'Africa