domenica 10 dicembre 2017

LA BOMBA SOCIALE DELLE PENSIONI

Felice Roberto Pizzuti
Il sistema pensionistico da anni non ha problemi di sostenibilità finanziaria. Eppure le riforme continuano a volerlo usare come un bancomat a favore del bilancio pubblico
Sono stati sufficienti, nello stesso giorno, un cenno molto vago del ministro del Tesoro sulla possibilità di rendere flessibile l’età di pensionamento e il richiamo del presidente dell’Inps che per ricevere la pensione si possano superare nettamente i 70 anni, per richiamare l’attenzione sul sistema previdenziale. Il fatto è che la combinazione tra l’assetto attuale del sistema pensionistico e le difficoltà del sistema economico di creare posti di lavoro stabili e sufficientemente retribuiti sta creando una bomba sociale ad orologeria, la cui gravità viene percepita in misura crescente con l’avvicinarsi del periodo in cui esploderà se nulla verrà fatto per impedirlo. Finora i giovani sembravano aver trascurato il problema, ma non tanto per “miopia giovanile” quanto perché esso veniva molto dopo la più immediata necessità di trovare un lavoro. Ma diventando progressivamente degli “ex-giovani”, percepiscono che la protratta difficoltà di trovare un’occupazione con reddito stabile pregiudica non solo la loro condizione presente, ma anche quella futura di pensionati che diventa meno lontana. D’altra parte, le riforme pensionistiche degli ultimi anni e gli interventi che si prospettano non riguardano solo il futuro degli attuali giovani, ma anche il presente di chi è più o meno vicino alla pensione (come coloro che l’hanno vista improvvisamente slittare anche di 6-7 anni, a volte rimanendo senza reddito alcuno) o di chi è già pensionato (si pensi al ridotto o eliminato adeguamento della prestazione all’inflazione). Dunque, direttamente o indirettamente è coinvolta l’intera popolazione e la progressiva percezione del problema stimola una crescente sensibilità dell’opinione pubblica.
Tuttavia, un aspetto che continua ad essere poco percepito è che l’assetto del sistema pensionistico rileva non solo rispetto all’efficacia e all’efficienza della sua funzione primaria di trasferire reddito corrente dagli attivi agli anziani. Il funzionamento della previdenza si incrocia con altre importanti questioni. Tra queste c’è lo squilibrio del nostro complessivo bilancio pubblico; tuttavia, il nostro sistema pensionistico da molti anni non ha più problemi di sostenibilità finanziaria; sono state sufficienti le riforme del 1992 (governo Amato) e del 1995 (governo Dini) per riportare in attivo, già nel 1996, il saldo annuale tra le entrate contributive e le prestazioni previdenziali al netto delle ritenute fiscali, il cui valore è arrivato a superare il 2% del Pil (nel 2008) e attualmente è intorno ai 20 miliardi di euro. Ciò nonostante, le riforme che si sono succedute fino ai giorni nostri hanno continuato ad usare il sistema pensionistico pubblico come un bancomat per prelievi a favore del complessivo bilancio pubblico.
Nel frattempo si è accentuato l’invecchiamento demografico e si è ridotta la crescita economica, circostanze che aumentano l’onerosità del trasferimento intergenerazionale; ma le riforme previdenziali ne hanno tenuto così conto che il rapporto tra la spesa pensionistica e il Pil è previsto in calo per i prossimi decenni e il rapporto tra i valori medi delle pensioni e dei salari è previsto in diminuzione dal 45% attuale al 33% nel 2036. Dunque la scelta politico-sociale è stata e continua ad essere quella di fronteggiare le negative tendenze demografiche ed economiche, operando una redistribuzione sfavorevole alla parte di popolazione coinvolta nel sistema pensionistico, cioè i lavoratori.
L’aumento dell’età di pensionamento – una misura in linea di massima ragionevole in presenza di allungamento della vita media attesa – è stato attuato senza tener conto della specifica situazione di elevata disoccupazione cosicché, oltre a generare il fenomeno degli “esodati”, ha fatto aumentare la già elevata disoccupazione giovanile e l’età media degli occupati, con conseguenze negative anche per l’efficienza e la capacità innovativa del nostro sistema produttivo che invece dovrebbe aumentare per migliorare la nostra competitività.
ll sistema pensionistico s’incrocia anche con i ricorrenti progetti di riduzione del cuneo fiscale e con l’implicita visione che la riduzione del costo del lavoro sia la via maestra per essere competitivi. La proposta di ridurre l’aliquota contributiva previdenziale di circa 6 punti, metà a vantaggio delle imprese e metà lasciati nella disponibilità dei lavoratori di metterli in busta paga o nella previdenza integrativa, implica in primo luogo una riduzione netta del salario del 3% a favore delle imprese e un abbattimento di quasi il 20% della prestazione pensionistica pubblica. Se i lavoratori metteranno in busta paga i 3 punti contributivi di loro spettanza li vedranno tassati maggiormente; se li impiegheranno nella previdenza integrativa si sostituirà previdenza pubblica con quella privata la quale implica maggiori costi di gestione e prestazioni legate alla più elevata instabilità dei mercati finanziari. Se invece la decontribuzione verrà posta a carico della fiscalità generale vi sarà un peggioramento del bilancio pubblico che aumenterà ulteriormente se la previdenza privata verrà favorita fiscalmente.
Il vincolo del bilancio pubblico è anche il maggiore ostacolo alla opportuna introduzione di maggiore flessibilità di scelta dell’età di pensionamento. Infatti, anche riducendo le prestazioni in ragione attuariale dell’anticipo del pensionamento, si avrebbe comunque una riduzione immediata delle entrate contributive.
I “rumors” che si susseguono in materia pensionistica rimangono dunque tali; magari ci sarà qualche misura appariscente, come dare 80 euro ad alcuni pensionati, ma non sembra che si voglia disinnescare la bomba sociale che sta maturando.

lunedì 27 novembre 2017

CONSIGLI DI LETTURA:DAL PENSIERO DEL BUDDHA ALLA PRATICA ZEN

Il risveglio della Coscienza -Shunryu Suzuki Roshi ; Mente zen, mente di principiante ,Ubaldini Editore-Roma 11€

“In verità vi dico: se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli”Matteo 18,1. Il principiante è come il bambino è aperto al mondo senza sovrastrutture che sclerotizzano la conoscenza di sé e degli altri. Lo Zen ci riporta a questo stadio di comprensione immediata che coinvolge non più la mente e il corpo; ma la totalità dell'essere . Facendoci "bambini" ci si aprono le porte del" regno dei cieli" cioè con l'umiltà della pratica Zen ci si aprono le porte del Buddha"la consapevolezza dell'Essere

Indagine sul Buddha storico - Richard Gombrich; Il pensiero del Buddha,Adelphi 30€

Richard Gombrich,sanscrista e indianista di vaglia, ci offre uno studio che restituisce al Buddha la sua collocazione storico-culturale dell'India vedica. Partendo dai testi sanscriti ma soprattutto scritti in pali,si delinea una figura di un grande riformatore delle sclerotizzata religione e cultura bramino-vedica. Il Principe Gautama che passando per le tappe di macerazione corporale di pratiche yogiche ,arriva a ripensare un nuovo stato dell'umanità nel mondo. Nuove relazione di senso tra se stessi ,la società e il mondo. Fino alla grande è ontologica trasmutazione nel "Risvegliato"appunto il Buddha.L'autore guida il lettore attraverso l'esegesi dei testi ancorata con una forte base filologica che fa del Buddha meno un "santino" astorico con venture esoteriche; ma più un riformatore social culturale del periodo "assiale"di una nuova "Origine e senso della Storia"di Jasperiana memoria

Lo Zen in cucina - Dogen; Istruzioni a un cuoco Zen ,Ubaldini Editore -Roma 11€

Per chi volesse avere un primo approccio con Dogen ,il fondatore del Buddismo Zen Soto, è il libro migliore e anche il più pratico e il meno filosofico. Il commento di Uchiyama Roshi guida il lettore alla comprensione del testo che a volte può apparire al" profano"contraddittorio o ,a volte oscuro.Dagli ingredienti alla scelta degli stessi, ai gesti del cucinare tutto diventa fonte di "Consapevolezza" anche nel cibo c'è Bodhi il "Risveglio" Comunque un testo imprescindibile per un cammino evolutivo personale.

Ottimo film sulla vita di Dogen con sotto titoli in italiano

Zen Vita di Dogen https://www.youtube.com/watch?v=p2O0qrn6-fY

Fabrizio Ghilardi:Antropologo,Storico delle Religioni









mercoledì 8 novembre 2017

TRILEMMA DI RODRIK


Rodrik ci mostra ogni giorno di più (a nostre spese) quanto democrazia, sovranità dello Stato e globalizzazione dei mercati siano tra di loro incompatibili. “Fingere che possiamo avere tutte e tre contemporaneamente ci abbandona in una insicura terra di nessuno”. 

A volte le idee semplici e coraggiose ci aiutano a vedere più chiaramente una realtà complessa che richiede approcci sfumati.
Ho un “teorema dell’impossibilità” per l’economia globale che è così. Mostra che democrazia, sovranità nazionale e integrazione economica globale sono reciprocamente incompatibili: possiamo combinare due a scelta delle tre, ma mai avere tutte e tre contemporaneamente nella loro pienezza.
Ecco come si presenta il teorema in un’immagine.





Per capire perché tutto questo ha senso, si noti che una profonda integrazione economica richiede che eliminiamo tutti i costi di transazione previsti per commerci e scambi finanziari attraverso le frontiere. Gli stati nazione sono una fonte fondamentale di questi costi di transazione: generano il rischio sovrano, creano discontinuità regolatorie ai confini, impediscono una regolamentazione e supervisione globale degli intermediari finanziari e rendono un prestatore globale di ultima istanza un sogno senza speranza.
Il malfunzionamento del sistema finanziario globale è intimamente legato a questi specifici costi di transazione.
Quindi, che cosa possiamo fare?
Una possibilità è andare verso il federalismo globale, allineando l’obiettivo della politica (democratica) a quello dei mercati globali. Realisticamente, però, questo è qualcosa che non può essere fatto su scala globale. È già abbastanza difficile da raggiungere anche tra un paesi relativamente simili e che la pensano in maniera simile, come l’esperienza della UE dimostra.
Un’altra opzione è il mantenimento dello stato nazione, ma in modo che risponda solo alle esigenze dell’economia internazionale. Avremmo così uno stato che persegue l’integrazione economica globale a scapito degli obiettivi nazionali. Il gold standard del XIX secolo ci fornisce un esempio storico di questo tipo di stato. Il crollo dell’esperimento di convertibilità argentino degli anni ’90 ci fornisce un’illustrazione contemporanea della sua incompatibilità intrinseca con la democrazia. (E quanto sta avvenendo oggi in UE ce ne fornisce un esempio doloroso, NdVdE).
Infine, possiamo ridurre le nostre ambizioni sulla quantità di integrazione economica internazionale che possiamo (o dobbiamo) raggiungere. Quindi rivolgerci a una versione limitata della globalizzazione, più o meno come il regime di Bretton Woods del dopoguerra (con i suoi controlli sui capitali e una limitata liberalizzazione degli scambi). Sfortunatamente questo è diventato vittima del suo stesso successo. Abbiamo dimenticato i compromessi incorporati in questo sistema, che erano la fonte del suo successo.
Insomma, io sostengo che qualsiasi riforma del sistema economico internazionale deve affrontare questo trilemma.
Se vogliamo più globalizzazione, dobbiamo o rinunciare a una parte della democrazia o a una parte della sovranità nazionale. Fingere che possiamo avere tutte e tre simultaneamente ci abbandona in una insicura terra di nessuno.

Dani Rodrik è un economista turco professore di Economia Politica Internazionale all'Università di Harvard

domenica 30 luglio 2017

L'AFRICA FA FIGLI, NOI NO: COME L'IMMIGRAZIONE CAMBIERA' L'ITALIA, E GLI ITALIANI

Intervista a Daniele Scalea, autore di uno studio senza preconcetti sul fenomeno migratorio: 'Nel 2065 gli immigrati in Italia saranno più del 40%, e in un futuro neanche troppo lontano le popolazioni autoctone europee potrebbero persino sparire'


di Miriam Carraretto.

 

«La vera causa della crisi migratoria non sono le guerre o le carestie, bensì la demografia africana». L’Europa e l’Italia affrontano un periodo di flussi migratori in entrata senza precedenti. Ciò dipende in primis dalla concomitanza tra declino demografico europeo (dal 22% della popolazione mondiale nel 1950 al 7% nel 2050) ed esplosione demografica africana (dal 9% al 25% della popolazione mondiale in cento anni). Ad affermarlo, dati alla mano, è Daniela Scalea, analista del Centro studi politici e strategici Machiavelli, che ha appena pubblicato un report dal titolo «Come l’immigrazione sta cambiando la demografia italiana». Un'analisi lucida, senza stereotipi, che ci aiuta a comprendere meglio il fenomeno migratorio di oggi, e di domani. Abbiamo raggiunto al telefono Scalea per farci spiegare meglio i numeri che ha scovato con la sua ricerca, e soprattutto il loro significato.

Nel 2065 gli immigrati in Italia saranno più del 40%
Già oggi, ci spiega Scalea, «in Germania le persone con retroterra migrante sono il 20% ma salgono al 35% tra i bambini con meno di 5 anni», lasciando presagire un grande mutamento nella composizione etnica della prossima generazione. In Francia è proibito compilare statistiche etniche «ma si stima che gli immigrati di prima e seconda generazione siano già oggi più del 20%». E il futuro appare sempre più chiaro: «Secondo elaborazioni e proiezioni di dati Istat, nel 2065 la quota di immigrati di prima e seconda generazione in Italia potrebbe superare il 40% della popolazione totale. Altri studi hanno previsto che più o meno nello stesso anno l'etnia britannica non sarà più maggioritaria a casa propria».

Le nostre culle sono vuote, le loro crescono a vista d'occhio
Un dato altrettanto interessante è che si assiste a una maggiore omogeneità dell’immigrazione: «Le prime dieci nazionalità rappresentano oggi il 64% degli immigrati totali, mentre negli anni ‘70 appena il 13%. Tutto ciò non si discosta da quanto sta accadendo in diversi Paesi dell’Europa occidentale. Questo rende ancora più difficile l'integrazione e favorisce anzi la creazione di comunità chiuse. È evidente che il futuro sarà multiculturale, in Italia non ci sarà più il predominio della cultura italiana bensì un pluralismo all'interno dello stesso Paese». Le culle sono vuole per noi e molto piene per gli africani. «Noi stiamo vivendo il periodo di massimo gap nella fertilità tra europei e africani. Anche l'Africa dovrebbe conoscere una linea discendente come l'Asia verso la fine del secolo, i continenti si avvicineranno in questo senso, ma ora non è così. Cresce il reddito in Africa ma cresce anche la popolazione e quindi gli effetti positivi di questa spinta economica si annullano: «L'Africa sta diventando ancora più povera rispetto agli altri continenti da un punto di vista relativo, quindi la popolazione in forte eccesso non può fare altro che emigrare: prima lo faceva soprattutto internamente al continente, ora lo fa verso l'Europa».

Esplosione demografico e declino europeo
Un'esplosione demografica che va di pari passo con il declino europeo: «Non c'è un rapporto di causa-effetto»conclude Scalea, «ma sono fenomeni che camminano insieme. A emigrare non sono i più poveri, ma i ceti medio-bassi perché hanno maggiore coscienza e vengono da noi a cercare di migliorare la propria vita. Non si può non pensare che in futuro ci sarà una messa in minoranza delle popolazioni autoctone europee, forse persino una loro sparizione».

sabato 15 luglio 2017

ELOGIO DELLA CONSERVAZIONE DI PLONCARD d'ASSAC CONTRO I MITI PROGRESSISTI

La reazione, della quale il giornalista e scrittore Jacques Ploncard d'Assac (1910-2005) alla fine degli anni Sessanta del secolo scorso ritenne di tessere l'«apologia», oggi, più semplicemente, potremmo definirla «indignazione».
Un sentimento, più che un atteggiamento intellettuale, manifestatosi in maniera impropria e variopinta come contestazione morale e civile agli effetti perniciosi del globalismo e della governance mondiale delle élites economiche, finanziarie e mediatiche delle quali quelle politiche sono soltanto gli strumenti per attuare i loro disegni.

Tuttavia, per quante affinità si potrebbero riscontrare tra la «reazione» e l'«indignazione», resta il fatto che la prima ha un fondamento radicale nella cultura della restaurazione del diritto naturale; mentre la seconda non è altro che un moto istintivo e primordiale di opporsi senza un progetto al dominio delle oligarchie che si sono impossessate delle anime prima che delle nazioni riducendo le une e le altre in polvere che si consuma nei riti blasfemi dell'economicismo e della spettacolarizzazione del nichilismo.

L'apologia di Ploncard d'Assac apre proprio sull'indignazione una prospettiva nuova (considerando i tempi) che è propria di ogni conservatore, consapevole o inconsapevole, impegnato nel «divenire ciò che è», per dirla con Nietzsche, convinto che le imposture nate nel 1789 si sono radicate ma paradossalmente oggi vengono utilizzate per opprimere, a dimostrazione di una nemesi che ha connotazioni quasi apocalittiche. Non a caso Nicolás Gómez Dávila, il grande filosofo colombiano «scoperto» con colpevole ritardo dall'Occidente distratto dai suoi balocchi intellettuali e grazie a qualche spirito non conformista, sosteneva che «il reazionario è colui che si trova ad essere contro tutto quando non esiste più nulla che meriti di essere conservato». Mentre il conservatore, mi permetto di aggiungere, è teso a preservare ciò che dà un senso all'esistenza. L'uno e l'altro non sono in contrapposizione, ma si completano, con buona pace di chi ha inteso stabilire diversità tali da formare solchi incolmabili.

Oggi «reagire» ha un significato dilatato rispetto a quello che al termine venne dato durante la Rivoluzione francese. È proprio alle sue estreme conseguenze che intende rivolgersi il reazionario contemporaneo: l'Ancien Régime è cambiato nei connotati, non certo nella filosofia che ispira le contemporanee élites. I reazionari, oggi come allora, si oppongono all'individualismo, allo smantellamento delle strutture comunitarie, all'attacco portato al diritto naturale. Autorità e libertà vengono pensate in contrapposizione, mentre dovrebbero essere «vissute» in simbiosi; il merito non contraddice l'eguaglianza delle opportunità, ma l'egualitarismo ideologico è un attentato permanente al riconoscimento delle gerarchie religiose, morali, civili e politiche. Da quando l'egualitarismo, come alibi da parte delle oligarchie al conferimento del potere e della sovranità al popolo, ha soppiantato le naturali differenze, il mondo è divenuto un agone selvaggio nel quale ci si massacra a colpi di egoismi. Scrive Ploncard d'Assac: «La sovranità non è più l'elemento regolatore di una società composta secondo le funzioni reali dei suoi membri nell'economia comune, ma l'espressione di una moltitudine di volontà individuali, inorganiche e anarchiche» (...).
Per la prima edizione di Apologia della reazione (Edizioni del Borghese, 1970), Panfilo Gentile scrisse una prefazione che in realtà era una «meditazione» sulla modernità nella quale, da laico qual era sorprese non poco per le critiche mosse a quella Chiesa che andava conformandosi secondo canoni secolari che l'avrebbero piegata come poi è avvenuto. Scriveva il grande polemista: «La religione fa parte di questo patrimonio primitivo, ineffabile, inalienabile e immodificabile. Bisogna conservarlo gelosamente. Ciò non ha nulla a che vedere ovviamente con la decadenza, nella quale anche la Chiesa è precipitata, mondanizzandosi, politicandosi, mescolandosi alle querelles del secolo. Noi non vogliamo la Chiesa in tuta. Vogliamo che torni a vestire la porpora. Non vogliamo preti segretari della Camera del Lavoro, ma sacerdoti dediti al ministero pastorale e alla salvezza delle anime. La Chiesa ha creduto di acquistare terreno, modernizzandosi e secolarizzandosi, mettendosi in demagogia coi marxisti. Errore funesto. Non ha guadagnato gli empi e ha lasciato senza soccorso le anime che cercavano Dio».

Il declino ela visione del vuoto che consapevolmente si accetta per dare alla vita mortale l'illusione dell'eternità. La grandezza, al contrario, e consapevolezza di essere partecipi di un'altra vita, di una storia che non finisce con un ultimo respiro. Lo sapevano gli antichi dai quali non abbiamo appreso nulla che non fosse lieto per un breve momento. Il declinante Occidente, la decadente Europa, la disarticolata umanitàsono manifestazioni diverse di una profonda malattia della civiltà che per essere vinta necessita del solo farmaco che si conosca: il riconoscimento della sacralità della vita che sola può garantire il risveglio della sapienza quale chiave dell'equilibrio indispensabile per poter vivere conformemente ai bisogni reali dell'uomo. Il resto appartiene alle illusioni della modernità tra le quali affoghiamo le nostre inquietanti pretese di immortalità.

Apologia della reazione, dopo circa mezzo secolo dalla sua pubblicazione, è ancora un libro attualissimo. Non ha perso nulla delle «verità» che riassumeva. Anzi, alla luce di quanto è accaduto dalla fine degli anni Sessanta ad oggi, l'analisi proposta da Ploncard d'Assac ci fornisce motivi nuovi per apprezzare la critica di fondo che muove all'Illuminismo, alla Rivoluzione francese, al giacobinismo ed alle dottrine che hanno immiserito le coscienze. Oggi la reazione è molto più complessa di come potevano concepirla Rivarol, De Maistre, Barruel, de Bonald. Ma i principi ispiratori sono gli stessi. La data di riferimento è il 1789. Da essa non si può prescindere e nessuna diavoleria tecnologica o economica può ingoiarla.

GENNARO MALGIERI

martedì 4 luglio 2017

LA VERA VITTIMA DELLA GLOBALIZZAZIONE E' IL" PICCOLO POPOLO" DELLE PROVINCE






Negli ultimi anni la questione sociale è stata ridotta alle banlieue Ma la partita si sta giocando ben lontano dalle aree metropolitane 




Parigi non è la Francia. Per ricordarlo agli intellò della capitale ci è voluto un intervento di Michel Houellebecq su France 2 durante la regina delle puntate televisive condotta da Pierre Pujadas e Léa Salamè.

In prima serata, pochi giorni prima del ballottaggio per la corsa all'Eliseo, l'autore di Sottomissione ammise di sentirsi uno straniero in patria. «Non potrei più scrivere - disse - un libro su questa Francia. Io non credo al voto ideologico ma a quello di classe. E che io lo voglia o meno appartengo alla Francia che vota Macron, sono troppo ricco per votare Le Pen e Mélenchon, ormai faccio parte dell'élite globalizzata. Eppure provengo anch'io da quella Francia. Ma quella Francia non abita nel mio quartiere, non abita nemmeno a Parigi. A Parigi Le Pen non esiste». Profetico, ancora una volta. Qualche giorno dopo la capitale avrebbe attribuito al candidato di En Marche! il 90 per cento dei voti.


Houellebecq ha letto Christophe Guilluy, il geografo divenuto popolare Oltralpe per aver dimostrato, statistiche alla mano, la «grande frattura» culturale e socio-economica che esiste tra il mondo metropolitano e quello delle periferie (che non sono le banlieue). Così l'autore di La France périphérique e Le crépuscule de la France d'en haut è diventato il nemico pubblico delle élite urbanizzate e l'icona intellettuale degli «sdentati» di François Hollande, quel popolo emarginato che alle ultime elezioni, in massa, ha barrato il simbolo Front National o non si è nemmeno recato alle urne.
Se il primo dei saggi di Guilluy è un lavoro minuzioso che spiega l'ascesa del voto anti-establishment nella provincia francese, il secondo è invece un vero e proprio j'accuse contro i «bobos», i bourgeois-bohème di Parigi, incapaci di vedere le condizioni di quello che Charles Maurras chiamava il «Paese reale». I suoi studi sulla geografia socio-elettorale hanno scalato tutte le classifiche, eppure non sono mancati i detrattori che hanno inventato l'accusa di «urbanofobia». Il peccato originale di Christophe Guilluy, accusato dagli intellò di aver scritto «libri a vantaggio di Marine Le Pen», è quello di aver smascherato una minoranza cool e open mind che ha imposto ai ceti popolari una società multiculturale, terziarizzata e precaria senza viverne direttamente le conseguenze.
Si legge che negli ultimi anni la questione sociale è stata ridotta alle banlieue urbane abbandonando integralmente le aree periferiche dove vive il petit peuple di Francia. Nei quartieri popolari delle grandi città - spiega Guilluy - abitano prevalentemente figli di immigrati, borghesi in potenza, gli unici che fanno mobilità sociale per legge dei grandi numeri con annesso sistema delle quotas (leggi anti-discriminazione) e per motivi di vicinanza geografica ai milieu che contano. Quello che molti scienziati della politica chiamano multiculturalismo non è altro che un processo di ghettizzazione di classe in cui gli immigrati svolgono le professioni meno qualificate al servizio del ceto benestante protetto da una città inaccessibile sul piano economico e immobiliare. Esisterebbe dunque un patto di non belligeranza tra le élite urbanizzate benpensanti e una mano d'opera a basso costo, naturalizzata francese, che ha sacrificato i piccoli centri dell'Esagono, veri sconfitti della globalizzazione.
Così le accuse di «fascismo» e «razzismo» sono diventate per Guilluy «armi al servizio della nuova borghesia intellettuale per mascherare la sofferenze delle persone comuni e difendere i propri privilegi».

Sebastiano Caputo:Giornalista,Reporter ,cofondatore e direttore del sito Intellettuale Dissidente


















mercoledì 14 giugno 2017

SOLDI ALL'AFRICA AIUTANO SOLO LE ONG:RECORD DI FUGHE DAI PAESI COPERTI DAI DOLLARI

Sconcertanti i dati Ocse: gli aiuti hanno aumentato il tasso di povertà dell'11%. Ecco i numeri che spiegano come si uccide un Continente

Dambisa Moyo è un'economista africana che ha studiato a Oxford e Harvard, e ha lavorato, tra gli altri, per la Banca mondiale e Goldman Sachs. Il suo primo libro uscì nel 2009: oggi diremmo che erano «tempi non sospetti», non si poteva ancora immaginare la fuga disperata di milioni di africani verso l'Europa meridionale.

Il volume s'intitolava Dead Aid (in italiano lo pubblicò Rizzoli con il titolo La carità che uccide) ribaltando lo slogan dell'epocale concerto Live Aid che 14 anni prima inaugurò la stagione, mai conclusa, degli eventi musicali benefici a favore dell'Africa. Per la Moyo, nata e cresciuta nello Zambia, l'«aiuto dal vivo» era piuttosto un «aiuto morto». La tesi era semplice: i fondi umanitari non aiutano affatto la crescita del continente ma lo impoveriscono sempre più. Anzi, rappresentano «una cornucopia d'elemosine con cui il mondo sviluppato tiene al guinzaglio l'Africa».
La carità a volte uccide, gli aiuti non aiutano, i soldi impoveriscono. E le grida d'allarme rimangono inascoltate. Una fiumana di denaro da tutto il mondo sviluppato ha continuato a riversarsi sull'Africa, i concerti di beneficenza si sono moltiplicati, le stelle di Hollywood si sono lavate la coscienza viaggiando nei Paesi della fame (con troupe di fotografi e tv al seguito). Sembra che il sostegno della comunità internazionale non sia mai mancato al continente più indigente del pianeta. Eppure la miseria è dilagata. Le guerre continuano a divampare in conflitti civili e religiosi, come le persecuzioni degli islamici ai danni dei cristiani nel Sud Sudan. Gli effetti delle devastanti carestie non sono stati arginati dagli interventi delle Ong e della cooperazione. Ma soprattutto abbiamo cominciato a conoscere l'esodo di massa, la fuga dall'Africa maledetta, le ondate di disperati che rischiano l'unico bene rimasto - la propria vita - per inseguire l'ombra della speranza proiettata dall'Occidente.

DIECI PRENDITUTTO

Gli aiuti internazionali non sono mai mancati. Ma a che cosa servono? I flussi di denaro sono colossali. Secondo le statistiche dell'Ocse (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico) dal 2006 al 2015 sono piovuti in Africa 515,8 miliardi di dollari tra contributi ufficiali pubblici e privati. Una massa enorme di denaro, che è cresciuta anno dopo anno: dai 27,7 miliardi del 2006 ai 51,8 del 2015 si registra un aumento dell'87 per cento. Quasi il doppio, nonostante la crisi finanziaria internazionale e gli investimenti produttivi fatti in Africa, esclusi da questo conteggio: segno che non si può rimproverare ai Paesi sviluppati una perdita di attenzione e un irrigidimento dell'impulso solidale.

Nel complesso questa quantità di soldi è stata assorbita per oltre metà (54 per cento) da dieci Paesi che, con l'eccezione del Sudafrica, sono anche quelli da cui si sta registrando l'esodo più consistente di persone verso il Mediterraneo: in testa si trovano Egitto, Nigeria, Marocco, Etiopia. Se guardiamo i soli dati del 2015, a queste nazioni si aggiungono Algeria, Congo, Uganda. La distribuzione degli aiuti rispecchia l'evolversi delle crisi umanitarie. In base ai dati del Viminale, infatti, dall'inizio del 2017 fino a metà maggio il più alto numero di migranti sbarcati sulle coste italiane (in tutto 50.041, il 47,5 per cento in più rispetto allo stesso periodo dell'anno scorso) proveniva proprio dalla Nigeria.
Il parallelismo è sconcertante. Proprio i Paesi destinatari delle quote maggiori di aiuti internazionali sono quelli da cui fuggono più persone. I fiumi di denaro della cooperazione s'ingrossano ma la povertà in cui campano gli africani non arretra. I soldi non bastano mai e la gente che fugge disperata è sempre più numerosa. Dalla Nigeria martoriata dalle milizie islamiste di Boko Haram e dalla siccità del Sahel sono sbarcate in Italia solo quest'anno 6.516 persone nonostante che nel 2015 il Paese africano avesse ricevuto quasi 21 miliardi di euro di aiuti, di gran lunga la quota maggiore di una singola nazione. Dalla Guinea sono approdati 4.712 profughi a fronte di aiuti nel 2015 per 217 milioni di dollari (1,3 miliardi nel decennio); dalla Costa d'Avorio 4.474 profughi (1,2 miliardi di sovvenzioni nel 2015, 3,5 nel decennio).

SEMPRE PIÙ POVERI

Ancora: dal Senegal sono sbarcati 3.069 profughi (784 milioni di aiuti, 6,1 miliardi nel decennio); dal Mali 2.240 (683 milioni nel 2015 e 6 miliardi nel decennio); dal Sudan 1.395 (511 milioni di dollari nel 2015, 12,6 miliardi complessivamente dal 2006). Il caso forse più paradossale è quello del Marocco. Il re Mohammed VI lo ha reso il Paese più sicuro dell'Africa a nord del Sahara, ha portato internet, sviluppato aziende, costruito autostrade anche grazie alla massa di finanziamenti tracciati dall'Ocse nel decennio: 27,3 miliardi di dollari, quarta nazione del continente dietro a Egitto, Nigeria, Sudafrica. Eppure dal Marocco si continua a fuggire perché nei primi mesi del 2017 hanno attraversato il Mediterraneo 3.055 magrebini. Secondo l'Istat al 1° gennaio 2016 vivevano in Italia 437.485 marocchini, terza comunità straniera presente in Italia dopo romeni (22,9% di tutti gli stranieri presenti sul territorio) e albanesi (9,3): i marocchini ne costituiscono l'8,7%.
In Africa non esiste un solo Paese che possa smentire il trend individuato anni fa dagli osservatori più avveduti: gli aiuti dei Paesi occidentali non alleviano la povertà dei popoli di colore. Dal dopoguerra al Duemila, ha calcolato Dambisa Moyo nel suo libro, sono stati convogliati oltre 1.000 miliardi di dollari e ancora oggi nel continente nero l'80 per cento della popolazione deve sopravvivere con meno di un dollaro al giorno.

TASSE E CORRUZIONE

L'assistenzialismo non è la ricetta che possa cambiare la governance africana. Tra il 1970 e il 1998, anni in cui i sussidi al continente sono cresciuti vigorosamente, il tasso di povertà è complessivamente salito dell'11 per cento. Prima ancora che le condizioni di salute, il riscaldamento globale e il terrorismo, il deficit numero 1 dell'Africa riguarda la crescita economica: dove c'è sviluppo produttivo e miglioramento dei redditi si verifica anche una maggiore tutela della salute con un terreno meno favorevole al terrore delle armi. Ma sul fronte dei cambiamenti strutturali nulla si muove. Secondo il Rapporto 2017 sulla competitività dell'Africa stilato dal World economic forum, la fondazione svizzera che ogni inverno promuove il vertice di Davos, i fattori più problematici per la crescita del business nel continente sono l'accesso ai finanziamenti, la corruzione, la tassazione, l'inefficiente burocrazia statale e l'instabilità politica. Fatto 100 l'accesso all'elettricità nei Paesi sviluppati, l'indicatore scende a 78 nell'Asia meridionale e precipita a 48 nell'Africa subsahariana. I consumi elettrici in Africa sono di 570 chilowattora pro capite contro gli 8.082 dei Paesi sviluppati. Soltanto il 39 per cento degli africani ha accesso alle cure sanitarie (98 nei Paesi Ocse) e il 72 all'acqua.

ONG POCO CHIARE

Il deficit infrastrutturale resta dunque tragico. Ma il divario può venire colmato soltanto da investimenti produttivi, che per esempio la Cina sta sviluppando moltissimo a costo di colonizzare a sua volta buona parte del continente. Il sistema degli aiuti invece consente ai grandi donatori di tenere l'Africa in una condizione di inferiorità perenne, tanto più che i finanziamenti finiscono molto spesso nelle tasche dei dittatori e degli sfruttatori. Quando un governo sa di poter contare su beni che non dipendono dalla propria azione (come i sussidi che la solidarietà internazionale comunque eroga, ma anche la ricchezza delle risorse naturali), esso perde interesse a perseguire obiettivi di sviluppo.
Ma oltre ai tiranni locali che alimentano i propri conti bancari offshore e alle grandi organizzazioni internazionali espressione dei Paesi sviluppati che perpetuano il controllo sul continente, esiste un'altra realtà che non ha interesse a modificare la subalternità africana: sono le Ong. Alle organizzazioni non governative che fanno da tramite tra i finanziatori e i finanziati non conviene che cambi il sistema di aiuti internazionali perché è ciò che giustifica la loro esistenza. Un sistema opaco, dove non regna la trasparenza e dove si compiono indisturbati, come s'intitola un libro dell'economista americano William Easterly, I disastri dell'uomo bianco. Sottotitolo: «Perché gli aiuti dell'Occidente al resto del mondo hanno fatto più male che bene».

STEFANO FILIPPI :GIORNALISTA INVIATO SPECIALE

lunedì 12 giugno 2017

HOMO HOMINI LUPUS:VON HAYEK IL PRECURSORE



La grandezza di un pensatore non si misura dalla quantità di citazioni
nelle riviste specializzate; sta, piuttosto, nel suo dissolversi come
«senso comune», elemento di una visione del mondo generalmente
condivisa, strumento, insomma, di «egemonia» nel classico senso
gramsciano di «direzione intellettuale e morale» delle classi
subalterne. Friedrich August von Hayek, in questo senso, è un grande.
Si legga (o si rilegga) il suo opus maximum, la trilogia Legge,
legislazione e libertà (da poco nuovamente in libreria per i tipi del
Saggiatore): vi si troverà il background filosofico, economico e
giuridico del common sense del nostro tempo, in cui - da destra come
da sinistra - si è perduta ogni fiducia nella capacità conformatrice
dello Stato e si è delegato alla «società civile» (ai suoi «corpi
intermedi») il compito di regolare, amministrare e, naturalmente,
agire.

Che si tratti di disciplinare un certo settore, di gestire un'attività
produttiva, di cura delle persone, ormai non cambia nulla: meglio che
lo facciano i privati. Hayek ne spiega i motivi: l'ordine che
scaturisce dalla società civile è un «ordine sociale spontaneo», vale
a dire una struttura relazionale prodotta da individui che si
riconoscono reciprocamente diversi e, proprio per ciò, rinunciano a
creare una comune gerarchia di fini, limitandosi a cercare l'accordo e
la cooperazione sui mezzi. Tanto ciò è vero, che la sua critica
all'intervento dello stato nell'economia si appunta proprio
sull'opposto convincimento che sostiene quanti auspicano quest'ultimo,
vale a dire che un discorso «comune» sui fini - a cominciare dalla
risposta da dare alle tre classiche domande: cosa, come e per chi
produrre - sia possibile.

Siffatto convincimento, dice Hayek, trae origine dalla propensione di
certi economisti a imitare le procedure proprie delle scienze
naturali: una vera e propria «presunzione del sapere», che implica
l'arbitraria trasposizione di metodi di pensare a campi diversi da
quelli in cui si sono formati. La distribuzione tra possibili usi
diversi delle risorse disponibili mette capo, infatti, a questioni
assai diverse dai problemi di tipo «ingegneristico», giacché, anche se
la formula della massimizzazione dei risultati si applica ad entrambi,
non è affatto «dato» l'ordine di importanza dei diversi bisogni della
comunità e, per conseguenza, il criterio di scelta fra usi alternativi
delle medesime risorse.

L'ordine concorrenziale, in effetti, adegua la struttura produttiva al
continuo mutamento dei piani e dei desideri individuali basandosi
soltanto su due segnali: la disponibilità di «potere d'acquisto», che
permette la riconoscibilità sociale del bisogno, e il «prezzo» delle
merci, che facilita la scelta di quella configurazione costi-benefici
che massimizza l'utilità del singolo scambista. In tal modo, la
mancanza di una scala comune di valori diviene un fatto privo di
importanza pratica: basta che ci sia accordo sul mezzo (lo scambio),
restando irrilevante il fine per cui ciascuno scambia (salvo il caso
di un motivo illecito comune a entrambe le parti, come dice l'art.
1345 del codice civile). Di contro, per coloro che invocano
l'intervento dello Stato, il problema di comporre bisogni distinti e
in potenziale competizione tra loro in una comune gerarchia di fini
diventa ineludibile. Ma è possibile ordinare secondo un piano
consapevole i bisogni di una società intera?

La risposta, per Hayek, è negativa. A suo avviso, la conoscenza umana
è limitata e, siccome non è possibile (nemmeno volendolo) conoscere le
reali preferenze di ognuno, non vi è modo di combinare le scale di
valori individuali per formare una scala comune concordata, a meno di
introdurre un qualche meccanismo dittatoriale che imponga la volontà
di qualcuno su quella di tutti gli altri. Di conseguenza, egli scrive,
tutto ciò che può fare oggi la politica è garantire il corretto
funzionamento del mercato, cioè dell'unico «ordine» che non necessita
di scelte collettive (a parte quelle minime concernenti la difesa e
l'ordine pubblico) e che sorge, come s'è visto, dalla cooperazione
spontanea di individui che perseguono propri fini particolari.

Quanto un simile modo di pensare si sia affermato, persino tra la
sinistra «antagonista», ognuno potrà verificare agevolmente. Ma anche
quanti non si rassegnano a considerare il capitalismo come la fine
della storia debbono misurarsi con i problemi posti da Hayek: giacché
«comprendere e valutare realisticamente la posizione e le ragioni
dell'avversario», diceva Gramsci, è l'unico modo per «porsi da un
punto di vista `critico', l'unico fecondo nella ricerca scientifica».
Bisogna leggere, dunque, e «cercare ancora».

LUIGI CAVALLARO:Giudice del lavoro presso il tribunale di Palermo, studioso del pensiero economico

venerdì 9 giugno 2017

LE 10 CITAZIONI PIU' SIGNIFICATIVE DI ZBIGNIEW BRZEZINSKI

Zbigniew Brzezinski, ex consigliere per la sicurezza nazionale del presidente Jimmy Carter negli anni 1980 è stato la figura più importante della politica estera americana, è morto all'età di 89. RT ha ripreso  le sue citazioni più suggestivie.

Zbigniew Brzezinski, morto 26 maggio 2017 è stato consigliere per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti del presidente Jimmy Carter 1977-1981.
Come tale, è stato un importante architetto della politica estera di Washington, sostenendo una politica più aggressiva nei confronti dell'URSS - in  rottura  con la  precedente Distensione - che si è concentrata sia sul ripristino del riarmo  degli Stati Uniti. Rimase fino alla sua morte un osservatore ascoltato per  politica estera degli Stati Uniti.Ecco le sue  principali citazioni


-Rinpiangere cosa? Questa operazione segreta (appoggio militare dei talebani da parte degli USA durante la guerra in Afghanistan contro l'URSS negli anni 1980 ) fu un'eccellente idea.Che ebbe l'effetto d'attirare i Russi nella trappola afghana..

- .Presto sarà possibile monitorare costantemente tutti i cittadini, mantenendo un aggiornamento completo dei file  che contengono tutte le informazioni su di essi, anche le più personali
-
Si deve tenere a mente due cose. La prima ,la russia non può stare in Europa senza che ci sia anche l'Ucraina.E in seguito che l'Ucraina può stare in Europa senza che ci sia la Russia
-
Gli israeliani si comportano sempre più come suprematisti bianchi in Sud Africa durante l'apartheid. Essi considerano i palestinesi come esseri inferiori e non esitano  ad ucciderli , in maniera massicci.
-
Sempre più persone non capiscono nulla della cosa  pubblica e d 'altronde sono molto sensibili alle parole d'ordine estremamente semplicistiche  che vengono inculcate dai loro candidati provenienti dal nulla, senza alcuna esperienza, ma con slogan molto seducenti
-
Anche se lo stalinismo è stata una tragedia inutile sia per il popolo russo che per il comunismo come ideale, è possibile che per il mondo in generale, sia  stato una benedizione sotto mentite spoglie.
-
.La libera circolazione delle persone può assumere dimensioni enormi, monumentali. Non credo che nessun paese in Europa occidentale o in America potrebbe adottare l'idea  libera e totale della circolazione di persone.
-
.La sovranità è una parola nominale, utilizzata troppo spesso che non ha alcun senso specifico.La sovranità oggi.I paesi che sono effettivamente sovrani ,lo sono solamente in maniera fittizzia e relativa
-   Per gli Stati Uniti, l'obiettivo principale è quello geopolitico dell'Eurasia ... Il primato globale e l'egemonia degli Stati Uniti dipende direttamente  dal  tempo che ci metteranno a  imporre il loro dominio sul continente euroasiatico

 Gli errori della guerra in Iraq non sono solo stati tattici e strategici, ma storici. Si tratta   essenzialmente di una guerra coloniale, tentato in  epoca post-coloniale.

domenica 4 giugno 2017

LE 10 STRATEGIE DELLA MANIPOLAZIONE MEDIATICA



DI NOAM CHOMSKY
visionesalternativas.com

Il linguista Noam Chomsky ha elaborato la lista delle “10 Strategie della Manipolazione” attraverso i mass media.

1 - La strategia della distrazione. L’elemento principale del controllo sociale è la strategia della distrazione che consiste nel distogliere l’attenzione del pubblico dai problemi importanti e dai cambiamenti decisi dalle élites politiche ed economiche utilizzando la tecnica del diluvio o dell’inondazione di distrazioni continue e di informazioni insignificanti.
La strategia della distrazione è anche indispensabile per evitare l’interesse del pubblico verso le conoscenze essenziali nel campo della scienza, dell’economia, della psicologia, della neurobiologia e della cibernetica. “Sviare l’attenzione del pubblico dai veri problemi sociali, tenerla imprigionata da temi senza vera importanza. Tenere il pubblico occupato, occupato, occupato, senza dargli tempo per pensare, sempre di ritorno verso la fattoria come gli altri animali (citato nel testo “Armi silenziose per guerre tranquille”).



2 - Creare il problema e poi offrire la soluzione. Questo metodo è anche chiamato “problema - reazione - soluzione”. Si crea un problema, una “situazione” che produrrà una determinata reazione nel pubblico in modo che sia questa la ragione delle misure che si desiderano far accettare. Ad esempio: lasciare che dilaghi o si intensifichi la violenza urbana, oppure organizzare attentati sanguinosi per fare in modo che sia il pubblico a pretendere le leggi sulla sicurezza e le politiche a discapito delle libertà. Oppure: creare una crisi economica per far accettare come male necessario la diminuzione dei diritti sociali e lo smantellamento dei servizi pubblici.

3 - La strategia della gradualità. Per far accettare una misura inaccettabile, basta applicarla gradualmente, col contagocce, per un po’ di anni consecutivi. Questo è il modo in cui condizioni socioeconomiche radicalmente nuove (neoliberismo) furono imposte negli anni ‘80 e ‘90: uno Stato al minimo, privatizzazioni, precarietà, flessibilità, disoccupazione di massa, salari che non garantivano più redditi dignitosi, tanti cambiamenti che avrebbero provocato una rivoluzione se fossero stati applicati in una sola volta.

4 - La strategia del differire. Un altro modo per far accettare una decisione impopolare è quella di presentarla come “dolorosa e necessaria” guadagnando in quel momento il consenso della gente per un’applicazione futura. E’ più facile accettare un sacrificio futuro di quello immediato. Per prima cosa, perché lo sforzo non deve essere fatto immediatamente. Secondo, perché la gente, la massa, ha sempre la tendenza a sperare ingenuamente che “tutto andrà meglio domani” e che il sacrificio richiesto potrebbe essere evitato. In questo modo si dà più tempo alla gente di abituarsi all’idea del cambiamento e di accettarlo con rassegnazione quando arriverà il momento.

5 - Rivolgersi alla gente come a dei bambini. La maggior parte della pubblicità diretta al grande pubblico usa discorsi, argomenti, personaggi e una intonazione particolarmente infantile, spesso con voce flebile, come se lo spettatore fosse una creatura di pochi anni o un deficiente. Quanto più si cerca di ingannare lo spettatore, tanto più si tende ad usare un tono infantile. Perché? “Se qualcuno si rivolge ad una persona come se questa avesse 12 anni o meno, allora, a causa della suggestionabilità, questa probabilmente tenderà ad una risposta o ad una reazione priva di senso critico come quella di una persona di 12 anni o meno (vedi “Armi silenziose per guerre tranquille”).

6 - Usare l’aspetto emozionale molto più della riflessione. Sfruttare l'emotività è una tecnica classica per provocare un corto circuito dell'analisi razionale e, infine, del senso critico dell'individuo. Inoltre, l'uso del tono emotivo permette di aprire la porta verso l’inconscio per impiantare o iniettare idee, desideri, paure e timori, compulsioni, o per indurre comportamenti….

7 - Mantenere la gente nell’ignoranza e nella mediocrità. Far si che la gente sia incapace di comprendere le tecniche ed i metodi usati per il suo controllo e la sua schiavitù. “La qualità dell’educazione data alle classi sociali inferiori deve essere la più povera e mediocre possibile, in modo che la distanza creata dall’ignoranza tra le classi inferiori e le classi superiori sia e rimanga impossibile da colmare da parte delle inferiori" (vedi “Armi silenziose per guerre tranquille”).

8 - Stimolare il pubblico ad essere favorevole alla mediocrità. Spingere il pubblico a ritenere che sia di moda essere stupidi, volgari e ignoranti...

9 - Rafforzare il senso di colpa. Far credere all’individuo di essere esclusivamente lui il responsabile della proprie disgrazie a causa di insufficiente intelligenza, capacità o sforzo. In tal modo, anziché ribellarsi contro il sistema economico, l’individuo si auto svaluta e si sente in colpa, cosa che crea a sua volta uno stato di depressione di cui uno degli effetti è l’inibizione ad agire. E senza azione non c’è rivoluzione!

10 - Conoscere la gente meglio di quanto essa si conosca. Negli ultimi 50 anni, i rapidi progressi della scienza hanno creato un crescente divario tra le conoscenze della gente e quelle di cui dispongono e che utilizzano le élites dominanti. Grazie alla biologia, alla neurobiologia e alla psicologia applicata, il “sistema” ha potuto fruire di una conoscenza avanzata dell’essere umano, sia fisicamente che psichicamente. Il sistema è riuscito a conoscere l’individuo comune molto meglio di quanto egli conosca sé stesso. Ciò comporta che, nella maggior parte dei casi, il sistema esercita un più ampio controllo ed un maggior potere sulla gente, ben maggiore di quello che la gente esercita su sé stessa.

Fonte: www.visionesalternativas.com.mx



venerdì 2 giugno 2017

SE L'EUROPA DIVENTA SOLO LA PERIFERIA DELLA CULTURA USA



Da un paio di settimane un libro sta sconvolgendo la fauste certezze di Parigi. Régis Debray, che dopo aver combattuto con il Che è diventato uno degli intellettuali più corrosivi del continente da noi tradotto a singhiozzo, a causa, chissà, di triti pregiudizi ha spiegato, usando una parola volutamente ambigua e greve di storia, Civilisation, «come siamo diventati americani» (Gallimard, pagg.

240, euro 19), come mai, insomma, senza accorgercene «un tempo eravamo francesi, tedeschi o polacchi e ora siamo Yankee. E siamo felici di esserlo». Debray non è un cupo populista né un pessimista cosmico, al contrario, con sguardo regale e perfino sorridente ci mostra che ogni civiltà è un groviglio di incroci e di fraintendimenti. La «civiltà cristiana», ad esempio, è tutt'altro che «pura», va letta, piuttosto come «uno zigzagare di storie. All'inizio era un evento ebraico proclamato da Joshua detto Gesù, che un sabato, durante l'omelia, interpretò un passo della Scrittura alla luce degli eventi del suo tempo; poi diventa un moto filosofico nel II secolo che fonde il dissenso giudaico nella sfera dell'ellenismo, con lingua e categorie greche; infine è la fusione di questa teologia nell'alveo del diritto romano siamo nel III secolo e diventa il candidato a succedere alla civilizzazione romana». Un «guazzabuglio della storia» è pure Babbo Natale: «nella piazza della basilica di Digione, il 25 dicembre del 1951, il vescovo bruciò in pubblico una effigie di Santa Claus, icona del paganesimo. Babbo Natale giunge a noi, con tutti i suoi prodigi, dall'America, ma la sua origine affonda nei miti scandinavi e nei Saturnali romani e ancora più indietro, nel culto preistorico degli alberi».
Troppo intelligente per scandalizzarsi se la Francia ha svenduto la propria grandeur per un McDonald's, Debray, questo incrocio tra Cioran e Charlot, prende atto che l'Europa, ormai, «è una provincia americana», e che l'ecumenismo degli idioti e il buonismo ci hanno fatto irrimediabilmente dimenticare chi siamo. La civilizzazione americana ha una qualità diversa dalle civiltà precedenti: non s'impone tramite la persuasione culturale o la prevaricazione di una guerra. Essa «ha soppiantato l'homo politicus con l'homo oeconomicus». Propagata dai social, moltiplicata dalla bulimia digitale, questa è la prepotenza americana: piegati dal potere dei dollari, gli uomini «ormai ignorano la frattura che da Riga a Spalato ha separato l'Europa in Oriente e Occidente a causa del Filioque». Rispetto alla variazione degli indici di Borsa, la divisione tra Chiesa ortodossa e cattolica è una baruffa culturale irrilevante. In questo deserto di identità, il neo Presidente della Repubblica Francese Emmanuel Macron è «un prodotto pienamente americano», lo si capisce dal modo in cui assapora la Marsigliese, «non con le braccia lungo il corpo, ma con una mano sul cuore, scimmiottando il modo in cui i cittadini americani ascoltano il proprio inno nazionale».
Fu Paul Valéry, tuttavia, il santino di Debray, poeta sgargiante e pensatore intransigente, ad aver capito tutto prima di tutti. Nel 1919, nel saggio intitolato La Crise de l'esprit, il poeta scrive che «l'Europa aveva in sé di che sottomettere, e guidare, e regolare a fini europei il resto del mondo». Eppure, «gli sciagurati europei», rosi da «dispute paesane, di campanile e di bottega», da «gelosie e rancori da cortile», non sono stati in grado di «farsi carico su tutto il globo della grande funzione che nella società della loro epoca i Romani avevano saputo e sostenere per secoli. In confronto ai nostri, il loro numero e i loro mezzi non erano nulla; ma nelle viscere dei polli essi trovavano più idee giuste e coerenti di quante non ne contengano le nostre scienze politiche». Chapeu. Quanto a noi, bislacchi eredi dei Romani, beh, siamo americanizzati dalla Linea Gotica in poi, da quando Celentano imitava le nevrosi di Elvis e Cinecittà si tramutava nel vecchio West.

DAVIDE BRULLO :GIORNALISTA DELLA TESTATA IL GIORNALE




giovedì 1 giugno 2017

ISRAELE STRINGE LEGAMI CON L'AFRICA E VICEVERSA

Lo slogan utilizzato da Netanyahu quasi fosse un mantra di buon auspicio prima del suo viaggio in Africa previsto per il 4 giugno è: “Israele sta tornando in Africa, e l’Africa sta tornando in Israele.” Per capire cosa queste parole significhino è doveroso tenere in considerazione l’impegno dimostrato da Tel-Aviv negli ultimi due anni per stringere i suoi legami con quello che viene considerato il “continente del futuro”.
I funzionari dell’Ufficio del primo ministro israeliano hanno annunciato questo giovedì che Bibi parteciperà al summit dei paesi membri dell’ECOWAS (la comunità economica degli stati dell’Africa occidentale), che si terrà in Liberia tra meno di due settimane. Questo importante evento ha spinto Netanyahu a tornare in Africa nonostante, lo scorso luglio, vi avesse già passato diverso tempo: solo dieci mesi fa infatti l’ex ufficiale del Mossad passò in Uganda, Kenya, Rwanda ed Etiopia, in quella che è stata considerata, a ragion di causa, una visita storica. Infatti erano 29 anni che un primo ministro israeliano non partecipava a un “tour africano”. Bibi stava iniziando a tessere la sua rete di rapporti, consapevole dell’importanza che l’Africa ha e che, salvo cambiamenti radicali improbabili, guadegnerà sempre più. L’impegno della Cina in Africa dovrebbe già essere una conferma di quanto, in futuro, sia probabile vedere questo continente protagonista della scena internazionale,


Il 4 giugno è prevista la sua partecipazione al summit dei paesi aderenti all’ECOWAS (che insieme rappresentano una comunità di 320milioni di persone) che, secondo il Ministero degli Esteri liberiano, si terrà nella capitale, Monrovia, città dove si incontreranno i 15 leader dei paesi facenti parte alla comunità economica, inclusi quelli di due paesi, come il Mali e la Nigeria, che di rapporti diplomatici con Israele non ne hanno ormai da tempo. Oltre a Netanyahu parteciperanno all’incontro anche il Segretario Generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres, il presidente dell’Unione africana Moussa Faki e una delegazione degli uomini più influenti del Marocco.
Non è una coincidenza che nei giorni in cui Netanyahu sarà occupato nel summit di Monrovia, sia previsto l’arrivo in Israele del primo ministro etiope Hailemariam Desalegn, che si fermerà in Terra Santa per quattro giorni. Quella di Desalegn sarà la prima visita in Israele di un primo ministro etiope da più di un decennio e vuole essere la risposta al viaggio di Bibi in Etiopia dello scorso luglio. E’ comunque previsto un incontro tra i due leader quando Netanyahu avrà concluso il suo viaggio in Liberia. L’Etiopia è uno dei paesi strategicamente più importanti per Israele se il piccolo stato del Medio Oriente vuole ritagliarsi uno spazio nella cornice africana: ospita il quartier generale dell’Unione africana, fa parte del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e – soprattutto – il suo ex primo ministro e attuale ministro della sanità, Tedros Adhanom Ghebreyesus, la settimana passata ha vinto le elezioni per diventare il prossimo direttore della World Health Organization (WHO), primo africano a ricoprire questo ruolo.

Netanyahu ha molti difetti e la continua diminuzione dei consensi da parte della popolazione israeliana nei suoi confronti ne è la conferma. La politica interna da lui adottata non piace a molti in Israele, anche quando si parla degli insediamenti in Cisgiordania. Per quanto riguarda la politica estera, però, le sue capacità sono innegabili. Ha giocato un ruolo da protagonista (anche se dietro le quinte) nel conflitto siriano, a fianco di Stati Uniti e Arabia Saudita e in chiave anti-iraniana. Le premesse che lasciano immaginare Tel-Aviv protagonista nel futuro dell’Africa, forse anche dopo il mandato di Benjamin Netanyahu, ci sono tutte. D’altronde lo Stato di Israele, per quanto si estenda in un’area minore di quella della Toscana (20.000km² contro quasi 23.000km² della regione italiana) sa come muoversi sul palcoscenico globale. Che si lasci scappare le opportunità che l’Africa può offrire, è alquanto improbabile.

GUIDO DELL'OMO:GIORNALISTA PROFESSIONISTA DELLA TESTATA IL GIORNALE

lunedì 29 maggio 2017

LA LIBERTA' DI STAMPA -GEORGE ORWELL

“La Libertà di Stampa” è un saggio dello scrittore e giornalista inglese George Orwell (1903-1950), ed è un’analisi spietata sui meccanismi di censura e autocensura degli organi di informazione in un Paese ritenuto libero e democratico come l’Inghilterra della metà del ‘900. Il saggio è stato pubblicato per la prima volta nel 1972; in realtà doveva essere l’introduzione al romanzo “La Fattoria degli Animali”, scritto tra il 1943 e il 1944, ma pensato durante la guerra civile in Spagna (1936-1939), a cui l’autore prese parte tra le fila del Poum (Partito Operaio di Unificazione Marxista). In quegli anni Orwell fu testimone del sabotaggio del governo proletario ad opera del Partito Comunista spagnolo, supportato militarmente e finanziariamente dall’Urss di Stalin. Quell’esperienza, raccontata in “Omaggio alla Catalogna“, fu una rivelazione: lo scrittore andò oltre le barriere di “fascismo” e “comunismo”, e si concentrò sul concetto di totalitarismo. Non importa quale sia la base ideologica del sistema – religiosa, politica, sociale, economica: una élite al potere schiaccia la stragrande maggioranza; chi non si uniforma, viene perseguitato. La penna di Orwell riprodusse la perfetta macchina totalitaria nel romanzo di science-fiction 1984, applicabile a tutte le società dove si combattono guerre perpetue, i media sono controllati da pochi, e il passato viene modificato a piacimento.
La “Fattoria degli Animali”, invece, è un’allegoria della rivoluzione comunista, e di come la lotta di classe si è trasformata nel totalitarismo staliniano: da “tutti gli animali sono uguali”, si è passati al “tutti gli animali sono uguali, ma alcuni sono più uguali degli altri”.
Tuttavia, nell’Inghilterra del 1944 non si poteva parlar male di Stalin e della sua dittatura, perché era alleato nella lotta contro Hitler e i regimi nazi-fascisti. Come spiega Orwell nel suo prezioso saggio, i giornalisti si sono volontariamente censurati riguardo alla natura crudele dello stalinismo; l’opinione pubblica inglese era tenuta all’oscuro dell’Holodomor, il genocidio per fame degli Ucraini agli inizi degli anni ’30; e delle Grandi purghe, che tra il 1934 e il 1940 costarono la vita a oltre in milione di persone solo perché sospettate di non essere ciecamente fedeli al tiranno.
Nonostante Orwell fosse già un giornalista e scrittore affermato, il romanzo venne respinto da ben quattro editori, anche per il giudizio negativo del ministro dell’Informazione dell’epoca. Nella metà del 1945, quando la II Guerra Mondiale era ormai vinta e all’orizzonte già si prospettava la rivalità tra Occidente e Comunismo, Secker & Warburg superò ogni timore e decise di pubblicare “La Fattoria degli Animali”; tuttavia all’ultimo venne tolto il saggio introduttivo, tanto che le copie della prima stampa presentano alcune pagine numerate vuote.
Il manoscritto “La Libertà di Stampa” è stato ritrovato nel 1972, ma ci sono voluti molti anni ancora, prima che fosse finalmente inserito come prefazione alla “La Fattoria degli Animali”. E il contenuto di questo saggio è attuale più che mai, visto che alcuni argomenti di importanza vitale vengono sistematicamente ignorati o al massimo derisi dagli organi di informazione; ma in realtà sono, come direbbe Orwell, “impubblicabili perché sfidano l’ortodossia corrente”.
LA LIBERTA DI STAMPA di George Orwell
Prefazione al romanzo “La Fattoria degli Animali” – 1943-1944
Questo libro fu pensato la prima volta, man mano che l’idea centrale prendeva corpo, nel 1937, ma non fu scritto che intorno alla fine del 1943.
Era ovvio, all’epoca in cui finì per essere scritto, che ci sarebbero state grandi difficoltà a farlo pubblicare (nonostante l’attuale mancanza di libri, che assicura che qualunque cosa si possa  definire “un libro” si “vende”), e infatti venne respinto da quattro editori. Solo uno aveva dei motivi ideologici. Due pubblicavano da anni libri antisovietici, e l’altro non aveva nessun  particolare colore politico. A dire il vero un editore lo accettò in un primo momento, ma dopo gli accordi preliminari, decise di consultare il Ministero dell’informazione, che – pare – l’abbia  messo in guardia, o, in ogni caso, vivamente sconsigliato dal pubblicarlo. Ecco uno stralcio della sua lettera:
“Ho accennato alla reazione di un importante funzionario del Ministero  dell’informazione riguardo La fattoria degli animali. Devo confessare che questa opinione mi ha dato seriamente da pensare… Capisco ora che la pubblicazione di un libro simile in un momento come  questo potrebbe essere considerata altamente inopportuna. Se la favola si rivolgesse a dittatori e dittature in genere, allora pubblicarla sarebbe una ottima cosa, ma essa – come adesso posso vedere – segue così fedelmente il progresso dei sovietici e dei loro  due dittatori, che la si può applicare soltanto alla Russia, escludendo ogni altra dittatura. Un’altra cosa: la favola sarebbe meno offensiva se la casta protagonista non fosse quella dei maiali  (1). Ritengo che la scelta dei maiali come casta dominante offenda senza dubbio molta gente, e in particolare chi è un po’ suscettibile, come indubbiamente lo sono i russi”.
Questo genere di cose non è un buon sintomo. Ovviamente non è auspicabile che un dipartimento governativo abbia qualche potere di censura (fatta eccezione per la censura dettata da motivi di  sicurezza, contro la quale nessuno ha da obiettare in tempo di guerra) su libri la cui pubblicazione non sia promossa da organi ufficiali. Ma in questo momento il pericolo principale per la libertà  di pensiero e di parola non è l’interferenza diretta del Ministero dell’informazione o di un corpo ufficiale qualsiasi. Se gli editori e i direttori dei giornali fanno di tutto per sottrarre alla  stampa alcuni argomenti, non è per paura di essere perseguiti, ma per timore dell’opinione pubblica. In questo paese la viltà intellettuale è il peggior nemico che uno scrittore o un giornalista  debba affrontare. E ciò non mi sembra aver avuto il rilievo che merita.
Chiunque abbia una certa esperienza giornalistica ammetterà obiettivamente che durante questa guerra la censura ufficiale non è stata particolarmente fastidiosa. Non abbiamo dovuto subire quella   “coordinazione” di tipo totalitario che ci saremmo ragionevolmente dovuti aspettare. La stampa ha da fare qualche giustificata lamentela, ma nel complesso il governo si è comportato bene ed è stato  tollerante verso le opinioni della minoranza in un modo addirittura sorprendente.
Il fatto sinistro per quanto riguarda la censura letteraria in Inghilterra è che essa è in larga misura volontaria.  Le idee impopolari si possono mettere a tacere, e i fatti inopportuni si possono tenere all’oscuro, senza bisogno di nessun bando ufficiale. Chiunque sia vissuto a lungo in un paese straniero,  saprà di notizie sensazionali – che avrebbero meritato per il loro valore un articolo di prima pagina – non apparse sulla stampa britannica, non per intervento del governo, ma per un tacito accordo  generale secondo il quale quel tale fatto “non sarebbe” da accennare. Finché si tratta dei quotidiani, è facile capirlo. La stampa britannica è estremamente centralizzata, ed è, per la maggior parte, in mano a uomini potenti che hanno  tutti i motivi per essere disonesti, quando si tratta di questioni importanti. Ma lo stesso tipo di velata censura opera anche su libri e periodici, come sul teatro, il cinema, la radio. Per ogni  dato momento c’è un’ortodossia, un corpo di idee che, presumibilmente, tutti i benpensanti accetteranno senza batter ciglio. Non è espressamente proibito dire questo o quest’altro, ma non “va  fatto”, proprio come in epoca vittoriana non “andava fatto” di nominare i pantaloni davanti alla signora. Chiunque sfidi il conformismo corrente, si troverà zittito da un’efficacia sbalorditiva.  Una opinione che vada veramente controcorrente, non ottiene quasi mai la giusta considerazione, né sulla stampa popolare né su quella intellettuale.
Quanto viene ora richiesto dalla ortodossia prevalente è un’ammirazione incondizionata per la Russia sovietica. Lo sappiamo tutti, quasi tutti ci adeguiamo. Una seria critica al regime sovietico,  la rivelazione di fatti che il governo sovietico preferirebbe tenere nascosti, sono pressoché impubblicabili. E questa grande congiura a livello nazionale per tenere buona la nostra alleata ha  luogo, in modo abbastanza curioso, nonostante un background di autentica tolleranza intellettuale. Perché se non vi è permesso di criticare il governo sovietico, avete almeno una certa libertà di  criticare il vostro. Difficilmente qualcuno potrà pubblicare un attacco a Stalin, ma va sul sicuro se attacca Churchill, in un libro o, indifferentemente, su una rivista. E in cinque anni di  guerra, durante due o tre dei quali abbiamo lottato per la sopravvivenza del Paese, sono stati pubblicati senza interferenza alcuna numerosissimi libri, pamphlet e articoli che sostenevano una pace  di compromesso. Di più, sono apparsi senza suscitare troppa disapprovazione. Finché non ci andava di mezzo il prestigio dell’URSS, il principio della libertà di parola è stato attuato con intelligenza. Vi sono altri argomenti proibiti, e ne  citerò tra poco alcuni, ma il sintomo molto più serio è l’atteggiamento prevalente nei confronti dell’URSS. E’, per così dire, spontaneo, e non è dovuto alla pressione di nessun gruppo.
Il servilismo con cui la maggior parte dell’intellighenzia inglese ha sopportato e ripetuto la propaganda russa dal 1941 in poi sarebbe addirittura sbalorditivo, se essa non si fosse già comportata  allo stesso modo in parecchie occasioni precedenti. Il punto di vista russo su una questione dopo l’altra è stato accettato senza alcuna verifica, e quindi pubblicizzato senza il benché minimo  riguardo alla verità storica o alla dignità intellettuale. Per citare solo un esempio: la BBS ha celebrato il venticinquesimo anniversario dell’armata Rossa senza parlare di Trotzkij. E’ come se  alla commemorazione della battaglia di Trafalgar non si nominasse Nelson; tuttavia il fatto non ha suscitato nessuna protesta da parte dell’intellighenzia inglese. Nelle lotte intestine dei vari  paesi occupati, la stampa britannica ha parteggiato, nella quasi maggioranza dei casi, per la fazione sostenuta dai russi, e ha calunniato la fazione opposta, nascondendo talvolta a tale scopo  l’evidenza dei fatti. Un caso particolarmente clamoroso fu quello del colonnello Mihajlovic, il leader iugoslavo dei cetnici. I russi, che avevano il loro protegé iugoslavo nel maresciallo Tito, accusarono Mihajlovic di collaborazionismo con i  tedeschi. L’accusa venne colta prontamente dalla stampa britannica: ai fautori di Mihajlovic non fu data nessuna possibilità di ribattere, e i fatti contraddittori furono semplicemente omessi dalla  stampa.
Nel Luglio del 43 i tedeschi offrirono una taglia di 100.000 corone d’oro per la cattura di Tito, e una taglia analoga per la cattura di Mihajlovic. La stampa britannica sbatté la taglia su Tito in  prima pagina, ma un solo giornale parlò (a piccoli caratteri) di quella su Mihajlovic; e le accuse di collaborazionismo con la Germania continuarono. Fatti molto simili accaddero durante la guerra  civile spagnola. Anche allora le fazioni di parte repubblicana che i russi avevano deciso di sconfiggere furono attaccate senza misura dalla stampa dalla stampa inglese di sinistra, e ogni  dichiarazione in loro difesa, anche sotto forma di lettera, venne respinta. Al momento attuale, non solo è riprovevole una critica seria all’URSS, ma il fatto stesso che esista un simile genere di  critica è in molti casi tenuto segreto. Per esempio, poco prima della sua morte Trotzkij aveva scritto una biografia di Stalin. Presumibilmente non doveva trattarsi di un libro del tutto  imparziale, ma certo era vendibile. Un editore americano aveva preso accordi per la pubblicazione e il libro era in macchina – credo che fossero uscite già le bozze per la stampa – quando l’URSS entrò in guerra. L’edizione fu immediatamente ritirata.  Non una parola su ciò è mai apparsa sulla stampa britannica, sebbene l’esistenza di un tale libro e il suo ritiro fossero notizie meritevoli di alcuni paragrafi.
E’ importante fare una distinzione fra il genere di censura che l’intellighenzia letteraria inglese si impone volontariamente e la censura che può venire imposta talvolta dalla pressione di gruppi.  E’ noto che alcuni argomenti non possono essere discussi per via di “interessi acquisiti”: Il caso più conosciuto è il racket delle specialità farmaceutiche. Ancora: la chiesa cattolica ha una  considerevole influenza sulla stampa e può, in una certa misura, mettere a tacere la critica. Se uno scandalo riguarda un prete cattolico, non gli viene quasi mai data pubblicità: mentre il caso di  un ministro anglicano nei guai (per esempio il Rettore di Stiffkey) fa notizia di prima pagina. Capita molto raramente che un soggetto di tendenza anticattolica venga portato alla ribalta o compaia  in un film. Una commedia o un film – qualunque attore lo può dire – che attacchino o si prendano gioco della chiesa cattolica vengono boicottati dalla stampa, e quasi certamente sono destinati al  fallimento. Questo genere di cose, però, è innocuo, o almeno comprensibile. Tutte le grandi organizzazioni badano ai loro interessi come meglio possono e una propaganda chiara non è un fatto cui si possa obiettare. Aspettarsi che il   “Daily Worker” (2) renda di pubblico dominio fatti sfavorevoli all’URSS, sarebbe come aspettarsi una denuncia contro il Papa da parte del “Catholic Herald”. Ma in questo caso ogni persona  ragionevole conosce il “Daily Worker” e il “Catholic Herald” per quello che sono.
Ciò che preoccupa è il fatto che dove c’entra l’URSS e la sua politica non ci si può aspettare una critica intelligente, e neppure, in molti casi, una schietta onestà da parte di scrittori liberali  e di giornalisti non costretti da nessuna pressione diretta a falsare le loro opinioni. Stalin è sacrosanto e certi aspetti della sua politica non devono essere messi seriamente in discussione.  Questa norma viene quasi universalmente osservata dal 1941, ma essa vigeva già, in misura più grande di quanto talvolta si sia compreso, da dieci anni. Per tutto quel tempo una critica da sinistra  al regime sovietico difficilmente poteva ottenere ascolto. Vi fu un’enorme produzione di letteratura antirussa, ma quasi esclusivamente da parte conservatrice: era palesemente disonesta, data e  attuata per motivi ignobili. D’altra parte vi fu un flusso egualmente enorme e quasi allo stesso modo disonesto di propaganda filorussa: ciò contribuì a boicottare chiunque tentasse di discutere  tutti i problemi di una certa importanza in maniera adulta.
Si potevano pubblicare, a dire il vero, libri antirussi, ma farlo significava essere sicuramente ignorati o travisati da quasi tutta la stampa intellettuale. Sia in pubblico che in privato si  veniva ammoniti che era “da non farsi”. Quanto si diceva poteva essere anche vero, ma era “inopportuno”, e “manovrato” da questo o quell’altro interesse reazionario. Un simile atteggiamento veniva  solitamente difeso in base le necessità della situazione internazionale e all’urgente bisogno di un’alleanza anglo-russa: ma era chiaro che si trattava di una schematizzazione. L’intellighenzia  inglese, o gran parte di essa, aveva coltivato una specie di lealtà nazionalistica verso l’URSS, e nel proprio cuore sentiva che gettare un qualsiasi dubbio sulla saggezza di Stalin era come  bestemmiare. A seconda che accadesse in Russia o in qualunque altro luogo, un avvenimento doveva essere giudicato con un metro di misura diverso. Le interminabili esecuzioni durante le purghe del  1936-38 furono approvate dai secolari oppositori della pena capitale; e allo stesso modo si ritenne giusto dare pubblicità alle carestie dell’India e tenere nascoste quelle dell’Ucraina. E se ciò era vero prima della guerra, l’atmosfera  intellettuale non è certo migliore adesso.
Ma torniamo ora al mio libro. La reazione della maggior parte degli intellettuali inglesi di fronte ad esso sarà semplicissima: “Non doveva essere pubblicato”. Naturalmente, quei recensori che  capiscono l’arte di denigrare non lo attaccheranno dal punto di vista politico, ma da quello letterario. Diranno che si tratta di un libro noioso, stupido e di uno scandaloso spreco di carta (3).  Può darsi che sia vero, ma ciò non vale ovviamente per l’intero racconto. Non si dice che un libro “non doveva essere pubblicato” solo perché è un cattivo libro. Dopo tutto, si stampano ogni giorno  quintali di robaccia e nessuno se ne preoccupa. Gli intellettuali inglesi, o la maggior parte di essi, solleveranno delle obiezioni a questo libro perché diffama il loro Leader e (per la visione  che hanno di lui) nuoce alla causa del progresso. Se affermasse l’opposto, essi non avrebbero nulla da ridire, anche se le pecche letterarie fossero dieci volte più clamorose di quanto non sono  ora. De resto, il successo di Left Book Club (Club del libro di sinistra) nell’arco di quattro o cinque anni, sta a dimostrare come essi siano disposti a tollerare sia le scurrilità che i discorsi incoerenti, purché si dica loro quello che  vogliono sentire.
Il problema implicito è semplicissimo: ogni opinione, per quanto impopolare – per quanto anche stupida – ha diritto di essere sentita? Mettila in questa forma e quasi tutti gli intellettuali  inglesi capiranno di dover dire “sì”. Ma dàlle una forma concreta, e prova a chiedere: “E un attacco a Stalin? Ha diritto di essere sentito?”, e la risposta sarà il più delle volte “no”. In questo  caso è l’ortodossia corrente ad essere sfidata, e perciò viene meno il principio della libertà di parola. Ora, quando si chiede la libertà di parola e di stampa, non si chiede libertà assoluta.  Finché ci saranno società organizzate, vi deve sempre essere, e in ogni caso vi sarà sempre, un certo grado di censura. Ma la libertà, come disse Rosa Luxemburg, è “libertà per l’altro”. Lo stesso  principio è contenuto nelle famose parole di Voltaire: “Detesto ciò che dici; ma difenderò fino alla morte il tuo diritto a dirlo”. Se la libertà intellettuale, che senza dubbio è stata una delle  caratteristiche della civiltà occidentale, significa davvero qualcosa, vuol dire allora che ognuno avrà diritto a esprimere e a pubblicare ciò che secondo lui è la verità, a un’unica condizione: che essa non faccia torto, in maniera del tutto  inequivocabile, al resto della comunità. Sia la democrazia di tipo capitalista che le versioni occidentali del socialismo hanno dato questo principio per scontato, fino a tempi recenti. Il nostro  governo, come ho già fatto rilevare, finge ancora di rispettarlo. L’uomo della strada – in parte forse perché non tiene sufficientemente alle proprie idee al punto di diventare intollerante – dice  ancora vagamente “suppongo che ognuno abbia diritto alla propria opinione”. E’ proprio chi dovrebbe soprattutto salvaguardare la libertà, cioè l’intellighenzia letteraria e scientifica, che sta  cominciando a disprezzarla in teoria come in pratica.
Uno dei fenomeni particolari del nostro tempo è il tradimento dei liberali. Molto prima della familiare asserzione marxista che la “libertà borghese” è un’illusione viene ora la tendenza largamente  diffusa ad asserire che l’unica cosa da fare è la difesa della democrazia dai sistemi totalitari. Se si ama la democrazia – prosegue l’argomentazione – si devono combattere i suoi nemici con non  importa quali mezzi. E quali sono i suoi nemici? Risulta sempre che non sono soltanto quelli che la attaccano apertamente e consapevolmente, ma coloro che “obiettivamente” la mettono in pericolo  con la diffusione di dottrine sbagliate. In altre parole, difendere la democrazia porta come conseguenza di distruggere ogni autonomia di pensiero. Un’argomentazione simile veniva usata, per  esempio, per giustificare le purghe russe. Anche i più accaniti russofili difficilmente potevano credere che tutte le vittime fossero colpevoli di tutti i reati loro imputati: ma si dava il caso  che con le loro opinioni eretiche essi nuocessero “obiettivamente” al regime, e quindi era assolutamente giusto non solo trucidarli, ma anche screditarli con false accuse. Lo stesso discorso venne usato per giustificare le falsità del tutto volute  che continuarono ad apparire sulla stampa di sinistra a proposito dei trotzkisti e delle altre minoranze repubblicane della guerra civile spagnola. E venne usato ancora per motivare la protesta  contro l’habeas corpus, quando, nel 1943, venne rilasciato Mosley (4).
Questa gente non capisce che se si incoraggiano i metodi totalitari, può venire il giorno in cui essi saranno usati contro chi li incoraggia, e non più a favore. Fai l’abitudine a mettere in  prigione i fascisti senza processo, e forse il sistema non si fermerà ai fascisti. Poco dopo che il già soppresso Daily Worker” venne ripristinato, tenni una conferenza alla scuola per lavoratori  nel sud di Londra. L’uditorio era composto da lavoratori e da intellettuali piccolo-borghesi, la stessa sorta di gente che si incontra di solito nelle sedi del Left Book Club. La conferenza aveva  toccato la libertà di stampa, e alla fine, con mio stupore, parecchi intervennero per farmi delle domande: Non pensavo io che la revoca della sospensione relativa al “Daily Worker” fosse un grosso  errore? Quando chiesi perché, dissero che era un giornale di dubbia lealtà e da non tollerarsi in tempo di guerra. Mi trovai a difendere il “Daily Worker”, che più di una volta mi aveva attaccato.  Ma dove aveva imparato questa gente un simile modo di vedere così totalitario? Quasi sicuramente dagli stessi comunisti!
Tolleranza e dignità sono profondamente radicate in Inghilterra, ma non sono indistruttibili, e devono essere tenute vive, in parte, con uno sforzo consapevole. Il risultato di predicare dottrine  totalitarie è quello di risvegliare l’istinto con mezzi dei quali i popoli liberi sanno cosa sia o non sia pericoloso. Il caso Mosley lo attesta. Nel 1940 fu perfettamente giusto internare Mosley  sia che fosse colpevole o meno di un reato specifico. Lottavamo per la nostra vita e non potevamo permettere a un possibile traditore di circolare liberamente. L’averlo tenuto in prigione senza  processo era, nel 1943, un oltraggio. La generale incapacità di accorgersi di questo fatto fu un cattivo sintomo anche se è vero che l’agitazione contro il rilascio di Mosley è stata in parte  faziosa e in parte l’espressione di altri scontenti. Ma quanto dell’attuale slittamento verso il modo di pensare fascista è da far risalire all‘“antifascismo” dei passati dieci anni e alla relativa  mancanza di scrupoli?
E’ importante rendersi conto che l’attuale russomania è solo un sintomo del risveglio generale della tradizione liberale dell’Occidente. Se il Ministero dell’informazione fosse intervenuto e avesse  definitivamente vietato la pubblicazione di questo libro, la maggior parte dell’intellighenzia inglese non vi avrebbe visto nulla di preoccupante. Una cieca lealtà all’URSS: questa è l’ortodossia  corrente, e là dove sono in gioco presenti interessi dell’URSS c’è la volontà non solo di tollerare la censura ma anche una deliberata falsificazione della storia. A titolo d’esempio: alla morte di  John Reed, l’autore di “I dieci giorni che sconvolsero il mondo”, un rapporto di prima mano sui primi giorni della Rivoluzione d’Ottobre, il copyright del libro passò in mano al Partito comunista  inglese, al quale credo che Reed l’avesse lasciato in testamento. Qualche anno dopo i comunisti inglesi, distrutto il maggior numero possibile di copie dell’edizione originale dell’opera, ne  pubblicarono una versione contraffatta, dalla quale avevano eliminato i riferimenti a Trotzkij e omesso l’introduzione di Lenin. Se in Gran Bretagna fosse esistita ancora una intellighenzia di tipo radicale, questa azione di falso sarebbe  stata smascherata e denunciata su tutti i giornali letterari del paese. Invece ci fu una piccola – se non addirittura nessuna – protesta. A molti intellettuali inglesi parve cosa naturalissima. E  questa tolleranza e lampante disonestà sta a significare molto più che una momentanea ammirazione per la Russia legata a un fatto di moda. Con tutta probabilità questa particolare moda non durerà.  Per quanto ne so, all’epoca della pubblicazione di questo libro, il mio punto di vista sul regime sovietico potrà anche essere quello generalmente accettato. Ma a che servirebbe? Cambiare  un’ortodossia per un’altra non è necessariamente un progresso. Il nemico è la mente del grammofono, si sia d’accordo o meno con il disco che suona in quel momento.
Conosco bene tutti gli argomenti contro la libertà di pensiero e di parola, gli argomenti che affermano che non può esistere e quelli che dicono che non dovrebbe esistere. Rispondo semplicemente  che non mi convincono e che la nostra civiltà nell’arco di quattrocento anni si è basata sull’avviso opposto. Da una decina d’anni credo che l’attuale regime russo è essenzialmente un male, e vado  affermando il diritto di dirlo, nonostante la nostra alleanza con l’URSS in una guerra che voglio vedere vinta. Se dovessi scegliere un testo per giustificare me stesso, sceglierei quel passo di  Milton: “secondo le note regole di antica libertà”.
La parola antica evidenzia il fatto che la libertà intellettuale è una tradizione profondamente radicata, senza la quale è assai dubbio che la nostra tipica cultura occidentale possa esistere.  Molti tra i nostri intellettuali si sono visibilmente allontanati da questa tradizione. Essi hanno accettato il principio che un libro dovrebbe essere pubblicato o vietato, elogiato o attaccato non  in base ai suoi meriti ma a seconda del momento politico. Altri invece, pur non condividendo un tale punto di vista, vi si adeguano per pura viltà. Un esempio di quanto dico è l’incapacità di molti  e chiassosi pacifisti inglesi di far sentire la loro voce contro la crescente ammirazione per il militarismo russo. Secondo questi pacifisti, ogni forma di violenza è male, e in ogni fase della  guerra ci hanno esortato ad arrenderci o a fare almeno una pace di compromesso. Ma quanti di loro hanno mai suggerito che la guerra è un male anche quando è fatta dall’Armata Rossa? Evidentemente i  russi ha il diritto di difendersi, mentre noi commettiamo un peccato mortale. Questa contraddizione può essere spiegata in un solo modo: e cioè, con il vile desiderio di stare al passo con la maggior parte dell’intellighenzia il cui  patriottismo è diretto all’URSS e non alla Gran Bretagna.
So che l’intellighenzia inglese ha una quantità di motivi per essere pavida e disonesta, conosco anche a memoria gli argomenti con cui si giustifica. Ma almeno cerchiamo di non incorrere più  nell’assurdità di difendere la libertà contro il fascismo. Se libertà vuol dire veramente qualcosa, significa il diritto di dire alla gente quello che la gente non vuol sentire. La gente comune  approva ancora vagamente questa idea e in base ad essa agisce. Nel nostro paese – non è lo stesso in tutti i paesi: non fu così nella Francia repubblicana e non è così negli Stati Uniti oggi – sono  i liberali che temono la libertà e gli intellettuali che vogliono infamare il pensiero. Ho scritto la presente prefazione per richiamare l’attenzione su questo fatto.
Traduzione di Elena Albertini pubblicata su radioradicale.it
(1) Non è del tutto chiaro se il suggerimento di questa modifica è un’idea di Mr…, o del Ministero dell’informazione. Ma sembra avere la veste dell’ufficialità. (Nota di Orwell).
(2) Quotidiano del Partito comunista inglese. (N.d.R.)
(3) Nell’economia inglese di guerra e dell’immediato dopoguerra anche il consumo della carta era controllato e limitato. (N.d.R.)
(4) Sir Oswald Mosley, capo del movimento filofascista inglese delle Black Shirts. (N.d.R.)