lunedì 27 novembre 2017

CONSIGLI DI LETTURA:DAL PENSIERO DEL BUDDHA ALLA PRATICA ZEN

Il risveglio della Coscienza -Shunryu Suzuki Roshi ; Mente zen, mente di principiante ,Ubaldini Editore-Roma 11€

“In verità vi dico: se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli”Matteo 18,1. Il principiante è come il bambino è aperto al mondo senza sovrastrutture che sclerotizzano la conoscenza di sé e degli altri. Lo Zen ci riporta a questo stadio di comprensione immediata che coinvolge non più la mente e il corpo; ma la totalità dell'essere . Facendoci "bambini" ci si aprono le porte del" regno dei cieli" cioè con l'umiltà della pratica Zen ci si aprono le porte del Buddha"la consapevolezza dell'Essere

Indagine sul Buddha storico - Richard Gombrich; Il pensiero del Buddha,Adelphi 30€

Richard Gombrich,sanscrista e indianista di vaglia, ci offre uno studio che restituisce al Buddha la sua collocazione storico-culturale dell'India vedica. Partendo dai testi sanscriti ma soprattutto scritti in pali,si delinea una figura di un grande riformatore delle sclerotizzata religione e cultura bramino-vedica. Il Principe Gautama che passando per le tappe di macerazione corporale di pratiche yogiche ,arriva a ripensare un nuovo stato dell'umanità nel mondo. Nuove relazione di senso tra se stessi ,la società e il mondo. Fino alla grande è ontologica trasmutazione nel "Risvegliato"appunto il Buddha.L'autore guida il lettore attraverso l'esegesi dei testi ancorata con una forte base filologica che fa del Buddha meno un "santino" astorico con venture esoteriche; ma più un riformatore social culturale del periodo "assiale"di una nuova "Origine e senso della Storia"di Jasperiana memoria

Lo Zen in cucina - Dogen; Istruzioni a un cuoco Zen ,Ubaldini Editore -Roma 11€

Per chi volesse avere un primo approccio con Dogen ,il fondatore del Buddismo Zen Soto, è il libro migliore e anche il più pratico e il meno filosofico. Il commento di Uchiyama Roshi guida il lettore alla comprensione del testo che a volte può apparire al" profano"contraddittorio o ,a volte oscuro.Dagli ingredienti alla scelta degli stessi, ai gesti del cucinare tutto diventa fonte di "Consapevolezza" anche nel cibo c'è Bodhi il "Risveglio" Comunque un testo imprescindibile per un cammino evolutivo personale.

Ottimo film sulla vita di Dogen con sotto titoli in italiano

Zen Vita di Dogen https://www.youtube.com/watch?v=p2O0qrn6-fY

Fabrizio Ghilardi:Antropologo,Storico delle Religioni









mercoledì 8 novembre 2017

TRILEMMA DI RODRIK


Rodrik ci mostra ogni giorno di più (a nostre spese) quanto democrazia, sovranità dello Stato e globalizzazione dei mercati siano tra di loro incompatibili. “Fingere che possiamo avere tutte e tre contemporaneamente ci abbandona in una insicura terra di nessuno”. 

A volte le idee semplici e coraggiose ci aiutano a vedere più chiaramente una realtà complessa che richiede approcci sfumati.
Ho un “teorema dell’impossibilità” per l’economia globale che è così. Mostra che democrazia, sovranità nazionale e integrazione economica globale sono reciprocamente incompatibili: possiamo combinare due a scelta delle tre, ma mai avere tutte e tre contemporaneamente nella loro pienezza.
Ecco come si presenta il teorema in un’immagine.





Per capire perché tutto questo ha senso, si noti che una profonda integrazione economica richiede che eliminiamo tutti i costi di transazione previsti per commerci e scambi finanziari attraverso le frontiere. Gli stati nazione sono una fonte fondamentale di questi costi di transazione: generano il rischio sovrano, creano discontinuità regolatorie ai confini, impediscono una regolamentazione e supervisione globale degli intermediari finanziari e rendono un prestatore globale di ultima istanza un sogno senza speranza.
Il malfunzionamento del sistema finanziario globale è intimamente legato a questi specifici costi di transazione.
Quindi, che cosa possiamo fare?
Una possibilità è andare verso il federalismo globale, allineando l’obiettivo della politica (democratica) a quello dei mercati globali. Realisticamente, però, questo è qualcosa che non può essere fatto su scala globale. È già abbastanza difficile da raggiungere anche tra un paesi relativamente simili e che la pensano in maniera simile, come l’esperienza della UE dimostra.
Un’altra opzione è il mantenimento dello stato nazione, ma in modo che risponda solo alle esigenze dell’economia internazionale. Avremmo così uno stato che persegue l’integrazione economica globale a scapito degli obiettivi nazionali. Il gold standard del XIX secolo ci fornisce un esempio storico di questo tipo di stato. Il crollo dell’esperimento di convertibilità argentino degli anni ’90 ci fornisce un’illustrazione contemporanea della sua incompatibilità intrinseca con la democrazia. (E quanto sta avvenendo oggi in UE ce ne fornisce un esempio doloroso, NdVdE).
Infine, possiamo ridurre le nostre ambizioni sulla quantità di integrazione economica internazionale che possiamo (o dobbiamo) raggiungere. Quindi rivolgerci a una versione limitata della globalizzazione, più o meno come il regime di Bretton Woods del dopoguerra (con i suoi controlli sui capitali e una limitata liberalizzazione degli scambi). Sfortunatamente questo è diventato vittima del suo stesso successo. Abbiamo dimenticato i compromessi incorporati in questo sistema, che erano la fonte del suo successo.
Insomma, io sostengo che qualsiasi riforma del sistema economico internazionale deve affrontare questo trilemma.
Se vogliamo più globalizzazione, dobbiamo o rinunciare a una parte della democrazia o a una parte della sovranità nazionale. Fingere che possiamo avere tutte e tre simultaneamente ci abbandona in una insicura terra di nessuno.

Dani Rodrik è un economista turco professore di Economia Politica Internazionale all'Università di Harvard

domenica 30 luglio 2017

L'AFRICA FA FIGLI, NOI NO: COME L'IMMIGRAZIONE CAMBIERA' L'ITALIA, E GLI ITALIANI

Intervista a Daniele Scalea, autore di uno studio senza preconcetti sul fenomeno migratorio: 'Nel 2065 gli immigrati in Italia saranno più del 40%, e in un futuro neanche troppo lontano le popolazioni autoctone europee potrebbero persino sparire'


di Miriam Carraretto.

 

«La vera causa della crisi migratoria non sono le guerre o le carestie, bensì la demografia africana». L’Europa e l’Italia affrontano un periodo di flussi migratori in entrata senza precedenti. Ciò dipende in primis dalla concomitanza tra declino demografico europeo (dal 22% della popolazione mondiale nel 1950 al 7% nel 2050) ed esplosione demografica africana (dal 9% al 25% della popolazione mondiale in cento anni). Ad affermarlo, dati alla mano, è Daniela Scalea, analista del Centro studi politici e strategici Machiavelli, che ha appena pubblicato un report dal titolo «Come l’immigrazione sta cambiando la demografia italiana». Un'analisi lucida, senza stereotipi, che ci aiuta a comprendere meglio il fenomeno migratorio di oggi, e di domani. Abbiamo raggiunto al telefono Scalea per farci spiegare meglio i numeri che ha scovato con la sua ricerca, e soprattutto il loro significato.

Nel 2065 gli immigrati in Italia saranno più del 40%
Già oggi, ci spiega Scalea, «in Germania le persone con retroterra migrante sono il 20% ma salgono al 35% tra i bambini con meno di 5 anni», lasciando presagire un grande mutamento nella composizione etnica della prossima generazione. In Francia è proibito compilare statistiche etniche «ma si stima che gli immigrati di prima e seconda generazione siano già oggi più del 20%». E il futuro appare sempre più chiaro: «Secondo elaborazioni e proiezioni di dati Istat, nel 2065 la quota di immigrati di prima e seconda generazione in Italia potrebbe superare il 40% della popolazione totale. Altri studi hanno previsto che più o meno nello stesso anno l'etnia britannica non sarà più maggioritaria a casa propria».

Le nostre culle sono vuote, le loro crescono a vista d'occhio
Un dato altrettanto interessante è che si assiste a una maggiore omogeneità dell’immigrazione: «Le prime dieci nazionalità rappresentano oggi il 64% degli immigrati totali, mentre negli anni ‘70 appena il 13%. Tutto ciò non si discosta da quanto sta accadendo in diversi Paesi dell’Europa occidentale. Questo rende ancora più difficile l'integrazione e favorisce anzi la creazione di comunità chiuse. È evidente che il futuro sarà multiculturale, in Italia non ci sarà più il predominio della cultura italiana bensì un pluralismo all'interno dello stesso Paese». Le culle sono vuole per noi e molto piene per gli africani. «Noi stiamo vivendo il periodo di massimo gap nella fertilità tra europei e africani. Anche l'Africa dovrebbe conoscere una linea discendente come l'Asia verso la fine del secolo, i continenti si avvicineranno in questo senso, ma ora non è così. Cresce il reddito in Africa ma cresce anche la popolazione e quindi gli effetti positivi di questa spinta economica si annullano: «L'Africa sta diventando ancora più povera rispetto agli altri continenti da un punto di vista relativo, quindi la popolazione in forte eccesso non può fare altro che emigrare: prima lo faceva soprattutto internamente al continente, ora lo fa verso l'Europa».

Esplosione demografico e declino europeo
Un'esplosione demografica che va di pari passo con il declino europeo: «Non c'è un rapporto di causa-effetto»conclude Scalea, «ma sono fenomeni che camminano insieme. A emigrare non sono i più poveri, ma i ceti medio-bassi perché hanno maggiore coscienza e vengono da noi a cercare di migliorare la propria vita. Non si può non pensare che in futuro ci sarà una messa in minoranza delle popolazioni autoctone europee, forse persino una loro sparizione».

sabato 15 luglio 2017

ELOGIO DELLA CONSERVAZIONE DI PLONCARD d'ASSAC CONTRO I MITI PROGRESSISTI

La reazione, della quale il giornalista e scrittore Jacques Ploncard d'Assac (1910-2005) alla fine degli anni Sessanta del secolo scorso ritenne di tessere l'«apologia», oggi, più semplicemente, potremmo definirla «indignazione».
Un sentimento, più che un atteggiamento intellettuale, manifestatosi in maniera impropria e variopinta come contestazione morale e civile agli effetti perniciosi del globalismo e della governance mondiale delle élites economiche, finanziarie e mediatiche delle quali quelle politiche sono soltanto gli strumenti per attuare i loro disegni.

Tuttavia, per quante affinità si potrebbero riscontrare tra la «reazione» e l'«indignazione», resta il fatto che la prima ha un fondamento radicale nella cultura della restaurazione del diritto naturale; mentre la seconda non è altro che un moto istintivo e primordiale di opporsi senza un progetto al dominio delle oligarchie che si sono impossessate delle anime prima che delle nazioni riducendo le une e le altre in polvere che si consuma nei riti blasfemi dell'economicismo e della spettacolarizzazione del nichilismo.

L'apologia di Ploncard d'Assac apre proprio sull'indignazione una prospettiva nuova (considerando i tempi) che è propria di ogni conservatore, consapevole o inconsapevole, impegnato nel «divenire ciò che è», per dirla con Nietzsche, convinto che le imposture nate nel 1789 si sono radicate ma paradossalmente oggi vengono utilizzate per opprimere, a dimostrazione di una nemesi che ha connotazioni quasi apocalittiche. Non a caso Nicolás Gómez Dávila, il grande filosofo colombiano «scoperto» con colpevole ritardo dall'Occidente distratto dai suoi balocchi intellettuali e grazie a qualche spirito non conformista, sosteneva che «il reazionario è colui che si trova ad essere contro tutto quando non esiste più nulla che meriti di essere conservato». Mentre il conservatore, mi permetto di aggiungere, è teso a preservare ciò che dà un senso all'esistenza. L'uno e l'altro non sono in contrapposizione, ma si completano, con buona pace di chi ha inteso stabilire diversità tali da formare solchi incolmabili.

Oggi «reagire» ha un significato dilatato rispetto a quello che al termine venne dato durante la Rivoluzione francese. È proprio alle sue estreme conseguenze che intende rivolgersi il reazionario contemporaneo: l'Ancien Régime è cambiato nei connotati, non certo nella filosofia che ispira le contemporanee élites. I reazionari, oggi come allora, si oppongono all'individualismo, allo smantellamento delle strutture comunitarie, all'attacco portato al diritto naturale. Autorità e libertà vengono pensate in contrapposizione, mentre dovrebbero essere «vissute» in simbiosi; il merito non contraddice l'eguaglianza delle opportunità, ma l'egualitarismo ideologico è un attentato permanente al riconoscimento delle gerarchie religiose, morali, civili e politiche. Da quando l'egualitarismo, come alibi da parte delle oligarchie al conferimento del potere e della sovranità al popolo, ha soppiantato le naturali differenze, il mondo è divenuto un agone selvaggio nel quale ci si massacra a colpi di egoismi. Scrive Ploncard d'Assac: «La sovranità non è più l'elemento regolatore di una società composta secondo le funzioni reali dei suoi membri nell'economia comune, ma l'espressione di una moltitudine di volontà individuali, inorganiche e anarchiche» (...).
Per la prima edizione di Apologia della reazione (Edizioni del Borghese, 1970), Panfilo Gentile scrisse una prefazione che in realtà era una «meditazione» sulla modernità nella quale, da laico qual era sorprese non poco per le critiche mosse a quella Chiesa che andava conformandosi secondo canoni secolari che l'avrebbero piegata come poi è avvenuto. Scriveva il grande polemista: «La religione fa parte di questo patrimonio primitivo, ineffabile, inalienabile e immodificabile. Bisogna conservarlo gelosamente. Ciò non ha nulla a che vedere ovviamente con la decadenza, nella quale anche la Chiesa è precipitata, mondanizzandosi, politicandosi, mescolandosi alle querelles del secolo. Noi non vogliamo la Chiesa in tuta. Vogliamo che torni a vestire la porpora. Non vogliamo preti segretari della Camera del Lavoro, ma sacerdoti dediti al ministero pastorale e alla salvezza delle anime. La Chiesa ha creduto di acquistare terreno, modernizzandosi e secolarizzandosi, mettendosi in demagogia coi marxisti. Errore funesto. Non ha guadagnato gli empi e ha lasciato senza soccorso le anime che cercavano Dio».

Il declino ela visione del vuoto che consapevolmente si accetta per dare alla vita mortale l'illusione dell'eternità. La grandezza, al contrario, e consapevolezza di essere partecipi di un'altra vita, di una storia che non finisce con un ultimo respiro. Lo sapevano gli antichi dai quali non abbiamo appreso nulla che non fosse lieto per un breve momento. Il declinante Occidente, la decadente Europa, la disarticolata umanitàsono manifestazioni diverse di una profonda malattia della civiltà che per essere vinta necessita del solo farmaco che si conosca: il riconoscimento della sacralità della vita che sola può garantire il risveglio della sapienza quale chiave dell'equilibrio indispensabile per poter vivere conformemente ai bisogni reali dell'uomo. Il resto appartiene alle illusioni della modernità tra le quali affoghiamo le nostre inquietanti pretese di immortalità.

Apologia della reazione, dopo circa mezzo secolo dalla sua pubblicazione, è ancora un libro attualissimo. Non ha perso nulla delle «verità» che riassumeva. Anzi, alla luce di quanto è accaduto dalla fine degli anni Sessanta ad oggi, l'analisi proposta da Ploncard d'Assac ci fornisce motivi nuovi per apprezzare la critica di fondo che muove all'Illuminismo, alla Rivoluzione francese, al giacobinismo ed alle dottrine che hanno immiserito le coscienze. Oggi la reazione è molto più complessa di come potevano concepirla Rivarol, De Maistre, Barruel, de Bonald. Ma i principi ispiratori sono gli stessi. La data di riferimento è il 1789. Da essa non si può prescindere e nessuna diavoleria tecnologica o economica può ingoiarla.

GENNARO MALGIERI

martedì 4 luglio 2017

LA VERA VITTIMA DELLA GLOBALIZZAZIONE E' IL" PICCOLO POPOLO" DELLE PROVINCE






Negli ultimi anni la questione sociale è stata ridotta alle banlieue Ma la partita si sta giocando ben lontano dalle aree metropolitane 




Parigi non è la Francia. Per ricordarlo agli intellò della capitale ci è voluto un intervento di Michel Houellebecq su France 2 durante la regina delle puntate televisive condotta da Pierre Pujadas e Léa Salamè.

In prima serata, pochi giorni prima del ballottaggio per la corsa all'Eliseo, l'autore di Sottomissione ammise di sentirsi uno straniero in patria. «Non potrei più scrivere - disse - un libro su questa Francia. Io non credo al voto ideologico ma a quello di classe. E che io lo voglia o meno appartengo alla Francia che vota Macron, sono troppo ricco per votare Le Pen e Mélenchon, ormai faccio parte dell'élite globalizzata. Eppure provengo anch'io da quella Francia. Ma quella Francia non abita nel mio quartiere, non abita nemmeno a Parigi. A Parigi Le Pen non esiste». Profetico, ancora una volta. Qualche giorno dopo la capitale avrebbe attribuito al candidato di En Marche! il 90 per cento dei voti.


Houellebecq ha letto Christophe Guilluy, il geografo divenuto popolare Oltralpe per aver dimostrato, statistiche alla mano, la «grande frattura» culturale e socio-economica che esiste tra il mondo metropolitano e quello delle periferie (che non sono le banlieue). Così l'autore di La France périphérique e Le crépuscule de la France d'en haut è diventato il nemico pubblico delle élite urbanizzate e l'icona intellettuale degli «sdentati» di François Hollande, quel popolo emarginato che alle ultime elezioni, in massa, ha barrato il simbolo Front National o non si è nemmeno recato alle urne.
Se il primo dei saggi di Guilluy è un lavoro minuzioso che spiega l'ascesa del voto anti-establishment nella provincia francese, il secondo è invece un vero e proprio j'accuse contro i «bobos», i bourgeois-bohème di Parigi, incapaci di vedere le condizioni di quello che Charles Maurras chiamava il «Paese reale». I suoi studi sulla geografia socio-elettorale hanno scalato tutte le classifiche, eppure non sono mancati i detrattori che hanno inventato l'accusa di «urbanofobia». Il peccato originale di Christophe Guilluy, accusato dagli intellò di aver scritto «libri a vantaggio di Marine Le Pen», è quello di aver smascherato una minoranza cool e open mind che ha imposto ai ceti popolari una società multiculturale, terziarizzata e precaria senza viverne direttamente le conseguenze.
Si legge che negli ultimi anni la questione sociale è stata ridotta alle banlieue urbane abbandonando integralmente le aree periferiche dove vive il petit peuple di Francia. Nei quartieri popolari delle grandi città - spiega Guilluy - abitano prevalentemente figli di immigrati, borghesi in potenza, gli unici che fanno mobilità sociale per legge dei grandi numeri con annesso sistema delle quotas (leggi anti-discriminazione) e per motivi di vicinanza geografica ai milieu che contano. Quello che molti scienziati della politica chiamano multiculturalismo non è altro che un processo di ghettizzazione di classe in cui gli immigrati svolgono le professioni meno qualificate al servizio del ceto benestante protetto da una città inaccessibile sul piano economico e immobiliare. Esisterebbe dunque un patto di non belligeranza tra le élite urbanizzate benpensanti e una mano d'opera a basso costo, naturalizzata francese, che ha sacrificato i piccoli centri dell'Esagono, veri sconfitti della globalizzazione.
Così le accuse di «fascismo» e «razzismo» sono diventate per Guilluy «armi al servizio della nuova borghesia intellettuale per mascherare la sofferenze delle persone comuni e difendere i propri privilegi».

Sebastiano Caputo:Giornalista,Reporter ,cofondatore e direttore del sito Intellettuale Dissidente


















mercoledì 14 giugno 2017

SOLDI ALL'AFRICA AIUTANO SOLO LE ONG:RECORD DI FUGHE DAI PAESI COPERTI DAI DOLLARI

Sconcertanti i dati Ocse: gli aiuti hanno aumentato il tasso di povertà dell'11%. Ecco i numeri che spiegano come si uccide un Continente

Dambisa Moyo è un'economista africana che ha studiato a Oxford e Harvard, e ha lavorato, tra gli altri, per la Banca mondiale e Goldman Sachs. Il suo primo libro uscì nel 2009: oggi diremmo che erano «tempi non sospetti», non si poteva ancora immaginare la fuga disperata di milioni di africani verso l'Europa meridionale.

Il volume s'intitolava Dead Aid (in italiano lo pubblicò Rizzoli con il titolo La carità che uccide) ribaltando lo slogan dell'epocale concerto Live Aid che 14 anni prima inaugurò la stagione, mai conclusa, degli eventi musicali benefici a favore dell'Africa. Per la Moyo, nata e cresciuta nello Zambia, l'«aiuto dal vivo» era piuttosto un «aiuto morto». La tesi era semplice: i fondi umanitari non aiutano affatto la crescita del continente ma lo impoveriscono sempre più. Anzi, rappresentano «una cornucopia d'elemosine con cui il mondo sviluppato tiene al guinzaglio l'Africa».
La carità a volte uccide, gli aiuti non aiutano, i soldi impoveriscono. E le grida d'allarme rimangono inascoltate. Una fiumana di denaro da tutto il mondo sviluppato ha continuato a riversarsi sull'Africa, i concerti di beneficenza si sono moltiplicati, le stelle di Hollywood si sono lavate la coscienza viaggiando nei Paesi della fame (con troupe di fotografi e tv al seguito). Sembra che il sostegno della comunità internazionale non sia mai mancato al continente più indigente del pianeta. Eppure la miseria è dilagata. Le guerre continuano a divampare in conflitti civili e religiosi, come le persecuzioni degli islamici ai danni dei cristiani nel Sud Sudan. Gli effetti delle devastanti carestie non sono stati arginati dagli interventi delle Ong e della cooperazione. Ma soprattutto abbiamo cominciato a conoscere l'esodo di massa, la fuga dall'Africa maledetta, le ondate di disperati che rischiano l'unico bene rimasto - la propria vita - per inseguire l'ombra della speranza proiettata dall'Occidente.

DIECI PRENDITUTTO

Gli aiuti internazionali non sono mai mancati. Ma a che cosa servono? I flussi di denaro sono colossali. Secondo le statistiche dell'Ocse (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico) dal 2006 al 2015 sono piovuti in Africa 515,8 miliardi di dollari tra contributi ufficiali pubblici e privati. Una massa enorme di denaro, che è cresciuta anno dopo anno: dai 27,7 miliardi del 2006 ai 51,8 del 2015 si registra un aumento dell'87 per cento. Quasi il doppio, nonostante la crisi finanziaria internazionale e gli investimenti produttivi fatti in Africa, esclusi da questo conteggio: segno che non si può rimproverare ai Paesi sviluppati una perdita di attenzione e un irrigidimento dell'impulso solidale.

Nel complesso questa quantità di soldi è stata assorbita per oltre metà (54 per cento) da dieci Paesi che, con l'eccezione del Sudafrica, sono anche quelli da cui si sta registrando l'esodo più consistente di persone verso il Mediterraneo: in testa si trovano Egitto, Nigeria, Marocco, Etiopia. Se guardiamo i soli dati del 2015, a queste nazioni si aggiungono Algeria, Congo, Uganda. La distribuzione degli aiuti rispecchia l'evolversi delle crisi umanitarie. In base ai dati del Viminale, infatti, dall'inizio del 2017 fino a metà maggio il più alto numero di migranti sbarcati sulle coste italiane (in tutto 50.041, il 47,5 per cento in più rispetto allo stesso periodo dell'anno scorso) proveniva proprio dalla Nigeria.
Il parallelismo è sconcertante. Proprio i Paesi destinatari delle quote maggiori di aiuti internazionali sono quelli da cui fuggono più persone. I fiumi di denaro della cooperazione s'ingrossano ma la povertà in cui campano gli africani non arretra. I soldi non bastano mai e la gente che fugge disperata è sempre più numerosa. Dalla Nigeria martoriata dalle milizie islamiste di Boko Haram e dalla siccità del Sahel sono sbarcate in Italia solo quest'anno 6.516 persone nonostante che nel 2015 il Paese africano avesse ricevuto quasi 21 miliardi di euro di aiuti, di gran lunga la quota maggiore di una singola nazione. Dalla Guinea sono approdati 4.712 profughi a fronte di aiuti nel 2015 per 217 milioni di dollari (1,3 miliardi nel decennio); dalla Costa d'Avorio 4.474 profughi (1,2 miliardi di sovvenzioni nel 2015, 3,5 nel decennio).

SEMPRE PIÙ POVERI

Ancora: dal Senegal sono sbarcati 3.069 profughi (784 milioni di aiuti, 6,1 miliardi nel decennio); dal Mali 2.240 (683 milioni nel 2015 e 6 miliardi nel decennio); dal Sudan 1.395 (511 milioni di dollari nel 2015, 12,6 miliardi complessivamente dal 2006). Il caso forse più paradossale è quello del Marocco. Il re Mohammed VI lo ha reso il Paese più sicuro dell'Africa a nord del Sahara, ha portato internet, sviluppato aziende, costruito autostrade anche grazie alla massa di finanziamenti tracciati dall'Ocse nel decennio: 27,3 miliardi di dollari, quarta nazione del continente dietro a Egitto, Nigeria, Sudafrica. Eppure dal Marocco si continua a fuggire perché nei primi mesi del 2017 hanno attraversato il Mediterraneo 3.055 magrebini. Secondo l'Istat al 1° gennaio 2016 vivevano in Italia 437.485 marocchini, terza comunità straniera presente in Italia dopo romeni (22,9% di tutti gli stranieri presenti sul territorio) e albanesi (9,3): i marocchini ne costituiscono l'8,7%.
In Africa non esiste un solo Paese che possa smentire il trend individuato anni fa dagli osservatori più avveduti: gli aiuti dei Paesi occidentali non alleviano la povertà dei popoli di colore. Dal dopoguerra al Duemila, ha calcolato Dambisa Moyo nel suo libro, sono stati convogliati oltre 1.000 miliardi di dollari e ancora oggi nel continente nero l'80 per cento della popolazione deve sopravvivere con meno di un dollaro al giorno.

TASSE E CORRUZIONE

L'assistenzialismo non è la ricetta che possa cambiare la governance africana. Tra il 1970 e il 1998, anni in cui i sussidi al continente sono cresciuti vigorosamente, il tasso di povertà è complessivamente salito dell'11 per cento. Prima ancora che le condizioni di salute, il riscaldamento globale e il terrorismo, il deficit numero 1 dell'Africa riguarda la crescita economica: dove c'è sviluppo produttivo e miglioramento dei redditi si verifica anche una maggiore tutela della salute con un terreno meno favorevole al terrore delle armi. Ma sul fronte dei cambiamenti strutturali nulla si muove. Secondo il Rapporto 2017 sulla competitività dell'Africa stilato dal World economic forum, la fondazione svizzera che ogni inverno promuove il vertice di Davos, i fattori più problematici per la crescita del business nel continente sono l'accesso ai finanziamenti, la corruzione, la tassazione, l'inefficiente burocrazia statale e l'instabilità politica. Fatto 100 l'accesso all'elettricità nei Paesi sviluppati, l'indicatore scende a 78 nell'Asia meridionale e precipita a 48 nell'Africa subsahariana. I consumi elettrici in Africa sono di 570 chilowattora pro capite contro gli 8.082 dei Paesi sviluppati. Soltanto il 39 per cento degli africani ha accesso alle cure sanitarie (98 nei Paesi Ocse) e il 72 all'acqua.

ONG POCO CHIARE

Il deficit infrastrutturale resta dunque tragico. Ma il divario può venire colmato soltanto da investimenti produttivi, che per esempio la Cina sta sviluppando moltissimo a costo di colonizzare a sua volta buona parte del continente. Il sistema degli aiuti invece consente ai grandi donatori di tenere l'Africa in una condizione di inferiorità perenne, tanto più che i finanziamenti finiscono molto spesso nelle tasche dei dittatori e degli sfruttatori. Quando un governo sa di poter contare su beni che non dipendono dalla propria azione (come i sussidi che la solidarietà internazionale comunque eroga, ma anche la ricchezza delle risorse naturali), esso perde interesse a perseguire obiettivi di sviluppo.
Ma oltre ai tiranni locali che alimentano i propri conti bancari offshore e alle grandi organizzazioni internazionali espressione dei Paesi sviluppati che perpetuano il controllo sul continente, esiste un'altra realtà che non ha interesse a modificare la subalternità africana: sono le Ong. Alle organizzazioni non governative che fanno da tramite tra i finanziatori e i finanziati non conviene che cambi il sistema di aiuti internazionali perché è ciò che giustifica la loro esistenza. Un sistema opaco, dove non regna la trasparenza e dove si compiono indisturbati, come s'intitola un libro dell'economista americano William Easterly, I disastri dell'uomo bianco. Sottotitolo: «Perché gli aiuti dell'Occidente al resto del mondo hanno fatto più male che bene».

STEFANO FILIPPI :GIORNALISTA INVIATO SPECIALE

lunedì 12 giugno 2017

HOMO HOMINI LUPUS:VON HAYEK IL PRECURSORE



La grandezza di un pensatore non si misura dalla quantità di citazioni
nelle riviste specializzate; sta, piuttosto, nel suo dissolversi come
«senso comune», elemento di una visione del mondo generalmente
condivisa, strumento, insomma, di «egemonia» nel classico senso
gramsciano di «direzione intellettuale e morale» delle classi
subalterne. Friedrich August von Hayek, in questo senso, è un grande.
Si legga (o si rilegga) il suo opus maximum, la trilogia Legge,
legislazione e libertà (da poco nuovamente in libreria per i tipi del
Saggiatore): vi si troverà il background filosofico, economico e
giuridico del common sense del nostro tempo, in cui - da destra come
da sinistra - si è perduta ogni fiducia nella capacità conformatrice
dello Stato e si è delegato alla «società civile» (ai suoi «corpi
intermedi») il compito di regolare, amministrare e, naturalmente,
agire.

Che si tratti di disciplinare un certo settore, di gestire un'attività
produttiva, di cura delle persone, ormai non cambia nulla: meglio che
lo facciano i privati. Hayek ne spiega i motivi: l'ordine che
scaturisce dalla società civile è un «ordine sociale spontaneo», vale
a dire una struttura relazionale prodotta da individui che si
riconoscono reciprocamente diversi e, proprio per ciò, rinunciano a
creare una comune gerarchia di fini, limitandosi a cercare l'accordo e
la cooperazione sui mezzi. Tanto ciò è vero, che la sua critica
all'intervento dello stato nell'economia si appunta proprio
sull'opposto convincimento che sostiene quanti auspicano quest'ultimo,
vale a dire che un discorso «comune» sui fini - a cominciare dalla
risposta da dare alle tre classiche domande: cosa, come e per chi
produrre - sia possibile.

Siffatto convincimento, dice Hayek, trae origine dalla propensione di
certi economisti a imitare le procedure proprie delle scienze
naturali: una vera e propria «presunzione del sapere», che implica
l'arbitraria trasposizione di metodi di pensare a campi diversi da
quelli in cui si sono formati. La distribuzione tra possibili usi
diversi delle risorse disponibili mette capo, infatti, a questioni
assai diverse dai problemi di tipo «ingegneristico», giacché, anche se
la formula della massimizzazione dei risultati si applica ad entrambi,
non è affatto «dato» l'ordine di importanza dei diversi bisogni della
comunità e, per conseguenza, il criterio di scelta fra usi alternativi
delle medesime risorse.

L'ordine concorrenziale, in effetti, adegua la struttura produttiva al
continuo mutamento dei piani e dei desideri individuali basandosi
soltanto su due segnali: la disponibilità di «potere d'acquisto», che
permette la riconoscibilità sociale del bisogno, e il «prezzo» delle
merci, che facilita la scelta di quella configurazione costi-benefici
che massimizza l'utilità del singolo scambista. In tal modo, la
mancanza di una scala comune di valori diviene un fatto privo di
importanza pratica: basta che ci sia accordo sul mezzo (lo scambio),
restando irrilevante il fine per cui ciascuno scambia (salvo il caso
di un motivo illecito comune a entrambe le parti, come dice l'art.
1345 del codice civile). Di contro, per coloro che invocano
l'intervento dello Stato, il problema di comporre bisogni distinti e
in potenziale competizione tra loro in una comune gerarchia di fini
diventa ineludibile. Ma è possibile ordinare secondo un piano
consapevole i bisogni di una società intera?

La risposta, per Hayek, è negativa. A suo avviso, la conoscenza umana
è limitata e, siccome non è possibile (nemmeno volendolo) conoscere le
reali preferenze di ognuno, non vi è modo di combinare le scale di
valori individuali per formare una scala comune concordata, a meno di
introdurre un qualche meccanismo dittatoriale che imponga la volontà
di qualcuno su quella di tutti gli altri. Di conseguenza, egli scrive,
tutto ciò che può fare oggi la politica è garantire il corretto
funzionamento del mercato, cioè dell'unico «ordine» che non necessita
di scelte collettive (a parte quelle minime concernenti la difesa e
l'ordine pubblico) e che sorge, come s'è visto, dalla cooperazione
spontanea di individui che perseguono propri fini particolari.

Quanto un simile modo di pensare si sia affermato, persino tra la
sinistra «antagonista», ognuno potrà verificare agevolmente. Ma anche
quanti non si rassegnano a considerare il capitalismo come la fine
della storia debbono misurarsi con i problemi posti da Hayek: giacché
«comprendere e valutare realisticamente la posizione e le ragioni
dell'avversario», diceva Gramsci, è l'unico modo per «porsi da un
punto di vista `critico', l'unico fecondo nella ricerca scientifica».
Bisogna leggere, dunque, e «cercare ancora».

LUIGI CAVALLARO:Giudice del lavoro presso il tribunale di Palermo, studioso del pensiero economico