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giovedì 1 giugno 2017

ISRAELE STRINGE LEGAMI CON L'AFRICA E VICEVERSA

Lo slogan utilizzato da Netanyahu quasi fosse un mantra di buon auspicio prima del suo viaggio in Africa previsto per il 4 giugno è: “Israele sta tornando in Africa, e l’Africa sta tornando in Israele.” Per capire cosa queste parole significhino è doveroso tenere in considerazione l’impegno dimostrato da Tel-Aviv negli ultimi due anni per stringere i suoi legami con quello che viene considerato il “continente del futuro”.
I funzionari dell’Ufficio del primo ministro israeliano hanno annunciato questo giovedì che Bibi parteciperà al summit dei paesi membri dell’ECOWAS (la comunità economica degli stati dell’Africa occidentale), che si terrà in Liberia tra meno di due settimane. Questo importante evento ha spinto Netanyahu a tornare in Africa nonostante, lo scorso luglio, vi avesse già passato diverso tempo: solo dieci mesi fa infatti l’ex ufficiale del Mossad passò in Uganda, Kenya, Rwanda ed Etiopia, in quella che è stata considerata, a ragion di causa, una visita storica. Infatti erano 29 anni che un primo ministro israeliano non partecipava a un “tour africano”. Bibi stava iniziando a tessere la sua rete di rapporti, consapevole dell’importanza che l’Africa ha e che, salvo cambiamenti radicali improbabili, guadegnerà sempre più. L’impegno della Cina in Africa dovrebbe già essere una conferma di quanto, in futuro, sia probabile vedere questo continente protagonista della scena internazionale,


Il 4 giugno è prevista la sua partecipazione al summit dei paesi aderenti all’ECOWAS (che insieme rappresentano una comunità di 320milioni di persone) che, secondo il Ministero degli Esteri liberiano, si terrà nella capitale, Monrovia, città dove si incontreranno i 15 leader dei paesi facenti parte alla comunità economica, inclusi quelli di due paesi, come il Mali e la Nigeria, che di rapporti diplomatici con Israele non ne hanno ormai da tempo. Oltre a Netanyahu parteciperanno all’incontro anche il Segretario Generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres, il presidente dell’Unione africana Moussa Faki e una delegazione degli uomini più influenti del Marocco.
Non è una coincidenza che nei giorni in cui Netanyahu sarà occupato nel summit di Monrovia, sia previsto l’arrivo in Israele del primo ministro etiope Hailemariam Desalegn, che si fermerà in Terra Santa per quattro giorni. Quella di Desalegn sarà la prima visita in Israele di un primo ministro etiope da più di un decennio e vuole essere la risposta al viaggio di Bibi in Etiopia dello scorso luglio. E’ comunque previsto un incontro tra i due leader quando Netanyahu avrà concluso il suo viaggio in Liberia. L’Etiopia è uno dei paesi strategicamente più importanti per Israele se il piccolo stato del Medio Oriente vuole ritagliarsi uno spazio nella cornice africana: ospita il quartier generale dell’Unione africana, fa parte del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e – soprattutto – il suo ex primo ministro e attuale ministro della sanità, Tedros Adhanom Ghebreyesus, la settimana passata ha vinto le elezioni per diventare il prossimo direttore della World Health Organization (WHO), primo africano a ricoprire questo ruolo.

Netanyahu ha molti difetti e la continua diminuzione dei consensi da parte della popolazione israeliana nei suoi confronti ne è la conferma. La politica interna da lui adottata non piace a molti in Israele, anche quando si parla degli insediamenti in Cisgiordania. Per quanto riguarda la politica estera, però, le sue capacità sono innegabili. Ha giocato un ruolo da protagonista (anche se dietro le quinte) nel conflitto siriano, a fianco di Stati Uniti e Arabia Saudita e in chiave anti-iraniana. Le premesse che lasciano immaginare Tel-Aviv protagonista nel futuro dell’Africa, forse anche dopo il mandato di Benjamin Netanyahu, ci sono tutte. D’altronde lo Stato di Israele, per quanto si estenda in un’area minore di quella della Toscana (20.000km² contro quasi 23.000km² della regione italiana) sa come muoversi sul palcoscenico globale. Che si lasci scappare le opportunità che l’Africa può offrire, è alquanto improbabile.

GUIDO DELL'OMO:GIORNALISTA PROFESSIONISTA DELLA TESTATA IL GIORNALE

lunedì 15 maggio 2017

GREMBIULINI AFRICANI

ARTICOLO DEL 2014,MOLTO INTERESSANTE PER CAPIRE CHE COSA SI CELA DIETRO LE QUINTE DEI VARI CONFLITTI AFRICANI E FINALMENTE CI PORTA LONTANO DAL MISERABILISMO D'ACCATTO TERZOMONDISTA CHE APPARENTEMENTE VUOLE "SALVARE" L'AFRICA ANZI LE AFRICHE(E SONO MOLTE PER CULTURA E SVILUPPO SOCIALE E STORICO COME NEGLI ARTICOLI PRECEDENTI DI BERNARD LUGAN) CONCETTO MOLTO CARO A DON GIULIO E INVECE LE AFFOSSA DI COLONIALISMO PERBENISTA DEI BUONI SENTIMENTI, DELLA PAPPA DEL CUORE ,DEL BUONISMO POLITICAMENTE CORRETTO. BUONA LETTURA La Massoneria è molto radicata in Africa e rappresenta l’anello di congiunzione tra l’epopea coloniale e quella successiva, non solo in termini di riconoscimento dell’autodeterminazione degli Stati sovrani, ma anche dell’avvento graduale del cosiddetto neocolonialismo. Questo tema è stato affrontato, nel 2007, in un interessantissimo articolo pubblicato sul mensile Nigrizia, a firma di un grande africanista, François Misser (Loggia ci cova Massoneria / “Fratelli” d’Africa). Pertanto, in considerazione anche di alcune recenti vicende, credo che possa risultare utile tornare ad approfondirlo. Forse non tutti sanno che, ad esempio, l’ex presidente burkinabé Blaise Compaoré, recentemente deposto a furor di popolo, è iniziato al Grande Oriente di Francia (Godf). Non è un caso se il suo grande sponsor, quando si trattò di rovesciare nel 1987 il carismatico Thomas Sankara, sia stato l’allora presidente francese François Mitterrand, anche lui massone del Godf. Come se non bastasse, i collegamenti tra il regime di Ouagadougou e Parigi sono avvenuti in questi anni grazie a personaggi come il socialista Guy Penne per conto di Mitterrand, dal 1981 al 1986 e poi, a partire dal 1995, dal gollista Fernand Wibaux, per conto di Jacques Chirac. Tutti e due questi signori, membri di spicco del Godf, hanno rivestito la carica di consiglieri presidenziali per gli affari africani dell’Eliseo. E allora non sorprende se il Compaoré di cui sopra, nonostante abbia commesso crimini a non finire nei suoi 27 anni di potere assoluto, sia stato accolto in esilio a Yamoussoukro, in Costa D’Avorio, dal presidente massone Alassane Ouattara. Una cosa è certa: la stragrande maggioranza dei leader politici africani, defunti e viventi, è legata alla massoneria. Basti pensare all'ex presidente gabonese Omar Bongo (gran maestro della Grande Loggia Simbolica) o a suo figlio Ali Bongo, per non parlare del ciadiano Idriss Déby o dell’ex-presidente congolese Pascal Lissouba. E anche l’ex presidente centrafricano François Bozizé (costretto all’esilio) è un massone, pare iniziato dal suo omologo congolese Denis Sassou Nguesso, per accedere nella potentissima Grande Loggia nazionale francese (Glnf). Da rilevare che la massoneria in Africa rappresenta il collante tra il colonialismo e il neo colonialismo. Tornando indietro con la moviola della storia, è bene ricordare che la prima loggia nel continente risale al 1772, quando venne fondata a Città del Capo, nel luogo dove ora sorge, per ironia della sorte, il parlamento sudafricano, che peraltro continua a ospitare, come cimelio per i posteri, il tempio originario, il Goedehoop Tempel. Stiamo parlando di una realtà fortemente egemone che ha annoverato nelle sue fila Cecil John Rhodes, uno dei padri della colonia segregazionista, e Ernest e Harry Oppenheimer, fondatori della potentissima società diamantifera De Beers. Sta di fatto che è stata proprio la massoneria ad aiutare Nelson Mandela nel garantire il passaggio indolore dal regime dell’apartheid a quello liberale e democratico. Oggi, d’altronde, la massoneria sudafricana è potentissima, annoverando nei propri ranghi alcune decine di migliaia di adepti, molti dei quali esponenti di rilievo dell’industria estrattiva mineraria nazionale. Sul versante francofono gli sviluppi hanno avuto, più o meno, la stessa connotazione. La prima loggia africana con questa tipologia di osservanza, venne fondata a Saint-Louis, in Senegal, dal Godf, nel 1781, senza annoverare alcun affiliato autoctono. Solo dopo molti anni, venne consentito agli africani delle colonie di entrare nella massoneria, con l’intento, di salvaguardare la cooperazione commerciale, soprattutto per quanto concerne lo sfruttamento delle immense risorse minerarie dell’Africa come i ricchi giacimenti di uranio del Niger.Oggi, in Africa, vi sono almeno tre grandi tipologie di massoneria. A parte le logge di obbedienza straniera, sono presenti anche logge autoctone (come quella delpresidente camerunese Paul Mbya, branca dissidente della Società dei Rosa Croce: il Centro internazionale di ricerche culturali e spirituali), oltre a quelle legate agli ex schiavi delle Americhe che tornarono liberi in Africa dopo l'abolizione dell'ignobile tratta. Sia a Monrovia che a Freetown, rispettivamente capitali della Liberia e della Sierra Leone, alcuni edifici pubblici mostrano simboli massonici. Il futuro della massoneria africana è comunque aperto a nuovi scenari: i propri affiliati hanno più volte accusato, più o meno velatamente, i Paesi occidentali di ingerenze neocoloniali e sono aperti alla cooperazione con la Cina e i Paesi arabi. Quando, ad esempio, in pompa magna, il 18 gennaio dello scorso anno, in Rue Cadet a Parigi , il Godf ha ospitato la tavola rotonda dedicata alla “Françafrique”, alcune voci africane hanno espresso un certo disappunto sia per l’intervento di Nicolas Sarkozy in Costa d’Avorio, come anche di François Hollande in Mali. In effetti, il dissapore è legato al fatto che gli interessi francesi sono antagonistici rispetto a quelli della Cina. L’ex presidente massone centrafricano Bozizé è infatti stato costretto all'esilio dalle forze ribelli proprio quando si accingeva a trattare con le autorità di Pechino per lo sfruttamento dei giacimenti di petrolio e uranio presenti nel suo Paese. Giacimenti considerati strategici dal governo di Parigi. E mentre in Senegal, gli intellettuali musulmani discutono sulla compatibilità o meno della possibilità di riconciliare l’Islam alla massoneria, in Nigeria si assiste all’emergere di una massoneria etnica, che prende le distanze dalle obbedienze inglese, irlandese e scozzese. Col risultato che vi sono già delle logge autoctone che accolgono esponenti del musulmanesimo. Non si tratta di una novità se si considera che il defunto presidente gabonese Omar Bongo, nonostante fosse massone, si convertì all’Islam nel 1973. Un connubio, quello tra massoneria ed esponenti del musulmanesimo che potrebbe avere un impatto sui futuri assetti geopolitici dell’Africa Subsahariana. DON GIULIO ALBANESE:SACERDOTE MISSIONARIO CONBONIANO GIORNALISTA DIRETTORE DELLA RIVISTA "Popoli e Missione"

venerdì 12 maggio 2017

PERCHE' LA DEMOCRAZIA NON FUNZIONA IN AFRICA( E NEMMENO CI SI AVVICINA A FUNZIONARE)

Nei paesi del Nord del mondo, la vita politica si basa su convinzioni comuni e progammi politici che trascendono dalle differenze culturali, sociali o regionali. L'aggiunta del suffragio individuale fonda la legittimità politica. In Africa dove le società sono comunitarie, gerarchizzate e solidarie, l'ordine sociale e politico non si basa sugli individui ma sui gruppi. È per questo che il principio democratico di "un uomo, un voto" porta alla situazione di stallo e al caos. La questione della ridefinizione dello stato, quindi il posto dei gruppi etnici nella società, sono i principali problemi politici e istituzionali che l'Africa deve risolvere. Ma per questo, non bisogna negare la realtà etnica. Ora con tutto il suo universalismo, l'Africanismo francese e più in generale francofono ha deciso di evitare di affrontare il fatto etnico perché considerato troppo "identitario". I suoi sommi sacerdoti, come Jean-Pierre Chrétien, Jean-Loup Amselle, Catherine Coquery- Vidrovitch d'Elikia M'Bokolo e dei loro discepoli, arrivano a sostenere, sia pure con certe sfumature che i gruppi etnici hanno un'origine coloniale. Tale arroganza dottrinale implica quindi che i popoli africani hanno ricevuto dai colonizzatori il loro nome e l'identità. Jean-Pierre Chrétien è abbastanza chiaro su questo, quando osa scrivere: "L'etnicità si riferisce meno alle tradizioni locali che alle fantasie elaborate dell'etnografia occidentale sul mondo, detto consuetudinario. Tuttavia, come giustamente ha osservato Axel Eric Augé, sociologo francese di origine del Gabon:" In sintesi, gli africani erano una massa indifferenziata e in attesa degli europei per fare esperienza dei fenomeni identitari! " Certo, etnia non spiega tutto ... ma niente può essere spiegato senza di essa. La storia contemporanea dell'Africa si iscrive così lungo linee etniche, come l'attualità lo mostra quotidianamente e in modo spesso drammatico. La questione dei confini è stata congelata perché non è ragionevole pensare di voler dare un territorio a ciascuno dei 1500 gruppi etnici africani, come fare per ponderare l'etno-matematica elettorale nei paesi in cui le popolazioni sono giustapposte o aggrovogliate le une sulle altre? In Nigeria, gli inglesi avevano trovato la soluzione di definire le grandi aree amministrative intorno ai tre gruppi etnici dominanti a livello regionale, vale a dire il Hausa-Fulani, Kanuri nord, gli Yoruba e gli Ibo nel sud. L ' "un uomo un voto" ha rovinato questa politica di coagulazione regionale e ha invece causato lo spezzatino amministrativo di circa 36 Stati, il che rende il Paese ingestibile. In Mali, l'alternativa alla disgregazione del paese è stata un ampio federalismo etnico-regionale con la regione di Kidal guidata dai Tuareg, il Timbuktu da arabi e alleati, quella di Bamako dai Bambara e alleati, quella dei Mopti dai Peul, etc. Qualsiasi altro approccio è destinato al fallimento, perché le elezioni del "un uomo un voto" danno sempre il potere ai più numerosi. Questo fa si che il problema del Nord non sarà mai risolto. In ultima analisi, il voto sarebbe solo individuale a livello regionale, tra le popolazioni affini che eleggerebbero un numero uguale di deputati, nonostante il loro peso demografico. A livello nazionale, il potere sarebbe l' emanazione di questa rappresentazione. Ma non dobbiamo sognare. I più numerosi non accetteranno mai questa evoluzione costituzionale che segna la fine del loro dominio etno-matematico. La soluzione per i problemi politici africani pertanto non è per domani ... Bernard Lugan :Africanista,Studioso di geopolitica dell'Africa