mercoledì 26 agosto 2015
LA CRISI DELLA CLASSE MEDIA E DELLA POTENZA AMERICANA
di George Friedman
[tradotto da Piergiorgio Rosso e pubblicato con l’autorizzazione di Stratfor:The Crisis of the Middle Class and American Power]
La settimana scorsa ho scritto sulla crisi della disoccupazione in Europa. Ho ricevuto un sacco di reazioni, con gli europei d’accordo che quello fosse il problema principale e gli americani che dicevano che gli USA hanno lo stesso problema, osservando che il tasso di disoccupazione americano è doppio rispetto a quello ufficialmente ammesso dal governo. La mia controdeduzione è che la disoccupazione americana non è un problema dello stesso tipo che in Europa perché non pone una minaccia geopolitica. Gli USA non rischiano la disintegrazione per la disoccupazione, qualunque ne sia il tasso. L’Europa invece sì.
Allo stesso tempo sarei d’accordo nel dire che gli USA hanno un potenziale problema geopolitico, ma a lungo termine, derivante dagli andamenti economici. La minaccia agli USA sta nel persistente declino del tenore di vita della classe media, un problema che sta ridisegnando l’ordine sociale in vigore dalla II guerra mondiale e che, se continuasse, porrebbe una minaccia alla potenza americana.
La crisi della classe media americana.
Il reddito mediano delle famiglie americane nel 2011 è stato pari a 49.103 USD. Aggiustato per l’inflazione, il reddito mediano è appena inferiore a quello del 1989 ed è inferiore di 4000 USD a quello del 2000. Il reddito netto, una volta detratti l’assicurazione sociale e le tasse federali, è un po’ meno di 40.000 USD. Cioè un’entrata mensile netta, per famiglia, di circa 3300 USD. E’ importante tenere a mente che metà delle famiglie americane guadagna meno di questo. E’ altrettanto vitale considerare non tanto la differenza fra il 1990 ed il 2011, quanto la differenza fra gli anni ’50 e ’60 e gli anni 2000. Qui è dove la differenza nel significato di classe media diventa più evidente. Negli anni ’50 e ’60 il reddito mediano permetteva di vivere con un solo stipendio – normalmente del marito, con la moglie tipicamente occupata come casalinga – e circa tre figli. Permetteva l’acquisto di una casa moderna, un’auto dell’ultima serie ed una più vecchia. Permetteva un viaggio di vacanza da qualche parte e, con una certa attenzione, una quota di risparmio. Lo so perché la mia famiglia apparteneva alla classe medio-bassa, e questo era il nostro modo di vivere, e conosco molti altri della mia generazione che avevano lo stesso stile di vita. Non era facile e molti beni di lusso non erano alla portata, ma non era affatto una brutta vita. Oggi chi guadagna il reddito mediano potrebbe arrivare a questo stile di vita, ma non sarebbe proprio facile. Se assumiamo che non abbia da pagare la retta dell’università, ma che abbia due auto da pagare con una rata di 700 USD/mese, e che paghi per cibo, vestiti e bollette 1200 USD/mese, gli rimarrebbero 1400 USD/mese per il mutuo, le tasse sulla proprietà, le assicurazioni, più qualche soldo per la manutenzione del condizionatore e della lavapiatti. Ad una tasso del 5% potrebbe permettersi una casa da 200.000 USD. Godrebbe di detrazioni dalle tasse che però compenserebbero il conto della carta di credito a Natale e le emergenze. Ce la farebbe, ma con grandi difficoltà nella maggior parte delle metropoli. E se il suo datore di lavoro non coprisse l’assicurazione medica, quei 4000-5000 USD necessari per tre, quattro persone, limiterebbero seriamente le sue spese. E naturalmente dovrebbe avere 20.000-40.000 USD in contanti per l’anticipo ed i costi di chiusura della casa. Rimarrebbe poco per una vacanza al mare coi bambini. E questo varrebbe per il reddito mediano. Quelli al di sotto – sarebbero espulsi da quello che è considerato lo stile di vita da classe media, con la casa, l’automobile e le varie amenità associate. Queste amenità scivolano in alto nella scala per chi guadagna almeno 70.000 USD/mese. Quelle di base potrebbero essere disponibile con un reddito mediano, date certe condizioni individuali favorevoli, ma al di sotto la vita diventa sorprendentemente magra anche nell’ambito della classe media e di sicuro in quella che chiamiamo classe medio-bassa.
L’attesa di mobilità sociale
Vorrei fare una pausa ed affermare che questa è stata una delle cause fondamentali della crisi dei prestiti sub-prime del 2007-2008. La gente al di sotto del reddito mediano, ha contratto mutui ad interesse differito con l’attesa di vedere aumentare i propri redditi, come tradizionalmente vero dalla II Guerra Mondiale. La caricatura del mutuatario come irresponsabile manca il punto.
L’attesa della crescita del reddito reale è inscritta nella cultura americana e, sulla base di questo, molti hanno pensato che la crescita avrebbe ripreso entro cinque anni. Quando non avvenne, si trovarono in trappola ma, considerata la storia, non avevano fatto una scelta irresponsabile. La storia americana è sempre stata basata sull’assunzione che la mobilità sociale era possibile. Il Midwest e l’Ovest hanno aperto nuove terre da sfruttare e la massiccia industrializzazione nel tardo ‘800 e primo ‘900 offrì nuove opportunità. Nella cultura e realtà americana c’era scolpita un’attesa sistematica di mobilità sociale verso l’alto. La Grande Depressione fu uno shock e non fu risolta né dal New Deal né dalla II Guerra Mondiale da sole. Il successivo motore per la mobilità sociale venne nel dopoguerra dai programmi per veterani che erano più di 10 milioni. Questi programmi furono funzionali alla creazione dell’America post-industriale, creando una classe di professionisti nei suburbi. Ci furono tre programmi che risultarono fondamentali:
La legge GI, che permise ai veterani di andare all’università dopo la guerra, diventando professionisti, spesso diversi gradini sopra i loro genitori;
La sezione della legge GI che fornì prestiti garantiti dallo stato ai veterani, permettendo l’erogazione di mutui a basso o nullo anticipo e a basso tasso d’interesse ai laureati delle università pubbliche;
Il sistema di autostrade interstatali finanziato dallo stato, che rese più facile l’accesso alle aree esterne ma vicine alle città, permettendo sia la diffusione della popolazione su terreni a basso costo (che rese possibile la casa unifamiliare) e, più tardi, la diffusione delle imprese nei suburbi.
Indubbiamente ci furono tante altre cose che contribuirono a ciò, ma queste tre non solo hanno rimodellato l’America ma crearono anche una nuova dimensione all’ascensione sociale che era inscritta nella vita americana fin dalle origini. Inoltre questi programmi erano tutti rivolti ai veterani cui si riconosceva un debito oppure furono adottati per ragioni militari (le autostrade interstatali furono costruite per rendere possibile un rapido spostamento di truppe da una costa all’altra, cosa che durante la II Guerra Mondiale si trovò ad essere impossibile). Di conseguenza c’era consenso attorno alla qualità morale dei programmi.
Il fiasco dei subprime aveva le sue radici nel non aver pensato che i fondamenti della vita della classe media non erano sotto una pressione temporanea ma sotto qualcosa di più fondamentale. Se un singolo reddito poteva sostenere una famiglia di classe media nella generazione del dopo guerra, ora ne necessitavano almeno due. Questo significava che l’aumento delle famiglie a doppio reddito, corrispondeva al declino della classe media. Più giù vai nella scala del reddito, maggiore è la probabilità di dover avere un figlio solo. Questo allentamento di pressione sociale rispetto ai genitori senza figli è stato certamente un pezzo del problema.
Ristrutturare le grandi aziende
Ma c’era, io penso, la crisi delle moderne grandi aziende. Le grandi aziende avevano assicurato un impiego a lungo termine alla classe media. Non era inusuale passare una vita intera di lavoro dentro una di esse. Lavorando in una grande azienda ricevevi un incremento di stipendio sia che fossi sindacalizzato che non. La classe media godeva della sicurezza del lavoro e dell’aumento annuale di reddito, insieme alla pensione e altri vantaggi. Nel corso degli anni la cultura della grande azienda divergeva rispetto alla realtà, perché la sua produttività languiva rispetto ai costi e le grandi aziende divennero sempre più inefficienti ed infine insostenibili. Inoltre le grandi aziende cessarono di focalizzarsi sul far bene una cosa ed invece divennero conglomerate con una direzione spesso incapace di tener dietro alla complessità delle molteplici linee di prodotto. Per queste e molte altre ragioni, le grandi aziende divennero sempre più inefficienti ed alla fine degli anni ’80, dovettero essere ristrutturate, che significava prese da parte, rimesse in pareggio, ridimensionate e ri-focalizzate. E la ristrutturazione delle grandi aziende, finalizzata a renderle agili, significava una rivoluzione permanente sul lavoro. Ogni cosa andava re-inventata. Furono investiti enormi denari gestiti da specialisti in ristrutturazioni. La scelta era fra fallimento o cambiamento radicale. Dal punto di vista del singolo impiegato questo significava spesso la medesima cosa: disoccupazione. Dal punto di vista economico, significava la creazione di valore attraverso lo “spezzatino” delle aziende, la chiusura di una loro parte o la de localizzazione del lavoro. Era finalizzata ad aumentare l’efficienza totale è ci riuscì in larga parte.
Qui è dove avvenne la dissociazione. Dal punto di vista dell’investitore, si era salvata la grande azienda dal fallimento totale, ristrutturandola. Dal punto di vista dei lavoratori, alcuni mantennero il posto che avrebbero perso, mentre altri persero il posto che avrebbero perso in ogni caso. Ma la cosa grave non è tanto l’amarezza soggettiva di quelli che persero il loro lavoro, ma qualcosa di più complesso. Dal momento in cui il lavoro a tempo indeterminato declinò, un maggior numero di persone dovette ricominciare da capo. Alcuni dovettero ricominciare da capo ogni pochi anni, dato che le imprese rese più agili crescevano in modo più efficiente ed avevano bisogno di minor lavoro. Questo significava che se ottenevano un nuovo lavoro questo non aveva la buona paga della grande azienda, ma la paga pressoché di primo impiego delle piccole aziende che ora costituivano il motore della crescita. Se queste aziende fallivano, erano acquisite o cambiavano direzione, potevano perdere il lavoro e dovevano ricominciare di nuovo da capo. Il reddito non aumentava per questi lavoratori e per periodi anche lunghi potevano rimanere disoccupati, non ottenere mai più un lavoro nel loro settore reso obsoleto, e di sicuro senza prospettive di lavorare in una grande azienda nei successivi 20 anni.
La ristrutturazione delle imprese inefficienti generò un valore concreto ma quel valore non rifluì ai lavoratori ora licenziati. Qualcosa rifluì ai lavoratori rimasti, ma gran parte di esso andò ai professionisti delle ristrutturazioni aziendali ed agli investitori che essi rappresentavano. La statistica dice che dal 1947 (quando i dati furono registrati per la prima volta) i profitti aziendali come quota del prodotto interno lordo [PIL – NdT] sono attualmente al loro massimo livello, mentre salari e stipendi come percentuale del PIL sono attualmente al loro livello minimo.
Non era solo una questione di rendere più efficiente l’economia – ci si riuscì – era una questione di dove il valore si accumulava. Il segmento superiore della curva dei salari/stipendi e gli investitori, continuavano a fare soldi. La classe media si divise in una sezione che entrò nella classe medio-alta, mentre un’altra sezione affondò nella classe medio-bassa. La società americana nel complesso non è mai stata egualitaria. Si è sempre accettato che esistessero sostanziali differenze di stipendi e benessere. In effetti il progresso era in un certo senso trascinato dal desiderio di emulare i benestanti. C’era anche l’attesa che, mentre gli altri percepivano molto di più, l’intera struttura della ricchezza cresceva in tandem. Si capiva anche che alcuni potevano perdere, per incapacità o per sfortuna.
Ciò che stiamo vivendo oggi è una deriva strutturale in cui il centro della classe media sta scivolando in basso in termini di qualità della vita, e non a causa di pigrizia o stupidità. E’ un cambiamento strutturale che è radicato in cambiamenti sociali (la rottura della famiglia tradizionale) ed in cambiamenti economici (il declino delle tradizionali grandi aziende e la creazione di aziende agili che pongono i singoli lavoratori in una posizione di netto svantaggio). La crisi inerente sta in una economia sempre più efficiente ed una popolazione che non può consumare ciò che produce perché non si può permettere quei prodotti. Questo è capitato diverse volte nella storia, ma gli Stati Uniti, ad eccezione della Grande Depressione, erano l’eccezione. Ovviamente questo fa parte di un dibattito politico acceso, salvo dire che i dibattiti politici identificano il problema senza chiarirli. Nei dibattiti politici qualcuno deve essere incolpato. Nella realtà questi processi sono al di là anche della capacità di controllo del governo. Da una parte le grandi aziende tradizionali hanno offerto benefici ai lavoratori finché non soffocarono sotto il peso dei loro costi. Dall’altra le efficienze hanno creato il rischio di minare i consumi, indebolendo la domanda effettiva di metà della società.
La minaccia a lungo termine
Il pericolo maggiore non si presenterà per decenni, ma si sta affacciando. Gli Stati Uniti sono stati edificati sull’assunzione che un’onda crescente solleva tutte le barche. Questo non si è verificato per la generazione passata e non vi sono indicazioni che tale realtà socio-economica cambierà presto nel futuro. Ciò significa che una premessa fondamentale è a rischio. Il problema sta nel fatto che la stabilità sociale è stata edificata attorno a tale assunzione – non che a ciascuno fosse dovuto uno stipendio, ma che nel complesso tutti avrebbero beneficiato di una produttività ed efficienza crescente. Se ci muoviamo verso un sistema in cui metà del paese è stagnante o perde terreno mentre l’altra metà si arricchisce, il tessuto sociale degli USA è a rischio, e con esso anche la massiccia potenza globale che gli USA hanno accumulato. Altre superpotenze come l’Inghilterra o Roma non avevano il concetto del miglioramento perpetuo della condizione della classe media, come valore centrale. Gli Stati Uniti sì. Se lo perde, perde uno dei pilastri della sua potenza geopolitica.
La sinistra affermerebbe che la soluzione sta in leggi che trasferiscano la ricchezza dai ricchi alla classe media. Questo farebbe aumentare i consumi ma, a secondo dello scopo, metterebbe a rischio il capitale disponibile per gli investimenti a causa del trasferimento stesso e dell’eliminazione dell’incentivo ad investire. Non puoi investire ciò che non hai, e non accetteresti il rischio d’investimento se il ritorno fosse trasferito lontano da te.
L’agilità dell’impresa americana è critica. La destra affermerebbe che permettere al libero mercato di funzionare, risolverebbe il problema., Il libero mercato non garantisce effetti sociali, ma puramente economici. In altre parole può garantire più efficienza nel complesso e far crescere l’economia nel complesso, ma di per se stesso non garantisce su come la ricchezza sia distribuita. La sinistra non può essere indifferente alle conseguenze storiche che avrebbe un’estremizzazione della distribuzione della ricchezza. La destra non può rimanere indifferente alle conseguenze politiche di una classe media messa in difficoltà, né può rimanere indifferente davanti all’impossibilità per metà della popolazione di comprare i prodotti ed i servizi che le imprese vendono.
Le realizzazioni più significative eseguite dai governi tendono ad essere involontarie. La legge GI era stata emanata per limitare la disoccupazione dei reduci; ha creato involontariamente una classe di professionisti laureati. I prestiti VA erano progettati per stimolare l’industria delle costruzioni; ha posto le basi per la proprietà di case nei suburbi. Il sistema di autostrade interstatali serviva a muovere le truppe velocemente in caso di guerra; ha creato una nuova geografia dell’uso del suolo che erano i suburbi.
Non è chiaro come il settore privato possa gestire il problema della pressione sulla classe media. I programmi governativi spesso mancano di soddisfare anche minimamente gli intenti, sperperando risorse scarse. Gli Stati Uniti sono stati una nazione fortunata, trovando soluzioni spesso in maniera inattesa. A me pare che se gli Stati Uniti non saranno ancora fortunati, il suo dominio globale sarà messo in discussione.
Se consideriamo la sua storia, gli Stati Uniti possono aspettarsi di essere ancora fortunati ma solitamente lo è stato quando era impaurita. E a questo punto non è impaurita ma arrabbiata, perché pensa che se soltanto potesse mettere in pratica le proprie soluzioni, questo problema e tutti gli altri sparirebbero. Io sostengo che le soluzioni tradizionali offerte da tutte le parti, non arrivano neanche a capire la dimensione del problema – che le fondamenta della società americana sono a rischio – e pertanto tutte le parti si ritengono soddisfatte nel ripetere ciò che è stato già detto in precedenza.
Persone più intelligenti e più fortunate di me dovranno dare forma alla soluzione. Io sto semplicemente indicando le possibili conseguenze del problema e l’inadeguatezza di tutte le idee che ho incontrato finora.
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mercoledì 29 gennaio 2014
PPPasolini - Poesia di Cinema o Cinema di Poesia
DALLA LETTERATURA AL CINEMA -seconda parte ,fine-
Già nelle Ceneri di Gramsci si annnunciava il cambiamento di mezzo
espressivo. E il cambiamento avverrà nel 1960 con il film Accattone
(Sarà il primo film vietato ai minori del cinema italiano) .Doveva
essere prodotto dalla Federiz società di produzione di Federico
Fellini con cui collaborava Pasolini .Vennero pure girate alcune scene
pilota che non convinsero il Maestro ,ma che anzi scatenarono un
litigio. Troppo" semplicistico e grossolano "il girato da Pasolini.
Poi l'amico e regista Mauro Bolognini gli trovò un produttore che sarà
Il "Finanziatore" di tutti i films fino al 1967 Alfredo Bini già
produttore del film il Bell'Antonio.
Alcune parole su questa figura importante ma nascosta dell 'opera
Pasoliniana .Alfredo Bini nasce a Livorno(Città Anarco-Commercial-
Artistica :Luciano Bianciardi,Amedeo Modigliani,Giovanni Fattori ,
Pietro Mascagni.
Lettere,pittura ,scultura, musica ) nel 1926 e con la sua casa di
produzione la Arco Film per dieci anni sosterrà non solo le opere di
Pasolini , ma anche di Bolognini, Gregoretti, Damiano Damiani. Una casa
di film certamente anticonformisti e fuori dal commerciale puro. Negli
anni 70 si traformermerà nella FinArco scendendo dalle altezze degli
anni 60, producendo pellicole sempre più"scandalisticamente
conformiste" fino a sparire nei primissimi anni 80.Alfredo Bini è morto
nell'Ottobre del 2010.
Subito il modello stilistico di Pasolini è il cinesta danese Dreyer
nel film muto la Passione di Giovanna D'arco :"una norma di essenziale
semplicità".I primi piani prevaricavano sui campi lunghi ,sui paesaggi :
la frontalità sulla discorsività. Ma si rifà anche al cinema
giapponese Mizoguchi e Rossellini .Le colonne sonore sono prese dalla
musica sei-settecentesca per esempio Bach , Scarlatti . Ma la
"fotografia " dei suoi films ancora una volta viene dal suo
apprendistato non friulano ,ma bolognese. Gli anni dell'Università. Lo
studente di lettere Pasolini seguì all'Alma Mater di Bologna i corsi
del grande storico dell'arte Roberto Longhi che influenzò generazioni
di storici dell'arte italiani e grande valorizzatore di Caravaggio .
Possiamo dire che con la grande mostra su Caravaggio del 1951 Longhi
inventa il Caravaggio come fenomeno artistico moderno riesumato dalle
profondità del '600.Pasolini si voleva laureare in storia dell'arte
proprio con Longhi el'abbozzo della tesi andò perduto quando l'8
settembre fuggi dalla leva militare. Poi a guerra finita conseguirà la
laurea con una tesi sulla poesia di Pascoli (durante la guerra aveva
lavorato molto su linguaggio poetico ,linguaggio dialettale).
Nel cinema si riaffaccerà la storia dell'arte , la pittura ,i colori
:La luce e le ambientazioni realistiche Caravaggesche, Il Manierismo di
Pontormo,Rosso Fiorentino i grandi affreschi di Giotto e Masaccio,Piero
della Francesca .
Una" pittoricità" filmica che si sposava al cinema di" poesia":cioè
un cinema denudato, ridotto all'osso,fuori da una sintassi commerciale,
senza dizionario .Il cinema diventava più della letteratura" la lingua
scritta della realtà" l'ossessione di "scandalo" della società
italiana per " il popolo più analfabeta e la borghesia più ignorante
d'Europa " come fa dire a Orson Welles nel film la Ricotta. Nel 1966
dirà che il cinema esprimeva un "allucinato, e pragmatico amore per la
realtà" ma anche "religioso"e quindi Sacro. Torniamo al Poeta ,all'Aedo
("io sono una forza del passato") cioè al cantore della cultura
contadina millenaria in cui e di cui aveva fatto esperienza di
religiosa spontaneità di una umanità emotivamente ricca di valori e
solidarietà .Questa in via di sparizione sotto i colpi
dell'omologazione consumistico-capitalista delle merci ,che tutto
distrugge e trasforma in prodotto commerciale.
Fabrizio Ghilardi
Antropologo e Storico delle Religioni
Copyright © 2014 - by Fabrizio Ghilardi - all rights reserved. Tutti i diritti sono riservati.
martedì 28 gennaio 2014
P P PASOLINI -Poesia di Cinema o Cinema di Poesia
EMOZIONI MODULATE DALL'INTELLETTO -parte prima
Tra il 1 e il 2 novenbre 1975all'Idroscalo di Ostia veniva assassinato
Pasolini . Nell'orazione funebre "a caldo "l'amico fraterno,
l'intellettuale Moravia ,con voce rotta dall'emozione e dalla rabbia
gridava con passione :"Hanno ucciso un poeta e di poeti in un secolo ce
ne sono due o tre .E un poeta dovrebbe essere sacro................".
Ecco chi era Pasolini un Poeta , colui che con la forza e la veracità
della parola rendeva intelleggibili le emozioni e la razionalità
emozionale .In lui la parola si é sviluppata a 360 gradi: Poeta ,
Romanziere , Sceneggiatore, Commediografo, Giornalista;in segno:Pittore
(ha lasciato 420 tra quadri e disegni) e poi dagli anni 60' si è
mutata in immagine .Cineasta .
Nasce a Bologna nel 1922 , ma il suo apprendistato di umana
adolescenza e di virile maturità si svolgerà in Friuli a Casarsa nel
paese della famiglia della Madre Sussanna Colussi maestra di scuola .E
li in Friuli durante le vacanze estive e poi dal 1942 fino al 1949 che
il giovane Pier Paolo , a contatto con la cultura(Nel senso di E.B
Taylor : Cultura é quel complesso insieme ,quella totalità che
comprende la conoscenza, le credenze, l'arte ,la morale,il diritto,il
costume,e qualsiasi altra capacità e abitudine acquisita dall'uomo in
quanto membro di una società) contadina in cui viveva immerso in un
tempo "Senza Tempo" in un" Eterno Ritorno"delle stagioni con i suoi
colori ,profumi e sapori della natura e nel dialetto locale dei
contadini di Casarsa troverà la fonte dell'elaborazione poetica .
Infatti per tutti gli anni 40' sono un cantiere di versi in vernacolo ,
di ricerche glottologiche e sperimentazioni linguistiche ,di dipinti e
disegni vicini all'impressionismo francese ,di regista tetrale e
organizzatore di cineclub .E' il mito della Belllezza e della Felicità
degli anni friulani ,una sorta di Eden. Scacciato per aver mangiato il
"frutto proibito" della conoscenza della" passione carnale ".Nel 1949 é
accusato di atti osceni in luogo pubblico con 4 ragazzi minorenni.
Verrà assolto nel 1952( in tutta la sua vita verrà processato in totale
per 33 volte ).Comunque scoppia lo scandalo e il mite e gentile
Professore di letteratura iltaliana e latino di scuola media ,amato
dai suoi studenti e dalle famiglie per i suo impegno pedagogico, il
Compagno segretario, capace organizzatore politico e culturale, della
locale sezione del Partito Comunista Italiano, viene bollato dalla
comunità per il" vizio innominabile di pederastia" e licenziato dallla
scuola e espulso dal PCI per "indegnità morale".
Nel gennaio del 1950 si trasferisce a Roma con la madre e Pier Paolo
rinasce a nuova vita .La maturità letteraria. Gli inizi non sono facili
, per chi lascia la propria casa all'immprovviso. E per lui il Friuli ,
Casarsa era la "Casa" per antonomasia .Amore ,Calore ,Protezione .Era
tutto l'universo emotivo-esperenziale-intellettuale che crollava.Un
mondo in lui periva o meglio si trasformava . A Roma grazie al lavoro
sedimentato negli anni friulani , e soprattutto alla sua capacità
poetica si fa largo nel mondo letterario romano,e italiano vincendo
svariati premi di poesia.Poi l'mpegno nelle sceneggiature di films che
hanno fatto la storia del cinema italiano e mondiale (Le nozze di
Cabiria,La Dolce vita,il bell'Antonio ecc...).Arrivando a Roma scopre
un'omologia con il mondo che aveva lasciato, dalla cultura contadina al
sottoproletariato urbano . Tutta l'esperienza di studi glottologici e
linguistici e illuminati dai Quaderni dal Carcere di Gramsci ,
soprattutto di Classi egemoni e Classi subalterne viene messa al
servizio nella costruzione dei due romanzi simbolo che gli apriranno il
successo nazionale e internazionale con soluzioni originali e ardite di
ricerca linguistiche del dialetto romanesco "Ragazzi di vita e Una Vita
Violenta".Accolti con trionfo dalla comunità letteraria dell'epoca ma
stroncati dai benpensanti di sinistra, il PCI per offesa al Popolo, e
dai benpensanti di destra la DC, per oscenità e immoralità. E poi quando
nel 60' passerà dalla letteratura alla "letteratura per immagini" cioé
i films ,ogni uscita di un suo film sarà segnata da pubbliche
contestazioni e denuncie e processi sempre per oscenità, immoralità ,
vilipendio alla religione.
Fabrizio Ghilardi
Antropologo e Storico delle Religioni
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mercoledì 12 dicembre 2012
IL Ritorno delle Plutocrazia
Di Enrico Melchionda
Ormai sono in pochi a negare che i regimi democratici stiano attraversando una crisi senza
precedenti, o siano quanto meno esposti a sfide assai ardue da superare. Naturalmente, si tratta di
sfide e problemi ben diversi da quelli che nella prima metà del Novecento condussero, in
determinati paesi, alla tragedia dei fascismi. Questa volta la malattia è diversa, ma non meno grave.
Anzi, per certi versi essa appare ancora più insidiosa, se non altro perché si presenta ovunque, fin
dentro il cuore di quelli che siamo abituati a considerare i baluardi del mondo sviluppato e della
cultura liberaldemocratica, gli stessi che seppero fronteggiare sia la sfida della democratizzazione
rivolta ai regimi liberali "monoclasse", e resistere così alla reazione fascista, sia la sfida comunista,
a cui risposero con la dichiarazione della guerra fredda e con l’istituzione dei moderni sistemi di
welfare state.
Oggi le sfide con cui si devono confrontare le liberaldemocrazie sono altre: la
globalizzazione che svuota le vecchie sovranità nazionali e rende difficile il controllo delle élite, il
multiculturalismo che minaccia le omogeneità identitarie delle popolazioni, le comunicazioni di
massa che stravolgono la partecipazione e l’informazione politica dei cittadini, il fondamentalismo
e il terrorismo internazionale che rovesciano sulle comunità politiche occidentali e sui loro equilibri
istituzionali tutta la rabbia e la disperazione accumulata dai popoli dominati. Sfide che si
presentano, inoltre, in un contesto in cui non c’è più l’antagonista sovietico a fare da contraltare e da
stimolo per gli stati capitalistici sviluppati, favorendo una qualche armonizzazione degli interessi in
campo internazionale come all’interno delle singole società nazionali.
Tra le varie modalità con cui queste sfide si presentano politicamente, ve ne sono alcune che
destano particolare preoccupazione. L’attenzione degli studiosi si è per lo più rivolta, negli ultimi
anni, ai fenomeni del populismo, o del direttismo, e dell’antipolitica, che convergono nel minare gli
aspetti rappresentativi e liberali dei regimi democratici. Ritornano qui le tematiche evocate a suo
tempo da Tocqueville e dai padri del liberalismo, quando parlavano del rischio della “tirannia della
maggioranza” e della necessità di limitarne il potere. Una chiave di lettura che viene riproposta
oggi, alla luce delle nuove tendenze plebiscitarie e delle manipolazioni dell’opinione pubblica
favorite dalla crisi delle strutture di rappresentanza e dall’amplificazione del potere mediatico, e che
coglie indubbiamente processi reali. Ma c’è un’altra chiave di lettura che comincia a farsi strada e
che, pur non essendo in contrasto con quella dominante, delinea una spiegazione diversa, quanto ad
approccio e implicazioni, della crisi della democrazia. Mi riferisco alla problematica della
plutocrazia.
Il concetto di plutocrazia ha una storia che andrebbe ripercorsa attentamente, perché mai
come in questo caso si metterebbe in luce il legame di continuità che può esistere tra parole, nozioni
e realtà. Non è questa la sede per farlo, ma può essere utile richiamarne almeno qualche passaggio.
Cominciando dall’origine del concetto, che di solito si fa risalire – come per i più importanti
concetti politici – all’antichità, forse a causa della sua etimologia inequivocabile (dal greco
ploutokratía, composto di plôutos "ricchezza" e -kratía "potere"), ma che in realtà fu usato assai
raramente in quell’epoca e comunque mai in maniera sistematica e teoricamente perspicua. Infatti il
termine si è diffuso solo in epoca moderna, e in ambito anglosassone, trovando una naturale
collocazione negli Stati Uniti dal XIX secolo in poi. Furono i movimenti populista e progressista di
fine Ottocento, in particolare, ad adottare con insistenza e a diffondere ampiamente la critica della
plutocrazia, che ritenevano dominasse la scena politica americana attraverso una forte collusione tra
politici di partito e uomini d’affari. Una critica che, pur ottenendo scarsi risultati pratici, se non
quelli di una certa moralizzazione e di un drastico (e definitivo) indebolimento dei partiti,
sedimentò tuttavia un sentimento durevole, anche se quasi sempre marginale, e soprattutto una ben
definita immagine della politica americana che ha resistito sino ad oggi.
E’ dagli Stati Uniti che il concetto di plutocrazia arrivò, per una breve e incerta vita, nel
continente europeo. Esso, ostacolato dal radicamento delle teorie marxiste, che davano conto a loro
modo del fondamento economico del potere politico, ebbe in Europa minore fortuna. Solo nei primi
decenni del Novecento andò diffondendosi, per merito degli studiosi élitisti e realisti (ivi compresi
Weber e Gramsci), specialmente ad opera dell’ultimo Pareto, secondo il quale “Il reggimento dei
popoli occidentali, che si dice democratico, è in realtà quello di una plutocrazia democratica, che
inclina ora alla plutocrazia demagogica” (il passo è del 1920, ma il concetto fu ulteriormente
sviluppato nel suo Trasformazione della democrazia). Com’è noto, il termine finì poi per essere
incorporato, e in definitiva bruciato, dal fascismo e dal nazismo. Nella loro ideologia, a parte le
qualificazioni anti-semite, la plutocrazia era identificata con le liberaldemocrazie, soprattutto con il
modello americano, e affiancata al bolscevismo in un dualismo che talora veniva fatto risalire alla
stessa matrice “giudaica”, ma che in ogni caso voleva accreditare l’immagine del fascismo come
terza via propriamente “europea”.
Non meraviglia, quindi, che dopo la guerra e l’affermazione dell’egemonia americana in
Europa la parola stessa diventasse un tabù. Bisognerà aspettare gli effetti dell’ondata di
mobilitazione degli anni sessanta per ritrovarne traccia nel discorso politico e politologico. Il
tentativo più serio, da questo punto di vista, verrà fatto dal pioniere della nuova scienza politica
europea, Maurice Duverger, che nel suo libro più anomalo (Janus, les deux faces de l’Occident,
1972) criticava, da una posizione radicale ma non marxista, i regimi liberaldemocratici, definiti
come “plutodemocrazie”. In questo modo, lo studioso francese andava a ricongiungersi con un
filone politico-sociologico che già da qualche tempo aveva rimesso in campo un tentativo analogo
negli Stati Uniti. Mi riferisco alla scuola cosiddetta neo-élitista, il cui “manifesto” può essere
considerato The Power Elite di Wright Mills, ma che si dispiegava in una serie di ricerche diverse
(vi possiamo far rientrare anche studiosi come Schattschneider e Lowi), la cui linea comune stava
nella critica dell’ideologia pluralista, considerata puramente apologetica, e nella risposta alla
domanda Who Rules America?, che dà il titolo a due bei libri di G. William Dohmoff e più o meno
esplicitamente è: la plutocrazia.
Negli ultimi anni il concetto di plutocrazia sta vivendo una nuova fioritura, tanto in America
quanto in Europa, e sembra che stia perfino acquisendo, del tutto spontaneamente, una maggiore
connotazione rispetto al passato. Lo ritroviamo sempre più di frequente sia nel linguaggio
politologico che in quello politico e giornalistico. Certo, esso continua ad essere in una certa misura
il distintivo delle culture marginali che se ne ritengono storicamente depositarie, cioè dei nostalgici
del populismo americano e dell’estrema destra europea, non solo di ascendenza fascista (è il caso
del leghismo italiano), che tra l’altro ha cercato di rinverdire il proprio strumentario sostituendo
nuovi aggettivi (es: mondialista) a quelli che accompagnavano classicamente il concetto (giudaica,
massonica). Ma ultimamente ha fatto il suo ingresso anche nel linguaggio e nella cultura di sinistra,
nei partiti e nei movimenti. Oggi negli Stati Uniti i paladini della lotta contro la plutocrazia sono
Ralph Nader e vari esponenti del partito democratico (ecome John McCain). E in Italia, sulla spinta
del fenomeno Berlusconi, hanno iniziato a preoccuparsi del problema uomini politici tutt’altro che
radicali come Giuliano Amato, mentre storici come Salvadori riscoprono in questo senso gli scritti
del sociologo liberale americano William G. Sumner. Comunque la sensibilità verso il tema della
plutocrazia sembra aver trovato il suo terreno più fertile nell’ambito dei nuovi movimenti, a
cominciare da quelli no global e pacifisti, che si oppongono alla globalizzazione neoliberista e alle
sue implicazioni sia in campo politico-sociale che nell’ambito delle relazioni internazionali.
L’immagine della società internazionale che si ricava dai documenti e dai discorsi dei no
global è quella un po’ semplificata di un sistema dominato dalle imprese multinazionali: una
“corporatocrazia”. La stessa immagine, del resto, viene usata efficacemente per descrivere il cuore
di questo sistema, cioè gli Stati Uniti. Non è difficile, in effetti, evidenziare in quale misura quella
che si presenta come una democrazia liberale sia stata corrotta dalla politica delle corporation
(corporate money politics). Basta pensare al ruolo del denaro nelle campagne elettorali, in cui
vincono i candidati che spendono di più (nel 94% dei casi al Congresso), in cui il costo per essere
eletti è mediamente di 900 mila dollari per la Camera, di quasi 5 milioni per il Senato e di ben 186
milioni per la presidenza. Basta considerare il trattamento speciale che ottengono dai parlamentari le
aziende e i gruppi di interesse in cambio di finanziamenti elettorali. Basta guardare all’attuale
amministrazione, voluta fortemente dal big business, eletta a dispetto del voto popolare e composta
da persone legate a filo doppio con le grandi corporation, se non proprio loro espressione diretta.
Insomma, pur limitandosi a questi pochi indicatori, la definizione di plutocrazia sembra
adattarsi perfettamente al sistema politico americano. Vista da questo punto di vista, la crisi della
democrazia assume una luce ben più inquietante di quanto si evinca dagli approcci di tipo liberale a
cui accennavo all’inizio. Quel che mi sembra più proficuo di questa chiave di lettura, è che essa ci
libera da una prospettiva tutto sommato conservatrice, in cui si tratterebbe semplicemente di
difendere le garanzie e gli equilibri giuridico-istituzionali oggi minacciati (anzitutto dal potere
mediatico) per ristabilire l’assetto genuinamente democratico prodotto a suo tempo dalla miracolosa
congiunzione fra sovranità popolare e costituzionalismo liberale. Al contrario, la categoria di
“plutocrazia” ha il merito di richiamare la grande acquisizione teorica dell’élitismo in modo tale da
supportare l’analisi realistica dello stato e delle tendenze dei regimi liberaldemocratici con una
critica della democrazia. Questa sarebbe davvero una novità.
Detto questo, non bisogna nascondersi, naturalmente, i limiti cui va incontro un approccio
del genere. Il concetto di plutocrazia non dà conto della relazione complessa che sussiste tra potere
politico e sistema socio-economico (classi). Non a caso esso può essere confuso con un marxismo
semplicistico, come quello che si riassume nella formula del governo “comitato d’affari della
borghesia”, mentre è del tutto estraneo al marxismo scientificamente più avvertito, com’è stato ad
esempio quello di matrice althusseriana. Eppure, non è necessariamente incompatibile con
quest’ultimo, a condizione di saper distinguere a quale livello della scala di astrazione il concetto si
collochi. Quello di “plutocrazia” è infatti un concetto molto empirico, che definisce una data forma
del potere politico dell’élite dominante, dando conto di un certo tipo di classe politica e del suo
reclutamento, di un certo tipo di rapporti effettivi tra politica e interessi, di un certo tipo di
strutturazione e dislocazione dei poteri tra le varie istituzioni e organizzazioni politiche, ecc. Questo
vuol dire, in altre parole, che non tutti i regimi liberaldemocratici sono plutocratici, ma lo sono
quelli che vedono un intervento diretto delle imprese nel processo di governo e di reclutamento del
personale politico.
Non so quale sia la strada per contrastare un sistema plutocratico. Ma, se vogliamo attestarci
sull’esperienza passata, forse un’indicazione ci può venire dal confronto tra il modello americano e
quello europeo del Novecento. Da essi emerge l’importanza del ruolo dei partiti di massa. Mentre il
loro smantellamento in America ha aperto la strada alla plutocrazia, la partitocrazia europea del
secondo dopoguerra consentì alle classi subordinate di bilanciare in qualche misura il potere del
denaro, ottenendone benefici concreti non indifferenti. Purtroppo oggi, per ragioni che non è
possibile esporre in questa sede, rimane ben poco di questo modello. Anche l’Europa sembra essersi
incamminata verso il modello plutocratico, con il nostro paese a fare da battistrada. Può darsi che
alla fine si prenda un’altra strada, che difficilmente potrà essere quella di un ritorno al passato, ma
se è davvero alla democrazia che ci si vorrà ispirare dovrà essere di sicuro una strada ancora una
volta contrassegnata dalla partecipazione e dalla rappresentanza del popolo.
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domenica 9 dicembre 2012
Contro la retorica dell'orizzontalità
La funzione di figure, ruoli e soggetti che fanno da tramite è anche quella di costruire una traduzione simbolica delle cose, perché ci obbligano a non ridurre la vita alla nostra esperienza
Mettere tutto e tutti sullo stesso piano, pensando in questo modo di rifiutare gerarchie e doveri per avere una maggiore libertà, azzera i legami di una comunità Che invece sono decisivi come collanti sociali
La società orizzontale
Dalla scuola ai sindacati, dai partiti agli editori fino ai critici, le istituzioni sono sempre più discusse
In nome di un presunto rapporto diretto che cancella la mediazione
di Massimo Recalcati Repubblica 25.11.12
Nel nostro tempo spira un vento forte in direzione contraria alla funzione sociale delle istituzioni. Gli esempi sono molteplici e investono anche la nostra vita collettiva: dalla famiglia alla Scuola, dai partiti ai sindacati, dall’editoria alla vita affettiva, assistiamo ad una caduta tendenziale della mediazione e della sua funzione simbolica. Di fronte ad una bocciatura i genitori tendono ad allearsi con i loro figli più che con gli insegnanti; possono cambiare scuola o impugnare la loro causa rivolgendosi ai giudici del Tar; il ruolo educativo da parte di un adulto suscita spesso il sospetto di un abuso di potere; la Rete offre la possibilità a chi ritiene di essere uno scrittore di farsi il proprio libro online senza passare dal giudizio degli editori; la figura del critico, che faceva da ponte tra opera e pubblico, è oramai azzerata; le amicizie non passano più dalla mediazione indispensabile dell’incontro dei volti e dei corpi, ma si coltivano in modo immateriale sui
social networks; di fronte alla dimensione necessariamente snervante del conflitto politico si preferisce l’opzione della violenza o dell’insulto. Anche i sintomi che affliggono la vita delle persone hanno cambiato di segno; mentre qualche decennio fa apparivano centrati sulle pene d’amore, sull’importanza irrinunciabile del legame sociale, oggi non è più la rottura del legame a fare soffrire, ma è l’esistenza del legame che viene avvertita come fonte di disagio.
Un disagio diffuso soprattutto tra i ragazzi. Milioni di giovani vivono, nel mondo cosiddetto civilizzato, come prigionieri volontari. Hanno interrotto ogni legame con il mondo, si sono ritirati nelle loro camere, hanno abbandonato scuola e lavoro. Questa moltitudine anonima preferisce il ritiro, il ripiegamento su di sé, alla difficoltà della traduzione imposta dalla legge della parola. È un segno dei nostri tempi. Il Terzo appare sempre più come un intruso. Eppure non c’è vita umana che non si costituisca attraverso la mediazione simbolica dell’Altro. Il pianto angosciato di un bambino nella notte ci chiama alla risposta, alla presenza, ci convoca nella nostra responsabilità di accogliere la sua vita. Il mito del farsi da se stessi, dell’autogenerazione, come quello del farsi giustizia da sé, è un mito che il liberismo contemporaneo ha assunto come un suo stemma. In realtà nessuno è padrone delle sue origini, come nessuno può essere salvatore del mondo. Non esiste comunità umana senza mediazione istituzionale, senza mediazione simbolica, senza il lavoro paziente della traduzione della lingua dell’Altro. Divento ciò che sono solo passando dalla mediazione dell’Altro (famiglia, istituzioni, società, cultura, lavoro, ecc.) e non solo attraverso le esperienze personali che ho fatto. Nel nostro tempo questa mediazione necessaria alla vita è in crisi. Nel nome di una società orizzontale che esalta i diritti degli individui senza dare il giusto peso alle loro responsabilità evapora la dimensione della mediazione simbolica: fare gli interessi della collettività è percepito come un abuso di potere contro la libertà dell’individuo. Questo declino della mediazione simbolica non significa solo che il nostro tempo ha smarrito la funzione orientativa dei grandi ideali della modernità e scorre privo di bussole certe al di fuori dei binari solidi che le grandi narrazioni ideologiche del mondo (cattolicesimo, socialismo, comunismo, ecc) e le sue istituzioni disciplinari (Stato, Chiesa, Esercito) assicuravano, ma manifesta una sorta di mutazione antropologica della vita. L’individualismo si afferma nella sua versione più cinica e narcisistica investendo la dimensione della mediazione simbolica di un sospetto radicale: tutte le istituzioni che dovrebbero garantire la vita della comunità non servono a niente, sono, nella migliore delle ipotesi, zavorre, pesi arcaici che frenano la volontà di potenza dell’individuo o, nella peggiore delle ipotesi, luoghi di sperpero e di corruzione osceni. Ma come? Non è compito delle istituzioni, come dichiarava Lacan, porre un freno al godimento individuale rendendo possibile il patto sociale, la vita in comune?
La violenza di questa crisi economica ha prodotto giusta indignazione e sfiducia verso tutto ciò che agisce in nome della vita pubblica, verso tutto ciò che sfugge al controllo diretto del cittadino. Le istituzioni non l’hanno saputa avvertire, frenare, governare. Il caso della politica si impone come esemplare. Il luogo che secondo
Aristotele deve riuscire a determinare l’integrazione pubblica delle differenze individuali sotto il segno del bene della polis – il luogo più eminente della traduzione simbolica – si è rivelato corrotto dalla affermazione più scriteriata degli interessi individuali. Il politico liberato dal peso dell’ideologia si è ridotto a un furfante che ruba per se stesso. Eppure non si può rinunciare così facilmente alla politica, l’arte della mediazione.
Perché i rischi sono evidenti, li abbiamo visti in questi anni, tra leadership carismatiche e fondazioni mitiche. Li vediamo oggi quando avanza un nuovo populismo che si appoggia sulla democrazia tecnologica garantita dalla Rete per evitare la “truffa” della mediazione politica. Ma il populismo non è forse una forma radicale di pensiero anti-istituzionale che rigetta la mediazione simbolica affermando l’illusione di una democrazia diretta puramente demagogica?
In questo senso il liberale conservatore Lacan replicava alle critiche degli studenti del ’68 che gli rimproveravano di non autorizzare la rivolta contro le istituzioni che non esiste alcun “fuori” dalla mediazione imposta dal linguaggio. Il destino degli esseri parlanti è infatti quello della traduzione. Lacan disillude l’impeto rivoluzionario degli studenti: non esiste possibilità che una rivolta animata dalla rottura con il campo istituzionale del linguaggio non ricada nella stessa violenza dalla quale avrebbe voluto liberarsi. La rivoluzione porta sempre con sé un nuovo padrone. L’invocazione di una democrazia diretta che reagisca in modo anti-istituzionale alla debolezza e alla degenerazione
insopportabile delle istituzioni rischia di spalancare il baratro di un populismo che finisce per gettare via insieme all’acqua sporca anche il bambino. Il grillismo sbandiera una forma di partecipazione diretta del cittadino che rifiuta, giudicandola un ferro vecchio della democrazia, la funzione sociale dei partiti.
Ma è un film che abbiamo già visto. È una legge storica e psichica, collettiva e individuale insieme: chi si pone al di fuori del sistema del confronto politico e della mediazione simbolica che la democrazia impone, finisce per rigenerare il mostro che giustamente combatte. Non è solo un insegnamento della storia ma anche, più modestamente, della pratica della psicoanalisi. La rabbia verso i padri, il puro rifiuto di tutto ciò che si è ricevuto, il disprezzo dell’eredità, rischia sempre di generare una protesta sterile, che impedisce di discriminare l’oro dal fango, che fa di tutta l’erba un fascio, e, dulcis in fundo, che mantiene legati per sempre al padre di cui ci si voleva liberare, rieditandone il volto mostruoso e autoritario.
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mercoledì 7 luglio 2010
Dal lavoro per "vocazione" al "lavoro flessibile"
Come il capitalismo "flessibile" ha reso possibile la realizzazione dell'utopia marxista e socialista, del superamento della divisione sociale del lavoro. Ma mutandone segno e finalità
di Antimo Negri
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La letteratura critica, in particolare sociologica ed economica, sul mondo della produzione e del lavoro (dell'organizzazione dell'una e dell'altro) nell'epocale e rivoluzionario passaggio dalla civiltà del lavoro diviso, o del posto di lavoro rigidamente fisso, alla civiltà di quello che oggi si usa dire "lavoro flessibile", o del posto di lavoro precario e mutevole, è ormai sterminata, di giorno in giorno anche in maniera smodata crescente.
Il passaggio in questione si può caratterizzare anche come quello dagli Stati nazionali alla globalizzazione; o, anche, come quello dall'old economy alla new economy. Ma, con maggiore inclinazione a problematizzarlo. Soprattutto lo storico del concetto di lavoro, più accorto nell'usare la categoria del cangiamento temporale della teoria e della prassi, può considerarlo come il passaggio, irreversibile o reversibile che sia, dalla cultura, essenzialmente cristiana, dell'homo vocatus alla cultura, che si potrebbe definire post-cristiana, dell'homo flexibilis. Almeno se, dove c'è vocatio nel senso paolino e poi nel senso calvinista, o calling o Beruf, (chiamata) professione nel senso weberiano, non può esserci, appunto, "flessibilità", in quanto sviamento da un'attitudine naturale ad esercitare un mestiere o a svolgere un'attività professionale cui si debba ubbidire, volendo servirci di un'espressione di Hegel, come ad un destino.
La cultura cristiana della vocatio è, senza alcun dubbio, quella che si coestende, storicamente, con una civiltà industriale capitalisticamente assestata, bisognosa, per soddisfare nella maniera più razionale le esigenze della produzione più efficiente e competitiva e dell'organizzazione più "scientifica" del lavoro (sì, si può pensare a Taylor e a Ford), di uomini addetti, rassegnatamente tali, ad un lavoro diviso. I primi capitoli della smithiana Ricchezza delle nazioni (1776), nei quali si descrive la divisione del lavoro sociale come il pilastro della produzione manifatturiera cui serva un uomo che non evada dal ruolo lavorativo determinatissimo che gli si assegna, fosse anche quello dello specialista nella fabbricazione della diciottesima parte di uno spillo, trovano i preliminari dottrinali nella calviniana Institutio religionis christianae (1536), in cui, proprio in nome della vocatio, si esorta l'uomo a non abbandonarsi ad una desultoria levitas, cioè ad una "leggerezza saltellante" che lo faccia passare ludicamente da un'attività all'altra.
E' una circostanza, questa, che merita di essere vagliata criticamente, in un momento storico come il nostro, in cui, con le tecnologie più avanzate, soprattutto quelle informatiche, il capitalismo, uscito vincitore dal conflitto con il comunismo che ha caratterizzato una parte del nostro "secolo breve", non ha più bisogno dell'homo vocatus o, più precisamente, di un uomo che si vuole, anche in forma di residui ideologici che affondano le radici nell'antichità classica (la "natura che non fa salti" è un motto che sanziona l'antica divisione classistica tra padroni e servi, cara anche a Nietzsche) di un'attività parziale e anzi parzialissima, fuori del quale sarebbe di grave pregiudizio per le sorti di qualsiasi impresa. Sì, l'epoca del taylorismo e del fordismo, l'ultima grande appendice della cultura dell' homo vocatus o del lavoratore diviso, imprigionato in un ruolo lavorativo ripetitivo ed ottundente (lo ammetteva lo stesso Smith, ma non ne voleva un altro Ford la cui "catena di montaggio" è una significativa metafora), è finita. E l'organizzazione capitalistica della produzione e del lavoro ha sostituito, via via sempre di più, la figura del "lavoratore flessibile" alla figura del "lavoratore chiamato".
Resta, intanto, sul tappeto la domanda che, nel 1952, si poneva il sociologo francese G. Friedmann: Où va le travail humain? Ma è una domanda questa, alla quale, all'inizio del 2000, non si può dare la stessa risposta che, anche con passione umanistica, le dava Friedmann. L'organizzazione capitalistica della produzione e del lavoro sembra aver reso possibile, per una sorta di ironia della storia, la realizzazione di quella che, nelle teorie del socialismo più estremistico, appariva come una irrealizzabile utopia: la fine della divisione del lavoro sociale, propria della cultura della vocatio. O, in una parola, ha reso possibile la realizzazione dell' homo flexibilis, cioè di un lavoratore non più relegato in un ruolo fisso, ma capace di svolgere una "poliattività" (il termine è, significativamente, platonico), di cambiare più volte mestiere o professione nella vita, di attendere a molteplici attività nell'arco di una stessa giornata. E non era questo il sogno (accarezzato anche da Marx non privo, anche nell'elaborazione più scientifica del suo socialismo, di umori utopici) del socialista utopista Fourier? Non bisognava, secondo Calvino, abbandonarsi alla desultoria levitas? Ma Fourier esalta, tra la fine del Settecento e l'inizio dell'Ottocento, la passion papillonnante, la "passione sfarfallegiante" (ed Italo Calvino ne ha illustrato i tratti più caratteristici), che induce a passare da un mestiere all'altro, da una professione all'altra. Il capitalismo ha reso possibile, storicamente ciò che auspicava il socialismo utopistico e lo stesso socialismo scientifico, anche nutrito di utopia.
L'"uomo flessibile" è, appunto, un uomo chiamato, nell'organizzazione della produzione e del lavoro, a rinunciare all'idea del "posto fisso", a disporsi alla "flessibilità" e alla "mobilità". Si è detto: "chiamato". Ma, qui, la vocatio della cultura cristiana, della civiltà industriale moderna e capitalistica non c'entra più. Egli è "chiamato", sì, ma da un capitalismo non più di "tempi moderni" (Chaplin), bensì di "tempi post-moderni" o, se si vuole, "post-industriali". O, da ultimo, di tempi che si dicono, ormai, come si avvertiva, della globalizzazione, della new economy. Tempi che hanno prodotto, anzi tutto, se si vuol dar retta ad un sociologo illustre della London School of Economecs, un flexible capitalism, che, tuttavia, del vecchio capitalismo, sempre fornito di energie che gli permettono di cambiare pelle, conserva il timbro della "modernità", almeno se per "modernità" deve e può intendersi un'attitudine impareggiabile ad imbrigliare l'uomo nelle reti della ratio, del calcolo dell'intelligenza strumentale, della quale si fa organo pur sempre il caput il capo (onde capitalismo).
Il sottotitolo dell'opera di Richard Sennet chiamato in causa è il seguente: The personal consequences of work in the capitalism. E, certo il "nuovo capitalismo" - o il "capitalismo flessibile" - ha una potente influenza, alla quale non ci si può sottrarre, sulla "vita personale" degli uomini: esso fa tacere anche i lamenti ideologici sulla "fine del lavoro" (Rifkin) o sull'"orrore economico" della civiltà che si è detta post-cristiana, perché non più civiltà della vocatio (Viviane Forrester). E che il "nuovo capitalismo abbia questa influenza lo dimostra proprio il fatto che esso ha prodotto e produce "lavoratori flessibili". O, anche, ha sbarrato e sbarra la porta a una civiltà non più del lavoro, bensì dei lavori (Accornero). La quale, certo, può risolversi anche in una civiltà del "lavoro creativo" o dell'"ozio creatico" (De Masi). Ma resta che si tratta anche di una civiltà in cui il problema più assillante è quello della disoccupazione alla risoluzione del quale attendono le più svariate e più conflittuali politiche occupazionali. Una cosa è certa, intanto: si spalanca lo spazio per una vera e propria futurologia del lavoro. E su questa stessa futurologia, con i suoi testi già scritti o che si devono ancora scrivere, bisogna fare apposito discorso, il meno ideologicopossibile e il più scientifico possibile.
Né può essere, questo discorso, condotto senza un approccio interdisciplinare. Il lavoro, infatti, già da un pezzo, è divenuto, esso stesso, un oggetto diviso di studio. E, per ciò stesso, c'è bisogno, per studiarlo, magari senza l'assillo delle "domande" politiche di turno e senza le prevaricazioni di molteplici prospettive sindacali, di lavoratori intellettuali divisi: dal sociologo del lavoro allo psicologo del lavoro, dall'economista del lavoro al giurista del lavoro. Non giustapponendo, si capisce, i contributi di studio di questi lavoratori intellettuali. L'oggetto di studio è unico. Guai a dividerlo senza ricomporlo in unità. Soprattutto con un obiettivo preciso: quello di commisurare criticamente due culture o due civiltà: quella tramontata della vocatio e quella ormai in piena espansione della flessibilità. Il futurologo del lavoro non può non essere anche uno storico del lavoro.
E' che non si possono convenientemente valutare, nello stesso momento in cui si vanno già svolgendo, le res gerendae del mondo del lavoro senza conoscerne le res gestae. Ciò che in questo mondo è accaduto, sta accadendo ed accadrà riguarda un uomo ed anzi ha come protagonista un uomo il cui passato ed il cui futuro si intrecciano in un presente in cui le ragioni del rispetto della sua "vocazione" e quella della necessità della sua "flessibilità". Osservata, questa, almeno qui, proprio come il rovescio della "vocazione". Ma va detto che, così osservata, contro una "vocazione" che "naturalizza" ogni mestiere ed ogni professione dell'uomo, per ciò stesso vincolandolo ad un destino invalicabile, la "flessibilità" può anche assumere il suo volto "umanistico", se implica l'idea di un'attività molteplice, varia, plurilaterale, in forza della quale l'uomo può realizzarsi in tutta la sua pienezza e non essere avvilito in una parte e in una parte soltanto di sé. si accennava alla possibilità di un risolversi del "lavoro flessibile" in un "lavoro creativo", in una parola dell'homo flexibilis in homo ludens. Ed è una possibilità, questa, che sembra faccia valere un'istanza non trascurabile: quella che emerge da certo neoumanesimo tedesco tra Settecento ed Ottocento (Hoelderlin, Schiller), non estraneo alla coscienza di Marx; un'istanza che, rispettata fino in fondo, toglie al lavoro la sua fisionomia "servile" e lo fa vibrare di libertà.
Nell'ideologia - giacché di questo si tratta - del "lavoro flessibile" c'è posto anche per questa istanza. Ma bisogna subito avvertire che si frantuma non appena si scopre che la "flessibilità" è il necessario prodotto storico di una "flessibilizzazione" di fatto esercitata dai poteri che vigono, ormai, in un'organizzazione della produzione e del lavoro, che "flettono", piegano alla loro volontà un uomo che, anche se non vive di solo lavoro (Totaro), lavora per vivere. E che cosa dicono, imperativamente, questi poteri, ad un uomo che vuole, e tuttavia spesso non può, lavorare per vivere? Né più né meno, questo: tu lavorerai quando noi vogliamo e nella misura in cui a noi conviene (la logica dell'impresa: efficienza, produttività, competitività); e, se lavorerai, rassegnati a fare non ciò che puoi e devi fare ubbidendo ad una "vocazione", bensì anche ciò che l'assenza di una "vocazione" non ti permette di fare con la gratificazione che fiorisce solo quando lavoro e "vocazione" coincidono.
Da questo punto di vista, può nascere anche la nostalgia per la cultura della vocatio, per la civiltà del lavoro diviso. Almeno se lo stesso concetto di "Flessibilizzazione" non è logicamente impiegabile se non a patto che ci si riferisca, in concreto, ad un soggetto che "flette" e ad un soggetto (anzi un oggetto) che viene "flettuto". Il soggetto che "flette", ormai, si è individuato: è il "capitalismo flessibile". Non ci vuole molto a individuare il soggetto (ed anzi l'oggetto) "flettuto": lo puoi vedere in ogni figlio di mamma che, per essere "degno del suo cibo" (San Paolo), curva la schiena sotto un fardello (il lavoro che è ponos , fatica, pena, peso) che, per "vocazione" non può e non deve portare. E, poi, leggi, nella Laborem exercens di Papa Giovanni Paolo II: Prima di tutto il lavoro è "per l'uomo" e non l'uomo "per il lavoro" (I,6)!
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Come il capitalismo "flessibile" ha reso possibile la realizzazione dell'utopia marxista e socialista, del superamento della divisione sociale del lavoro. Ma mutandone segno e finalità
di Antimo Negri
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La letteratura critica, in particolare sociologica ed economica, sul mondo della produzione e del lavoro (dell'organizzazione dell'una e dell'altro) nell'epocale e rivoluzionario passaggio dalla civiltà del lavoro diviso, o del posto di lavoro rigidamente fisso, alla civiltà di quello che oggi si usa dire "lavoro flessibile", o del posto di lavoro precario e mutevole, è ormai sterminata, di giorno in giorno anche in maniera smodata crescente.
Il passaggio in questione si può caratterizzare anche come quello dagli Stati nazionali alla globalizzazione; o, anche, come quello dall'old economy alla new economy. Ma, con maggiore inclinazione a problematizzarlo. Soprattutto lo storico del concetto di lavoro, più accorto nell'usare la categoria del cangiamento temporale della teoria e della prassi, può considerarlo come il passaggio, irreversibile o reversibile che sia, dalla cultura, essenzialmente cristiana, dell'homo vocatus alla cultura, che si potrebbe definire post-cristiana, dell'homo flexibilis. Almeno se, dove c'è vocatio nel senso paolino e poi nel senso calvinista, o calling o Beruf, (chiamata) professione nel senso weberiano, non può esserci, appunto, "flessibilità", in quanto sviamento da un'attitudine naturale ad esercitare un mestiere o a svolgere un'attività professionale cui si debba ubbidire, volendo servirci di un'espressione di Hegel, come ad un destino.
La cultura cristiana della vocatio è, senza alcun dubbio, quella che si coestende, storicamente, con una civiltà industriale capitalisticamente assestata, bisognosa, per soddisfare nella maniera più razionale le esigenze della produzione più efficiente e competitiva e dell'organizzazione più "scientifica" del lavoro (sì, si può pensare a Taylor e a Ford), di uomini addetti, rassegnatamente tali, ad un lavoro diviso. I primi capitoli della smithiana Ricchezza delle nazioni (1776), nei quali si descrive la divisione del lavoro sociale come il pilastro della produzione manifatturiera cui serva un uomo che non evada dal ruolo lavorativo determinatissimo che gli si assegna, fosse anche quello dello specialista nella fabbricazione della diciottesima parte di uno spillo, trovano i preliminari dottrinali nella calviniana Institutio religionis christianae (1536), in cui, proprio in nome della vocatio, si esorta l'uomo a non abbandonarsi ad una desultoria levitas, cioè ad una "leggerezza saltellante" che lo faccia passare ludicamente da un'attività all'altra.
E' una circostanza, questa, che merita di essere vagliata criticamente, in un momento storico come il nostro, in cui, con le tecnologie più avanzate, soprattutto quelle informatiche, il capitalismo, uscito vincitore dal conflitto con il comunismo che ha caratterizzato una parte del nostro "secolo breve", non ha più bisogno dell'homo vocatus o, più precisamente, di un uomo che si vuole, anche in forma di residui ideologici che affondano le radici nell'antichità classica (la "natura che non fa salti" è un motto che sanziona l'antica divisione classistica tra padroni e servi, cara anche a Nietzsche) di un'attività parziale e anzi parzialissima, fuori del quale sarebbe di grave pregiudizio per le sorti di qualsiasi impresa. Sì, l'epoca del taylorismo e del fordismo, l'ultima grande appendice della cultura dell' homo vocatus o del lavoratore diviso, imprigionato in un ruolo lavorativo ripetitivo ed ottundente (lo ammetteva lo stesso Smith, ma non ne voleva un altro Ford la cui "catena di montaggio" è una significativa metafora), è finita. E l'organizzazione capitalistica della produzione e del lavoro ha sostituito, via via sempre di più, la figura del "lavoratore flessibile" alla figura del "lavoratore chiamato".
Resta, intanto, sul tappeto la domanda che, nel 1952, si poneva il sociologo francese G. Friedmann: Où va le travail humain? Ma è una domanda questa, alla quale, all'inizio del 2000, non si può dare la stessa risposta che, anche con passione umanistica, le dava Friedmann. L'organizzazione capitalistica della produzione e del lavoro sembra aver reso possibile, per una sorta di ironia della storia, la realizzazione di quella che, nelle teorie del socialismo più estremistico, appariva come una irrealizzabile utopia: la fine della divisione del lavoro sociale, propria della cultura della vocatio. O, in una parola, ha reso possibile la realizzazione dell' homo flexibilis, cioè di un lavoratore non più relegato in un ruolo fisso, ma capace di svolgere una "poliattività" (il termine è, significativamente, platonico), di cambiare più volte mestiere o professione nella vita, di attendere a molteplici attività nell'arco di una stessa giornata. E non era questo il sogno (accarezzato anche da Marx non privo, anche nell'elaborazione più scientifica del suo socialismo, di umori utopici) del socialista utopista Fourier? Non bisognava, secondo Calvino, abbandonarsi alla desultoria levitas? Ma Fourier esalta, tra la fine del Settecento e l'inizio dell'Ottocento, la passion papillonnante, la "passione sfarfallegiante" (ed Italo Calvino ne ha illustrato i tratti più caratteristici), che induce a passare da un mestiere all'altro, da una professione all'altra. Il capitalismo ha reso possibile, storicamente ciò che auspicava il socialismo utopistico e lo stesso socialismo scientifico, anche nutrito di utopia.
L'"uomo flessibile" è, appunto, un uomo chiamato, nell'organizzazione della produzione e del lavoro, a rinunciare all'idea del "posto fisso", a disporsi alla "flessibilità" e alla "mobilità". Si è detto: "chiamato". Ma, qui, la vocatio della cultura cristiana, della civiltà industriale moderna e capitalistica non c'entra più. Egli è "chiamato", sì, ma da un capitalismo non più di "tempi moderni" (Chaplin), bensì di "tempi post-moderni" o, se si vuole, "post-industriali". O, da ultimo, di tempi che si dicono, ormai, come si avvertiva, della globalizzazione, della new economy. Tempi che hanno prodotto, anzi tutto, se si vuol dar retta ad un sociologo illustre della London School of Economecs, un flexible capitalism, che, tuttavia, del vecchio capitalismo, sempre fornito di energie che gli permettono di cambiare pelle, conserva il timbro della "modernità", almeno se per "modernità" deve e può intendersi un'attitudine impareggiabile ad imbrigliare l'uomo nelle reti della ratio, del calcolo dell'intelligenza strumentale, della quale si fa organo pur sempre il caput il capo (onde capitalismo).
Il sottotitolo dell'opera di Richard Sennet chiamato in causa è il seguente: The personal consequences of work in the capitalism. E, certo il "nuovo capitalismo" - o il "capitalismo flessibile" - ha una potente influenza, alla quale non ci si può sottrarre, sulla "vita personale" degli uomini: esso fa tacere anche i lamenti ideologici sulla "fine del lavoro" (Rifkin) o sull'"orrore economico" della civiltà che si è detta post-cristiana, perché non più civiltà della vocatio (Viviane Forrester). E che il "nuovo capitalismo abbia questa influenza lo dimostra proprio il fatto che esso ha prodotto e produce "lavoratori flessibili". O, anche, ha sbarrato e sbarra la porta a una civiltà non più del lavoro, bensì dei lavori (Accornero). La quale, certo, può risolversi anche in una civiltà del "lavoro creativo" o dell'"ozio creatico" (De Masi). Ma resta che si tratta anche di una civiltà in cui il problema più assillante è quello della disoccupazione alla risoluzione del quale attendono le più svariate e più conflittuali politiche occupazionali. Una cosa è certa, intanto: si spalanca lo spazio per una vera e propria futurologia del lavoro. E su questa stessa futurologia, con i suoi testi già scritti o che si devono ancora scrivere, bisogna fare apposito discorso, il meno ideologicopossibile e il più scientifico possibile.
Né può essere, questo discorso, condotto senza un approccio interdisciplinare. Il lavoro, infatti, già da un pezzo, è divenuto, esso stesso, un oggetto diviso di studio. E, per ciò stesso, c'è bisogno, per studiarlo, magari senza l'assillo delle "domande" politiche di turno e senza le prevaricazioni di molteplici prospettive sindacali, di lavoratori intellettuali divisi: dal sociologo del lavoro allo psicologo del lavoro, dall'economista del lavoro al giurista del lavoro. Non giustapponendo, si capisce, i contributi di studio di questi lavoratori intellettuali. L'oggetto di studio è unico. Guai a dividerlo senza ricomporlo in unità. Soprattutto con un obiettivo preciso: quello di commisurare criticamente due culture o due civiltà: quella tramontata della vocatio e quella ormai in piena espansione della flessibilità. Il futurologo del lavoro non può non essere anche uno storico del lavoro.
E' che non si possono convenientemente valutare, nello stesso momento in cui si vanno già svolgendo, le res gerendae del mondo del lavoro senza conoscerne le res gestae. Ciò che in questo mondo è accaduto, sta accadendo ed accadrà riguarda un uomo ed anzi ha come protagonista un uomo il cui passato ed il cui futuro si intrecciano in un presente in cui le ragioni del rispetto della sua "vocazione" e quella della necessità della sua "flessibilità". Osservata, questa, almeno qui, proprio come il rovescio della "vocazione". Ma va detto che, così osservata, contro una "vocazione" che "naturalizza" ogni mestiere ed ogni professione dell'uomo, per ciò stesso vincolandolo ad un destino invalicabile, la "flessibilità" può anche assumere il suo volto "umanistico", se implica l'idea di un'attività molteplice, varia, plurilaterale, in forza della quale l'uomo può realizzarsi in tutta la sua pienezza e non essere avvilito in una parte e in una parte soltanto di sé. si accennava alla possibilità di un risolversi del "lavoro flessibile" in un "lavoro creativo", in una parola dell'homo flexibilis in homo ludens. Ed è una possibilità, questa, che sembra faccia valere un'istanza non trascurabile: quella che emerge da certo neoumanesimo tedesco tra Settecento ed Ottocento (Hoelderlin, Schiller), non estraneo alla coscienza di Marx; un'istanza che, rispettata fino in fondo, toglie al lavoro la sua fisionomia "servile" e lo fa vibrare di libertà.
Nell'ideologia - giacché di questo si tratta - del "lavoro flessibile" c'è posto anche per questa istanza. Ma bisogna subito avvertire che si frantuma non appena si scopre che la "flessibilità" è il necessario prodotto storico di una "flessibilizzazione" di fatto esercitata dai poteri che vigono, ormai, in un'organizzazione della produzione e del lavoro, che "flettono", piegano alla loro volontà un uomo che, anche se non vive di solo lavoro (Totaro), lavora per vivere. E che cosa dicono, imperativamente, questi poteri, ad un uomo che vuole, e tuttavia spesso non può, lavorare per vivere? Né più né meno, questo: tu lavorerai quando noi vogliamo e nella misura in cui a noi conviene (la logica dell'impresa: efficienza, produttività, competitività); e, se lavorerai, rassegnati a fare non ciò che puoi e devi fare ubbidendo ad una "vocazione", bensì anche ciò che l'assenza di una "vocazione" non ti permette di fare con la gratificazione che fiorisce solo quando lavoro e "vocazione" coincidono.
Da questo punto di vista, può nascere anche la nostalgia per la cultura della vocatio, per la civiltà del lavoro diviso. Almeno se lo stesso concetto di "Flessibilizzazione" non è logicamente impiegabile se non a patto che ci si riferisca, in concreto, ad un soggetto che "flette" e ad un soggetto (anzi un oggetto) che viene "flettuto". Il soggetto che "flette", ormai, si è individuato: è il "capitalismo flessibile". Non ci vuole molto a individuare il soggetto (ed anzi l'oggetto) "flettuto": lo puoi vedere in ogni figlio di mamma che, per essere "degno del suo cibo" (San Paolo), curva la schiena sotto un fardello (il lavoro che è ponos , fatica, pena, peso) che, per "vocazione" non può e non deve portare. E, poi, leggi, nella Laborem exercens di Papa Giovanni Paolo II: Prima di tutto il lavoro è "per l'uomo" e non l'uomo "per il lavoro" (I,6)!
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lunedì 22 marzo 2010
CONSIDERAZIONI SULL'ARCHITETTURA FASCISTA
Il filone dell’architettura razionalista è stato l’ultimo qui in Italia con caratteristiche chiaramente riconoscibili. Non c’è città o paese lungo tutto lo stivale (ed anche nelle colonie possedute fino al 1943) che non preservi una costruzione con i caratteristici stilemi dell’architettura cosiddetta anche “di regime”. Infatti, il regime fascista ha individuato e, nella persona dello stesso Mussolini (su indicazioni pare anche della Sarfatti che lo ha avvicinato e appassionato al “culto della romanità”), ha voluto connotare un tipo di architettura che, al pari degli altri totalitarismi presenti in Europa e nel resto del mondo, lo magnificasse ed identificasse. Serie di esedre, linee sobrie, marcate e lineari, corpi angolari e bombati caratterizzano sedi municipali, case del fascio, dei balilla, scuole, ospedali ed edilizia residenziale e civile. L’edilizia, in quegli anni coincidenti con la crisi mondiale del ’29, viene vista come un tampone alla diffusa disoccupazione nelle classi meno abbienti. Non è un caso infatti che, specie dagli anni Trenta in poi, ci sia stato un intenso slancio edilizio e tutt’oggi restano ancora innumerevoli esempi di quanto prodotto in quel Ventennio e che è sopravvissuto ai bombardamenti bellici e all’incuria, alle demolizioni e all’oblio successivi.
Ormai i tempi sono maturi affinché si liberino questi siti (in riferimento soprattutto alle borgate ed alle città di fondazione molto fiorenti sempre in quell’arco di tempo) dalla damnatio memoriae in cui sono stati avvolti nel periodo post-bellico per evidenti motivi politici e sociali.
Indipendentemente dalle singole visioni, il controverso arco di tempo tra le due guerre è tornato di grande interesse negli ultimi anni sia a livello cinematografico e televisivo che culturale più in generale (mostre, uscite filateliche, libri). Non si può trascurare al riguardo proprio l’architettura che nel razionalismo ha visto cimentarsi una folta schiera di giovanissimi e validissimi architetti come Giuseppe Terragni, Marcello Piacentini, Angiolo Mazzoni, Enrico del Debbio e Luigi Moretti solo per citarne alcuni.
Nella ricchissima schiera di pubblicazioni che hanno censito il periodo fascista sotto gli aspetti più disparati, c’è da segnalare una raccolta fotografica sul centro foggiano di Manfredonia edito da Palombi Editori. Il 36enne autore Marco Guerra, originario del centro sipontino ma residente da qualche anno a Roma, ha voluto dedicare la sua pubblicazione (Manfredonia, percorso fotografico di una città “scomparsa”, www.palombieditori.it, info presso l’autore all’indirizzo e-mail 03498825881@vodafone.it), oltre che alla sua città natale e agli appassionati in genere, al 70° anniversario della fondazione della borgata di Siponto, oggi circoscrizione di Manfredonia, che viene puntualmente citata nei testi sulle città di fondazione ma di cui non esistevano foto d’epoca che la attestassero. Un altro omaggio, insomma, alla frenetica produzione architettonica ed all’inquadramento delle masse che si attuarono dalla metà degli anni Venti fino a tutto il corso del secondo conflitto mondiale. Ancora oggi purtroppo, anche spesso, miopi e stolte amministrazioni comunali, specie di cittadine di provincia, non colgono il valore storico che ci è stato lasciato in eredità da quel periodo molto fervido anche dal punto di vista culturale più in generale che andrebbe quindi valutato con menti libere da pregiudizi ideologici e non colpevolmente e scientemente cancellato.
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Ormai i tempi sono maturi affinché si liberino questi siti (in riferimento soprattutto alle borgate ed alle città di fondazione molto fiorenti sempre in quell’arco di tempo) dalla damnatio memoriae in cui sono stati avvolti nel periodo post-bellico per evidenti motivi politici e sociali.
Indipendentemente dalle singole visioni, il controverso arco di tempo tra le due guerre è tornato di grande interesse negli ultimi anni sia a livello cinematografico e televisivo che culturale più in generale (mostre, uscite filateliche, libri). Non si può trascurare al riguardo proprio l’architettura che nel razionalismo ha visto cimentarsi una folta schiera di giovanissimi e validissimi architetti come Giuseppe Terragni, Marcello Piacentini, Angiolo Mazzoni, Enrico del Debbio e Luigi Moretti solo per citarne alcuni.
Nella ricchissima schiera di pubblicazioni che hanno censito il periodo fascista sotto gli aspetti più disparati, c’è da segnalare una raccolta fotografica sul centro foggiano di Manfredonia edito da Palombi Editori. Il 36enne autore Marco Guerra, originario del centro sipontino ma residente da qualche anno a Roma, ha voluto dedicare la sua pubblicazione (Manfredonia, percorso fotografico di una città “scomparsa”, www.palombieditori.it, info presso l’autore all’indirizzo e-mail 03498825881@vodafone.it), oltre che alla sua città natale e agli appassionati in genere, al 70° anniversario della fondazione della borgata di Siponto, oggi circoscrizione di Manfredonia, che viene puntualmente citata nei testi sulle città di fondazione ma di cui non esistevano foto d’epoca che la attestassero. Un altro omaggio, insomma, alla frenetica produzione architettonica ed all’inquadramento delle masse che si attuarono dalla metà degli anni Venti fino a tutto il corso del secondo conflitto mondiale. Ancora oggi purtroppo, anche spesso, miopi e stolte amministrazioni comunali, specie di cittadine di provincia, non colgono il valore storico che ci è stato lasciato in eredità da quel periodo molto fervido anche dal punto di vista culturale più in generale che andrebbe quindi valutato con menti libere da pregiudizi ideologici e non colpevolmente e scientemente cancellato.
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