martedì 23 maggio 2017

QUEL CAPITALISTA DI SAN FRANCESCO CURAVA LA POVERTA' FACENDO IMPRESA

Banche etiche e investimenti produttivi Altro che reddito di cittadinanza. Dal XIII secolo, i frati sono stati quasi gli unici a elaborare una teologia economica.

Max Weber era ben consapevole del fatto che è pazzamente dottrinaria la tesi stando alla quale lo spirito capitalistico sia potuto sorgere solo come emanazione di determinate influenze della Riforma o che addirittura il capitalismo come sistema economico sia un prodotto della Riforma. Già il fatto che alcune importanti forme di aziende capitalistiche sono notoriamente assai più antiche della Riforma si oppone una volta per sempre ad una tale opinione».
E quel che a lui stava a cuore era di «portare in chiaro soltanto se e in quale misura influenze religiose abbiano avuto parte nella formazione qualitativa e nella espansione quantitativa di quello spirito nel mondo e quali lati concreti della civiltà che posa su basi capitalistiche derivino da tali influenze». E pur tuttavia, per decenni e decenni, la tesi di Weber, interpretata quasi come un dogma inattaccabile, ha spinto nell'ombra della dimenticanza, o, in ogni caso, nel regno dell'irrilevanza quei contributi che qua e là avevano posto l'attenzione sui rapporti tra cattolicesimo e capitalismo.
M entre è ormai da tempo ben noto il contributo dato dalla Tardo-Scolastica spagnola alla storia delle dottrine economiche e politiche, fino a non molto tempo fa sono stati, invece, trascurati gli itinerari aperti dalla Scuola francescana. Così, per esempio, sull'idea di produttività del capitale monetario tema indubbiamente centrale della teoria economica Joseph Schumpeter scrive: «Già prima adombrata, essa fu per la prima volta espressa da sant'Antonino, il quale spiega che, sebbene il danaro circolante possa essere sterile, il capitale monetario non lo è, perché esso rappresenta una condizione necessaria per intraprendere affari». Ora, è ben vero che il domenicano arcivescovo fiorentino sant'Antonino (1389-1459) accoglie nella sua Summa l'idea della funzione del prestito di danaro sia per i consumi che per gli investimenti vantaggiosi, richiamandosi all'autorevole proposta di san Bernardino da Siena (1380-1440), solo però che costui, da parte sua, ripeteva le idee di due francescani: Pietro di Giovanni Olivi (1248-1298) e Alessandro di Alessandria (1270-1314).
L'analisi economica di Pietro di Giovanni Olivi è contenuta nell'opera ormai conosciuta come Tractatus de emptione et venditione, de contractibus usurariis et restitutionibus. Ebbene, uno dei problemi di fondo affrontati da frate Pietro fu il seguente: di fronte alla proibizione canonica dell'usura è lecito distinguere fra il prestito di una somma di danaro qualsiasi e il prestito di una somma di danaro inscritto o da iscriversi nel processo produttivo, cioè impiegato in un programmato o già realizzato investimento produttivo? Ed ecco la risposta: «Ciò che con ferma decisione (firmo proposito) è destinato a qualche probabile lucro, non solo ha il significato di semplice danaro o di qualsiasi merce, ma possiede anche in sé un qualche seme di lucro, che comunemente chiamiamo capitale. Perciò esso non solo deve rendere il suo stesso valore, ma anche un valore aggiunto (sed et valor supera diunctus)». Commenta Oreste Bazzichi: «Mentre ogni incremento di danaro preteso in forza del mutuo, vi mutui, non poteva configurarsi altro che come usura, la ricompensa, invece, che il mercante o chiunque altro avesse avuto progetti di investimento economico realisticamente fruttifero pretendeva per distrarre il proprio danaro dagli affari e consegnarlo in prestito, veniva piuttosto considerata come un risarcimento del danno subito. E tale danno, nelle sue componenti di lucro cessante e di danno emergente, si esprimeva con la parola interesse, derivata, nello stesso significato, dal diritto romano». Dunque, perché una somma di denaro possa venire qualificata come capitale è necessario che essa sia destinata ad un processo produttivo e che questa destinazione sia l'esito di un fermo proposito dei proprietario.
E veniamo al secondo grande contributo dell'Olivi alla teoria economica. È nella Prima Quaestio del Tractatus de emptione et venditione che egli tratta del valore economico. Il valore di una cosa, egli afferma, nasce dalla concorrenza di tre cause che sono: quelle proprietà che la rendono adatta meglio di un'altra a soddisfare i nostri bisogni; la scarsità e quindi la difficoltà ad essere reperita; la preferenza individuale di coloro che intendono usarla. Nella terminologia di san Bernardino da Siena, nella trascrizione che egli fa dei passi dell'Olivi, il valore di una cosa è data dalla raritas, dalla virtuositas e dalla complacibilitas. La raritas sta a significare la scarsità del bene economico rispetto alla domanda; la virtuositas è la sua capacità oggettiva di rispondere ad un bisogno; e la complacibilitas è la preferenza che un soggetto dà ad un bene in vista dell'appagamento di un bisogno piuttosto che di un altro, stabilendo una gradualità tra questi. Con la complacibilitas l'Olivi introduce nella concezione del valore un elemento che risulterà poi nevralgico per il marginalismo e nella successiva e contemporanea teoria economica. In sintesi, annota ancora il Bazzichi, «il valore economico si determina in funzione dell'utilità sia nella sua forma oggettiva (virtuositas) sia nella sua forma soggettiva (complacibilitas) e in funzione della rarità» . E precisa: «È questa veramente la migliore e la più moderna tra le teorie del valore del Medioevo». Dalla teoria alla pratica: i Monti di pietà e i Monti frumentari. «Contatto con la gente, presa di coscienza della realtà sociale, ricerca e analisi delle problematiche nuove emergenti dalla società e la loro soluzione sul piano pratico nell'insegnamento della teologia morale, nella predicazione e nella confessione: questi, in sintesi, i motivi (...) che danno un contributo nuovo alla comprensione della risposta storica sul perché i francescani, a partire dalla seconda metà del XIII secolo, siano stati pressoché gli unici ad elaborare, sul piano dottrinale, una teologia economica e, conseguentemente, ad esercitare nella prassi un'influenza positiva per il superamento delle difficoltà giuridico-morali come l'interesse e la produttività del denaro. E ciò acquista ancor più valore se si considera che nello stesso periodo l'azione esercitata dalla Chiesa sull'attività economica attraverso le corporazioni andava in senso contrario».
Ebbene, la riflessione economica francescana diventa realtà concreta nei Monti di pietà e nei Monti frumentari dove la differenza tra le due istituzioni sta nel fatto che i Monti di pietà servivano a calmierare il costo del denaro a vantaggio delle forze lavoro, mentre con i Monti frumentari si intese calmierare il prezzo del grano, a favore della parte povera della classe degli agricoltori: venivano prestate derrate di cereali per la semina che, a raccolto avvenuto, venivano restituite alle condizioni stabilite, in sostanza a seconda del rendimento dell'annata.
Attenti agli aspetti concreti dell'evangelizzazione, i francescani si erano resi conto dell'impossibilità per le famiglie meno abbienti di avere accesso al credito ad un equo tasso di interesse ed erano testimoni del dramma di tante famiglie precipitate in miseria perché strangolate da usurai ebrei e cristiani senza scrupoli. Sta proprio qui, appunto, la ragione principale della creazione dei Monti di pietà: istituzioni concepite come mezzo di cura della povertà, di lotta all'usura .
Fu frate Barnaba Manassei da Terni a fondare a Perugia il 13 aprile del 1462 il primo Monte di pietà. Frate Barnaba, tra il 1460 e il 1462, insieme a frate Michele Carcano da Milano, aveva predicato a Perugia contro l'usura, e «riuscì a convincere gli amministratori della città a dar vita a un banco di prestito su pegno, che usasse il tasso di interesse unicamente per conservare il cumulo di denaro necessario a mantenere il flusso dei prestiti. L'istituzione si formò con i proventi di donazioni e di elemosine (...) Faceva prestiti a mercanti ed artigiani ed escludeva prestiti per spese di lusso. Il tasso di interesse non superava il 6%» (Bazzicchi).
Subito dopo quello di Perugia, l'istituzione dei Monti di pietà si diffuse in Umbria e nelle Marche per estendersi successivamente soprattutto nell'Italia del Nord. Nel 1463 il Monte di pietà fu fondato a Orvieto e a Gubbio; nel 1464 a Pesaro e l'anno dopo, nel 1465, a Foligno; nel 1466 a Norcia, a L'Aquila e Borgo San Sepolcro; nel 1467 a Terni; e il 14 giugno del 1468 ad Assisi. Qui, ad Assisi, a dare man forte al Monte di pietà fu fra Giacomo della Marca, il quale dimorò nell'eremo delle Carceri tra il 1468 e il 1471. Nell'estate del 1485 arrivò ad Assisi fra Bernardino da Feltre, il cui impegno di predicatore si profuse nella difesa dei Monti di pietà, e che pochi mesi prima, nel 1484, aveva fondato il suo primo Monte a Mantova. Monti di pietà sorsero nel 1469 a Spoleto e a Trevi, nel 1471 a Viterbo, nel 1473 a Bologna, nel 1483 a Milano e Genova, nel 1484 a Brescia e Ferrara, nel 1486 a Vicenza. In un secolo, dal 1462 al 1562, si potettero contare duecentoquattordici Monti di pietà. Con l'istituzione dei Monti di pietà i francescani si immersero nella concretezza della vita quotidiana della gente. Scrive il Bazzichi: «L'osservanza, insomma, si sporcò le mani nella storia (perché questa immersione non è immune da rischi e inconvenienti) tra mille ostacoli e nemici (dagli umanisti laici ai religiosi concorrenti), ma lasciò un segno indelebile nel tessuto politico e sociale del tardo Medioevo, contribuendo non poco allo sviluppo economico, sociale e politico» .
Fra Barnaba fondò, dunque, il primo Monte di pietà a Perugia nel 1462. Questo Monte è sopravvissuto sino al 1972, quando è confluito nella Cassa di Risparmio. Ancora nel 1861 ben 39 erano, nel circondario di Perugia, i Monti frumentari che nel Novecento confluirono nelle Casse Rurali. Istituzioni, dunque, dalla lunga durata perchè profondamente radicate in necessità della vita economica e sociale.
C'è stato chi, studiando certi Statuti dei Monti di pietà, è giunto a dire che non poche idee in essi contenute le ritroviamo, per esempio, in pagine di Amartya Sen. E di fronte a queste banche etiche francescane viene spontaneo chiedersi: i banchieri odierni non hanno proprio nulla da imparare da quei francescani che han dato vita ai Monti di pietà e ai Monti frumentari?
Aspra è stata la discussione tra teologi, moralisti, giuristi di varie Università dell'epoca sul problema dell'interesse sul prestito. I teologi e moralisti domenicani e agostiniani erano contro ogni forma di interesse e addirittura anche contro il semplice rimborso spese. E pure tra i francescani l'argomento dell'interesse sul prestito fu oggetto di contese come dimostrano gli scontri che si ebbero nel capitolo generale dell'Osservanza di Firenze del 1493. E nel Capitolo generale che ebbe luogo a Milano il 13 luglio del 1498 si stabilì che non venissero eretti Monti di pietà senza la prescrizione di ricevere un tasso di interesse, seppur minimo. L'esperienza aveva già dimostrato, con il fallimento del Monte di pietà di Firenze, che i Monti non avrebbero affatto potuto sopravvivere senza la richiesta di un pur minimo interesse sul prestito. Ebbene, dinanzi a simili dispute e a questa attenzione portata sull'uso del denaro pubblico, non c'è forse da restare esterrefatti di fronte ai privilegi dei politici e agli attuali immotivati e stratosferici stipendi di manager di istituzioni pubbliche? Il privilegio fa parte della logica della corte, è la negazione del merito, un pericolo per la democrazia. Certo, la libertà viene prima dell'uguaglianza: in una società aperta diseguaglianze e iniquità potranno senz'altro venir attenuate e magari rese sopportabili, mentre questo non potrà accadere in una società chiusa dove le disuguaglianze cresceranno diventando inattaccabili. E, in ogni caso, privilegi acquisiti e privilegi reclamati o richiesti sono il sintomo del marciume morale di una politica trasformata in greppia dove si affollano servi in livrea e clarinetti ben remunerati veri Dracula mascherati da servitori dello Stato. Dracula: le favole sono vere, diceva Italo Calvino. Pensioni mensili che ammontano a decine e decine di milioni di vecchie lire; stipendi che ammontano a centinaia e centinaia e centinaia di milioni di vecchie lire; liquidazioni che ammontano a dieci, dodici miliardi di vecchie lire... Sono la vergogna di una politica marcia. Sono realtà da sradicare e non perché siamo comunisti, ma semplicemente perché siamo liberali: merito e non privilegi. Un Paese infestato da feudatari, vassalli, valvassini e valvassori, da turiferari, mezzani e poeti di corte è un Paese dove i cittadini sono indotti a trasformarsi in accattoni ricattatori e ricattabili che per mestiere fanno gli elettori.

Dario Antiseri:Epistemologo e Logico Matematico ,Esponente del Liberalismo Filosofico



domenica 21 maggio 2017

SE E' IL DESIDERIO A STABILIRE IL GENERE



Il nichilismo etico, il soggettivismo imperante, l'allontanamento dal naturale rapporto sessualità-filiazione. Come in nome dei diritti civili si corre il rischio di destrutturare la società

Dobbiamo a La società del rischio di Ulrich Beck l’analisi forse più attendibile delle antinomie della radicalizzazione del principio moderno dell’individualità nella società post- industriale. Che è andata ben oltre la richiesta di un’unità di forza lavoro socialmente ed esistenzialmente mobile, necessitata a sganciarsi, per realizzare 'la propria vita', da ogni strutturale legame/condizionamento sociale. […] Un processo dove «è la singola persona che diventa l’unità di riproduzione del sociale nel mondo della vita». Attraverso le prescrizioni istituzionali e biografiche di questa individualizzazione - fondamentalmente mercatoria, nelle mani cioè del mercato - della società del rischio, «nascono gli strumenti delle possibilità di combinazione biografica [e] nella transizione dalla 'biografia standard alla biografia elettiva', si forma il tipo conflittuale e senza precedenti storici della biografia fai-da-te». Per limitarci al nesso sessualità-filiazione e alle connesse identità di genere, in questo processo, si è passati senza soluzioni di continuità da sex without babies a babies without sex, e infine a sex on demand, con cui si chiude il circolo della dissociazione nell’epoca della modernità riflessiva, tra ruoli sessuali e filiazione, a cui la tradizione, la cultura umana ha da sempre agganciato l’istituto della famiglia come pattern fondativo della società.
C’è in gioco qualcosa che a capire non basta «una revisione dell’immagine della società industriale», perché non investe una sociogenesi aggiornata del moderno, una determinatezza storica tra tante del mutamento sociale, ma la determinazione storica conosciuta in cui fin qui abbiamo vissuto della sociogenesi in generale. È in gioco la smoralizzazione del mondo, per come fin qui si è moralizzato, cioè in ultima istanza fatto, istituitosi nella sociogenesi. In questo processo di smoralizzazione del mondo la società, l’associazione umana, è posta in capo a se stessa, in un generale progetto di sua “denaturalizzazione”, come sua autoposizione assoluta nell’artificio biopolitico sociale fin nel suo nodo comunitario fondativo, sottoposto a un generale progetto di reingegnerizzazione sociale: il nucleo familiare naturale, la coppia eterosessuale generativa, che è insieme lo snodo in cui si legano e si differenziano natura e cultura. In cui la cultura 'si snoda' dalla natura 'annodandosi' come legame sociale.
È stato Lévi-Strauss a indicare nel nucleo generativo della 'famiglia naturale' il pattern basico non solo della riproduzione sociale - l’elemento propriamente generativo, riproduttivo della società -, ma anche della stessa produzione sociale in quanto tale, della stessa produzione della società come passaggio, nei processi di ominazione, dallo 'stato di natura' allo 'stato di cultura', come snodo in cui si legano e differenziano natura e cultura, in cui la cultura si snoda dalla natura annodandosi come legame sociale. A mostrare come nell’orientamento esogamico dell’accoppiamento eterosessuale come modo di assolvere 'all’altro imperio' - dall’accoppiamento, dalla pulsione sessuale - per l’uomo della natura, la filiazione, «riconoscendo e sanzionando l’unione dei sessi e la riproduzione », la società «si impone all’ordine naturale, ma contemporaneamente essa offre all’ordine naturale la sua possibilità», perché «se si vuole che la società continui bisogna correre il rischio» del passaggio «dal fatto naturale della consanguineità al fatto culturale dell’affinità».
La protezione sociale - morale, giuridica, religiosa e/o teologica - da sempre accordata al nesso sessualità/filiazione nella pur storicamente variabile 'regola' matrimoniale che lo governa è un puro conseguimento della ragione naturale, della razionalità osservativa dei fenomeni, di ciò che accade e di come accade. Nel turn-pointdella seconda modernità, dove sotto la potente spinta all’individualizzazione dell’economia postindustriale e al relazionarsi e relativizzarsi in rete di modelli sociali e stili di vita, è questo pattern determinante del nesso procreatività/socialità, la famiglia generativa, a rischio di scomposizione. […] Non c’è bisogno di molto per vedere nelle richieste emancipative degli studi di genere lievitati a teoria del gender una diversa richiesta di emancipazione da quella più che giustificata - politicamente, socialmente, moralmente - relativa alla condizione femminile e alla tutela dell’identità omosessuale. La più generale richiesta di un’emancipazione metapolitica dai vincoli 'naturali' dell’identità di genere; e dell’implicazione eterosessuale, che vi si connette, del nesso sessualità/ filiazione, in cui il vincolo di quella naturalità si è socialmente codificato, codificando la società, permettendone fin qui la genesi; si è fatto codice socialmente genetico. Un’emancipazione dai vincoli naturali tradizionali trascritti negli istituti sociali e giuridici a disposizione, per via biopolitica, dei propri diritti di cittadinanza.
Vincoli “naturali” non più riconosciuti tali perché manipolabili dalla tecnica, che si presuma possa “riprogettare” artificialmente il nesso sociogenetico sessualità/filiazione naturale, individuato fin qui in antropologia strutturale (Lévi- Strauss) nella coppia eterosessuale feconda. In nome dei diritti civili, modellati nel caso di specie su un’idea neutra, che dovrebbe farsi giuridicamente neutrale, del proprio stato di genere, la teoria del gender mira a neutralizzare il dato “naturale” della propria identità di genere, e dell’orientamento sessuale cui è orientato. Anche quando questo dato naturale non sia la differenziazione di genere prevalente, maschio-femmina, quella procreativamente “normale” (che in biologia nient’altro significa che lo standard funzionalmente riproduttivo), ma la stessa “naturalità” dell’identità omosessuale. Sulla differenziazione di genere, sulla propria identità di genere non ha più titolo né la natura (la biologia, che può essere ridecisa dalla tecnica), né tanto meno la società, depotenziata nei suoi istituti valoriali e giuridici assunti come pure convenzioni sociali; ma solo il titolare - la “soggettività”, l’individuo - di diritti di cittadinanza la cui città di appartenenza è in definitiva il proprio desiderio e il 'corpo' che se ne fa interprete. In questa emancipazione dalla natura e dalla società, l’identità di genere è sui iuris, non sottostà cioè ad alcuna potestà, ad alcuna legislazione che non sia quella dell’orientamento del proprio desiderio.
L’autonomia “morale” si fa autonomia del costume sessuale che si vuole indossare. Il punto è che pretendere di contrattualizzare, di fare materia di “contratto sociale” su base individuale, l’originaria communio del noi “naturale” nel suo ambiente, cui nasciamo vincolati, in un illuminismo che veda come deteriore minorità questa dipendenza originaria che ci alimenta (vita e sangue della stessa ragione che si illumina alle radici del noi), significa togliere alle traiettorie dell’individualizzazione, per quanto ellittiche possano essere, il legame gravitazionale che le tiene insieme e le sostiene nel loro orbitare, nella “vita propria”, che per quanto giri su se stessa proprio per girare su se stessa ha bisogno della forza gravitazionale in cui si regge. Perché quando si contratta, proprio perché si mette qualcosa in comune, vuol dire che non si ha, o non si riconosce di avere, più niente in comune; e la comunità originante che si declina nei nessi sociali si fa un mero negozio giuridico, una negoziazione tra la forza e il diritto, e cessa di essere il presupposto ontologico dell’essere sociale: si fa fondamentalmente un’associazione temporanea di scopo, sia pur quella dell’impresa della propria vita. È il problematico scenario della “comunità contrattata” l’ossimoro esistenziale e sociale su cui ci interroga il presente.

Eugenio Mazzarella :Professore Ordinario di Filosofia Teoretica all'Università di Napoli Federico II      
      

PENTAGONO LANCIA SITI WEB DI NOTIZIE ESTERE

GIA' NEL 2008 IL PENTAGONO SI PONEVA IL PROBLEMA DI INFLUENZARE L'OPINIONE PUBBLICA.OGGI NEL 2017 CON LE "FAKE NEWS" VA MATURANDO UNA OPERATIVITA'
INIZIATA MOLTI ANNI FA. PROPAGANDA GLOBALE ALTRO CHE LIBERTA' DI STAMPA.LIBERTA' DI AGGRESSIONE MEDIATICA ED ORA ANCHE PENALE


Peter Eisler, USA TODAY
WASHINGTON - Il Pentagono sta creando una rete globale di siti web di notizie in lingua straniera, tra cui un sito arabo per gli iracheni e assunzione di giornalisti locali per scrivere storie di eventi attuali e altri contenuti che promuovono gli interessi degli Stati Uniti e contrastano i messaggi degli  insorti.I siti di notizie sono parte di un'iniziativa del Pentagono per espandere le "Operazioni Informative" su Internet. Né l'iniziativa né il sito iracheno, http://www.mawtani.com/, sono state divulgate pubblicamente.A prima vista, Mawtani.com sembra un sito web di notizie convenzionale. Solo il link "circa" nella parte inferiore del sito porta i lettori a una pagina che indica la sponsorizzazione del Pentagono. Il sito, operativo da ottobre, è stato modellato su due siti sponsorizzati dal Pentagono che offrono notizie in lingua locale per le persone dei Balcani e dell'Africa settentrionale.I gruppi di giornalismo dicono che i siti sono ingannevoli e facilmente possono essere scambiati per notizie indipendenti."Si tratta di cercare di controllare il messaggio, sia per bypassare i media o per mettere la tua versione del messaggio prima di altri (e) ... c'è una forte responsabilità di far sapere da chi viene", dice Amy Mitchell, vicepresidente Direttore del Progetto per l'eccellenza nel giornalismo. Una divulgazione in una pagina separata "non è qualcosa che la maggior parte delle persone che arrivano sul sito hanno probabilità di vedere".I funzionari del Pentagono dicono che i siti sono un modo legittimo e necessario per promuovere gli obiettivi politici degli Stati Uniti e contrastare i messaggi degli estremisti politici e religiosi. Hanno anche notato che gli Stati Uniti ei suoi alleati sono stati disarmati  nella battaglia per ottenere informazioni da dare al pubblico in Iraq e altrove."È importante ... impegnare questi lettori stranieri e informare", afferma Michael Vickers, assistente segretario della Difesa responsabile di operazioni speciali e sforzi di stabilizzazione. "I nostri avversari usano Internet con  grande beneficio , quindi abbiamo la responsabilità di contrastare (i loro messaggi) con informazioni accurate e veritiere e questi siti web sono un buon mezzo".Il sito è stato chiamato  Mawtani  dall'inno nazionale iracheno e significa "mia patria". È disponibile in arabo, farsi e urdu - ma non in inglese - ed è supervisionato dal comando del Pentagono in Iraq.Il Comando Sud degli Stati Uniti sta costruendo un sito simile per il pubblico latinoamericano. Il Comando del Pacifico, che copre l'Asia, è interessato ad istituire un sito di notizie, afferma  la portavoce Navy Lt. Cmdr. Amy Derrick-Frost."Vero in realtà e intenzione"In un memorandum la scorsa estate, il segretario alla Difesa Gordon Inghilterra ha detto a tutti i comandanti regionali che lo sviluppo di tali siti è "una parte essenziale della loro responsabilità ... per modellare l'ambiente di sicurezza nelle rispettive aree". Il memo in precedenza non rilasciato, fornito dal Pentagono alla richiesta USA TODAY, ha indirizzato che tutti i contenuti del sito siano "accurate e  di fatto vere ".Il contenuto dei siti di notizie è scritto da giornalisti locali assunti per scrivere storie che soddisfano gli obiettivi del Pentagono per i siti, come la promozione della democrazia, della sicurezza, del buon governo e dello stato di diritto. Il personale militare o i contrattisti  riesaminano le storie per assicurarsi che siano coerenti con quegli obiettivi. I giornalisti vengono pagati solo per lavori inviati ai siti.Una recente edizione di Mawtani.com ha descritto una storia sui leader iracheni che dichiarano la sponsorizzazione iraniana di gruppi insorti, nonché la copertura dell'Iraq-U.S. Gli sforzi per ripristinare l'ordine nella città di Sadr City.Vickers afferma che le informazioni sui sponsor su Mawtani.com e su altri siti di notizie sul Pentagono sono chiare. "Questa è propaganda? No," dice. "Ha intenzione di contrastare la propaganda estremista ... con la verità".I nuovi siti web seguono il lancio del Pentagono lo scorso anno di un "Iniziativa Web Trans Regionale" che dovrebbe portare a "almeno sei" siti di notizie eseguite da comandi militari in tutto il mondo, secondo un comunicato speciale per gli appaltatori interessati a gestire siti.L'iniziativa ha le sue radici nei Balcani, dove i comandanti statunitensi hanno istituito un sito web nel 1999 per rivoltare la retorica nazionalista  Jugoslavia di Slobodan Milosevic nel conflitto in Kosovo. Nel 2002 è diventato un sito di notizie che utilizza giornalisti locali e centinaia di migliaia di persone che si rivolgono al Southeast European Times per notizie su politica, cultura, sport o clima in 10 lingue.Né il sito né quelli che vengono creati possono accettare annunci. Non sono di profitto; Stanno per modellare le percezioni."I ragazzi della strada sono nel World Wide Web - così comunicano, apprendono cosa succede nel mondo, come stanno informando - e scelgono e scelgono cosa (fonti di notizie) hanno sul proprio desktop", afferma Il colonnello dell'esercito Jerry O'Hara, portavoce del comando dell'Iraq del Pentagono. "Dobbiamo essere coinvolti in questo per comunicare efficacemente".Spostandoci dai vecchi volantini .Non è stato molto tempo fa che l'approccio militare alle operazioni di informazione si è concentrato in gran parte sulla caduta di volantini dietro linee nemiche o trasmissione di messaggi su altoparlante



lunedì 15 maggio 2017

MASSONERIA / "FRATELLI" D'AFRICA

LOGGIA CI COVA

Bisogna risalire al 1772 per scoprire la data di nascita della massoneria in Africa. La prima loggia fu fondata a Città del Capo, nel luogo dove ora sorge il parlamento sudafricano, che continua a ospitare il tempio originario, il Goedehoop Tempel, dove i massoni tennero le loro prime riunioni. Forte oggi di alcune decine di migliaia di adepti, la massoneria sudafricana ha annoverato nei suoi ranghi Cecil John Rhodes, uno dei costruttori della colonia, e Ernest e Harry Oppenheimer, fondatori dell’impero dei diamanti De Beers. Questa loggia, come del resto la prima loggia francofona del continente, fondata a Saint-Louis (città dell’attuale Senegal) nel 1781 dal Grande Oriente di Francia (Godf), non contava nessun africano affiliato. Il giornalista francese Claude Wauthier nel suo libro L’étrange influence des francs-maçons en Afrique francophone (Le Monde Diplomatique, Paris, 1997) parla di una massoneria «coloniale». E ricorda che Jules Ferry, che concepì il progetto coloniale francese, era egli stesso un massone. In seguito, la massoneria ha aperto le porte agli africani e ai neri delle colonie. È il caso del deputato senegalese Blaise Diagne, che nel 1918 reclutò i fucilieri per la fanteria coloniale, o del governatore generale dell’Africa equatoriale francese, Félix Eboué, originario della Guaiana, nominato nel 1940. Di fronte al mondo coloniale, come spiega il libro di Rachid N’Diaye L’Afrique et les francs-maçons: une histoire d’espoir et de sang (Africa International, Paris, 1989), la massoneria non ha avuto un comportamento monolitico: l’abolizione della schiavitù in Francia (1848) deve molto all’impegno del massone alsaziano Victor Schoelcher. A partire dal 1861, s’installò la Loggia di Lagos (Nigeria), sotto la tutela della Grande Loggia unita d’Inghiterra. E presto si affacciarono in questo paese le logge irlandesi e scozzesi. La Grande Loggia d’Irlanda attecchì anche in Ghana, dove si trova una loggia di San Patrizio, come del resto nell’ex-Rodesia del Sud (oggi Zimbabwe), in Sudafrica e nell’ex-Rodesia del Nord (oggi Zambia).   Gran maestri a Monrovia   Ma in nessuna nazione del continente la massoneria ha avuto tanto peso quanto in Liberia. In questo paese, dall’indipendenza del 1847 fino al 1980, si sono succeduti 17 presidenti massoni, di cui 5 gran maestri, affiliati all’obbedienza afro-americana Prince Hall. Simbolo di tutta questa potenza è il tempio in marmo bianco che domina la capitale Monrovia. Per tutto questo periodo, i dibattiti parlamentari erano infarciti di riferimenti massonici, i massoni sfilavano la domenica in processione con i loro cappelli a cono e i loro grembiuli, e lo stesso palazzo presidenziale mostrava simboli massonici. Nonostante i tentativi del presidente e gran maestro Wiliam Tolbert, “americo” d’origine, come tutti i suoi predecessori, d’integrare nella massoneria i notabili delle etnie autoctone, la faccenda sfociò in un bagno di sangue. In seguito al colpo di stato di Samuel Doe, nel 1980, molti dirigenti massoni furono uccisi e il tempio saccheggiato. La fine della guerra e l’avvento alla presidenza di un altro “americo”, la signora Ellen Johnson-Sirleaf, potrebbe tradursi in un ritorno in forza della massoneria nella società liberiana. Altrove in Africa, decenni dopo le indipendenze, si assiste sovente a una riproduzione delle stratificazioni di potere simili a quelle dell’epoca coloniale. Così, la Grande Loggia nazionale del Gabon, la Grande Loggia nazionale malgascia e quella del presidente gabonese Omar Bongo sono collegate alla Grande Loggia nazionale francese (Glnf). Mentre il Gran Rito Equatoriale gabonese (Gre), i Grandi Orienti e le Logge Unite del Camerun (Goluc), i Grandi Orienti e le Logge Associate del Congo (Golac), la Grande Eburnea (Costa d’Avorio) e il Grande Rito malgascio sono affiliati al Godf. Talora le rivalità si esprimono in modo brutale. Nel 1996, il gran maestro del Gre, François Owono Nguéma, ha accusato pubblicamente le logge rivali di satanismo. Nel 1997, la laicità agnostica raccomandata dal gran maestro del Godf, Jacques Lafouge, nel contesto degli incontri umanisti e fraterni malgasci (Rehfram), ha suscitato le critiche virulente della Conferenza delle potenze massoniche africane (Cpmaf). Infine, gelose del fatto che la Glnf, deista, sia la sola obbedienza francese riconosciuta dalla Grande Loggia Unita d’Inghilterra e dalla massoneria americana, le altre obbedienze francesi e le affiliate africane l’hanno rimproverata di essere in cavallo di Troia degli anglosassoni in Africa.   Françafrique con il grembiule   Mezzo secolo dopo le indipendenze africane, l’influenza dei massoni rimane molto forte in quel settore dell’amministrazione francese che tiene le relazioni con il continente. Due membri del Godf hanno occupato i posti di consiglieri presidenziali per gli affari africani: il socialista Guy Penne per conto di François Mitterrand, dal 1981 al 1986; poi, a partire dal 1995, Fernand Wibaux, per conto di Jacques Chirac. Nello steso periodo, i “fratelli” Christian Nucci (Godf) e Jacques Godfrain (Glnf) hanno fatto parte del ministero della cooperazione allo sviluppo. Una situazione che ha consentito di tessere relazioni più strette con i presidenti africani affiliati a queste obbedienze. Il congolese Denis Sassou Nguesso e il gabonese Omar Bongo (gran maestro della Grande Loggia Simbolica) sono entrambi affiliati alla Glnf, a pari del ministro della sicurezza del Burkina Faso, Djibril Yipènè Bassolé, e dell’ex-ministro delle finanze del Congo-Kinshasa, André-Philippe Futa, gran ufficiale della Glnf, che pretende di aver iniziato alla massoneria molti capi di stato africani, naturalmente senza precisare quali… Al Godf sono iniziati i presidenti Idriss Déby (Ciad), Blaise Compaoré (Burkina Faso) e l’ex-presidente congolese Pascal Lissouba; e lo erano i defunti Léon Mba (presidente del Gabon) e Gnassingbé Eyadema (presidente del Togo). Alcuni aggiungono alla lista il nome del presidente centrafricano François Bozizé, che sarebbe stato iniziato da Sassou Nguesso. Mentre il presidente camerunese Paul Mbya appartiene alla branca dissidente della Società dei Rosa Croce: il Centro internazionale di ricerche culturali e spirituali. Contrariamente a quanto è avvenuto nel continente americano, dove la massoneria, in linea generale, ha scelto il campo di chi si batteva per l’indipendenza, in Africa non si è sempre mossa con questo intento. Se i massoni neri americani figuravano nell’entourage del nazionalista Kwame Nkrumah, primo presidente del Ghana, va però rilevato che le logge sudafricane si sono battute poco contro il regime dell’apartheid. Una cosa è però certa: anche in Africa la massoneria ha prosperato, seducendo le élite con i suoi riti iniziatici, con le sue pratiche esoteriche e mistiche, le quali ricordavano quelle delle confraternite o delle società segrete preesistenti al colonialismo. Altre ragioni di attrazione vanno ricercate nelle prospettive di promozione sociale, che molti “fratelli” sperano di ricavarne, e nel forte senso della gerarchia. Attraverso la massoneria, il presidente ivoriano Laurent Gbagbo ha tentato di rafforzare i suoi legami con il Partito socialista francese, in un periodo delicato della sua parabola politica, mentre si trovava isolato sulla scena regionale. D’altra parte, la natura affaristica delle relazioni tra certi dirigenti africani massoni e l’ordine al quale appartengono, suscita non pochi interrogativi. Nel 2005, il settimanale francese L’Express ha rivelato che il presidente della Repubblica del Congo ha donato 380mila euro al gran maestro della Glnf, Jean-Charles Foellner. Ancora non si è capito per quali servizi resi a Sassou Nguesso, membro della Glnf…   Logge etniche   Tuttavia, la massoneria non è stata sempre e sistematicamente legata al potere in Africa. Ad esempio, i regimi a partito unico – fossero fascisti o comunisti – consideravano la massoneria come potenzialmente sovversiva e gli rendevano la vita dura. Nel 1963, i membri del Partito democratico della Costa d’Avorio hanno subito una vera e propria caccia alle streghe; e c’è voluto l’intervento del Godf presso il defunto presidente Félix Houphouët Boigny per consentire alla filiale ivoriana del Grande Oriente di potere operare nel paese. Nell’ex-Zaire (oggi Rd Congo), Mobutu vietò la massoneria all’indomani del suo colpo di stato del 1965 e la riabilitò solo nel 1972, su richiesta del Grande Oriente del Belgio. Inoltre, dopo le indipendenze, i regimi “progressisti” di Guinea, Mali e Benin hanno chiuso le logge. Sul terreno squisitamente politico, sarebbe improprio limitare l’influenza dei massoni ai soli intrighi intorno ai detentori del potere. In numerose occasioni, i “fratelli della luce” si sono adoperati per placare le tensioni politiche. Così, durante la Conferenza nazionale per la democratizzazione dei primi anni ’90, la loggia del Gran Benin ha diffuso un appello utile a instaurare un clima di tolleranza. E ancora: le logge camerunesi e ivoriane hanno tentato, senza riuscirci, di riconciliare Lissouba e Nguesso nel corso della guerra civile in Congo-Brazzaville. Le sfide di oggi sono altre. In Nigeria si assiste all’emergere di una massoneria etnica, che prende le distanze dalle obbedienze inglese, irlandese e scozzese. Appartiene a questa corrente la Reformed Ogboni Fraternity (Rof), attiva nel delta del Niger, che si dichiara in rottura con il “feticismo” e afferma di promuovere la moralità, la disciplina e la ricerca della verità. Nata come organizzazione cristiana, è evoluta per assorbire i non-cristiani, fermo restando che l’obiettivo finale è servire la causa del popolo ogoni (Ken Saro-Wiwa, lo scrittore impiccato nel 1995 dal regime militare, era un ogoni), che si batte per vedere riconosciuti il proprio diritto alla terra e alla piena cittadinanza. Altra sfida. Se all’inizio, fatto salvo la chiesa riformata olandese in Sudafrica, ostile alla doppia appartenenza, la maggior parte delle chiese protestanti si è mostrata indulgente verso propri membri iscritti alla massoneria, negli ultimi anni si sta verificando un irrigidimento. Uno dei sintomi è la polemica che ha diviso la Chiesa presbiteriana dell’Africa orientale, quando in Kenya, nel 2004, i partigiani di una delle sue fazioni hanno distrutto le vetrate della chiesa di sant’Andrea di Nairobi, perché, secondo loro, mostravano segni simili a quelli della massoneria. Di qui l’indignazione degli altri membri della comunità. I cristiani non hanno il monopolio di questo genere di polemiche. In Senegal, gli intellettuali musulmani discutono – e non sempre serenamente – sulla compatibilità o meno della concomitante appartenenza all’islam e alla massoneria.

FRANCOIS MISSER:GIORNALISTA BELGA ESPERTO D'AFRICA E GEOPOLITICA AFRICANA   Fondazione Nigrizia  2007

AUGE SU GLOBALIZZAZIONE E IDENTITA' LOCALI

LE MINORANZE DA CONSUMARE  Anticipazioni. Un estratto del testo che l'antropologo francese ha dedicato al festival Vicino/lontano di Udine, che verrà letto domenica 14 maggio    Da dove viene il malessere che caratterizza tutti i dibattiti sulla cultura e l’identità? Un paradosso è evidente: il mondo globalizzato è anche il mondo della più grande differenza, dove crescono la circolazione, la comunicazione e il consumo. Eppure coloro che circolano non consumano e non comunicano nelle stesse proporzioni e condizioni. Di qui l’attualità del paradosso: si cancellano le differenze e crescono le disuguaglianze; il mondo è ogni giorno più uniforme e più disuguale. Le conseguenze sono almeno due.  Da un lato, su scala mondiale, l’esterno, anche quello di cui si nutre l’interno, è in via di sparizione e la distinzione interno-esterno perde la sua pertinenza. Si delineano tre tendenze che costituiscono, a diverso titolo, una minaccia o una costrizione per la vita culturale: la globalizzazione imperiale, quella «scoppiata» e la globalizzazione mediatica.  LA GLOBALIZZAZIONE imperiale è quella che tentano di immaginare gli Stati Uniti, la potenza dominante, o almeno certi suoi rappresentanti. Tutto avviene come se, in assenza di un esterno e di un’alterità radicale le diverse culture nazionali trovassero nuova linfa all’interno, riscoprendo le tradizioni che le ideologie nazionali del secolo scorso avevano cancellato: si riscoprono le regioni, le minoranze, i piccoli paesi. Gli antropologi americani «postmoderni» hanno sviluppato da questo punto di vista una teoria sottile che chiamerei «globalizzazione scoppiata», attirando l’attenzione sulla diversità rivendicata del mondo. Ma sarebbe senza dubbio un’illusione vedere in queste rivendicazioni il principio, l’espressione e la promessa di uno scambio futuro e di un rinnovamento prossimo delle culture. È necessario infatti né sottostimare il carattere stereotipato delle rivendicazioni particolari, né la loro integrazione nel sistema di comunicazione mondiale.  La globalizzazione scoppiata corrisponde a un momento della storia del pianeta dominato dal mondialismo economico e tecnologico: quest’ultimo si adatta bene ai particolarismi culturali, specialmente se non si occupano del campo del consumo e delle regole del mercato. Il lavoro tipico di quella mediatica è, invece, la spettacolarizzazione delle differenze e, al limite, il loro consumo. Prima di tutto il consumo turistico: il candomblé brasiliano, gli accampamenti yanomami, i guerrieri masaï fanno parte dei programmi turistici europei e del consumo televisivo, cinematografico e fotografico. Tutto rende problematico lo statuto dell’avvenimento, fino a concepirlo e a metterlo in scena solo per la televisione.  PRENDERE COSCIENZA delle gravi disuguaglianze che pesano sul destino del mondo che verrà, denunciare le illusioni di una vita che si arrende alle tecnologie della comunicazione, inquietarsi per le condizioni con le quali il riferimento planetario si impone a tutte le società e a tutte le culture del mondo, non è voler ignorare il carattere ineluttabile della mondializzazione, e ancora meno rifiutare le chances offerte, in molti campi, dallo sviluppo delle tecnologie. Aprirsi al futuro oggi significa aggiungere al patrimonio culturale e alla cultura di ogni essere umano l’esperienza delle tecnologie della comunicazione e un massimo di conoscenze scientifiche: una conoscenza generale dei problemi.  OGNI RIFLESSIONE sulla cultura di domani dovrà tener conto di due ostacoli fondamentali: il fossato, l’abisso, che si allargano sempre più tra i più ricchi e i più poveri, tra coloro che avranno accesso alla cultura e coloro che non l’avranno. Il secondo ostacolo potrebbe contribuire allo sviluppo del primo: l’invenzione delle immagini e il rischio che essa comporta di farci prendere lucciole per lanterne, dei simulacri per realtà. Marx diceva che dietro i rapporti tra le cose ci sono i rapporti tra gli uomini: questo è ancora più vero per le immagini. L’individuo da un lato, il pianeta dall’altro: e dall’uno all’altro una molteplicità di relazioni non riducibili allo scambio di informazioni permesso o imposto dalle tecnologie della comunicazione. Su scala globale la diversità necessaria al dinamismo culturale si confonderà forse un giorno con quella di miliardi di individui che, ciascuno per la propria parte, sono e saranno ancora di più nel futuro un mondo e una cultura. Così, a differenza delle altre, l’utopia di oggi ha trovato il suo luogo: il pianeta. MARC AUGE:ANTROPOLOGO,AFRICANISTA,ETNOLOGO EX DIRETTORE EHESS DI PARIGI

GREMBIULINI AFRICANI

ARTICOLO DEL 2014,MOLTO INTERESSANTE PER CAPIRE CHE COSA SI CELA DIETRO LE QUINTE DEI VARI CONFLITTI AFRICANI E FINALMENTE CI PORTA LONTANO DAL MISERABILISMO D'ACCATTO TERZOMONDISTA CHE APPARENTEMENTE VUOLE "SALVARE" L'AFRICA ANZI LE AFRICHE(E SONO MOLTE PER CULTURA E SVILUPPO SOCIALE E STORICO COME NEGLI ARTICOLI PRECEDENTI DI BERNARD LUGAN) CONCETTO MOLTO CARO A DON GIULIO E INVECE LE AFFOSSA DI COLONIALISMO PERBENISTA DEI BUONI SENTIMENTI, DELLA PAPPA DEL CUORE ,DEL BUONISMO POLITICAMENTE CORRETTO. BUONA LETTURA La Massoneria è molto radicata in Africa e rappresenta l’anello di congiunzione tra l’epopea coloniale e quella successiva, non solo in termini di riconoscimento dell’autodeterminazione degli Stati sovrani, ma anche dell’avvento graduale del cosiddetto neocolonialismo. Questo tema è stato affrontato, nel 2007, in un interessantissimo articolo pubblicato sul mensile Nigrizia, a firma di un grande africanista, François Misser (Loggia ci cova Massoneria / “Fratelli” d’Africa). Pertanto, in considerazione anche di alcune recenti vicende, credo che possa risultare utile tornare ad approfondirlo. Forse non tutti sanno che, ad esempio, l’ex presidente burkinabé Blaise Compaoré, recentemente deposto a furor di popolo, è iniziato al Grande Oriente di Francia (Godf). Non è un caso se il suo grande sponsor, quando si trattò di rovesciare nel 1987 il carismatico Thomas Sankara, sia stato l’allora presidente francese François Mitterrand, anche lui massone del Godf. Come se non bastasse, i collegamenti tra il regime di Ouagadougou e Parigi sono avvenuti in questi anni grazie a personaggi come il socialista Guy Penne per conto di Mitterrand, dal 1981 al 1986 e poi, a partire dal 1995, dal gollista Fernand Wibaux, per conto di Jacques Chirac. Tutti e due questi signori, membri di spicco del Godf, hanno rivestito la carica di consiglieri presidenziali per gli affari africani dell’Eliseo. E allora non sorprende se il Compaoré di cui sopra, nonostante abbia commesso crimini a non finire nei suoi 27 anni di potere assoluto, sia stato accolto in esilio a Yamoussoukro, in Costa D’Avorio, dal presidente massone Alassane Ouattara. Una cosa è certa: la stragrande maggioranza dei leader politici africani, defunti e viventi, è legata alla massoneria. Basti pensare all'ex presidente gabonese Omar Bongo (gran maestro della Grande Loggia Simbolica) o a suo figlio Ali Bongo, per non parlare del ciadiano Idriss Déby o dell’ex-presidente congolese Pascal Lissouba. E anche l’ex presidente centrafricano François Bozizé (costretto all’esilio) è un massone, pare iniziato dal suo omologo congolese Denis Sassou Nguesso, per accedere nella potentissima Grande Loggia nazionale francese (Glnf). Da rilevare che la massoneria in Africa rappresenta il collante tra il colonialismo e il neo colonialismo. Tornando indietro con la moviola della storia, è bene ricordare che la prima loggia nel continente risale al 1772, quando venne fondata a Città del Capo, nel luogo dove ora sorge, per ironia della sorte, il parlamento sudafricano, che peraltro continua a ospitare, come cimelio per i posteri, il tempio originario, il Goedehoop Tempel. Stiamo parlando di una realtà fortemente egemone che ha annoverato nelle sue fila Cecil John Rhodes, uno dei padri della colonia segregazionista, e Ernest e Harry Oppenheimer, fondatori della potentissima società diamantifera De Beers. Sta di fatto che è stata proprio la massoneria ad aiutare Nelson Mandela nel garantire il passaggio indolore dal regime dell’apartheid a quello liberale e democratico. Oggi, d’altronde, la massoneria sudafricana è potentissima, annoverando nei propri ranghi alcune decine di migliaia di adepti, molti dei quali esponenti di rilievo dell’industria estrattiva mineraria nazionale. Sul versante francofono gli sviluppi hanno avuto, più o meno, la stessa connotazione. La prima loggia africana con questa tipologia di osservanza, venne fondata a Saint-Louis, in Senegal, dal Godf, nel 1781, senza annoverare alcun affiliato autoctono. Solo dopo molti anni, venne consentito agli africani delle colonie di entrare nella massoneria, con l’intento, di salvaguardare la cooperazione commerciale, soprattutto per quanto concerne lo sfruttamento delle immense risorse minerarie dell’Africa come i ricchi giacimenti di uranio del Niger.Oggi, in Africa, vi sono almeno tre grandi tipologie di massoneria. A parte le logge di obbedienza straniera, sono presenti anche logge autoctone (come quella delpresidente camerunese Paul Mbya, branca dissidente della Società dei Rosa Croce: il Centro internazionale di ricerche culturali e spirituali), oltre a quelle legate agli ex schiavi delle Americhe che tornarono liberi in Africa dopo l'abolizione dell'ignobile tratta. Sia a Monrovia che a Freetown, rispettivamente capitali della Liberia e della Sierra Leone, alcuni edifici pubblici mostrano simboli massonici. Il futuro della massoneria africana è comunque aperto a nuovi scenari: i propri affiliati hanno più volte accusato, più o meno velatamente, i Paesi occidentali di ingerenze neocoloniali e sono aperti alla cooperazione con la Cina e i Paesi arabi. Quando, ad esempio, in pompa magna, il 18 gennaio dello scorso anno, in Rue Cadet a Parigi , il Godf ha ospitato la tavola rotonda dedicata alla “Françafrique”, alcune voci africane hanno espresso un certo disappunto sia per l’intervento di Nicolas Sarkozy in Costa d’Avorio, come anche di François Hollande in Mali. In effetti, il dissapore è legato al fatto che gli interessi francesi sono antagonistici rispetto a quelli della Cina. L’ex presidente massone centrafricano Bozizé è infatti stato costretto all'esilio dalle forze ribelli proprio quando si accingeva a trattare con le autorità di Pechino per lo sfruttamento dei giacimenti di petrolio e uranio presenti nel suo Paese. Giacimenti considerati strategici dal governo di Parigi. E mentre in Senegal, gli intellettuali musulmani discutono sulla compatibilità o meno della possibilità di riconciliare l’Islam alla massoneria, in Nigeria si assiste all’emergere di una massoneria etnica, che prende le distanze dalle obbedienze inglese, irlandese e scozzese. Col risultato che vi sono già delle logge autoctone che accolgono esponenti del musulmanesimo. Non si tratta di una novità se si considera che il defunto presidente gabonese Omar Bongo, nonostante fosse massone, si convertì all’Islam nel 1973. Un connubio, quello tra massoneria ed esponenti del musulmanesimo che potrebbe avere un impatto sui futuri assetti geopolitici dell’Africa Subsahariana. DON GIULIO ALBANESE:SACERDOTE MISSIONARIO CONBONIANO GIORNALISTA DIRETTORE DELLA RIVISTA "Popoli e Missione"

domenica 14 maggio 2017

LA DEMOCRAZIA E LA DEMOGRAFIA:LE DUE PIAGHE DELL'AFRICA

A leggere i media e ad ascoltare "gli esperti", se l'Africa è un disastro, è perché subisce un deficit di sviluppo.La soluzione dunque è semplice:igniettare sempre di più massivamente aiuti e imporre la democratizzazione. L'errore è totale, ovviamente,perché,in primo luogo i criteri di povertà definiti in Europa non sono quelli dell'Africa e in secondo luogo politico, tra le nostre società individualiste e quelle comunitarie del continente africano i criteri sono molto differenti.In più i problemi che si pongono a nord del Sahara non sono quelli dei paesi situati a sud del deserto. L'unico approccio realistico al problema è fondamentalmente geograficoe etno-storico, perché,in quanto si dimentica troppo spesso che il continente africano hauna storia differente da quella dell'Europa. Mentre in Europa i grandi fenomeni storici e di civiltà furono continentali non fu il caso delle Afriche. Tuttal'Europa in effetti fu interessata dalla fine dell'Impero romano e dall'innesto del cristianesimo sul vecchio tronco pagano.Poi nella sua totalità fu irrigata dall'arte romanica egotica.In seguito l'Europa intera fu interessata dal Rinascimento, dalla Riformadall'Illuminismo e poi dalle rivoluzioni politiche e industriali. In Africa, al contrario, fenomeni storici avevano perlopiù solo implicazioni regionali, tranne nel caso della colonizzazione. Con poche eccezioni, non c'è stato il superamento dall'aggregazione etnica. Anchein caso di creazione di imperi. Questi erano infatti ancora strettamente etnocentrici o formati mediante la raccolta di tribù o clan appartenenti agli stessi gruppi etnici; Esempi di regni Luba, Lunda, Shona, Zulu o Imerina in Madagascar illustrano potentemente questa grande originalità. La conquista coloniale si fece a beneficio dei poli costieri con cui gli Europei avevano forgiato rapporti secolari e, in molti casi erano i loro partner durante il periodo della tratta degli schiavi.All'interno, gli imperi che resistettero furono sconfitti a beneficio delle popolazioni che dominavano. La colonizzazione cosi, romperà diverse potenziali o almeno in divenire "Prussie":Madagascar e la monarchia Hova,l'Impero de Sokoto, i regni ashanti e zulu,gli insiemi creati da el-Hadj Omar o da Samory.Lo Stato tutsi ruandese tagliato dalla uscita a nord.ovest del Kivu e portato sulle alte terre confinanti con il Congo-Nilo;o ancora come L'Etiopia impedita di riguadagnare un accesso al mare dalla presenza italiana in Eritrea.La colonizzazione procedette ugualmente all'amputazioni territoriali come nel caso del Marocco.Stato millenario tagliato territorialmente a beneficio dell'Algeria e della Mauritania,due creazioni francesi. Poi al momento dell'indipendenza nel decennio 1960, l'insensata demarcazione frontaliera darà vita a gran parte alle" prigioni dei popoli"." E come se non bastasse,per aggravare la situazione la democratizzazione fu imposta all'interno di questi gusci vuoti. Risultato, questa modello europeo-centrico porterà all'etno-matematica cioè alla vittoria dei popoli più numerosi e incoraggerà la natalità che finirà per distruggere il continente Bernard Lugan:Africanista,Storico e studioso di geopolitica africana