LOGGIA CI COVA
Bisogna risalire al 1772 per scoprire la data di nascita della massoneria in Africa. La prima loggia fu fondata a Città del Capo, nel luogo dove ora sorge il parlamento sudafricano, che continua a ospitare il tempio originario, il Goedehoop Tempel, dove i massoni tennero le loro prime riunioni. Forte oggi di alcune decine di migliaia di adepti, la massoneria sudafricana ha annoverato nei suoi ranghi Cecil John Rhodes, uno dei costruttori della colonia, e Ernest e Harry Oppenheimer, fondatori dell’impero dei diamanti De Beers.
Questa loggia, come del resto la prima loggia francofona del continente, fondata a Saint-Louis (città dell’attuale Senegal) nel 1781 dal Grande Oriente di Francia (Godf), non contava nessun africano affiliato. Il giornalista francese Claude Wauthier nel suo libro L’étrange influence des francs-maçons en Afrique francophone (Le Monde Diplomatique, Paris, 1997) parla di una massoneria «coloniale». E ricorda che Jules Ferry, che concepì il progetto coloniale francese, era egli stesso un massone.
In seguito, la massoneria ha aperto le porte agli africani e ai neri delle colonie. È il caso del deputato senegalese Blaise Diagne, che nel 1918 reclutò i fucilieri per la fanteria coloniale, o del governatore generale dell’Africa equatoriale francese, Félix Eboué, originario della Guaiana, nominato nel 1940. Di fronte al mondo coloniale, come spiega il libro di Rachid N’Diaye L’Afrique et les francs-maçons: une histoire d’espoir et de sang (Africa International, Paris, 1989), la massoneria non ha avuto un comportamento monolitico: l’abolizione della schiavitù in Francia (1848) deve molto all’impegno del massone alsaziano Victor Schoelcher.
A partire dal 1861, s’installò la Loggia di Lagos (Nigeria), sotto la tutela della Grande Loggia unita d’Inghiterra. E presto si affacciarono in questo paese le logge irlandesi e scozzesi. La Grande Loggia d’Irlanda attecchì anche in Ghana, dove si trova una loggia di San Patrizio, come del resto nell’ex-Rodesia del Sud (oggi Zimbabwe), in Sudafrica e nell’ex-Rodesia del Nord (oggi Zambia).
Gran maestri a Monrovia
Ma in nessuna nazione del continente la massoneria ha avuto tanto peso quanto in Liberia. In questo paese, dall’indipendenza del 1847 fino al 1980, si sono succeduti 17 presidenti massoni, di cui 5 gran maestri, affiliati all’obbedienza afro-americana Prince Hall. Simbolo di tutta questa potenza è il tempio in marmo bianco che domina la capitale Monrovia. Per tutto questo periodo, i dibattiti parlamentari erano infarciti di riferimenti massonici, i massoni sfilavano la domenica in processione con i loro cappelli a cono e i loro grembiuli, e lo stesso palazzo presidenziale mostrava simboli massonici.
Nonostante i tentativi del presidente e gran maestro Wiliam Tolbert, “americo” d’origine, come tutti i suoi predecessori, d’integrare nella massoneria i notabili delle etnie autoctone, la faccenda sfociò in un bagno di sangue. In seguito al colpo di stato di Samuel Doe, nel 1980, molti dirigenti massoni furono uccisi e il tempio saccheggiato. La fine della guerra e l’avvento alla presidenza di un altro “americo”, la signora Ellen Johnson-Sirleaf, potrebbe tradursi in un ritorno in forza della massoneria nella società liberiana.
Altrove in Africa, decenni dopo le indipendenze, si assiste sovente a una riproduzione delle stratificazioni di potere simili a quelle dell’epoca coloniale. Così, la Grande Loggia nazionale del Gabon, la Grande Loggia nazionale malgascia e quella del presidente gabonese Omar Bongo sono collegate alla Grande Loggia nazionale francese (Glnf). Mentre il Gran Rito Equatoriale gabonese (Gre), i Grandi Orienti e le Logge Unite del Camerun (Goluc), i Grandi Orienti e le Logge Associate del Congo (Golac), la Grande Eburnea (Costa d’Avorio) e il Grande Rito malgascio sono affiliati al Godf.
Talora le rivalità si esprimono in modo brutale. Nel 1996, il gran maestro del Gre, François Owono Nguéma, ha accusato pubblicamente le logge rivali di satanismo. Nel 1997, la laicità agnostica raccomandata dal gran maestro del Godf, Jacques Lafouge, nel contesto degli incontri umanisti e fraterni malgasci (Rehfram), ha suscitato le critiche virulente della Conferenza delle potenze massoniche africane (Cpmaf). Infine, gelose del fatto che la Glnf, deista, sia la sola obbedienza francese riconosciuta dalla Grande Loggia Unita d’Inghilterra e dalla massoneria americana, le altre obbedienze francesi e le affiliate africane l’hanno rimproverata di essere in cavallo di Troia degli anglosassoni in Africa.
Françafrique con il grembiule
Mezzo secolo dopo le indipendenze africane, l’influenza dei massoni rimane molto forte in quel settore dell’amministrazione francese che tiene le relazioni con il continente. Due membri del Godf hanno occupato i posti di consiglieri presidenziali per gli affari africani: il socialista Guy Penne per conto di François Mitterrand, dal 1981 al 1986; poi, a partire dal 1995, Fernand Wibaux, per conto di Jacques Chirac. Nello steso periodo, i “fratelli” Christian Nucci (Godf) e Jacques Godfrain (Glnf) hanno fatto parte del ministero della cooperazione allo sviluppo.
Una situazione che ha consentito di tessere relazioni più strette con i presidenti africani affiliati a queste obbedienze. Il congolese Denis Sassou Nguesso e il gabonese Omar Bongo (gran maestro della Grande Loggia Simbolica) sono entrambi affiliati alla Glnf, a pari del ministro della sicurezza del Burkina Faso, Djibril Yipènè Bassolé, e dell’ex-ministro delle finanze del Congo-Kinshasa, André-Philippe Futa, gran ufficiale della Glnf, che pretende di aver iniziato alla massoneria molti capi di stato africani, naturalmente senza precisare quali… Al Godf sono iniziati i presidenti Idriss Déby (Ciad), Blaise Compaoré (Burkina Faso) e l’ex-presidente congolese Pascal Lissouba; e lo erano i defunti Léon Mba (presidente del Gabon) e Gnassingbé Eyadema (presidente del Togo).
Alcuni aggiungono alla lista il nome del presidente centrafricano François Bozizé, che sarebbe stato iniziato da Sassou Nguesso. Mentre il presidente camerunese Paul Mbya appartiene alla branca dissidente della Società dei Rosa Croce: il Centro internazionale di ricerche culturali e spirituali.
Contrariamente a quanto è avvenuto nel continente americano, dove la massoneria, in linea generale, ha scelto il campo di chi si batteva per l’indipendenza, in Africa non si è sempre mossa con questo intento. Se i massoni neri americani figuravano nell’entourage del nazionalista Kwame Nkrumah, primo presidente del Ghana, va però rilevato che le logge sudafricane si sono battute poco contro il regime dell’apartheid.
Una cosa è però certa: anche in Africa la massoneria ha prosperato, seducendo le élite con i suoi riti iniziatici, con le sue pratiche esoteriche e mistiche, le quali ricordavano quelle delle confraternite o delle società segrete preesistenti al colonialismo. Altre ragioni di attrazione vanno ricercate nelle prospettive di promozione sociale, che molti “fratelli” sperano di ricavarne, e nel forte senso della gerarchia.
Attraverso la massoneria, il presidente ivoriano Laurent Gbagbo ha tentato di rafforzare i suoi legami con il Partito socialista francese, in un periodo delicato della sua parabola politica, mentre si trovava isolato sulla scena regionale. D’altra parte, la natura affaristica delle relazioni tra certi dirigenti africani massoni e l’ordine al quale appartengono, suscita non pochi interrogativi. Nel 2005, il settimanale francese L’Express ha rivelato che il presidente della Repubblica del Congo ha donato 380mila euro al gran maestro della Glnf, Jean-Charles Foellner. Ancora non si è capito per quali servizi resi a Sassou Nguesso, membro della Glnf…
Logge etniche
Tuttavia, la massoneria non è stata sempre e sistematicamente legata al potere in Africa. Ad esempio, i regimi a partito unico – fossero fascisti o comunisti – consideravano la massoneria come potenzialmente sovversiva e gli rendevano la vita dura. Nel 1963, i membri del Partito democratico della Costa d’Avorio hanno subito una vera e propria caccia alle streghe; e c’è voluto l’intervento del Godf presso il defunto presidente Félix Houphouët Boigny per consentire alla filiale ivoriana del Grande Oriente di potere operare nel paese. Nell’ex-Zaire (oggi Rd Congo), Mobutu vietò la massoneria all’indomani del suo colpo di stato del 1965 e la riabilitò solo nel 1972, su richiesta del Grande Oriente del Belgio. Inoltre, dopo le indipendenze, i regimi “progressisti” di Guinea, Mali e Benin hanno chiuso le logge.
Sul terreno squisitamente politico, sarebbe improprio limitare l’influenza dei massoni ai soli intrighi intorno ai detentori del potere. In numerose occasioni, i “fratelli della luce” si sono adoperati per placare le tensioni politiche. Così, durante la Conferenza nazionale per la democratizzazione dei primi anni ’90, la loggia del Gran Benin ha diffuso un appello utile a instaurare un clima di tolleranza. E ancora: le logge camerunesi e ivoriane hanno tentato, senza riuscirci, di riconciliare Lissouba e Nguesso nel corso della guerra civile in Congo-Brazzaville.
Le sfide di oggi sono altre. In Nigeria si assiste all’emergere di una massoneria etnica, che prende le distanze dalle obbedienze inglese, irlandese e scozzese. Appartiene a questa corrente la Reformed Ogboni Fraternity (Rof), attiva nel delta del Niger, che si dichiara in rottura con il “feticismo” e afferma di promuovere la moralità, la disciplina e la ricerca della verità. Nata come organizzazione cristiana, è evoluta per assorbire i non-cristiani, fermo restando che l’obiettivo finale è servire la causa del popolo ogoni (Ken Saro-Wiwa, lo scrittore impiccato nel 1995 dal regime militare, era un ogoni), che si batte per vedere riconosciuti il proprio diritto alla terra e alla piena cittadinanza.
Altra sfida. Se all’inizio, fatto salvo la chiesa riformata olandese in Sudafrica, ostile alla doppia appartenenza, la maggior parte delle chiese protestanti si è mostrata indulgente verso propri membri iscritti alla massoneria, negli ultimi anni si sta verificando un irrigidimento. Uno dei sintomi è la polemica che ha diviso la Chiesa presbiteriana dell’Africa orientale, quando in Kenya, nel 2004, i partigiani di una delle sue fazioni hanno distrutto le vetrate della chiesa di sant’Andrea di Nairobi, perché, secondo loro, mostravano segni simili a quelli della massoneria. Di qui l’indignazione degli altri membri della comunità.
I cristiani non hanno il monopolio di questo genere di polemiche. In Senegal, gli intellettuali musulmani discutono – e non sempre serenamente – sulla compatibilità o meno della concomitante appartenenza all’islam e alla massoneria.
FRANCOIS MISSER:GIORNALISTA BELGA ESPERTO D'AFRICA E GEOPOLITICA AFRICANA
Fondazione Nigrizia 2007
lunedì 15 maggio 2017
AUGE SU GLOBALIZZAZIONE E IDENTITA' LOCALI
LE MINORANZE DA CONSUMARE
Anticipazioni. Un estratto del testo che l'antropologo francese ha dedicato al festival Vicino/lontano di Udine, che verrà letto domenica 14 maggio
Da dove viene il malessere che caratterizza tutti i dibattiti sulla cultura e l’identità? Un paradosso è evidente: il mondo globalizzato è anche il mondo della più grande differenza, dove crescono la circolazione, la comunicazione e il consumo. Eppure coloro che circolano non consumano e non comunicano nelle stesse proporzioni e condizioni. Di qui l’attualità del paradosso: si cancellano le differenze e crescono le disuguaglianze; il mondo è ogni giorno più uniforme e più disuguale. Le conseguenze sono almeno due.
Da un lato, su scala mondiale, l’esterno, anche quello di cui si nutre l’interno, è in via di sparizione e la distinzione interno-esterno perde la sua pertinenza. Si delineano tre tendenze che costituiscono, a diverso titolo, una minaccia o una costrizione per la vita culturale: la globalizzazione imperiale, quella «scoppiata» e la globalizzazione mediatica.
LA GLOBALIZZAZIONE imperiale è quella che tentano di immaginare gli Stati Uniti, la potenza dominante, o almeno certi suoi rappresentanti. Tutto avviene come se, in assenza di un esterno e di un’alterità radicale le diverse culture nazionali trovassero nuova linfa all’interno, riscoprendo le tradizioni che le ideologie nazionali del secolo scorso avevano cancellato: si riscoprono le regioni, le minoranze, i piccoli paesi. Gli antropologi americani «postmoderni» hanno sviluppato da questo punto di vista una teoria sottile che chiamerei «globalizzazione scoppiata», attirando l’attenzione sulla diversità rivendicata del mondo. Ma sarebbe senza dubbio un’illusione vedere in queste rivendicazioni il principio, l’espressione e la promessa di uno scambio futuro e di un rinnovamento prossimo delle culture. È necessario infatti né sottostimare il carattere stereotipato delle rivendicazioni particolari, né la loro integrazione nel sistema di comunicazione mondiale.
La globalizzazione scoppiata corrisponde a un momento della storia del pianeta dominato dal mondialismo economico e tecnologico: quest’ultimo si adatta bene ai particolarismi culturali, specialmente se non si occupano del campo del consumo e delle regole del mercato.
Il lavoro tipico di quella mediatica è, invece, la spettacolarizzazione delle differenze e, al limite, il loro consumo. Prima di tutto il consumo turistico: il candomblé brasiliano, gli accampamenti yanomami, i guerrieri masaï fanno parte dei programmi turistici europei e del consumo televisivo, cinematografico e fotografico. Tutto rende problematico lo statuto dell’avvenimento, fino a concepirlo e a metterlo in scena solo per la televisione.
PRENDERE COSCIENZA delle gravi disuguaglianze che pesano sul destino del mondo che verrà, denunciare le illusioni di una vita che si arrende alle tecnologie della comunicazione, inquietarsi per le condizioni con le quali il riferimento planetario si impone a tutte le società e a tutte le culture del mondo, non è voler ignorare il carattere ineluttabile della mondializzazione, e ancora meno rifiutare le chances offerte, in molti campi, dallo sviluppo delle tecnologie. Aprirsi al futuro oggi significa aggiungere al patrimonio culturale e alla cultura di ogni essere umano l’esperienza delle tecnologie della comunicazione e un massimo di conoscenze scientifiche: una conoscenza generale dei problemi.
OGNI RIFLESSIONE sulla cultura di domani dovrà tener conto di due ostacoli fondamentali: il fossato, l’abisso, che si allargano sempre più tra i più ricchi e i più poveri, tra coloro che avranno accesso alla cultura e coloro che non l’avranno. Il secondo ostacolo potrebbe contribuire allo sviluppo del primo: l’invenzione delle immagini e il rischio che essa comporta di farci prendere lucciole per lanterne, dei simulacri per realtà. Marx diceva che dietro i rapporti tra le cose ci sono i rapporti tra gli uomini: questo è ancora più vero per le immagini. L’individuo da un lato, il pianeta dall’altro: e dall’uno all’altro una molteplicità di relazioni non riducibili allo scambio di informazioni permesso o imposto dalle tecnologie della comunicazione. Su scala globale la diversità necessaria al dinamismo culturale si confonderà forse un giorno con quella di miliardi di individui che, ciascuno per la propria parte, sono e saranno ancora di più nel futuro un mondo e una cultura. Così, a differenza delle altre, l’utopia di oggi ha trovato il suo luogo: il pianeta.
MARC AUGE:ANTROPOLOGO,AFRICANISTA,ETNOLOGO EX DIRETTORE EHESS DI PARIGI
GREMBIULINI AFRICANI
ARTICOLO DEL 2014,MOLTO INTERESSANTE PER CAPIRE CHE COSA SI CELA DIETRO LE QUINTE DEI VARI CONFLITTI AFRICANI E FINALMENTE CI PORTA LONTANO DAL MISERABILISMO D'ACCATTO TERZOMONDISTA CHE APPARENTEMENTE VUOLE "SALVARE" L'AFRICA ANZI LE AFRICHE(E SONO MOLTE PER CULTURA E SVILUPPO SOCIALE E STORICO COME NEGLI ARTICOLI PRECEDENTI DI BERNARD LUGAN) CONCETTO MOLTO CARO A DON GIULIO E INVECE LE AFFOSSA DI COLONIALISMO PERBENISTA DEI BUONI SENTIMENTI, DELLA PAPPA DEL CUORE ,DEL BUONISMO POLITICAMENTE CORRETTO.
BUONA LETTURA
La Massoneria è molto radicata in Africa e rappresenta l’anello di congiunzione tra l’epopea coloniale e quella successiva, non solo in termini di riconoscimento dell’autodeterminazione degli Stati sovrani, ma anche dell’avvento graduale del cosiddetto neocolonialismo. Questo tema è stato affrontato, nel 2007, in un interessantissimo articolo pubblicato sul mensile Nigrizia, a firma di un grande africanista, François Misser (Loggia ci cova Massoneria / “Fratelli” d’Africa). Pertanto, in considerazione anche di alcune recenti vicende, credo che possa risultare utile tornare ad approfondirlo. Forse non tutti sanno che, ad esempio, l’ex presidente burkinabé Blaise Compaoré, recentemente deposto a furor di popolo, è iniziato al Grande Oriente di Francia (Godf). Non è un caso se il suo grande sponsor, quando si trattò di rovesciare nel 1987 il carismatico Thomas Sankara, sia stato l’allora presidente francese François Mitterrand, anche lui massone del Godf. Come se non bastasse, i collegamenti tra il regime di Ouagadougou e Parigi sono avvenuti in questi anni grazie a personaggi come il socialista Guy Penne per conto di Mitterrand, dal 1981 al 1986 e poi, a partire dal 1995, dal gollista Fernand Wibaux, per conto di Jacques Chirac. Tutti e due questi signori, membri di spicco del Godf, hanno rivestito la carica di consiglieri presidenziali per gli affari africani dell’Eliseo. E allora non sorprende se il Compaoré di cui sopra, nonostante abbia commesso crimini a non finire nei suoi 27 anni di potere assoluto, sia stato accolto in esilio a Yamoussoukro, in Costa D’Avorio, dal presidente massone Alassane Ouattara. Una cosa è certa: la stragrande maggioranza dei leader politici africani, defunti e viventi, è legata alla massoneria. Basti pensare all'ex presidente gabonese Omar Bongo (gran maestro della Grande Loggia Simbolica) o a suo figlio Ali Bongo, per non parlare del ciadiano Idriss Déby o dell’ex-presidente congolese Pascal Lissouba. E anche l’ex presidente centrafricano François Bozizé (costretto all’esilio) è un massone, pare iniziato dal suo omologo congolese Denis Sassou Nguesso, per accedere nella potentissima Grande Loggia nazionale francese (Glnf). Da rilevare che la massoneria in Africa rappresenta il collante tra il colonialismo e il neo colonialismo. Tornando indietro con la moviola della storia, è bene ricordare che la prima loggia nel continente risale al 1772, quando venne fondata a Città del Capo, nel luogo dove ora sorge, per ironia della sorte, il parlamento sudafricano, che peraltro continua a ospitare, come cimelio per i posteri, il tempio originario, il Goedehoop Tempel. Stiamo parlando di una realtà fortemente egemone che ha annoverato nelle sue fila Cecil John Rhodes, uno dei padri della colonia segregazionista, e Ernest e Harry Oppenheimer, fondatori della potentissima società diamantifera De Beers. Sta di fatto che è stata proprio la massoneria ad aiutare Nelson Mandela nel garantire il passaggio indolore dal regime dell’apartheid a quello liberale e democratico. Oggi, d’altronde, la massoneria sudafricana è potentissima, annoverando nei propri ranghi alcune decine di migliaia di adepti, molti dei quali esponenti di rilievo dell’industria estrattiva mineraria nazionale. Sul versante francofono gli sviluppi hanno avuto, più o meno, la stessa connotazione. La prima loggia africana con questa tipologia di osservanza, venne fondata a Saint-Louis, in Senegal, dal Godf, nel 1781, senza annoverare alcun affiliato autoctono. Solo dopo molti anni, venne consentito agli africani delle colonie di entrare nella massoneria, con l’intento, di salvaguardare la cooperazione commerciale, soprattutto per quanto concerne lo sfruttamento delle immense risorse minerarie dell’Africa come i ricchi giacimenti di uranio del Niger.Oggi, in Africa, vi sono almeno tre grandi tipologie di massoneria. A parte le logge di obbedienza straniera, sono presenti anche logge autoctone (come quella delpresidente camerunese Paul Mbya, branca dissidente della Società dei Rosa Croce: il Centro internazionale di ricerche culturali e spirituali), oltre a quelle legate agli ex schiavi delle Americhe che tornarono liberi in Africa dopo l'abolizione dell'ignobile tratta. Sia a Monrovia che a Freetown, rispettivamente capitali della Liberia e della Sierra Leone, alcuni edifici pubblici mostrano simboli massonici. Il futuro della massoneria africana è comunque aperto a nuovi scenari: i propri affiliati hanno più volte accusato, più o meno velatamente, i Paesi occidentali di ingerenze neocoloniali e sono aperti alla cooperazione con la Cina e i Paesi arabi. Quando, ad esempio, in pompa magna, il 18 gennaio dello scorso anno, in Rue Cadet a Parigi , il Godf ha ospitato la tavola rotonda dedicata alla “Françafrique”, alcune voci africane hanno espresso un certo disappunto sia per l’intervento di Nicolas Sarkozy in Costa d’Avorio, come anche di François Hollande in Mali. In effetti, il dissapore è legato al fatto che gli interessi francesi sono antagonistici rispetto a quelli della Cina. L’ex presidente massone centrafricano Bozizé è infatti stato costretto all'esilio dalle forze ribelli proprio quando si accingeva a trattare con le autorità di Pechino per lo sfruttamento dei giacimenti di petrolio e uranio presenti nel suo Paese. Giacimenti considerati strategici dal governo di Parigi. E mentre in Senegal, gli intellettuali musulmani discutono sulla compatibilità o meno della possibilità di riconciliare l’Islam alla massoneria, in Nigeria si assiste all’emergere di una massoneria etnica, che prende le distanze dalle obbedienze inglese, irlandese e scozzese. Col risultato che vi sono già delle logge autoctone che accolgono esponenti del musulmanesimo. Non si tratta di una novità se si considera che il defunto presidente gabonese Omar Bongo, nonostante fosse massone, si convertì all’Islam nel 1973. Un connubio, quello tra massoneria ed esponenti del musulmanesimo che potrebbe avere un impatto sui futuri assetti geopolitici dell’Africa Subsahariana.
DON GIULIO ALBANESE:SACERDOTE MISSIONARIO CONBONIANO GIORNALISTA DIRETTORE DELLA RIVISTA "Popoli e Missione"
domenica 14 maggio 2017
LA DEMOCRAZIA E LA DEMOGRAFIA:LE DUE PIAGHE DELL'AFRICA
A leggere i media e ad ascoltare "gli esperti", se l'Africa è un disastro, è perché subisce un deficit di sviluppo.La soluzione
dunque è semplice:igniettare sempre di più massivamente aiuti e imporre la democratizzazione.
L'errore è totale, ovviamente,perché,in primo luogo i criteri di povertà definiti in Europa non sono quelli dell'Africa e in secondo luogo politico, tra le nostre società individualiste e quelle comunitarie del continente africano i criteri sono molto differenti.In più i problemi che si pongono a nord del Sahara non sono quelli dei paesi situati a sud del deserto.
L'unico approccio realistico al problema è fondamentalmente geograficoe etno-storico, perché,in quanto si dimentica troppo spesso che il continente africano hauna storia differente da quella dell'Europa.
Mentre in Europa i grandi fenomeni storici e di civiltà furono continentali non fu il caso delle Afriche. Tuttal'Europa in effetti fu interessata dalla fine dell'Impero romano e dall'innesto del cristianesimo sul vecchio tronco pagano.Poi nella sua totalità fu irrigata dall'arte romanica egotica.In seguito l'Europa intera fu interessata dal Rinascimento, dalla Riformadall'Illuminismo e poi dalle rivoluzioni politiche e industriali.
In Africa, al contrario, fenomeni storici avevano perlopiù solo implicazioni regionali, tranne nel caso della colonizzazione. Con poche eccezioni, non c'è stato il superamento dall'aggregazione etnica. Anchein caso di creazione di imperi. Questi erano infatti ancora strettamente etnocentrici o formati mediante la raccolta di tribù o clan appartenenti agli stessi gruppi etnici; Esempi di regni Luba, Lunda, Shona, Zulu o Imerina in Madagascar illustrano potentemente questa grande originalità.
La conquista coloniale si fece a beneficio dei poli costieri con cui gli Europei avevano forgiato rapporti secolari e, in molti casi erano i loro partner durante il periodo della tratta degli schiavi.All'interno, gli imperi che resistettero furono sconfitti a beneficio delle popolazioni che dominavano.
La colonizzazione cosi, romperà diverse potenziali o almeno in divenire "Prussie":Madagascar e la monarchia Hova,l'Impero de Sokoto, i regni ashanti e zulu,gli insiemi creati da el-Hadj Omar o da Samory.Lo Stato tutsi ruandese tagliato dalla uscita a nord.ovest del Kivu e portato sulle alte terre confinanti con il Congo-Nilo;o ancora come L'Etiopia impedita di riguadagnare un accesso al mare dalla presenza italiana in Eritrea.La colonizzazione procedette ugualmente all'amputazioni territoriali come nel caso del Marocco.Stato millenario tagliato territorialmente a beneficio dell'Algeria e della Mauritania,due creazioni francesi.
Poi al momento dell'indipendenza nel decennio 1960, l'insensata demarcazione frontaliera darà vita a gran parte alle" prigioni dei popoli"." E come se non bastasse,per aggravare la situazione la democratizzazione fu imposta all'interno di questi gusci vuoti.
Risultato, questa modello europeo-centrico porterà all'etno-matematica cioè alla vittoria dei popoli più numerosi e incoraggerà la natalità che finirà per distruggere il continente
Bernard Lugan:Africanista,Storico e studioso di geopolitica africana
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venerdì 12 maggio 2017
PERCHE' LA DEMOCRAZIA NON FUNZIONA IN AFRICA( E NEMMENO CI SI AVVICINA A FUNZIONARE)
Nei paesi del Nord del mondo, la vita politica si basa su convinzioni comuni e progammi politici che trascendono dalle differenze culturali, sociali o regionali. L'aggiunta del suffragio individuale fonda la legittimità politica.
In Africa dove le società sono comunitarie, gerarchizzate e solidarie, l'ordine sociale e politico non si basa sugli individui ma sui gruppi.
È per questo che il principio democratico di "un uomo, un voto" porta alla situazione di stallo e al caos.
La questione della ridefinizione dello stato, quindi il posto dei gruppi etnici nella società, sono i principali problemi politici e istituzionali che l'Africa deve risolvere.
Ma per questo, non bisogna negare la realtà etnica. Ora con tutto il suo universalismo, l'Africanismo francese e più in generale francofono ha deciso di evitare di affrontare il fatto etnico perché considerato troppo "identitario". I suoi sommi sacerdoti, come Jean-Pierre Chrétien, Jean-Loup Amselle, Catherine Coquery- Vidrovitch d'Elikia M'Bokolo e dei loro discepoli, arrivano a sostenere, sia pure con certe sfumature che i gruppi etnici hanno un'origine coloniale. Tale arroganza dottrinale implica quindi che i popoli africani hanno ricevuto dai colonizzatori il loro nome e l'identità. Jean-Pierre Chrétien è abbastanza chiaro su questo, quando osa scrivere: "L'etnicità si riferisce meno alle tradizioni locali che alle fantasie elaborate dell'etnografia occidentale sul mondo, detto consuetudinario. Tuttavia, come giustamente ha osservato Axel Eric Augé, sociologo francese di origine del Gabon:" In sintesi, gli africani erano una massa indifferenziata e in attesa degli europei per fare esperienza dei fenomeni identitari! "
Certo, etnia non spiega tutto ... ma niente può essere spiegato senza di essa. La storia contemporanea dell'Africa si iscrive così lungo linee etniche, come l'attualità lo mostra quotidianamente e in modo spesso drammatico.
La questione dei confini è stata congelata perché non è ragionevole pensare di voler dare un territorio a ciascuno dei 1500 gruppi etnici africani, come fare per ponderare l'etno-matematica elettorale nei paesi in cui le popolazioni sono giustapposte o aggrovogliate le une sulle altre?
In Nigeria, gli inglesi avevano trovato la soluzione di definire le grandi aree amministrative intorno ai tre gruppi etnici dominanti a livello regionale, vale a dire il Hausa-Fulani, Kanuri nord, gli Yoruba e gli Ibo nel sud. L ' "un uomo un voto" ha rovinato questa politica di coagulazione regionale e ha invece causato lo spezzatino amministrativo di circa 36 Stati, il che rende il Paese ingestibile.
In Mali, l'alternativa alla disgregazione del paese è stata un ampio federalismo etnico-regionale con la regione di Kidal guidata dai Tuareg, il Timbuktu da arabi e alleati, quella di Bamako dai Bambara e alleati, quella dei Mopti dai Peul, etc. Qualsiasi altro approccio è destinato al fallimento, perché le elezioni del "un uomo un voto" danno sempre il potere ai più numerosi. Questo fa si che il problema del Nord non sarà mai risolto. In ultima analisi, il voto sarebbe solo individuale a livello regionale, tra le popolazioni affini che eleggerebbero un numero uguale di deputati, nonostante il loro peso demografico. A livello nazionale, il potere sarebbe l' emanazione di questa rappresentazione. Ma non dobbiamo sognare. I più numerosi non accetteranno mai questa evoluzione costituzionale che segna la fine del loro dominio etno-matematico. La soluzione per i problemi politici africani pertanto non è per domani ...
Bernard Lugan :Africanista,Studioso di geopolitica dell'Africa
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domenica 19 giugno 2016
IL CONTO FINALE DELLE OLIMPIADI
Repubblica 19.6.16
Il conto finale delle Olimpiadi
I soli Giochi in attivo sono stati quelli di Los Angeles del 1984, gestiti con logica privatistica, senza fondi pubblici
di Alessandro De Nicola
L’IMPORTANTE non è vincere, ma partecipare: chi non conosce il bellissimo motto reso noto (ma non coniato) dal barone De Coubertin che tutt’oggi ispira i Giochi olimpici? Meno nota è un’altra considerazione dello stesso barone che nel 1911 fece riferimento «ai costi spesso esagerati incorsi nelle più recenti Olimpiadi». Poiché il tema delle Olimpiadi a Roma sta tenendo banco e non solo per via della campagna elettorale, forse è bene capire cosa l’organizzazione di un evento di questo genere comporti. Chiarito subito che non è possibile, come auspicato dalla senatrice Taverna del M5S, «rimandarlo», sarebbe opportuno cercare di farsi un’idea dei pro e dei contro di un’eventuale aggiudicazione sulla base dell’esperienza passata e di chi coinvolgere nel processo decisionale.
La letteratura relativa all’analisi economica dei Giochi olimpici è variegata: alcuni rapporti vengono considerati non attendibili perché effettuati “su commissione”; in altri casi si sono riscontrate difficoltà a reperire i dati necessari. Uno dei lavori più accurati è quello della Said Business School dell’Università di Oxford che affronta un tema particolare ma significativo, lo sforamento dei costi previsti. Prendendo in analisi le spese direttamente legate all’evento sportivo (trasporti, costo del lavoro, sicurezza, amministrazione, cerimonie e così via) e quelli indiretti (villaggio olimpico, media center, ecc) per le Olimpiadi sia estive che invernali dal 1960 al 2010, viene fuori un quadro sconfortante: rispetto al budget preparato dal comitato organizzatore le uscite in media sono schizzate in termini reali del 179%. Le Olimpiadi invernali di Torino sono state un po’ migliori con un aumento solo dell’82 % sulle stime, ma in peggioramento rispetto alla media delle Olimpiadi più recenti dal 1998 in poi. D’altronde, i Giochi di Pechino, che si sono discostati solo del 4% da quanto previsto, secondo i ricercatori di Oxford nascondono i cosiddetti costi indiretti accessori, quelli per aeroporti, strade, ferrovie o ristrutturazione di alberghi che in Cina sono stati enormi (si stimano esborsi complessivi di addirittura 43-45 miliardi di dollari).
Si dirà che tutti i progetti di grandi infrastrutture sforano le previsioni: sì, ma non di così tanto, in genere, tra il 20 e il 45% e la ricerca conclude che ospitare i Giochi dovrebbe essere considerato con grande cautela specialmente dalle economie “problematiche che avrebbero difficoltà ad assorbire costi in aumento e i relativi debiti”. Al lettore giudicare se l’Italia sia o meno in questa categoria.
Riguardo agli effetti macroeconomici delle Olimpiadi, guardando a quelle di Londra, le più recenti e considerate di successo, non c’è alcun accordo tra gli analisti. Alcuni (Pwc e Moody’s) stimano un beneficio per il Pil di + 0,1% l’anno, altri fanno risalire il buon andamento del terzo trimestre del 2012 (data dei Giochi) al giorno di vacanza supplementare goduto dai britannici nel primo trimestre. Le vendite al dettaglio sono calate perché la gente stava davanti alla tv e le visite a musei, teatri e luoghi di attrazione sono calate del 30%. Il villaggio olimpico è costato 1,1 miliardi di sterline ed è stato rivenduto a 825 milioni, lo stadio olimpico 484 milioni ed è stato affittato per 99 anni a poco più di 200. Solo per la sicurezza si sono volatilizzate 5,7 miliardi di sterline.
I soli Giochi in attivo sono stati quelli di Los Angeles del 1984, gestiti con logica privatistica, senza fondi pubblici, evitando di costruire cattedrali nel deserto e costringendo il Comitato Internazionale Olimpico ad abbassare ogni pretesa in quanto mancavano altre città candidate. Per il resto Barcellona ha lasciato 6,1 miliardi di euro di debito, Atene 2004 ha praticamente rovinato la Grecia.
Anche Torino 2006, che pure è stata organizzata bene, ha lasciato opere inutili (il solo trampolino per il salto con gli sci è costato 34 milioni, è inutilizzato e succhia un milione di manutenzione l’anno), perdite (coperte dai fondi pubblici) e debiti. D’altronde basta leggere l’eccellente libro dell’economista Andrew Zimbalist sugli aspetti economici delle Olimpiadi dall’eloquente titolo Circus Maximus per convincersi che, con l’eccezione di Los Angeles, l’organizzazione dei Giochi è stata un cattivo affare.
Se poi volgiamo lo sguardo ad altri mega-eventi organizzati nel nostro Paese, la memoria va ad Italia 90 (costata ai prezzi di oggi 7 miliardi di euro con gli appalti assegnati senza gare) e ai Mondiali di nuoto del 2009, le cui storie di sprechi, corruzione, mancato utilizzo degli impianti sono leggendarie, rappresentate plasticamente dallo scheletro del palazzetto con le vele a pinne di squalo di Tor Vergata, costato 250 milioni.
Ciò detto, si pone il problema di chi dovrebbe deliberare la candidatura di una città a divenire sede olimpica. In Italia il decisore ultimo è il governo. Tuttavia, ci sarebbe un modo più semplice di assicurare un processo accurato ed equo ed esso passa attraverso il referendum. In realtà, come suggerisce l’Istituto Bruno Leoni, questo dovrebbe coinvolgere l’intero Paese, perché le eventuali perdite sarebbero ripianate anche con la casse statali. Purtroppo questa sembra una soluzione complessa mentre assai più praticabile è la consultazione cittadina. Pure qui c’è un problema: i romani potrebbero essere ben felici di votare sì ad un evento che porterebbe a loro i maggiori benefici e al resto d’Italia il conto da pagare. Ecco quindi che si potrebbe prospettare una soluzione simile a quella che il governo canadese negoziò con Montreal e la provincia del Québec: la candidatura deve prevedere obbligatoriamente un equilibrio tra costi e ricavi (diretti e indiretti). Se alla fine le previsioni si riveleranno sbagliate, la differenza la metteranno coloro i quali saranno chiamati a votare, i cittadini romani (o laziali), che potranno quindi scegliere tra rischio di nuove tasse e orgoglio cittadino. No taxation without representation: vale anche il contrario però.
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lunedì 2 novembre 2015
LO SCANDALO "POLITICO" DI PASOLINI
PER ONORARE LA MEMORIA DI UN GRANDE POETA ,ARTISTA ,INTELLETTUALE
Lo scandalo Radicale
Pier Paolo Pasolini
Prima di tutto devo giustificare la presenza della mia persona qui. Non sono qui come radicale. Non sono qui come socialista. Non sono qui come progressista. Sono qui come marxista che vota per il Partito Comunista Italiano, e spera molto nella nuova generazione di comunisti. Spera nella nuova generazione di comunisti almeno come spera nei radicali. Cioè con quel tanto di volontà e irrazionalità e magari arbitrio che permettono di spiazzare - magari con un occhio a Wittgenstein - la realtà, per ragionarci sopra liberamente. Per esempio: il Pci ufficiale dichiara di accettare ormai, e sine die, la prassi democratica. Allora io non devo aver dubbi: non è certo alla prassi democratica codificata e convenzionalizzata dall'uso di questi tre decenni che il Pci si riferisce: esso si riferisce indubbiamente alla prassi democratica intesa nella purezza originaria della sua forma, o, se vogliamo, del suo patto formale.
Alla religione laica della democrazia. Sarebbe un'autodegradazione sospettare che il Pci si riferisca alla democraticità dei democristiani; e non si può dunque intendere che il Pci si riferisca alla democraticità, per esempio, dei radicali.
Paragrafo primo
A) Le persone più adorabili sono quelle che non sanno di avere dei diritti. B) Sono adorabili anche le persone che, pur sapendo di avere dei diritti, non li pretendono o addirittura ci rinunciano. C) Sono abbastanza simpatiche anche quelle persone che lottano per i diritti degli altri (soprattutto per coloro che non sanno di averli). D) Ci sono, nella nostra società, degli sfruttati e degli sfruttatori. Ebbene, tanto peggio per gli sfruttatori. E) Ci sono degli intellettuali, gli intellettuali impegnati, che considerano dovere proprio e altrui far sapere alle persone adorabili, che non lo sanno, che hanno dei diritti; incitare le persone adorabili, che sanno di avere dei diritti ma ci rinunciano, a non rinunciare; spingere tutti a sentire lo storico impulso a lottare per i diritti degli altri; e considerare, infine, incontrovertibile e fuori da ogni discussione il fatto che, tra gli sfruttati e gli sfruttatori, gli infelici sono gli sfruttati.
Tra questi intellettuali che da più di un secolo si sono assunti un simile ruolo, negli ultimi anni si sono chiaramente distinti dei gruppi particolarmente accaniti a fare di tale ruolo un ruolo estremistico. Dunque mi riferisco agli estremisti, giovani, e ai loro adulatori anziani. Tali estremisti (voglio occuparmi soltanto dei migliori) si pongono come obiettivo primo e fondamentale quello di diffondere tra la gente direi, apostolicamente, la coscienza dei propri diritti. Lo fanno con determinazione, rabbia, disperazione, ottimistica pazienza o dinamitarda impazienza, secondo i casi (...)
Paragrafo secondo
Disobbedendo alla distorta volontà degli storici e dei politici di mestiere, oltre che a quella delle femministe romane - volontà che mi vorrebbe confinato in Elicona esattamente come i mafiosi a Ustica - ho partecipato una sera di questa estate a un dibattito politico in una città del Nord. Come sempre poi succede, un gruppo di giovani ha voluto continuare il dibattito anche per strada, nella serata calda e piena di canti. Tra questi giovani c'era un greco. Che era, appunto, uno di quegli estremisti marxisti "simpatici" di cui parlavo. Sul suo fondo di piena simpatia, si innestavano però manifestamente tutti i più vistosi difetti della retorica e anche della sottocultura estremistica. Era un "adolescente" un po' laido nel vestire; magari anche addirittura un po' scugnizzo: ma, nel tempo stesso, aveva una barba di vero e proprio pensatore, qualcosa tra Menippo e Aramis; ma i capelli , lunghi fino alle spalle, correggevano l'eventuale funzione gestuale e magniloquente della barba, con qualcosa di esotico e irrazionale: un'allusione alla filosofia braminica, all'ingenua alterigia dei gurumparampara. Il giovane greco viveva questa sua retorica nella più completa assenza di autocritica: non sapeva di averli, questi suoi segni così vistosi, e in questo era adorabile esattamente come coloro che non sanno di avere diritti... Tra i suoi difetti vissuti così candidamente, il più grave era certamente la vocazione a diffondere tra la gente ("un po' alla volta", diceva: per lui la vita era una cosa lunga, quasi senza fine) la coscienza dei propri diritti e la volontà di lottare per essi. Ebbene; ecco l'enormità, come l'ho capita in quello studente greco, incarnata nella sua persona inconsapevole. Attraverso il marxismo, l'apostolato dei giovani estremisti di estrazione borghese - l'apostolato in favore della coscienza dei diritti e della volontà di realizzarli - altro non è che la rabbia inconscia del borghese povero contro il borghese ricco, del borghese giovane contro il borghese vecchio, del borghese impotente contro il borghese potente, del borghese piccolo contro il borghese grande. E' un'inconscia guerra civile - mascherata da lotta di classe - dentro l'inferno della coscienza borghese. (Si ricordi bene: sto parlando di estremisti, non di comunisti). Le persone adorabili che non sanno di avere diritti, oppure le persone adorabili che lo sanno ma ci rinunciano - in questa guerra civile mascherata - rivestono una ben nota e antica funzione: quella di essere carne da macello. Con inconscia ipocrisia, essi sono utilizzati, in primo luogo, come soggetti di un transfert che libera la coscienza dal peso dell'invidia e del rancore economico; e, in secondo luogo, sono lanciati dai borghesi giovani, poveri, incerti e fanatici, come un esercito di paria "puri", in una lotta inconsapevolmente impura, appunto contro i borghesi vecchi, ricchi, certi e fascisti.
Intendiamoci: lo studente greco che qui ho preso a simbolo era a tutti gli effetti (salvo rispetto a una feroce verità) un "puro" anche lui, come i poveri. E questa "purezza" ad altro non era dovuta che al "radicalismo" che era in lui.
Paragrafo terzo
Perché è ora di dirlo: i diritti di cui qui sto parlando sono i "diritti civili" che, fuori da un contesto strettamente democratico, come poteva essere un'ideale democrazia puritana in Inghilterra o negli Stati Uniti - oppure laica in Francia - hanno assunto una colorazione classista. L'italianizzazione socialista dei "diritti civili" non poteva fatalmente (storicamente) che volgarizzarsi. Infatti: l'estremista che insegna agli altri ad avere dei diritti, che cosa insegna? Insegna che chi serve ha gli identici diritti di chi comanda. L'estremista che insegna agli altri a lottare per ottenere i propri diritti, che cosa insegna? Insegna che bisogna usufruire degli identici diritti dei padroni. L'estremista che insegna agli altri che coloro che sono sfruttati dagli sfruttatori sono infelici, che cosa insegna? Insegna che bisogna pretendere l'identica felicità degli sfruttatori. Il risultato che in tal modo eventualmente è raggiunto è dunque una identificazione: cioè nel caso migliore una democratizzazione in senso borghese. La tragedia degli estremisti consiste così nell'aver fatto regredire una lotta che essi verbalmente definiscono rivoluzionaria marxista-leninista, in una lotta civile vecchia come la borghesia: essenziale alla stessa esistenza della borghesia. La realizzazione dei propri diritti altro non fa che promuovere chi li ottiene al grado di borghese.
Paragrafo quarto
In che senso la coscienza di classe non ha niente a che fare con la coscienza dei diritti civili marxistizzati? In che senso il Pci non ha niente a che fare con gli estremisti (anche se alle volte, per via della vecchia diplomazia burocratica, li chiama a sé: tanto, per esempio, da aver già codificato il Sessantotto sulla linea della Resistenza)? E' abbastanza semplice: mentre gli estremisti lottano per i diritti civili marxistizzati pragmaticamente, in nome, come ho detto, di una identificazione finale tra sfruttato e sfruttatore, i comunisti, invece, lottano per i diritti civili in nome di una alterità. Alterità (non semplice alternativa) che per sua stessa natura esclude ogni possibile assimilazione degli sfruttati con gli sfruttatori. La lotta di classe è stata finora anche una lotta per la prevalenza di un'altra forma di vita (per citare ancora Wittgenstein potenziale antropologo), cioè di un'altra cultura. Tanto è vero che le due classi in lotta erano anche - come dire? - razzialmente diverse. E in realtà, in sostanza, ancora lo sono. In piena età dei consumi.
Paragrafo quinto
Tutti sanno che gli "sfruttatori" quando (attraverso gli "sfruttati") producono merce, producono in realtà umanità (rapporti sociali). Gli "sfruttatori" della seconda rivoluzione industriale (chiamata altrimenti consumismo: cioè grande quantità, beni superflui, funzione edonistica) producono nuova merce: sicché producono nuova umanità (nuovi rapporti sociali). Ora, durante i due secoli circa della sua storia, la prima rivoluzione industriale ha prodotto sempre rapporti sociali modificabili. La prova? La prova è data dalla sostanziale certezza della modificabilità dei rapporti sociali in coloro che lottavano in nome dell'alterità rivoluzionaria. Essi non hanno mai opposto all'economia e alla cultura del capitalismo un'alternativa, ma, appunto, un'alterità. Alterità che avrebbe dovuto modificare radicalmente i rapporti sociali esistenti: ossia, detta antropologicamente, la cultura esistente. In fondo il "rapporto sociale" che si incarnava nel rapporto tra servo della gleba e feudatario, non era poi molto diverso da quello che si incarnava nel rapporto tra operaio e padrone dell'industria: e comunque si tratta di "rapporti sociali" che si sono dimostrati ugualmente modificabili. Ma se la seconda rivoluzione industriale - attraverso le nuove immense possibilità che si è data - producesse da ora in poi dei "rapporti sociali" immodificabili? Questa è la grande e forse tragica domanda che oggi va posta. E questo è in definitiva il senso della borghesizzazione totale che si sta verificando in tutti i paesi: definitivamente nei grandi paesi capitalistici, drammaticamente in Italia. Da questo punto di vista le prospettive del capitale appaiono rosee. I bisogni indotti dal vecchio capitalismo erano in fondo molto simili ai bisogni primari. I bisogni invece che il nuovo capitalismo può indurre sono totalmente e perfettamente inutili e artificiali. Ecco perché, attraverso essi, il nuovo capitalismo non si limiterebbe a cambiare storicamente un tipo d'uomo: ma l'umanità stessa. Va aggiunto che il consumismo può creare dei "rapporti sociali" immodificabili, sia creando, nel caso peggiore, al posto del vecchio clericofascismo un nuovo tecnofascismo (che potrebbe comunque realizzarsi solo a patto di chiamarsi antifascismo), sia, com'è ormai più probabile, creando come contesto alla propria ideologia edonistica un contesto di falsa tolleranza e di falso laicismo: di falsa realizzazione, cioè, dei diritti civili. In ambedue i casi lo spazio per una reale alterità rivoluzionaria verrebbe ristretto all'utopia o al ricordo: riducendo quindi la funzione dei partiti marxisti ad una funzione socialdemocratica, sia pure, dal punto di vista storico, completamente nuova.
Paragrafo sesto
Caro Pannella, caro Spadaccia, cari amici radicali, pazienti con tutti come santi, e quindi anche con me: l'alterità non è solo nella coscienza di classe e nella lotta rivoluzionaria marxista. L'alterità esiste anche di per sé nell'entropia capitalistica. Quivi essa gode (o per meglio dire, patisce, e spesso orribilmente patisce) la sua concretezza, la sua fattualità. Ciò che è, e l'altro che è in esso, sono due dati culturali. Tra tali due dati esiste un rapporto di prevaricazione, spesso, appunto, orribile. Trasformare il loro rapporto in un rapporto dialettico è appunto la funzione, fino a oggi, del marxismo: rapporto dialettico tra la cultura della classe dominante e la cultura della classe dominata. Tale rapporto dialettico non sarebbe dunque più possibile là dove la cultura della classe dominata fosse scomparsa, eliminata, abrogata, come dite voi. Dunque, bisogna lottare per la conservazione di tutte le forme, alterne e subalterne, di cultura. E' ciò che avete fatto voi in tutti questi anni, specialmente negli ultimi. E siete riusciti a trovare forme alterne e subalterne di cultura dappertutto: al centro della città, e negli angoli più lontani, più morti, più infrequentabili. Non avete avuto alcun rispetto umano, nessuna falsa dignità, e non siete soggiaciuti ad alcun ricatto. Non avete avuto paura né di meretrici né di pubblicani, e neanche - ed è tutto dire - di fascisti.
Paragrafo settimo
I diritti civili sono in sostanza i diritti degli altri. Ora, dire alterità è enunciare un concetto quasi illimitato. Nella vostra mitezza e nella vostra intransigenza, voi non avete fatto distinzioni. Vi siete compromessi fino in fondo per ogni alterità possibile. Ma una osservazione va fatta. C'è un'alterità che riguarda la maggioranza e un'alterità che riguarda le minoranze. Il problema che riguarda la distruzione della cultura della classe dominata, come eliminazione di una alterità dialettica e dunque minacciosa, è un problema che riguarda la maggioranza. Il problema del divorzio è un problema che riguarda la maggioranza. Il problema dell'aborto è un problema che riguarda la maggioranza. Infatti gli operai e i contadini, i mariti e le mogli, i padri e le madri costituiscono la maggioranza. A proposito della difesa generica dell'alterità, a proposito del divorzio, a proposito dell'aborto, avete ottenuto dei grandi successi. Ciò - e voi lo sapete benissimo - costituisce un grande pericolo. Per voi - e voi sapete benissimo come reagire - ma anche per tutto il paese che invece, specialmente ai livelli culturali che dovrebbero essere più alti, reagisce regolarmente male. Cosa voglio dire con questo? Attraverso l'adozione marxistizzata dei diritti civili da parte degli estremisti - di cui ho parlato nei primi paragrafi di questo mio intervento - i diritti civili sono entrati a far parte non solo della coscienza, ma anche della dinamica di tutta la classe dirigente italiana di fede progressista. Non parlo dei vostri simpatizzanti... Non parlo di coloro che avete raggiunto nei luoghi più lontani e diversi: fatto di cui siete giustamente orgogliosi. Parlo degli intellettuali socialisti, degli intellettuali comunisti, degli intellettuali cattolici di sinistra, degli intellettuali generici (...)
Paragrafo ottavo
So che sto dicendo delle cose gravissime. D'altra parte era inevitabile. Se no cosa sarei venuto a fare qui? Io vi prospetto - in un momento di giusta euforia delle sinistre - quello che per me è il maggiore e peggiore pericolo che attende specialmente noi intellettuali nel prossimo futuro. Una nuova "trahison des clercs": una nuova accettazione; una nuova adesione; un nuovo cedimento al fatto compiuto; un nuovo regime sia pure ancora soltanto come nuova cultura e nuova qualità di vita. Vi richiamo a quanto dicevo alla fine del paragrafo quinto: il consumismo può rendere immodificabili i nuovi rapporti sociali espressi dal nuovo modo di produzione "creando come contesto alla propria ideologia edonistica un contesto di falsa tolleranza e di falso laicismo: di falsa realizzazione, cioè, dei diritti civili". Ora, la massa degli intellettuali che ha mutuato da voi, attraverso una marxizzazione pragmatica di estremisti, la lotta per i diritti civili rendendola così nel proprio codice progressista, o conformismo di sinistra, altro non fa che il gioco del potere: tanto più un intellettuale progressista è fanaticamente convinto delle bontà del proprio contributo alla realizzazione dei diritti civili, tanto più, in sostanza, egli accetta la funzione socialdemocratica che il potere gli impone abrogando, attraverso la realizzazione falsificata e totalizzante dei diritti civili, ogni reale alterità. Dunque tale potere si accinge di fatto ad assumere gli intellettuali progressisti come propri chierici. Ed essi hanno già dato a tale invisibile potere una invisibile adesione intascando una invisibile tessera. Contro tutto questo voi non dovete far altro (io credo) che continuare semplicemente a essere voi stessi: il che significa essere continuamente irriconoscibili.
Dimenticare subito i grandi successi: e continuare imperterriti, ostinati, eternamente contrari, a pretendere, a volere, a identificarvi col diverso; a scandalizzare; a bestemmiare.
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