sabato 27 maggio 2017

Lenin (1915) SULLA PAROLA D'ORDINE DEGLI STATI UNITI D'EUROPA LENIN 1915

Già Lenin si poneva un secolo fa  il problema dell'impossibilità di un'Unione Europea all'interno del Capitale. Adesso che ci siamo dentro con tutti gli stivali le parole dell'articolo sono alquanto profetiche e lungimiranti.

Scritto nel 1915.
Pubblicato per la prima volta nel
 Sotsial-Demokrat, n. 44, 23 agosto 1915

Abbiamo scritto nel n. 40 del Sotsial-Demokat che la conferenza delle sezioni del nostro partito all'estero aveva deliberato di soprassedere alla questione della parola d'ordine: "Stati Uniti d'Europa", finché non se ne fosse discusso sulla stampa il lato economico.
La discussione di tale problema aveva preso, nella nostra conferenza, un carattere politico unilaterale. In parte, ciò è forse dovuto al fatto che, nel manifesto del Comitato Centrale, questa parola d'ordine era stata espressamente formulata come parola d'ordine politica ("la prossima parola d'ordine politica..." è detto nel manifesto), e non solo si preconizzavano gli Stati Uniti repubblicani d'Europa, ma si sottolineava specialmente che questa parola d'ordine è assurda e bugiarda "senza l'abbattimento rivoluzionario delle monarchie tedesca, austriaca e russa".
Opporsi, entro i limiti degli apprezzamenti politici di questa parola d'ordine, a tale impostazione della questione mettendosi, per esempio, dal punto di vista che essa offusca o indebolisce, ecc. la parola d'ordine della rivoluzione socialista, sarebbe assolutamente errato. Le trasformazioni politiche con tendenze effettivamente democratiche e ancor più le rivoluzioni politiche, non possono in nessun caso, mai, e a nessuna condizione, né offuscare né indebolire la parola d'ordine della rivoluzione socialista. Al contrario, esse avvicinano sempre più questa rivoluzione, ne allargano la base, attirano alla lotta socialista nuovi strati della piccola borghesia e delle masse semiproletarie. D'altra parte, le rivoluzioni politiche sono inevitabili durante lo sviluppo della rivoluzione socialista, la quale non deve essere considerata come un atto singolo, bensì come un periodo di tempestose scosse politiche ed economiche, della più acuta lotta di classe, di guerra civile, di rivoluzioni e di controrivoluzioni.
Ma se la parola d'ordine degli Stati Uniti repubblicani d'Europa, collegata all'abbattimento rivoluzionario delle tre monarchie europee più reazionarie, con la monarchia russa alla testa, è assolutamente inattaccabile come parola d'ordine politica, rimane pur sempre da risolvere la questione del suo contenuto e significato economico. Dal punto di vista delle condizioni economiche dell'imperialismo, ossia dell'esportazione del capitale e della spartizione del mondo da parte delle potenze coloniali "progredite" e "civili", gli Stati Uniti d'Europa in regime capitalistico sarebbero o impossibili o reazionari.

Il capitale è divenuto internazionale e monopolistico. Il mondo è diviso fra un piccolo numero di grandi potenze, vale a dire fra le potenze che sono meglio riuscite a spogliare e ad asservire su grande scala altre nazioni. Quattro grandi potenze europee: Inghilterra, Francia, Russia e Germania, con una popolazione fra i 250 e i 300 milioni d'abitanti e con una superficie di circa 7 milioni di chilometri quadrati, posseggono colonie con circa mezzo miliardo (494,5 milioni) di abitanti e una superficie di 64,6 milioni di chilometri quadrati, cioè circa la metà del globo terrestre (133 milioni di chilometri quadrati, senza le regioni polari). Aggiungete a questo i tre Stati asiatici, la Cina, la Turchia, la Persia, i quali sono ora fatti a pezzi dai briganti che conducono la guerra "liberatrice", e cioè dal Giappone, dalla Russia, dall'Inghilterra e dalla Francia. Quei tre Stati asiatici, i quali potrebbero essere definiti semicolonie (in realtà oggi sono colonie per 9/10), hanno una popolazione di 360 milioni e una superficie di 14,5 milioni di chilometri quadrati (cioè circa una volta e mezza la superficie di tutta l'Europa).
Inoltre, l'Inghilterra, la Francia e la Germania hanno investito all'estero non meno di 70 miliardi di rubli di capitale. Per ricevere un profitto "legale" da questa bella somma- un profitto di più di 3 miliardi di rubli all'anno- esistono dei comitati nazionali di milionari, chiamati governi, provvisti di eserciti e di flotte da guerra, i quali "installano" nelle colonie e semicolonie i figli ed i fratelli del "signor miliardo", in qualità di viceré, consoli, ambasciatori, funzionari di ogni sorta, preti e simili sanguisughe.
Così è organizzata, nel periodo del più alto sviluppo del capitalismo, la spoliazione di circa un miliardo di uomini da parte di un gruppetto di grandi potenze. E nessun'altra forma di organizzazione è possibile in regime capitalistico. Rinunciare alle colonie, alle "sfere di influenza", all'esportazione di capitali? Pensare questo, significherebbe mettersi al livello del pretonzolo che ogni domenica predica ai ricchi la grandezza del cristianesimo e consiglia di fare dono ai poveri...se non di qualche miliardo, almeno di qualche centinaio di rubli all'anno.
In regime capitalistico, gli Stati Uniti d'Europa equivalgono ad un accordo per la spartizione delle colonie. Ma in regime capitalistico non è possibile altra base, altro principio di spartizione che la forza. Il miliardario non può dividere con altri il "reddito nazionale" di un paese capitalista se non secondo una determinata proporzione: "secondo il capitale" (e con un supplemento, affinché il grande capitale riceva più di quel che gli spetta). Il capitalismo è la proprietà privata dei mezzi di produzione e l'anarchia della produzione. Predicare una "giusta" divisione del reddito su tale base è proudhonismo, ignoranza piccolo-borghese, filisteismo. Non si può dividere se non "secondo la forza". È la forza che cambia nel corso dello sviluppo economico. Dopo il 1871 la Germania si è rafforzata tre o quattro volte più dell'Inghilterra e della Francia, e il Giappone dieci volte più rapidamente della Russia. Per mettere a prova la forza reale di uno Stato capitalista, non c'è e non può esservi altro mezzo che la guerra. La guerra non è in contraddizione con le basi della proprietà privata, ma è il risultato diretto e inevitabile dello sviluppo di queste basi. In regime capitalistico non è possibile un ritmo uniforme dello sviluppo economico, né delle piccole aziende, né dei singoli Stati. In regime capitalistico non sono possibili altri mezzi per ristabilire di tanto in tanto l'equilibrio spezzato, al di fuori della crisi nell'industria e della guerra nella politica.
Certo, fra i capitalisti e fra le potenze sono possibili degli accordi temporanei. In tal senso sono anche possibili gli Stati Uniti d'Europa, come accordo fra i capitalisti europei... Ma a qual fine? Soltanto al fine di schiacciare tutti insieme il socialismo in Europa e per conservare tutti insieme le colonie accaparrate contro il Giappone e l'America, che sono molto lesi dall'attuale spartizione delle colonie e che, nell'ultimo cinquantennio, si sono rafforzati con rapidità incomparabilmente maggiore dell'Europa arretrata, monarchica, la quale comincia a putrefarsi per senilità. In confronto agli Stati Uniti d'America, l'Europa, nel suo insieme, rappresenta la stasi economica. Sulla base economica attuale, ossia in regime capitalistico, gli Stati Uniti d'Europa significherebbero l'organizzazione della reazione per frenare lo sviluppo più rapido dell'America. Il tempo in cui la causa della democrazia e del socialismo concerneva soltanto l'Europa, è passato senza ritorno.
Gli Stati Uniti del mondo (e non d'Europa) rappresentano la forma statale di unione e di libertà delle nazioni, che per noi è legata al socialismo, fino a che la completa vittoria del comunismo non porterà alla sparizione definitiva di qualsiasi Stato, compresi quelli democratici. La parola d'ordine degli Stati Uniti del mondo, come parola d'ordine indipendente, non sarebbe forse giusta, innanzitutto perché essa coincide con il socialismo; in secondo luogo, perché potrebbe ingenerare l'opinione errata dell'impossibilità della vittoria del socialismo in un solo paese e la concezione errata dei rapporti di tale paese con gli altri.
L'ineguaglianza dello sviluppo economico e politico è una legge assoluta del capitalismo. Ne risulta che è possibile il trionfo del socialismo all'inizio in alcuni paesi o anche in un solo paese capitalistico, preso separatamente. Il proletariato vittorioso di questo paese, espropriati i capitalisti e organizzata nel proprio paese la produzione socialista, si solleverebbe contro il resto del mondo capitalista, attirando a sé le classi oppresse degli altri paesi, spingendole ad insorgere contro i capitalisti, intervenendo, in caso di necessità, anche con la forza armata contro le classi sfruttatrici ed i loro Stati. La forma politica della società nella quale il proletariato vince abbattendo la borghesia, sarà la repubblica democratica che centralizzerà sempre più la forza del proletariato di una nazione, o di più nazioni, per la lotta contro gli Stati non ancora passati al socialismo. Impossibile è la soppressione delle classi senza la dittatura della classe oppressa, del proletariato. Impossibile la libera unione delle nazioni nel socialismo senza una lotta ostinata, più o meno lunga, fra repubbliche socialiste e Stati arretrati.
Ecco in forza di quali considerazioni, che sono il risultato di ripetuti esami della questione nella conferenza delle sezioni all'estero del POSDR e dopo la conferenza, la redazione dell'Organo centrale e giunta alla conclusione che la parola d'ordine degli Stati Uniti d'Europa è sbagliata.

venerdì 26 maggio 2017

DA CITTA' D'ARTE A DISNEYTOWN

il manifesto – 27 Agosto 2003

Per fatturato, indotto, occupazione (e inquinamento) il turismo è diventato la maggiore industria del mondo. Per molte città è ormai la sola fonte di reddito. Ma le città che vivono di solo turismo ne muoiono anche.
La città deserta è traversata solo da frotte di turisti accaldati, assorti nel loro stremante dovere. Le serrande sono chiuse. I senza tetto occupano le strade dormendovi anche di giorno. Aleggia un senso di abbandono, come se un pifferaio di Hamelin avesse portato con sé tutti i residenti. Così ci si mostra infine la città turistica nella sua estrema verità: un guscio vuoto, un fondale di teatro. Come la pubblicità, il turismo ci è tanto familiare da divenire impensato, da non porci più domande. Pochi sanno che il turismo è ormai la più importante industria di questo nuovo secolo. Secondo l’Organizzazione del commercio mondiale (Wto), nel 2002 gli introiti del solo turismo internazionale ammontavano per tutto il mondo a 714 miliardi di euro. E il turismo internazionale è ovunque minoritario rispetto al turismo locale: nel 2000 a New York sono arrivati 6,8 milioni di visitatori esteri e ben 29,4 milioni di statunitensi. La Francia incassa dal turismo domestico il quadruplo rispetto al turismo estero: e la Francia è il paese più visitato al mondo dagli stranieri: nel 2002 i visitatori esteri sono stati 76,7 milioni, contro i 51,7 milioni in Spagna, 45,4 negli Usa, 39,5 in Italia, 36,8 in Cina, ma quanto a introiti esteri, sono primi gli Usa che nel 2001 avevano incassato 11,3 miliardi di euro, seguiti da Spagna – 36,7 miliardi, Francia – 33,5, Italia – 29,0, e Cina – 19,9).
Si può quindi valutare almeno a 3.000 miliardi di euro il fatturato diretto dell’industria turistica mondiale: una cifra vicina al Prodotto interno lordo (Pil) della Germania unificata! E già oggi a New York il turismo genera più ricavi e occupa più personale di Wall street e del distretto finanziario. Ma in realtà al fatturato diretto, bisogna aggiungere tutto l’a-monte e l’a-valle del turismo. C’è la quasi totalità dell’industria alberghiera e della ristorazione. L’industria aeronautica (e aeroportuale) lavora quasi esclusivamente per il turismo, come anche la cantieristica navale da crociera e da diporto. Il turismo alimenta poi una bella fetta di industria automobilistica, edilizia (residenze secondarie, alberghi, villaggi turistici) e costruzione stradale e autostradale (quindi, via, via, di cementifici, di siderurgia e industria metallurgica). Vi è poi l’industria dei souvenir, delle cartoline, delle guide turistiche e carte geografiche… Sarebbe interessante tracciare la matrice di Leontieff per il turismo.
Ecco perché oggi il turismo è la prima e più importante industria mondiale, a sua volta suddivisa in settori: turismo congressuale (quello delle conventions), turismo medico, turismo senile … Ma nulla può rendere l’idea delle dimensioni del fenomeno quanto il semplice numero di viaggiatori stranieri: l’anno scorso i visitatori esteri sono stati 714,6 milioni, una marea umana mostruosa, un’orda di cavallette che tutto distrugge al suo passaggio, un’orda di cui a ognuno di noi tocca far parte. Perché il turismo è anche l’industria più inquinante (oggi si parla sempre più spesso di un «turismo sostenibile», altrettanto ossimorico dello «sviluppo sostenibile»). Il turismo ci mostra quanto assurda è la contrapposizione tra moderno e post-moderno, perché, in quanto «superfluo», rientra di diritto nel post-moderno, ma la sua materialità di acciaio, auto, aerei, navi, cementifici, lo situa tutto dentro la pesantezza industriale del moderno.
Il turismo è perciò la prima fonte di sussistenza per una porzione crescente dell’umanità (in Italia, con l’indotto rappresenta il 12% del Pil e, con più di due milioni di addetti, il 9,4% dell’occupazione) ed è diventato la prima fonte di ricchezza per numerose città. Per alcune, come le nostre «città d’arte», è ormai la sola fonte di reddito. Ma il turismo può uccidere una città perché la rende monofunzionale, puro tourist district. John Urry ha scritto un libro, The Tourist Gaze, sullo «sguardo turista», su come cambia il nostro modo di percepire la realtà (e quindi cambia la realtà che produciamo) se la guardiamo, come sempre più spesso accade, da turisti. Ma noi italiani lo sappiamo benissimo, lo «sguardo turista» agisce anche all’inverso, su chi di questo sguardo è oggetto, non solo su chi lo lancia: fa sì che i cittadini delle città d’arte vivano sempre sotto lo sguardo turista, vivano sempre sotto sorveglianza di uno sguardo letteralmente «fuori posto». Come andare in bagno la notte quando la casa è piena di ospiti indesiderati, scavalcando corpi sconosciuti in salotto.
Ho molto frequentato il Quartier latin di Parigi per tutti i primi anni ’70 del secolo scorso: era animato, vivo, nonchalant. 30 anni dopo, è un quartiere morto, un’area disastrata dominata da squallore a buon mercato. Il Quartier Latin è un buon esempio di come il turismo può uccidere. Ed è interessante la tecnica dell’assassinio: il quartiere viene trasformato per corrispondere sempre più all’immagine che per esempio un americano si fa di Parigi. Il bistrot diventa la caricatura del bistrot. E tutto il quartiere è come svuotato dall’interno, ogni manifestazione di vita locale sostituita a poco a poco dal falso cinese, dal falso greco, dalla paninoteca e dal gelataio. Nello stesso modo, Trastevere è la caricatura del romanaccio. È un processo che avviene in tutte le città del mondo sotto i nostri occhi, senza che ce ne accorgiamo. La città di Québec è proprio come una fiaba di fate può immaginare una cupa fortezza sul fiume San Lorenzo. New Orleans corrisponde ormai all’immagine di New Orleans. Sono tornato dopo trent’anni a San Gimignano: dentro le mura non c’è più un macellaio, un verduraio, un panettiere vero; d’altronde in centro, chiusi bar, ristoranti e negozi di souvenir, non resta più a dormire nessun sangimignanese: abitano tutti nei moderni condomini fuori mura, vicino ai centri commerciali: dentro le mura, tutto è diventato un unico set cinematografico di film medievale, in costume, con tutti i prodotti di un’«invenzione della tradizione» a uso turistico.
Il modello europeo di questo processo è il castello di Neuschwanstein costruito a strapiombo su un laghetto alpino dal re Ludwig II di Baviera e finito nel 1886, tipico castello da favola, falso medievale, con pinnacoli, torrioni. Il modello americano è Disneyland, dove tutto è più vero del vero, il castello è più medievale del medioevo, l’accampamento indiano più Apache degli Apaches. Da questo punto di vista, Venezia è una Disneyland già pronta, a mono-uso turistico, con giro in gondola e cantate napoletane, e naturalmente città che muore.
Il turismo sta diventando la sola industria locale per molte città, che così diventano company towns, come Essen era la città dei Krupp, Clermont-Ferrand quella della Michelin, Torino era la città della Fiat e Detroit quella della General motors. C’è una soglia che separa una città turistica da una città che vive anche di turismo. Fino a che l’afflusso di visitatori non supera questa soglia, i turisti usufruiscono di servizi e prestazioni pensati per i residenti. Per esempio mangiano in ristoranti che cucinano per i locali. Oltre questa soglia invece, i residenti sono costretti a usufruire dei servizi pensati per i turisti. Questo è chiaro nei ristoranti. Trent’anni fa era praticamente impossibile mangiare male a Roma e Firenze. Oggi è difficilissimo mangiare bene. Perché un ristoratore dovrebbe dannarsi per cucinare con cura per un cliente che non tornerà mai più? E se anche il cuoco fosse dotato delle migliori intenzioni, assisterebbe alla richiesta di ketch-up sui funghi porcini alla griglia, di parmigiano sugli spaghetti ai frutti di mare. Oltre la soglia in cui una città diventa turistica, i residenti sono costretti a entrare in clandestinità, a comunicarsi sottovoce gli ultimi indirizzi accettabili («ma non farlo sapere ai turisti!»).
Il turismo non solo fa vivere le nostre città e i nostri centri storici, ma – diventando la loro unica fonte di reddito – la fa morire, perché le nostre città stanno diventando tutte immense Disneytown: paninoteche e boutiques di lusso, pizze a taglio e ristoranti tre stelle Michelin, isole pedonali, e poi tanti dormitori eleganti per ceti medi. Già oggi nel Nordeuropa le isole pedonali si assomigliano tutte (sono un altro dei «non luoghi» di Marc Augé) e i centri vengono trasformati in entertainement districts, dove però non si diverte nessuno.
Il turismo distrugge non solo le città ma le relazioni sociali. Era già avvenuto con la ferrovia: i saint-simonisti pensavano che i viaggi in treno avrebbero avvicinato l’umanità e, facendo conoscere l’un l’altro i vari popoli, avrebbero fatto scomparire le guerre. In realtà i binari permisero alle tradotte di trasportare truppe e munizioni. Così la relazione tra indigeno e turista è la peggiore, la più inumana mai stata instaurata. La sola dote che il turismo incoraggia nell’indigeno è l’avidità, la brama di guadagno rapido. E il turista, nella migliore delle ipotesi visita con cura non tanto un paese quanto la guida Lonely Planet o il Guide Bleu di quel paese; nella peggiore non conosce nulla né vuole conoscere nulla, comunque non è interessato agli umani ma solo all’«umanità morta» (come si parla di «lavoro morto» per il capitale), cioè monumenti e musei. L’apoteosi di questa prospettiva la visita della città in pullman con l’aria condizionata, in cui non giunge un odore, non penetra un rumore, e tutta la percezione si riduce alla vista. Il turismo disgrega le relazioni sociali tra i residenti e, per definizione, riduce ad entertainement quelle tra autoctoni e visitatori.
Qualunque attività locale viene distrutta dal turismo: basta ricordare la costa settentrionale di Creta come era negli anni `60, con la sua agricoltura, il suo allevamento, la sua pesca, la sua povertà, e come è invece oggi, un’immensa periferia di casermoni in riva al mare. Lo stesso avviene in intere zone della Toscana, dove non c’è più una cascina in cui venga esercitata un’attività agricola, coltura, bestiame, ma sono tutte diventate residenze secondarie: casolari ben tenuti, rifatti con le travi del soffitto a vista, con le mura esterne a cui è stato tolto lo stucco per mostrare la viva pietra, con l’orto rimpiazzato dal giardino. Solo che questi casali sono vuoti, morti, per undici mesi l’anno e la campagna toscana (come anche tutta la Provenza) è diventata un immenso residence, ripulito, ridipinto, restaurato, con vasetti di geranio ai davanzali, dove ormai villeggiano solo pasciuti, danarosi inglesi e tedeschi: non a caso si chiama Chiantishire.
Ma la mono-industria è sempre pericolosa per una città: la General Motors fece ricca Detroit, ma poi se ne andò e la Motown è oggi un abominio di desolazione, un deserto umano. Già oggi Venezia è una città morta: basta camminare tra le case in una notte di novembre, senza nemmeno una finestra illuminata, per rii e rii. Firenze è già molto avanti su questa china. Roma e Parigi si avviano per la stessa via. Quando la moda sarà cambiata e le orde sceglieranno altre destinazioni, lasceranno dietro di sé solo cartacce, bottiglie rotte, lattine e rifiuti come dopo un concerto di piazza. Ecco perché la città agostana è profetica. Vedo passare un orda di turisti grassi, sudati, in orribili pantaloncini corti e sandali coi calzini. Dall’altro lato della strada vuota un senzatetto defeca tranquillo, in pieno giorno, in pieno marciapiede.

MARCO D'ERAMO:Laurea in Fisica e Sociologia all'EHSS con il sociologo Pierre Bourdieu di Parigi storica firma culturale del Manifesto





Il Venezuela dall’interno: sette chiavi di lettura per comprendere la crisi attuale


La situazione attuale che vive il Venezuela, come noto, è gravissima. Ma i termini della sua gravità non sono forse altrettanto noti, almeno rispetto a quello che propone la narrazione mainstream e alla confusione che regna a sinistra sui posizionamenti da prendere in proposito. Crediamo – e per questo lo abbiamo tradotto – che in questo testo del sociologo venezuelano Emiliano Terán Mantovani si possano trovare degli spunti per un’analisi più articolata, che sappia dare il giusto peso alle questioni realmente in campo, che sappia mettere in luce le differenze esistenti tra la sinistra di governo e la destra di opposizione nel Paese, ma che abbia ben chiaro che compito della sinistra e dell’internazionalismo non è difendere o no a prescindere un governo, ma stare sempre, inequivocabilmente, a fianco de los de abajo.
Non crediamo che questo articolo dia delle soluzioni politiche (come potrebbe?) alla crisi venezuelana e delle parole definitive sullo scontro in atto, ma sicuramente propone delle ottime chiavi interpretative. Uscito su alainet.org e ripreso dal giornale messicano Desinformemonos alla fine di aprile, non può dare conto di tutti gli eventi recenti in continua e rapida evoluzione. Primo tra tutti, la decisione del presidente Maduro di indire le elezioni per un’assemblea costituente, che dia rappresentatività non tanto alla “cittadinanza” indefinita come da matrice liberale, ma ai collettivi organizzati, ai sindacati, alle cooperative e alle associazioni di categoria. Mossa che era da tempo nel programma della Rivoluzione Bolivariana, ma che è stata a lungo subordinata alla pratica del governo dall’alto, alle logiche della rendita petrolifera, alle istanze della nuova élite burocratica e all’alleanza con l’esercito. Mossa disperata, forse poco credibile, e che arriva in un momento in cui il chavismo ha perso buona parte del suo consenso sociale, ma a cui bisogna dare atto di marcare una discontinuità nella strategia di resistenza di Maduro.
Non c’è dubbio però che un’iniziativa di questo genere potrà imprimere una soluzione positiva allo scontro in atto solo se accompagnata dalla crescita di un movimento popolare autonomo, tanto dal governo, come dalle manipolazioni dell’opposizione. Buona lettura. [Perez Gallo e Simone Scaffidi]

Il Venezuela dall’interno: sette chiavi di lettura per comprendere la crisi attuale
di Emiliano Terán Mantovani
Caracas, aprile 2017
Non è possibile comprendere l’attuale crisi in Venezuela senza analizzare nel loro insieme le cause che si sviluppano “dall’interno”, e che non vengono spiegate nel complesso dai principali mezzi di comunicazione. Abbiamo individuato sette chiavi di lettura della crisi attuale che mostrano come non sia possibile comprendere quello che sta accadendo in Venezuela senza prendere in considerazione l’intervento straniero e che il concetto di “dittatura” non spiega né il caso venezuelano, né può considerarsi una specificità regionale di questo paese. Constatiamo a sua volta che il contratto sociale, le istituzioni e i principi dell’economia formale si stanno disfacendo, e che il futuro e le linee politiche nel contesto attuale si stanno definendo attraverso la via della forza e una buona dose di meccanismi informali, eccezionali e sotterranei. Sosteniamo che l’orizzonte condiviso dei due blocchi dei partiti che rappresentano il potere è neoliberale, che siamo di fronte a una crisi storica del capitalismo venezuelano della rendita e che le comunità, le organizzazioni popolari e i movimenti sociali si trovano di fronte a un progressivo annullamento del tessuto sociale.
L’immagine del Venezuela dipinta dai grandi mezzi di comunicazione internazionali di tutto il mondo è senza dubbio un’immagine che esula dall’ordinario. Non ci sono dubbi che ci sia troppa confusione a riguardo, troppo manicheismo, troppi slogan, troppe manipolazioni e omissioni.
Ma al di là delle versioni instupidite della neolingua mediatica che interpreta tutto quello che sta succedendo nel Paese come “crisi umanitaria”, “dittatura” o “prigionieri politici”, e della narrativa eroica del Venezuela del “socialismo” e della “rivoluzione” che interpreta tutto quello che sta succedendo nel Paese come “guerra economica” o “attacco dell’imperialismo”, ci sono molte tematiche, soggetti e processi resi invisibili, che agiscono più in profondità e che costituiscono l’essenza dello scenario politico nazionale. Non è possibile comprendere la crisi attuale in Venezuela senza analizzare nel loro insieme le cause che si sviluppano “dall’interno”.
Il criterio di azione e interpretazione fondato sulla logica “amico-nemico” risponde più a una disputa tra le élite dei partiti politici e dei gruppi economici che agli interessi fondamentali delle classi lavoratrici e alla difesa dei beni comuni. È necessario scommettere su sguardi complessi che analizzino il processo di crisi e il conflitto nazionale, e che contribuiscano a tracciare le coordinate per affrontare e immergersi nella congiuntura attuale.
Presentiamo di seguito sette chiavi di lettura per comprendere tale contesto, analizzando non solo la disputa tra governo e opposizione, ma anche i processi che si stanno sviluppando nelle istituzioni politiche, nel tessuto sociale, nelle trame economiche, tenendo in considerazione le complessità del neoliberismo e dei regimi di governo nel Paese.


I. Non è possibile comprendere quello che succede in Venezuela senza prendere in considerazione l’intervento straniero
Il ricco e ampio insieme di ciò che chiamiamo “risorse naturali” del Paese; la posizione geo-strategica; l’iniziale sfida alle politiche del Consenso di Washington; l’influenza in merito all’integrazione regionale dei Paesi latinoamericani; così come le alleanze con la Cina, la Russia o l’Iran; attribuiscono al Venezuela una notevole importanza in termini geopolitici. Tuttavia, ci sono settori intellettuali e dell’informazione che cercano continuamente di nascondere le fluide dinamiche internazionali che incidono e determinano il divenire politico del Paese, tra le quali si distinguono la costante azione d’intervento del Governo e i diversi poteri de facto degli Stati Uniti.
A questo proposito tali settori s’incaricano dunque di ridicolizzare la critica all’imperialismo e presentano il Governo Nazionale come l’unico attore di potere in gioco in Venezuela, e per questo unico apparato al quale rivolgere qualsiasi interpellanza politica.
Nondimeno, dall’instaurazione della Rivoluzione Bolivariana è cresciuta l’intensità dell’interventismo statunitense in Venezuela, che si è rafforzato ed è divenuto più aggressivo all’indomani della morte del presidente Chávez (2013), del declino del ciclo progressista e della restaurazione conservatrice in America Latina. Vale la pena ricordare l’Ordine Esecutivo firmato da Barack Obama nel marzo del 2015 nel quale si dichiarava che il Venezuela veniva considerato una minaccia inconsueta e straordinaria per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti – “an unusual and extraordinary threat to the national security and foreign policy of the United States”[1]. Sappiamo già cosa è accaduto ai paesi che sono stati catalogati in questa maniera dalla potenza del nord.
Attualmente, oltre alle dichiarazioni minacciose del capo del Comando Sud degli Stati Uniti, l’ammiraglio Kurt W. Tidd (6 aprile 2017), che ha affermato che la “crisi umanitaria” in Venezuela potrebbe obbligare a portare avanti una risposta regionale – “The growing humanitarian crisis in Venezuela could eventually compel a regional response’[2] –, e di fronte all’evidenza dell’aggressività della politica estera di Donal Trump con il recente bombardamento della Siria, il Segretario Generale della Organizzazione degli Stati Americani (OEA), Luis Almargo, ha manifestato, insieme ad altri paesi della regione, la volontà di applicare la Carta Democratica per avviare un processo di “ritorno alla democrazia” nel Paese.
Gli ideologi e gli operatori mediatici della restaurazione conservatrice nella regione si mostrano molto preoccupati per la situazione relativa ai Diritti Umani in Venezuela, però nelle loro analisi non riescono a spiegare perché, stranamente, non si stia facendo nessuno sforzo sovranazionale dello stesso tipo per contrastare la spaventosa crisi dei Diritti Umani in paesi come il Messico e la Colombia. A questo proposito, sembra che l’indignazione morale sia relativa e che preferiscano stare in silenzio.
Sia dunque per ragioni di premeditazione politica o di ingenuità analitica, questi settori spoliticizzano il ruolo degli organismi sovranazionali ignorando le relazioni di potere geopolitiche che li costituiscono e che sono parte della loro propria natura. Da una parte si assiste a una lettura paranoica di tutte le operazioni promosse da questi organismi globali, dall’altra, molto diversa, c’è un’interpretazione meramente procedurale della loro azione, che ignora i meccanismi di dominazione internazionale, nonché il controllo dei mercati e delle risorse naturali regolate attraverso tali istituzioni di governance globale e regionale.
C’è ancora una cosa importante da aggiungere. Se parliamo di interventismo, non possiamo solo parlare degli Stati Uniti. In Venezuela sono presenti crescenti forme di interventismo cinese per quanto riguarda la politica e le misure economiche che si sono andate prendendo, ciò porta a una perdita di sovranità, a un incremento della dipendenza nei confronti della potenza asiatica e a processi di flessibilizzazione economica.
Una parte della sinistra ha preferito stare in silenzio di fronte a queste dinamiche, visto che sembra che l’unico intervento che valga la pena segnalare è quello statunitense. Entrambe le vie di ingerenza straniera però si stanno sviluppando per favorire l’accumulazione capitalista transnazionale e l’appropriazione di “risorse naturali”, e non hanno nulla a che vedere con le rivendicazioni popolari.

II. Il concetto di “dittatura” non spiega il caso venezuelano
Praticamente dall’inizio della Rivoluzione Bolivariana si è accusato il Venezuela di essere una “dittatura”. Questo concetto continua a essere oggetto di ampio dibattito nella teoria politica, in relazione al fatto che, soprattutto in quest’epoca globalizzata, è stato messo in discussione dalle trasformazioni e dalla complessità raggiunta dai regimi e dagli esercizi di potere contemporanei. Per questa ragione la sua definizione è ricca di omissioni e imprecisioni.
La dittatura normalmente è associata a regimi politici o forme di governo nei quali tutto il potere è concentrato, senza limitazioni, in una sola persona o in un suo gruppo di riferimento; c’è un assenza nella divisione dei poteri; un’assenza di libertà individuali, di libertà nei partiti, di libertà d’espressione; e inoltre in più occasioni il concetto è stato definito in maniera confusa come “il contrario della democrazia”.
Il termine “dittatura” in Venezuela è stato inoltre utilizzato e massificato nel gergo mediatico in maniera abbastanza superficiale, viscerale e in una forma moralizzate, definendolo praticamente come una sorta di specificità venezuelana, e distinguendo così gli altri paesi della regione, dove in teoria sarebbero presenti regimi “democratici”.
La questione è che in questo momento difficilmente possiamo affermare che in Venezuela tutto il potere sia concentrato senza limitazioni nelle mani di una sola persona o di un gruppo ad essa legata, e questo perché nel Paese agisce sì una mappa di attori, certo molto gerarchizzata, e anche frammentata e volatile – soprattutto dopo la morte del presidente Chávez –, ma continuano a esistere differenti blocchi di potere che possono allearsi o stare l’uno contro l’altro e che contribuiscono a far vacillare la dicotomia governo-opposizione.
Nonostante esista un governo con una componente militare importante, con crescenti espressioni di autoritarismo e con una considerevole capacità di centralizzazione, lo scenario risulta decisamente movimentato. Non c’è una dominazione totale dall’alto verso il basso e tra i gruppi di potere in disputa c’è un certo equilibrio. Detto ciò, il conflitto potrebbe andare fuori controllo, rendendo ancora più caotica la situazione.
Il fatto che l’opposizione venezuelana controlli la Assemblea Nazionale, guadagnata con forza attraverso la via elettorale, dimostra inoltre che prima di una mera assenza della divisione dei poteri, siamo di fronte a una disputa tra loro, che fino ad ora è stata favorevole alla combinazione Esecutivo-Giudiziario.
Prima poi di parlare di un regime politico omogeneo, bisogna considerare la presenza di una vasta rete di forze in conflitto. La metastasi della corruzione contribuisce a decentralizzare ancora di più l’esercizio del potere, o meglio, rende ancora più complicato da parte del potere costituito centralizzare il potere.
Ciò che invece ha a che vedere con l’antico concetto romano di dittatura è che in questo contesto il Governo nazionale sta governando per mezzo di decreti e misure speciali all’insegna di un dichiarato “stato di eccezione”, ufficializzato all’inizio del 2016. In nome della lotta contro la guerra economica, l’incremento della delinquenza, del paramilitarismo e l’avanzata sovversiva dell’opposizione, numerose mediazioni istituzionali e processi democratici sono stati messi da parte. Si distaccano per la loro gravità le politiche securitarie come la Operación de Liberación del Pueblo (OLP), ovvero interventi che prevedono l’impiego diretto dei corpi di sicurezza dello Stato in differenti territori del Paese (nelle zone rurali, urbane e nei quartieri periferici) per “combattere la malavita”, e che normalmente commettono un considerevole e irritante numero di omicidi; il blocco del referendum per la revoca presidenziale; la sospensione delle elezioni governative del 2016 senza tuttavia aver chiarito quando si realizzeranno in futuro; l’aumento della repressione e degli eccessi della polizia di fronte al malcontento sociale prodotto dalla situazione del Paese; e l’incremento dei processi di militarizzazione, in particolare nelle zone di frontiera e nelle aree dichiarate “risorse naturali strategiche”.
Questa è la mappa politica che, insieme alle diverse forme di intervento straniero, configura lo scenario della guerra a bassa intensità che attraversa praticamente ogni ambito della vita quotidiana dei venezuelani. Ed è questo il contesto nel quale le libertà individuali, l’opposizione e la pluralità dei partiti, la convocazione e la realizzazione di manifestazioni, e le espressioni di dissenso e critica attraverso i media, prendono forma in quella che chiamiamo democrazia in Venezuela.
Disculpe, solo tres paquete de papel por persona
III. In Venezuela il contratto sociale, le istituzioni e i principi dell’economia formale si stanno disfacendo
Se c’è qualcosa che potrebbe considerarsi una specificità del caso venezuelano è che il contesto socio-politico attuale è lacerato, profondamente corrotto e decisamente confuso. Abbiamo sostenuto che nel Paese siamo di fronte a una delle crisi istituzionali più dure di tutta l’America Latina [3], riferendoci così all’insieme delle istituzioni giuridiche, sociali, economiche e politiche che tra le altre contribuiscono a definire la Repubblica venezuelana.
La crisi storica del modello di accumulazione della rendita del petrolio, le metastasi della corruzione nel Paese, le aspre vulnerabilità del tessuto sociale a partire dal “periodo neoliberale” e in particolare dal 2013, e la intensità degli attacchi e degli scontri politici, hanno fatto cadere nel loro insieme le istanze delle istituzioni formali di tutti gli ambiti della società, canalizzando buona parte delle dinamiche sociali sulla via di meccanismi informali, sotterranei e illegali.
In ambito economico, la corruzione si è trasformata in un meccanismo trasversale, motore della distribuzione della rendita del petrolio, concentrando enormi somme di denaro e mettendole a disposizione della discrezionalità di pochi, e svuotando così le basi dell’economia formale della rendita. Questo è accaduto in maniera determinante con PDVSA[4], la principale industria del Paese, così come con fondi strategici come il Fondo Cinese-Venezuelano e con numerose imprese nazionalizzate.
Il collasso dell’economia formale ha fatto sì che in pratica l’informalità diventasse uno dei motori di tutta l’economia nazionale. Le fonti di opportunità sociale, sia in termini di ascensione sociale che di possibilità di maggiori introiti, si trovano spesso attraverso quello che viene chiamato il “bachaqueo” dei prodotti alimentari (il commercio illegale, ad altissimo prezzo, diretto al mercato nero) [5] o attraverso altre forme di commercio nei differenti mercati paralleli: di denaro, di medicine, di benzina, ecc.
In ambito politico-giuridico, lo stato di diritto non è riconosciuto e rispettato dai principali attori politici, che non solo si disconoscono mutuamente ma ricorrono ad azioni politiche estreme, disposti a tutto per vincere l’uno sull’altro. Il Governo nazionale affronta quella che considera le “forze nemiche” con misure d’eccezione e sensazionalismo, mentre i gruppi più reazionari dell’opposizione effettuano violente azioni di vandalismo, scontro e assalto ccontro le infrastrutture. In questo scenario lo stato di diritto è venuto meno in maniera considerevole, rendendo più vulnerabile la popolazione venezuelana.
Ogni giorno che passa regna una maggiore impunità, che si è diffusa a tutti i settori della popolazione. Ciò fa sì che la corruzione attecchisca ancor di più, sembrando inarrestabile, e che la popolazione come conseguenza non si aspetti più nulla dal sistema di giustizia e tenda sempre più a esercitare giustizia con le proprie mani.
Il collasso del contatto sociale fa crescere nella popolazione tendenze del tipo “si salvi chi può”. C’è poi da considerare che la frammentazione del potere ha contribuito al generarsi, al crescere e al potenziarsi di diversi poteri territoriali, come ad esempio i “sindicatos mineros”, che controllano con le armi le miniere d’oro dello Stato di Bolívar, o come le bande criminali che dominano intere aree di Caracas come El Cementerio o La Cota 905[6].
Il contesto descritto dimostra, niente più e niente meno, che il futuro e le definizioni politiche dell’attuale situazione del Paese stanno definendosi in grande misura attraverso la via della forza.
IV. La crisi di lungo periodo del capitalismo venezuelano della rendita (1983-2017)
Il drastico calo dei prezzi internazionali del greggio è stato determinante nello sviluppo della crisi venezuelana, ma non è l’unico fattore che spiega tale processo. Dagli anni ’80 ci sono stati crescenti sintomi di affaticamento del modello di accumulazione basato sull’estrattivismo petrolifero e sulla distribuzione della rendita che questo estrattivismo genera. La fase attuale di caos dell’economia nazionale (dal 2013 ad oggi) è anche il prodotto del contesto economico degli ultimi 30 anni nel Paese. Perché?
Varie ragioni lo spiegano. Circa il 60% del petrolio venezuelano è pesante o extra-pesante. Si tratta del tipo di greggio economicamente più costoso e che richiede il maggior uso di energia e l’utilizzo di lavorazioni addizionali per poter essere commercializzabile. La redditività del principale business del Paese dunque è in costante calo rispetto al passato, quando prevalevano tipi di petrolio più convenzionali. Tutto ciò avviene mentre allo stesso tempo il modello esige sempre più guadagni legati alla rendita e una quantità sempre maggiore di investimenti sociali, non solo per venire incontro alle esigenze crescenti di una popolazione che continua ad aumentare.
La iper-concentrazione della popolazione nelle città (più del 90%) favorisce l’uso della rendita orientato fondamentalmente al consumo (di beni importati) e molto poco alla produzione. Le epoche di prosperità promuovono il rafforzamento del settore estrattivo (primario) – si tratta degli effetti di quella che viene chiamata la “Malattia Olandese” – e ciò a sua volta rende ulteriormente vulnerabili i già deboli settori produttivi. Così che, quando l’epoca d’oro finisce (come avvenne a fine anni ’70 e recentemente dal 2014), l’economia si ritrova ancora più dipendente e più debole di fronte a una nuova crisi.
Anche la corruzione socio-politica del sistema rende possibili fughe e decentralizzazioni fraudolente della rendita, il che impedisce lo sviluppo di politiche coerenti di redistribuzione per attenuare la crisi.
Infine, anche la crescente volatilità dei prezzi internazionali del greggio, così come i cambiamenti negli equilibri di potere globali intorno al petrolio (come la progressiva perdita di influenza della OPEC), hanno importanti conseguenze sull’economia nazionale.
Mentre si susseguono tutte queste oscillazioni economiche nel Paese, le risorse ecologiche continuano a erodersi ed esaurirsi, il che minaccia i mezzi di sussistenza di milioni di venezuelani per il presente e per il futuro.
L’attuale soluzione che porta avanti il governo nazionale è stata incrementare notevolmente l’indebitamento esterno, distribuire la rendita in maniera più regressiva per la popolazione, espandere l’estrattivismo e favorire il capitale transnazionale.
Insomma, qualunque sia l’élite che governerà nei prossimi anni, dovrà affrontare, che lo voglia o no, i limiti storici a cui ha portato il vecchio modello di rendita petrolifera. Non basterà solo sperare in un colpo di fortuna affinché i prezzi del petrolio crescano. Stanno arrivando cambiamenti decisivi e si dovrà essere pronti ad affrontarli.
PDVSA es de todos…!
V. Socialismo? In Venezuela si sta portando avanti un processo di progressivo aggiustamento strutturale e flessibilizzazione economica
Nel Paese si sta sviluppando un processo di aggiustamento strutturale e settorializzato dell’economia, flessibilizzando le regolazioni e le restrizioni al capitale che erano state imposte in precedenza, e smantellando poco alla volta gli avanzamenti sociali raggiunti negli anni scorsi dalla Rivoluzione Bolivariana. Questi cambiamenti vengono nascosti dietro le parole Socialismo e Rivoluzione, sebbene rappresentino politiche ogni volta più osteggiate dalla popolazione.
In particolare parliamo di politiche come la creazione delle Zone Economiche Speciali, che rappresentano liberalizzazioni integrali di parte del territorio nazionale, uno strumento che consegna la sovranità ai capitali stranieri che in questo modo otterranno l’amministrazione praticamente senza limiti di queste regioni. Si tratta di una delle misure neoliberali già presenti nell’Agenda Venezuelana realizzata negli anni ’90 dal governo di Rafael Caldera e dettata dal Fondo Monetario Internazionale.
Allo stesso tempo, si portano avanti poco a poco politiche come la flessibilizzazione della Fascia Petrolifera dell’Orinoco, decisa con le corporazioni straniere; la liberalizzazione dei prezzi di alcuni prodotti di prima necessità; la crescente emissione di titoli di Stato; la svalutazione della moneta, che crea un tipo di cambio fluttuante (Simadi); l’accettazione che alcune transazioni commerciali si facciano direttamente in dollari, per esempio nel settore turistico; o il fedele pagamento del debito pubblico e dei relativi interessi, la qual cosa implica necessariamente un taglio alle importazioni con conseguenze problematiche in termini di scarsità di beni di prima necessità.
Allo stesso tempo vengono portate avanti un aumento e una flessibilizzazione dell’estrattivismo verso nuove frontiere, tra cui emerge per importanza la mega-opera dell’Arco Minerario dell’Orinoco, un progetto senza precedenti per grandezza che ha come obiettivo installare mega-miniere in un territorio di 111.800 km2 di estensione, minacciando fonti di vita indispensabili per i venezuelani, in particolare per i popoli indigeni. Questi progetti porteranno tra le altre cose a vincolare il Paese per moltissimo tempo ancora agli schemi di dipendenza che produce l’estrattivismo[7].
Tali riforme, va detto, si combinano con il mantenimento di alcune politiche di assistenza sociale, con i continui aumenti dei salari nominali, con alcune concessioni alle richieste delle organizzazioni popolari e con l’uso di una narrativa rivoluzionaria e antimperialista. Il che, ovviamente, ha come principale obiettivo il mantenimento del residuo appoggio elettorale.
Siamo in presenza di quello che definiamo “neoliberalismo mutante”, nella misura in cui si combinano con meccanismi di intervento statale e di assistenza sociale diverse forme di mercantilizzazione, finanziarizzazione e deregolamentazione.
Parte della sinistra si è particolarmente battuta per evitare l’arrivo al potere di governi conservatori e per sottrarsi in questo modo a un “ritorno al neoliberalismo”. Dimenticandosi però di menzionare il fatto che anche i governi progressisti hanno portato avanti misure selettive, variabili e ibride di tipo neoliberale, con gravi conseguenze per il popolo e per l’ambiente[8].
VI. L’alternativa? Il progetto dei partiti della “Mesa de la Unidad Democrática” (MUD) è neoliberista
La coalizione di destra MUD (Mesa de la Unidad Democrática) è il blocco predominante dell’opposizione partitica al governo nazionale, sebbene sia recentemente nata e cresciuta un’opposizione di sinistra, che probabilmente continuerà a crescere. Questa sinistra critica, o per lo meno la più coerente, non si identifica con la MUD e di conseguenza non agisce politicamente al suo fianco.
La MUD non è un blocco omogeneo, esistono settori che vanno da influenti gruppi radicali di estrema destra – che potremmo chiamare “uribisti” (in quanto vicini all’ex presidente colombiano Álvaro Uribe Vélez, ndt) – fino ad alcuni settori di conservatorismo moderato e di liberalismo elitista con tendenze redistributive. Questi gruppi hanno tra loro una relazione conflittuale che a volte sfocia in scontri e arroganze reciproche.
Nonostante le loro differenze, tuttavia, i diversi gruppi della MUD sono uniti da almeno tre fattori fondamentali: la matrice ideologica, le basi del programma economico e un’agenda reazionaria di fronte al governo nazionale e a qualunque possibilità di trasformazione in senso popolare ed emancipatore. Ci riferiamo ora alle prime due.
La loro matrice ideologica è profondamente determinata dalla teoria neoclassica e dal liberalismo conservatore, con elogi ossessivi alla proprietà privata e alle libertà individuali e d’impresa, e l’idea della fine dell’“ideologizzazione” statale.
Questi elementi ideologici sono più chiari nel programma della coalizione che nei suoi discorsi mediatici, dove la retorica è semplicista, superficiale e piena di slogan. La sintesi più articolata del loro modello economico si trova nei “Lineamenti per il Programma di Governo di Unità Nazionale (2013-2019)”[9]. Si tratta di una versione più ortodossamente neoliberista dell’estrattivismo petrolifero, rispetto a quella portata avanti dal governo venezuelano.
Risalta il fatto che, a dispetto delle loro retoriche sul “cambiamento” e sulla “Venezuela produttiva”, la loro proposta prevede di aumentare l’estrazione di petrolio in Venezuela fino a 6 milioni di barili al giorno, ponendo enfasi nell’aumento delle quote della Fascia Petrolifera dell’Orinoco. Sebbene si accusino a vicenda e si azzuffino, e a dispetto di quello che dichiarano pubblicamente, le proposte petrolifere di Henrique Capriles Radonski (“Petrolio per il tuo Progresso”)[10] e Leopoldo López (“Petrolio nel Venezuela Migliore”[11]) sono gemelle, e sono fondamentalmente in linea con il “Piano della Patria 2013-2019”, del governo nazionale. Il cambiamento annunciato non è niente più che un’ulteriore vincolo all’estrattivismo, un aumento della rendita e dello “sviluppismo”, con tutte le conseguenze economiche e di impatto socio-ambientale che tale modello porta con sé.

VII. La frammentazione del “popolo” e il progressivo sfaldamento del tessuto sociale
In tutti questi processi di guerra a bassa intensità e caos sistemico, il soggetto più colpito è il popolo lavoratore. La potente coesione socio-politica che si realizzò nei primi anni della Rivoluzione Bolivariana ha sofferto non solo un logoramento ma una vera e propria disarticolazione. E le conseguenze si sono spinte fino al midollo del tessuto comunitario del Paese: la precarietà nel soddisfare le necessità più immediate della vita quotidiana; gli incentivi al risolvere individualmente e in maniera competitiva i problemi socio-economici della popolazione; la metastasi della corruzione; la canalizzazione dei conflitti sociali per la via della forza; la perdita di referenti etico-politici e il logoramento della popolazione dovuto al discredito dei partiti; l’aggressione diretta alle esperienze comunitarie più forti e importanti e ai leader comunitari da parte dei vari attori politici e territoriali. Tutto ciò fa parte di questo processo di messa in crisi del tessuto sociale che punta a minare i veri pilastri di qualunque possibile cammino di trasformazione popolare-emancipatrice o le stesse capacità di resistenza della popolazione di fronte all’avanzamento delle forze regressive nel Paese.
Nel mentre, varie organizzazioni popolari di base e movimenti sociali in tutto il Paese insistono nel costruire un’alternativa che provenga dai territori. Il tempo dirà quale sarà la loro capacità di resistenza, di adattamento e soprattutto la loro capacità di organizzarsi collettivamente e unitariamente e di indirizzare con maggior forza il processo politico nazionale.
Se c’è una solidarietà irrinunciabile che dovrebbero mettere in campo le sinistre in America Latina e nel mondo, deve essere verso questo popolo in lotta, che storicamente ha portato sulle proprie spalle il peso maggiore dello sfruttamento e dei costi della crisi. Questo popolo che con frequenza si è ripreso le strade facendo in modo che le proprie richieste venissero ascoltate ed esaudite. Questo popolo che oggi si trova di fronte ai complicati dilemmi propri di questi tempi di riflusso e regressione. Questo dovrebbe essere il vero punto d’onore delle sinistre. Il costo di voltare le spalle a queste contro-egemonie popolari in nome di una strategia di conservazione del potere potrebbe essere molto alto.
Emiliano Terán Mantovani è un sociologo venezuelano, si occupa di ecologia politica ed è ricercatore in scienze sociale.
(Questo articolo tradotto in italiano esce in contemporanea su CarmillaOnLine, Zapruder e Lamericalatina. net)

martedì 23 maggio 2017

QUEL CAPITALISTA DI SAN FRANCESCO CURAVA LA POVERTA' FACENDO IMPRESA

Banche etiche e investimenti produttivi Altro che reddito di cittadinanza. Dal XIII secolo, i frati sono stati quasi gli unici a elaborare una teologia economica.

Max Weber era ben consapevole del fatto che è pazzamente dottrinaria la tesi stando alla quale lo spirito capitalistico sia potuto sorgere solo come emanazione di determinate influenze della Riforma o che addirittura il capitalismo come sistema economico sia un prodotto della Riforma. Già il fatto che alcune importanti forme di aziende capitalistiche sono notoriamente assai più antiche della Riforma si oppone una volta per sempre ad una tale opinione».
E quel che a lui stava a cuore era di «portare in chiaro soltanto se e in quale misura influenze religiose abbiano avuto parte nella formazione qualitativa e nella espansione quantitativa di quello spirito nel mondo e quali lati concreti della civiltà che posa su basi capitalistiche derivino da tali influenze». E pur tuttavia, per decenni e decenni, la tesi di Weber, interpretata quasi come un dogma inattaccabile, ha spinto nell'ombra della dimenticanza, o, in ogni caso, nel regno dell'irrilevanza quei contributi che qua e là avevano posto l'attenzione sui rapporti tra cattolicesimo e capitalismo.
M entre è ormai da tempo ben noto il contributo dato dalla Tardo-Scolastica spagnola alla storia delle dottrine economiche e politiche, fino a non molto tempo fa sono stati, invece, trascurati gli itinerari aperti dalla Scuola francescana. Così, per esempio, sull'idea di produttività del capitale monetario tema indubbiamente centrale della teoria economica Joseph Schumpeter scrive: «Già prima adombrata, essa fu per la prima volta espressa da sant'Antonino, il quale spiega che, sebbene il danaro circolante possa essere sterile, il capitale monetario non lo è, perché esso rappresenta una condizione necessaria per intraprendere affari». Ora, è ben vero che il domenicano arcivescovo fiorentino sant'Antonino (1389-1459) accoglie nella sua Summa l'idea della funzione del prestito di danaro sia per i consumi che per gli investimenti vantaggiosi, richiamandosi all'autorevole proposta di san Bernardino da Siena (1380-1440), solo però che costui, da parte sua, ripeteva le idee di due francescani: Pietro di Giovanni Olivi (1248-1298) e Alessandro di Alessandria (1270-1314).
L'analisi economica di Pietro di Giovanni Olivi è contenuta nell'opera ormai conosciuta come Tractatus de emptione et venditione, de contractibus usurariis et restitutionibus. Ebbene, uno dei problemi di fondo affrontati da frate Pietro fu il seguente: di fronte alla proibizione canonica dell'usura è lecito distinguere fra il prestito di una somma di danaro qualsiasi e il prestito di una somma di danaro inscritto o da iscriversi nel processo produttivo, cioè impiegato in un programmato o già realizzato investimento produttivo? Ed ecco la risposta: «Ciò che con ferma decisione (firmo proposito) è destinato a qualche probabile lucro, non solo ha il significato di semplice danaro o di qualsiasi merce, ma possiede anche in sé un qualche seme di lucro, che comunemente chiamiamo capitale. Perciò esso non solo deve rendere il suo stesso valore, ma anche un valore aggiunto (sed et valor supera diunctus)». Commenta Oreste Bazzichi: «Mentre ogni incremento di danaro preteso in forza del mutuo, vi mutui, non poteva configurarsi altro che come usura, la ricompensa, invece, che il mercante o chiunque altro avesse avuto progetti di investimento economico realisticamente fruttifero pretendeva per distrarre il proprio danaro dagli affari e consegnarlo in prestito, veniva piuttosto considerata come un risarcimento del danno subito. E tale danno, nelle sue componenti di lucro cessante e di danno emergente, si esprimeva con la parola interesse, derivata, nello stesso significato, dal diritto romano». Dunque, perché una somma di denaro possa venire qualificata come capitale è necessario che essa sia destinata ad un processo produttivo e che questa destinazione sia l'esito di un fermo proposito dei proprietario.
E veniamo al secondo grande contributo dell'Olivi alla teoria economica. È nella Prima Quaestio del Tractatus de emptione et venditione che egli tratta del valore economico. Il valore di una cosa, egli afferma, nasce dalla concorrenza di tre cause che sono: quelle proprietà che la rendono adatta meglio di un'altra a soddisfare i nostri bisogni; la scarsità e quindi la difficoltà ad essere reperita; la preferenza individuale di coloro che intendono usarla. Nella terminologia di san Bernardino da Siena, nella trascrizione che egli fa dei passi dell'Olivi, il valore di una cosa è data dalla raritas, dalla virtuositas e dalla complacibilitas. La raritas sta a significare la scarsità del bene economico rispetto alla domanda; la virtuositas è la sua capacità oggettiva di rispondere ad un bisogno; e la complacibilitas è la preferenza che un soggetto dà ad un bene in vista dell'appagamento di un bisogno piuttosto che di un altro, stabilendo una gradualità tra questi. Con la complacibilitas l'Olivi introduce nella concezione del valore un elemento che risulterà poi nevralgico per il marginalismo e nella successiva e contemporanea teoria economica. In sintesi, annota ancora il Bazzichi, «il valore economico si determina in funzione dell'utilità sia nella sua forma oggettiva (virtuositas) sia nella sua forma soggettiva (complacibilitas) e in funzione della rarità» . E precisa: «È questa veramente la migliore e la più moderna tra le teorie del valore del Medioevo». Dalla teoria alla pratica: i Monti di pietà e i Monti frumentari. «Contatto con la gente, presa di coscienza della realtà sociale, ricerca e analisi delle problematiche nuove emergenti dalla società e la loro soluzione sul piano pratico nell'insegnamento della teologia morale, nella predicazione e nella confessione: questi, in sintesi, i motivi (...) che danno un contributo nuovo alla comprensione della risposta storica sul perché i francescani, a partire dalla seconda metà del XIII secolo, siano stati pressoché gli unici ad elaborare, sul piano dottrinale, una teologia economica e, conseguentemente, ad esercitare nella prassi un'influenza positiva per il superamento delle difficoltà giuridico-morali come l'interesse e la produttività del denaro. E ciò acquista ancor più valore se si considera che nello stesso periodo l'azione esercitata dalla Chiesa sull'attività economica attraverso le corporazioni andava in senso contrario».
Ebbene, la riflessione economica francescana diventa realtà concreta nei Monti di pietà e nei Monti frumentari dove la differenza tra le due istituzioni sta nel fatto che i Monti di pietà servivano a calmierare il costo del denaro a vantaggio delle forze lavoro, mentre con i Monti frumentari si intese calmierare il prezzo del grano, a favore della parte povera della classe degli agricoltori: venivano prestate derrate di cereali per la semina che, a raccolto avvenuto, venivano restituite alle condizioni stabilite, in sostanza a seconda del rendimento dell'annata.
Attenti agli aspetti concreti dell'evangelizzazione, i francescani si erano resi conto dell'impossibilità per le famiglie meno abbienti di avere accesso al credito ad un equo tasso di interesse ed erano testimoni del dramma di tante famiglie precipitate in miseria perché strangolate da usurai ebrei e cristiani senza scrupoli. Sta proprio qui, appunto, la ragione principale della creazione dei Monti di pietà: istituzioni concepite come mezzo di cura della povertà, di lotta all'usura .
Fu frate Barnaba Manassei da Terni a fondare a Perugia il 13 aprile del 1462 il primo Monte di pietà. Frate Barnaba, tra il 1460 e il 1462, insieme a frate Michele Carcano da Milano, aveva predicato a Perugia contro l'usura, e «riuscì a convincere gli amministratori della città a dar vita a un banco di prestito su pegno, che usasse il tasso di interesse unicamente per conservare il cumulo di denaro necessario a mantenere il flusso dei prestiti. L'istituzione si formò con i proventi di donazioni e di elemosine (...) Faceva prestiti a mercanti ed artigiani ed escludeva prestiti per spese di lusso. Il tasso di interesse non superava il 6%» (Bazzicchi).
Subito dopo quello di Perugia, l'istituzione dei Monti di pietà si diffuse in Umbria e nelle Marche per estendersi successivamente soprattutto nell'Italia del Nord. Nel 1463 il Monte di pietà fu fondato a Orvieto e a Gubbio; nel 1464 a Pesaro e l'anno dopo, nel 1465, a Foligno; nel 1466 a Norcia, a L'Aquila e Borgo San Sepolcro; nel 1467 a Terni; e il 14 giugno del 1468 ad Assisi. Qui, ad Assisi, a dare man forte al Monte di pietà fu fra Giacomo della Marca, il quale dimorò nell'eremo delle Carceri tra il 1468 e il 1471. Nell'estate del 1485 arrivò ad Assisi fra Bernardino da Feltre, il cui impegno di predicatore si profuse nella difesa dei Monti di pietà, e che pochi mesi prima, nel 1484, aveva fondato il suo primo Monte a Mantova. Monti di pietà sorsero nel 1469 a Spoleto e a Trevi, nel 1471 a Viterbo, nel 1473 a Bologna, nel 1483 a Milano e Genova, nel 1484 a Brescia e Ferrara, nel 1486 a Vicenza. In un secolo, dal 1462 al 1562, si potettero contare duecentoquattordici Monti di pietà. Con l'istituzione dei Monti di pietà i francescani si immersero nella concretezza della vita quotidiana della gente. Scrive il Bazzichi: «L'osservanza, insomma, si sporcò le mani nella storia (perché questa immersione non è immune da rischi e inconvenienti) tra mille ostacoli e nemici (dagli umanisti laici ai religiosi concorrenti), ma lasciò un segno indelebile nel tessuto politico e sociale del tardo Medioevo, contribuendo non poco allo sviluppo economico, sociale e politico» .
Fra Barnaba fondò, dunque, il primo Monte di pietà a Perugia nel 1462. Questo Monte è sopravvissuto sino al 1972, quando è confluito nella Cassa di Risparmio. Ancora nel 1861 ben 39 erano, nel circondario di Perugia, i Monti frumentari che nel Novecento confluirono nelle Casse Rurali. Istituzioni, dunque, dalla lunga durata perchè profondamente radicate in necessità della vita economica e sociale.
C'è stato chi, studiando certi Statuti dei Monti di pietà, è giunto a dire che non poche idee in essi contenute le ritroviamo, per esempio, in pagine di Amartya Sen. E di fronte a queste banche etiche francescane viene spontaneo chiedersi: i banchieri odierni non hanno proprio nulla da imparare da quei francescani che han dato vita ai Monti di pietà e ai Monti frumentari?
Aspra è stata la discussione tra teologi, moralisti, giuristi di varie Università dell'epoca sul problema dell'interesse sul prestito. I teologi e moralisti domenicani e agostiniani erano contro ogni forma di interesse e addirittura anche contro il semplice rimborso spese. E pure tra i francescani l'argomento dell'interesse sul prestito fu oggetto di contese come dimostrano gli scontri che si ebbero nel capitolo generale dell'Osservanza di Firenze del 1493. E nel Capitolo generale che ebbe luogo a Milano il 13 luglio del 1498 si stabilì che non venissero eretti Monti di pietà senza la prescrizione di ricevere un tasso di interesse, seppur minimo. L'esperienza aveva già dimostrato, con il fallimento del Monte di pietà di Firenze, che i Monti non avrebbero affatto potuto sopravvivere senza la richiesta di un pur minimo interesse sul prestito. Ebbene, dinanzi a simili dispute e a questa attenzione portata sull'uso del denaro pubblico, non c'è forse da restare esterrefatti di fronte ai privilegi dei politici e agli attuali immotivati e stratosferici stipendi di manager di istituzioni pubbliche? Il privilegio fa parte della logica della corte, è la negazione del merito, un pericolo per la democrazia. Certo, la libertà viene prima dell'uguaglianza: in una società aperta diseguaglianze e iniquità potranno senz'altro venir attenuate e magari rese sopportabili, mentre questo non potrà accadere in una società chiusa dove le disuguaglianze cresceranno diventando inattaccabili. E, in ogni caso, privilegi acquisiti e privilegi reclamati o richiesti sono il sintomo del marciume morale di una politica trasformata in greppia dove si affollano servi in livrea e clarinetti ben remunerati veri Dracula mascherati da servitori dello Stato. Dracula: le favole sono vere, diceva Italo Calvino. Pensioni mensili che ammontano a decine e decine di milioni di vecchie lire; stipendi che ammontano a centinaia e centinaia e centinaia di milioni di vecchie lire; liquidazioni che ammontano a dieci, dodici miliardi di vecchie lire... Sono la vergogna di una politica marcia. Sono realtà da sradicare e non perché siamo comunisti, ma semplicemente perché siamo liberali: merito e non privilegi. Un Paese infestato da feudatari, vassalli, valvassini e valvassori, da turiferari, mezzani e poeti di corte è un Paese dove i cittadini sono indotti a trasformarsi in accattoni ricattatori e ricattabili che per mestiere fanno gli elettori.

Dario Antiseri:Epistemologo e Logico Matematico ,Esponente del Liberalismo Filosofico



domenica 21 maggio 2017

SE E' IL DESIDERIO A STABILIRE IL GENERE



Il nichilismo etico, il soggettivismo imperante, l'allontanamento dal naturale rapporto sessualità-filiazione. Come in nome dei diritti civili si corre il rischio di destrutturare la società

Dobbiamo a La società del rischio di Ulrich Beck l’analisi forse più attendibile delle antinomie della radicalizzazione del principio moderno dell’individualità nella società post- industriale. Che è andata ben oltre la richiesta di un’unità di forza lavoro socialmente ed esistenzialmente mobile, necessitata a sganciarsi, per realizzare 'la propria vita', da ogni strutturale legame/condizionamento sociale. […] Un processo dove «è la singola persona che diventa l’unità di riproduzione del sociale nel mondo della vita». Attraverso le prescrizioni istituzionali e biografiche di questa individualizzazione - fondamentalmente mercatoria, nelle mani cioè del mercato - della società del rischio, «nascono gli strumenti delle possibilità di combinazione biografica [e] nella transizione dalla 'biografia standard alla biografia elettiva', si forma il tipo conflittuale e senza precedenti storici della biografia fai-da-te». Per limitarci al nesso sessualità-filiazione e alle connesse identità di genere, in questo processo, si è passati senza soluzioni di continuità da sex without babies a babies without sex, e infine a sex on demand, con cui si chiude il circolo della dissociazione nell’epoca della modernità riflessiva, tra ruoli sessuali e filiazione, a cui la tradizione, la cultura umana ha da sempre agganciato l’istituto della famiglia come pattern fondativo della società.
C’è in gioco qualcosa che a capire non basta «una revisione dell’immagine della società industriale», perché non investe una sociogenesi aggiornata del moderno, una determinatezza storica tra tante del mutamento sociale, ma la determinazione storica conosciuta in cui fin qui abbiamo vissuto della sociogenesi in generale. È in gioco la smoralizzazione del mondo, per come fin qui si è moralizzato, cioè in ultima istanza fatto, istituitosi nella sociogenesi. In questo processo di smoralizzazione del mondo la società, l’associazione umana, è posta in capo a se stessa, in un generale progetto di sua “denaturalizzazione”, come sua autoposizione assoluta nell’artificio biopolitico sociale fin nel suo nodo comunitario fondativo, sottoposto a un generale progetto di reingegnerizzazione sociale: il nucleo familiare naturale, la coppia eterosessuale generativa, che è insieme lo snodo in cui si legano e si differenziano natura e cultura. In cui la cultura 'si snoda' dalla natura 'annodandosi' come legame sociale.
È stato Lévi-Strauss a indicare nel nucleo generativo della 'famiglia naturale' il pattern basico non solo della riproduzione sociale - l’elemento propriamente generativo, riproduttivo della società -, ma anche della stessa produzione sociale in quanto tale, della stessa produzione della società come passaggio, nei processi di ominazione, dallo 'stato di natura' allo 'stato di cultura', come snodo in cui si legano e differenziano natura e cultura, in cui la cultura si snoda dalla natura annodandosi come legame sociale. A mostrare come nell’orientamento esogamico dell’accoppiamento eterosessuale come modo di assolvere 'all’altro imperio' - dall’accoppiamento, dalla pulsione sessuale - per l’uomo della natura, la filiazione, «riconoscendo e sanzionando l’unione dei sessi e la riproduzione », la società «si impone all’ordine naturale, ma contemporaneamente essa offre all’ordine naturale la sua possibilità», perché «se si vuole che la società continui bisogna correre il rischio» del passaggio «dal fatto naturale della consanguineità al fatto culturale dell’affinità».
La protezione sociale - morale, giuridica, religiosa e/o teologica - da sempre accordata al nesso sessualità/filiazione nella pur storicamente variabile 'regola' matrimoniale che lo governa è un puro conseguimento della ragione naturale, della razionalità osservativa dei fenomeni, di ciò che accade e di come accade. Nel turn-pointdella seconda modernità, dove sotto la potente spinta all’individualizzazione dell’economia postindustriale e al relazionarsi e relativizzarsi in rete di modelli sociali e stili di vita, è questo pattern determinante del nesso procreatività/socialità, la famiglia generativa, a rischio di scomposizione. […] Non c’è bisogno di molto per vedere nelle richieste emancipative degli studi di genere lievitati a teoria del gender una diversa richiesta di emancipazione da quella più che giustificata - politicamente, socialmente, moralmente - relativa alla condizione femminile e alla tutela dell’identità omosessuale. La più generale richiesta di un’emancipazione metapolitica dai vincoli 'naturali' dell’identità di genere; e dell’implicazione eterosessuale, che vi si connette, del nesso sessualità/ filiazione, in cui il vincolo di quella naturalità si è socialmente codificato, codificando la società, permettendone fin qui la genesi; si è fatto codice socialmente genetico. Un’emancipazione dai vincoli naturali tradizionali trascritti negli istituti sociali e giuridici a disposizione, per via biopolitica, dei propri diritti di cittadinanza.
Vincoli “naturali” non più riconosciuti tali perché manipolabili dalla tecnica, che si presuma possa “riprogettare” artificialmente il nesso sociogenetico sessualità/filiazione naturale, individuato fin qui in antropologia strutturale (Lévi- Strauss) nella coppia eterosessuale feconda. In nome dei diritti civili, modellati nel caso di specie su un’idea neutra, che dovrebbe farsi giuridicamente neutrale, del proprio stato di genere, la teoria del gender mira a neutralizzare il dato “naturale” della propria identità di genere, e dell’orientamento sessuale cui è orientato. Anche quando questo dato naturale non sia la differenziazione di genere prevalente, maschio-femmina, quella procreativamente “normale” (che in biologia nient’altro significa che lo standard funzionalmente riproduttivo), ma la stessa “naturalità” dell’identità omosessuale. Sulla differenziazione di genere, sulla propria identità di genere non ha più titolo né la natura (la biologia, che può essere ridecisa dalla tecnica), né tanto meno la società, depotenziata nei suoi istituti valoriali e giuridici assunti come pure convenzioni sociali; ma solo il titolare - la “soggettività”, l’individuo - di diritti di cittadinanza la cui città di appartenenza è in definitiva il proprio desiderio e il 'corpo' che se ne fa interprete. In questa emancipazione dalla natura e dalla società, l’identità di genere è sui iuris, non sottostà cioè ad alcuna potestà, ad alcuna legislazione che non sia quella dell’orientamento del proprio desiderio.
L’autonomia “morale” si fa autonomia del costume sessuale che si vuole indossare. Il punto è che pretendere di contrattualizzare, di fare materia di “contratto sociale” su base individuale, l’originaria communio del noi “naturale” nel suo ambiente, cui nasciamo vincolati, in un illuminismo che veda come deteriore minorità questa dipendenza originaria che ci alimenta (vita e sangue della stessa ragione che si illumina alle radici del noi), significa togliere alle traiettorie dell’individualizzazione, per quanto ellittiche possano essere, il legame gravitazionale che le tiene insieme e le sostiene nel loro orbitare, nella “vita propria”, che per quanto giri su se stessa proprio per girare su se stessa ha bisogno della forza gravitazionale in cui si regge. Perché quando si contratta, proprio perché si mette qualcosa in comune, vuol dire che non si ha, o non si riconosce di avere, più niente in comune; e la comunità originante che si declina nei nessi sociali si fa un mero negozio giuridico, una negoziazione tra la forza e il diritto, e cessa di essere il presupposto ontologico dell’essere sociale: si fa fondamentalmente un’associazione temporanea di scopo, sia pur quella dell’impresa della propria vita. È il problematico scenario della “comunità contrattata” l’ossimoro esistenziale e sociale su cui ci interroga il presente.

Eugenio Mazzarella :Professore Ordinario di Filosofia Teoretica all'Università di Napoli Federico II      
      

PENTAGONO LANCIA SITI WEB DI NOTIZIE ESTERE

GIA' NEL 2008 IL PENTAGONO SI PONEVA IL PROBLEMA DI INFLUENZARE L'OPINIONE PUBBLICA.OGGI NEL 2017 CON LE "FAKE NEWS" VA MATURANDO UNA OPERATIVITA'
INIZIATA MOLTI ANNI FA. PROPAGANDA GLOBALE ALTRO CHE LIBERTA' DI STAMPA.LIBERTA' DI AGGRESSIONE MEDIATICA ED ORA ANCHE PENALE


Peter Eisler, USA TODAY
WASHINGTON - Il Pentagono sta creando una rete globale di siti web di notizie in lingua straniera, tra cui un sito arabo per gli iracheni e assunzione di giornalisti locali per scrivere storie di eventi attuali e altri contenuti che promuovono gli interessi degli Stati Uniti e contrastano i messaggi degli  insorti.I siti di notizie sono parte di un'iniziativa del Pentagono per espandere le "Operazioni Informative" su Internet. Né l'iniziativa né il sito iracheno, http://www.mawtani.com/, sono state divulgate pubblicamente.A prima vista, Mawtani.com sembra un sito web di notizie convenzionale. Solo il link "circa" nella parte inferiore del sito porta i lettori a una pagina che indica la sponsorizzazione del Pentagono. Il sito, operativo da ottobre, è stato modellato su due siti sponsorizzati dal Pentagono che offrono notizie in lingua locale per le persone dei Balcani e dell'Africa settentrionale.I gruppi di giornalismo dicono che i siti sono ingannevoli e facilmente possono essere scambiati per notizie indipendenti."Si tratta di cercare di controllare il messaggio, sia per bypassare i media o per mettere la tua versione del messaggio prima di altri (e) ... c'è una forte responsabilità di far sapere da chi viene", dice Amy Mitchell, vicepresidente Direttore del Progetto per l'eccellenza nel giornalismo. Una divulgazione in una pagina separata "non è qualcosa che la maggior parte delle persone che arrivano sul sito hanno probabilità di vedere".I funzionari del Pentagono dicono che i siti sono un modo legittimo e necessario per promuovere gli obiettivi politici degli Stati Uniti e contrastare i messaggi degli estremisti politici e religiosi. Hanno anche notato che gli Stati Uniti ei suoi alleati sono stati disarmati  nella battaglia per ottenere informazioni da dare al pubblico in Iraq e altrove."È importante ... impegnare questi lettori stranieri e informare", afferma Michael Vickers, assistente segretario della Difesa responsabile di operazioni speciali e sforzi di stabilizzazione. "I nostri avversari usano Internet con  grande beneficio , quindi abbiamo la responsabilità di contrastare (i loro messaggi) con informazioni accurate e veritiere e questi siti web sono un buon mezzo".Il sito è stato chiamato  Mawtani  dall'inno nazionale iracheno e significa "mia patria". È disponibile in arabo, farsi e urdu - ma non in inglese - ed è supervisionato dal comando del Pentagono in Iraq.Il Comando Sud degli Stati Uniti sta costruendo un sito simile per il pubblico latinoamericano. Il Comando del Pacifico, che copre l'Asia, è interessato ad istituire un sito di notizie, afferma  la portavoce Navy Lt. Cmdr. Amy Derrick-Frost."Vero in realtà e intenzione"In un memorandum la scorsa estate, il segretario alla Difesa Gordon Inghilterra ha detto a tutti i comandanti regionali che lo sviluppo di tali siti è "una parte essenziale della loro responsabilità ... per modellare l'ambiente di sicurezza nelle rispettive aree". Il memo in precedenza non rilasciato, fornito dal Pentagono alla richiesta USA TODAY, ha indirizzato che tutti i contenuti del sito siano "accurate e  di fatto vere ".Il contenuto dei siti di notizie è scritto da giornalisti locali assunti per scrivere storie che soddisfano gli obiettivi del Pentagono per i siti, come la promozione della democrazia, della sicurezza, del buon governo e dello stato di diritto. Il personale militare o i contrattisti  riesaminano le storie per assicurarsi che siano coerenti con quegli obiettivi. I giornalisti vengono pagati solo per lavori inviati ai siti.Una recente edizione di Mawtani.com ha descritto una storia sui leader iracheni che dichiarano la sponsorizzazione iraniana di gruppi insorti, nonché la copertura dell'Iraq-U.S. Gli sforzi per ripristinare l'ordine nella città di Sadr City.Vickers afferma che le informazioni sui sponsor su Mawtani.com e su altri siti di notizie sul Pentagono sono chiare. "Questa è propaganda? No," dice. "Ha intenzione di contrastare la propaganda estremista ... con la verità".I nuovi siti web seguono il lancio del Pentagono lo scorso anno di un "Iniziativa Web Trans Regionale" che dovrebbe portare a "almeno sei" siti di notizie eseguite da comandi militari in tutto il mondo, secondo un comunicato speciale per gli appaltatori interessati a gestire siti.L'iniziativa ha le sue radici nei Balcani, dove i comandanti statunitensi hanno istituito un sito web nel 1999 per rivoltare la retorica nazionalista  Jugoslavia di Slobodan Milosevic nel conflitto in Kosovo. Nel 2002 è diventato un sito di notizie che utilizza giornalisti locali e centinaia di migliaia di persone che si rivolgono al Southeast European Times per notizie su politica, cultura, sport o clima in 10 lingue.Né il sito né quelli che vengono creati possono accettare annunci. Non sono di profitto; Stanno per modellare le percezioni."I ragazzi della strada sono nel World Wide Web - così comunicano, apprendono cosa succede nel mondo, come stanno informando - e scelgono e scelgono cosa (fonti di notizie) hanno sul proprio desktop", afferma Il colonnello dell'esercito Jerry O'Hara, portavoce del comando dell'Iraq del Pentagono. "Dobbiamo essere coinvolti in questo per comunicare efficacemente".Spostandoci dai vecchi volantini .Non è stato molto tempo fa che l'approccio militare alle operazioni di informazione si è concentrato in gran parte sulla caduta di volantini dietro linee nemiche o trasmissione di messaggi su altoparlante