domenica 19 giugno 2016
IL CONTO FINALE DELLE OLIMPIADI
Repubblica 19.6.16
Il conto finale delle Olimpiadi
I soli Giochi in attivo sono stati quelli di Los Angeles del 1984, gestiti con logica privatistica, senza fondi pubblici
di Alessandro De Nicola
L’IMPORTANTE non è vincere, ma partecipare: chi non conosce il bellissimo motto reso noto (ma non coniato) dal barone De Coubertin che tutt’oggi ispira i Giochi olimpici? Meno nota è un’altra considerazione dello stesso barone che nel 1911 fece riferimento «ai costi spesso esagerati incorsi nelle più recenti Olimpiadi». Poiché il tema delle Olimpiadi a Roma sta tenendo banco e non solo per via della campagna elettorale, forse è bene capire cosa l’organizzazione di un evento di questo genere comporti. Chiarito subito che non è possibile, come auspicato dalla senatrice Taverna del M5S, «rimandarlo», sarebbe opportuno cercare di farsi un’idea dei pro e dei contro di un’eventuale aggiudicazione sulla base dell’esperienza passata e di chi coinvolgere nel processo decisionale.
La letteratura relativa all’analisi economica dei Giochi olimpici è variegata: alcuni rapporti vengono considerati non attendibili perché effettuati “su commissione”; in altri casi si sono riscontrate difficoltà a reperire i dati necessari. Uno dei lavori più accurati è quello della Said Business School dell’Università di Oxford che affronta un tema particolare ma significativo, lo sforamento dei costi previsti. Prendendo in analisi le spese direttamente legate all’evento sportivo (trasporti, costo del lavoro, sicurezza, amministrazione, cerimonie e così via) e quelli indiretti (villaggio olimpico, media center, ecc) per le Olimpiadi sia estive che invernali dal 1960 al 2010, viene fuori un quadro sconfortante: rispetto al budget preparato dal comitato organizzatore le uscite in media sono schizzate in termini reali del 179%. Le Olimpiadi invernali di Torino sono state un po’ migliori con un aumento solo dell’82 % sulle stime, ma in peggioramento rispetto alla media delle Olimpiadi più recenti dal 1998 in poi. D’altronde, i Giochi di Pechino, che si sono discostati solo del 4% da quanto previsto, secondo i ricercatori di Oxford nascondono i cosiddetti costi indiretti accessori, quelli per aeroporti, strade, ferrovie o ristrutturazione di alberghi che in Cina sono stati enormi (si stimano esborsi complessivi di addirittura 43-45 miliardi di dollari).
Si dirà che tutti i progetti di grandi infrastrutture sforano le previsioni: sì, ma non di così tanto, in genere, tra il 20 e il 45% e la ricerca conclude che ospitare i Giochi dovrebbe essere considerato con grande cautela specialmente dalle economie “problematiche che avrebbero difficoltà ad assorbire costi in aumento e i relativi debiti”. Al lettore giudicare se l’Italia sia o meno in questa categoria.
Riguardo agli effetti macroeconomici delle Olimpiadi, guardando a quelle di Londra, le più recenti e considerate di successo, non c’è alcun accordo tra gli analisti. Alcuni (Pwc e Moody’s) stimano un beneficio per il Pil di + 0,1% l’anno, altri fanno risalire il buon andamento del terzo trimestre del 2012 (data dei Giochi) al giorno di vacanza supplementare goduto dai britannici nel primo trimestre. Le vendite al dettaglio sono calate perché la gente stava davanti alla tv e le visite a musei, teatri e luoghi di attrazione sono calate del 30%. Il villaggio olimpico è costato 1,1 miliardi di sterline ed è stato rivenduto a 825 milioni, lo stadio olimpico 484 milioni ed è stato affittato per 99 anni a poco più di 200. Solo per la sicurezza si sono volatilizzate 5,7 miliardi di sterline.
I soli Giochi in attivo sono stati quelli di Los Angeles del 1984, gestiti con logica privatistica, senza fondi pubblici, evitando di costruire cattedrali nel deserto e costringendo il Comitato Internazionale Olimpico ad abbassare ogni pretesa in quanto mancavano altre città candidate. Per il resto Barcellona ha lasciato 6,1 miliardi di euro di debito, Atene 2004 ha praticamente rovinato la Grecia.
Anche Torino 2006, che pure è stata organizzata bene, ha lasciato opere inutili (il solo trampolino per il salto con gli sci è costato 34 milioni, è inutilizzato e succhia un milione di manutenzione l’anno), perdite (coperte dai fondi pubblici) e debiti. D’altronde basta leggere l’eccellente libro dell’economista Andrew Zimbalist sugli aspetti economici delle Olimpiadi dall’eloquente titolo Circus Maximus per convincersi che, con l’eccezione di Los Angeles, l’organizzazione dei Giochi è stata un cattivo affare.
Se poi volgiamo lo sguardo ad altri mega-eventi organizzati nel nostro Paese, la memoria va ad Italia 90 (costata ai prezzi di oggi 7 miliardi di euro con gli appalti assegnati senza gare) e ai Mondiali di nuoto del 2009, le cui storie di sprechi, corruzione, mancato utilizzo degli impianti sono leggendarie, rappresentate plasticamente dallo scheletro del palazzetto con le vele a pinne di squalo di Tor Vergata, costato 250 milioni.
Ciò detto, si pone il problema di chi dovrebbe deliberare la candidatura di una città a divenire sede olimpica. In Italia il decisore ultimo è il governo. Tuttavia, ci sarebbe un modo più semplice di assicurare un processo accurato ed equo ed esso passa attraverso il referendum. In realtà, come suggerisce l’Istituto Bruno Leoni, questo dovrebbe coinvolgere l’intero Paese, perché le eventuali perdite sarebbero ripianate anche con la casse statali. Purtroppo questa sembra una soluzione complessa mentre assai più praticabile è la consultazione cittadina. Pure qui c’è un problema: i romani potrebbero essere ben felici di votare sì ad un evento che porterebbe a loro i maggiori benefici e al resto d’Italia il conto da pagare. Ecco quindi che si potrebbe prospettare una soluzione simile a quella che il governo canadese negoziò con Montreal e la provincia del Québec: la candidatura deve prevedere obbligatoriamente un equilibrio tra costi e ricavi (diretti e indiretti). Se alla fine le previsioni si riveleranno sbagliate, la differenza la metteranno coloro i quali saranno chiamati a votare, i cittadini romani (o laziali), che potranno quindi scegliere tra rischio di nuove tasse e orgoglio cittadino. No taxation without representation: vale anche il contrario però.
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lunedì 2 novembre 2015
LO SCANDALO "POLITICO" DI PASOLINI
PER ONORARE LA MEMORIA DI UN GRANDE POETA ,ARTISTA ,INTELLETTUALE
Lo scandalo Radicale
Pier Paolo Pasolini
Prima di tutto devo giustificare la presenza della mia persona qui. Non sono qui come radicale. Non sono qui come socialista. Non sono qui come progressista. Sono qui come marxista che vota per il Partito Comunista Italiano, e spera molto nella nuova generazione di comunisti. Spera nella nuova generazione di comunisti almeno come spera nei radicali. Cioè con quel tanto di volontà e irrazionalità e magari arbitrio che permettono di spiazzare - magari con un occhio a Wittgenstein - la realtà, per ragionarci sopra liberamente. Per esempio: il Pci ufficiale dichiara di accettare ormai, e sine die, la prassi democratica. Allora io non devo aver dubbi: non è certo alla prassi democratica codificata e convenzionalizzata dall'uso di questi tre decenni che il Pci si riferisce: esso si riferisce indubbiamente alla prassi democratica intesa nella purezza originaria della sua forma, o, se vogliamo, del suo patto formale.
Alla religione laica della democrazia. Sarebbe un'autodegradazione sospettare che il Pci si riferisca alla democraticità dei democristiani; e non si può dunque intendere che il Pci si riferisca alla democraticità, per esempio, dei radicali.
Paragrafo primo
A) Le persone più adorabili sono quelle che non sanno di avere dei diritti. B) Sono adorabili anche le persone che, pur sapendo di avere dei diritti, non li pretendono o addirittura ci rinunciano. C) Sono abbastanza simpatiche anche quelle persone che lottano per i diritti degli altri (soprattutto per coloro che non sanno di averli). D) Ci sono, nella nostra società, degli sfruttati e degli sfruttatori. Ebbene, tanto peggio per gli sfruttatori. E) Ci sono degli intellettuali, gli intellettuali impegnati, che considerano dovere proprio e altrui far sapere alle persone adorabili, che non lo sanno, che hanno dei diritti; incitare le persone adorabili, che sanno di avere dei diritti ma ci rinunciano, a non rinunciare; spingere tutti a sentire lo storico impulso a lottare per i diritti degli altri; e considerare, infine, incontrovertibile e fuori da ogni discussione il fatto che, tra gli sfruttati e gli sfruttatori, gli infelici sono gli sfruttati.
Tra questi intellettuali che da più di un secolo si sono assunti un simile ruolo, negli ultimi anni si sono chiaramente distinti dei gruppi particolarmente accaniti a fare di tale ruolo un ruolo estremistico. Dunque mi riferisco agli estremisti, giovani, e ai loro adulatori anziani. Tali estremisti (voglio occuparmi soltanto dei migliori) si pongono come obiettivo primo e fondamentale quello di diffondere tra la gente direi, apostolicamente, la coscienza dei propri diritti. Lo fanno con determinazione, rabbia, disperazione, ottimistica pazienza o dinamitarda impazienza, secondo i casi (...)
Paragrafo secondo
Disobbedendo alla distorta volontà degli storici e dei politici di mestiere, oltre che a quella delle femministe romane - volontà che mi vorrebbe confinato in Elicona esattamente come i mafiosi a Ustica - ho partecipato una sera di questa estate a un dibattito politico in una città del Nord. Come sempre poi succede, un gruppo di giovani ha voluto continuare il dibattito anche per strada, nella serata calda e piena di canti. Tra questi giovani c'era un greco. Che era, appunto, uno di quegli estremisti marxisti "simpatici" di cui parlavo. Sul suo fondo di piena simpatia, si innestavano però manifestamente tutti i più vistosi difetti della retorica e anche della sottocultura estremistica. Era un "adolescente" un po' laido nel vestire; magari anche addirittura un po' scugnizzo: ma, nel tempo stesso, aveva una barba di vero e proprio pensatore, qualcosa tra Menippo e Aramis; ma i capelli , lunghi fino alle spalle, correggevano l'eventuale funzione gestuale e magniloquente della barba, con qualcosa di esotico e irrazionale: un'allusione alla filosofia braminica, all'ingenua alterigia dei gurumparampara. Il giovane greco viveva questa sua retorica nella più completa assenza di autocritica: non sapeva di averli, questi suoi segni così vistosi, e in questo era adorabile esattamente come coloro che non sanno di avere diritti... Tra i suoi difetti vissuti così candidamente, il più grave era certamente la vocazione a diffondere tra la gente ("un po' alla volta", diceva: per lui la vita era una cosa lunga, quasi senza fine) la coscienza dei propri diritti e la volontà di lottare per essi. Ebbene; ecco l'enormità, come l'ho capita in quello studente greco, incarnata nella sua persona inconsapevole. Attraverso il marxismo, l'apostolato dei giovani estremisti di estrazione borghese - l'apostolato in favore della coscienza dei diritti e della volontà di realizzarli - altro non è che la rabbia inconscia del borghese povero contro il borghese ricco, del borghese giovane contro il borghese vecchio, del borghese impotente contro il borghese potente, del borghese piccolo contro il borghese grande. E' un'inconscia guerra civile - mascherata da lotta di classe - dentro l'inferno della coscienza borghese. (Si ricordi bene: sto parlando di estremisti, non di comunisti). Le persone adorabili che non sanno di avere diritti, oppure le persone adorabili che lo sanno ma ci rinunciano - in questa guerra civile mascherata - rivestono una ben nota e antica funzione: quella di essere carne da macello. Con inconscia ipocrisia, essi sono utilizzati, in primo luogo, come soggetti di un transfert che libera la coscienza dal peso dell'invidia e del rancore economico; e, in secondo luogo, sono lanciati dai borghesi giovani, poveri, incerti e fanatici, come un esercito di paria "puri", in una lotta inconsapevolmente impura, appunto contro i borghesi vecchi, ricchi, certi e fascisti.
Intendiamoci: lo studente greco che qui ho preso a simbolo era a tutti gli effetti (salvo rispetto a una feroce verità) un "puro" anche lui, come i poveri. E questa "purezza" ad altro non era dovuta che al "radicalismo" che era in lui.
Paragrafo terzo
Perché è ora di dirlo: i diritti di cui qui sto parlando sono i "diritti civili" che, fuori da un contesto strettamente democratico, come poteva essere un'ideale democrazia puritana in Inghilterra o negli Stati Uniti - oppure laica in Francia - hanno assunto una colorazione classista. L'italianizzazione socialista dei "diritti civili" non poteva fatalmente (storicamente) che volgarizzarsi. Infatti: l'estremista che insegna agli altri ad avere dei diritti, che cosa insegna? Insegna che chi serve ha gli identici diritti di chi comanda. L'estremista che insegna agli altri a lottare per ottenere i propri diritti, che cosa insegna? Insegna che bisogna usufruire degli identici diritti dei padroni. L'estremista che insegna agli altri che coloro che sono sfruttati dagli sfruttatori sono infelici, che cosa insegna? Insegna che bisogna pretendere l'identica felicità degli sfruttatori. Il risultato che in tal modo eventualmente è raggiunto è dunque una identificazione: cioè nel caso migliore una democratizzazione in senso borghese. La tragedia degli estremisti consiste così nell'aver fatto regredire una lotta che essi verbalmente definiscono rivoluzionaria marxista-leninista, in una lotta civile vecchia come la borghesia: essenziale alla stessa esistenza della borghesia. La realizzazione dei propri diritti altro non fa che promuovere chi li ottiene al grado di borghese.
Paragrafo quarto
In che senso la coscienza di classe non ha niente a che fare con la coscienza dei diritti civili marxistizzati? In che senso il Pci non ha niente a che fare con gli estremisti (anche se alle volte, per via della vecchia diplomazia burocratica, li chiama a sé: tanto, per esempio, da aver già codificato il Sessantotto sulla linea della Resistenza)? E' abbastanza semplice: mentre gli estremisti lottano per i diritti civili marxistizzati pragmaticamente, in nome, come ho detto, di una identificazione finale tra sfruttato e sfruttatore, i comunisti, invece, lottano per i diritti civili in nome di una alterità. Alterità (non semplice alternativa) che per sua stessa natura esclude ogni possibile assimilazione degli sfruttati con gli sfruttatori. La lotta di classe è stata finora anche una lotta per la prevalenza di un'altra forma di vita (per citare ancora Wittgenstein potenziale antropologo), cioè di un'altra cultura. Tanto è vero che le due classi in lotta erano anche - come dire? - razzialmente diverse. E in realtà, in sostanza, ancora lo sono. In piena età dei consumi.
Paragrafo quinto
Tutti sanno che gli "sfruttatori" quando (attraverso gli "sfruttati") producono merce, producono in realtà umanità (rapporti sociali). Gli "sfruttatori" della seconda rivoluzione industriale (chiamata altrimenti consumismo: cioè grande quantità, beni superflui, funzione edonistica) producono nuova merce: sicché producono nuova umanità (nuovi rapporti sociali). Ora, durante i due secoli circa della sua storia, la prima rivoluzione industriale ha prodotto sempre rapporti sociali modificabili. La prova? La prova è data dalla sostanziale certezza della modificabilità dei rapporti sociali in coloro che lottavano in nome dell'alterità rivoluzionaria. Essi non hanno mai opposto all'economia e alla cultura del capitalismo un'alternativa, ma, appunto, un'alterità. Alterità che avrebbe dovuto modificare radicalmente i rapporti sociali esistenti: ossia, detta antropologicamente, la cultura esistente. In fondo il "rapporto sociale" che si incarnava nel rapporto tra servo della gleba e feudatario, non era poi molto diverso da quello che si incarnava nel rapporto tra operaio e padrone dell'industria: e comunque si tratta di "rapporti sociali" che si sono dimostrati ugualmente modificabili. Ma se la seconda rivoluzione industriale - attraverso le nuove immense possibilità che si è data - producesse da ora in poi dei "rapporti sociali" immodificabili? Questa è la grande e forse tragica domanda che oggi va posta. E questo è in definitiva il senso della borghesizzazione totale che si sta verificando in tutti i paesi: definitivamente nei grandi paesi capitalistici, drammaticamente in Italia. Da questo punto di vista le prospettive del capitale appaiono rosee. I bisogni indotti dal vecchio capitalismo erano in fondo molto simili ai bisogni primari. I bisogni invece che il nuovo capitalismo può indurre sono totalmente e perfettamente inutili e artificiali. Ecco perché, attraverso essi, il nuovo capitalismo non si limiterebbe a cambiare storicamente un tipo d'uomo: ma l'umanità stessa. Va aggiunto che il consumismo può creare dei "rapporti sociali" immodificabili, sia creando, nel caso peggiore, al posto del vecchio clericofascismo un nuovo tecnofascismo (che potrebbe comunque realizzarsi solo a patto di chiamarsi antifascismo), sia, com'è ormai più probabile, creando come contesto alla propria ideologia edonistica un contesto di falsa tolleranza e di falso laicismo: di falsa realizzazione, cioè, dei diritti civili. In ambedue i casi lo spazio per una reale alterità rivoluzionaria verrebbe ristretto all'utopia o al ricordo: riducendo quindi la funzione dei partiti marxisti ad una funzione socialdemocratica, sia pure, dal punto di vista storico, completamente nuova.
Paragrafo sesto
Caro Pannella, caro Spadaccia, cari amici radicali, pazienti con tutti come santi, e quindi anche con me: l'alterità non è solo nella coscienza di classe e nella lotta rivoluzionaria marxista. L'alterità esiste anche di per sé nell'entropia capitalistica. Quivi essa gode (o per meglio dire, patisce, e spesso orribilmente patisce) la sua concretezza, la sua fattualità. Ciò che è, e l'altro che è in esso, sono due dati culturali. Tra tali due dati esiste un rapporto di prevaricazione, spesso, appunto, orribile. Trasformare il loro rapporto in un rapporto dialettico è appunto la funzione, fino a oggi, del marxismo: rapporto dialettico tra la cultura della classe dominante e la cultura della classe dominata. Tale rapporto dialettico non sarebbe dunque più possibile là dove la cultura della classe dominata fosse scomparsa, eliminata, abrogata, come dite voi. Dunque, bisogna lottare per la conservazione di tutte le forme, alterne e subalterne, di cultura. E' ciò che avete fatto voi in tutti questi anni, specialmente negli ultimi. E siete riusciti a trovare forme alterne e subalterne di cultura dappertutto: al centro della città, e negli angoli più lontani, più morti, più infrequentabili. Non avete avuto alcun rispetto umano, nessuna falsa dignità, e non siete soggiaciuti ad alcun ricatto. Non avete avuto paura né di meretrici né di pubblicani, e neanche - ed è tutto dire - di fascisti.
Paragrafo settimo
I diritti civili sono in sostanza i diritti degli altri. Ora, dire alterità è enunciare un concetto quasi illimitato. Nella vostra mitezza e nella vostra intransigenza, voi non avete fatto distinzioni. Vi siete compromessi fino in fondo per ogni alterità possibile. Ma una osservazione va fatta. C'è un'alterità che riguarda la maggioranza e un'alterità che riguarda le minoranze. Il problema che riguarda la distruzione della cultura della classe dominata, come eliminazione di una alterità dialettica e dunque minacciosa, è un problema che riguarda la maggioranza. Il problema del divorzio è un problema che riguarda la maggioranza. Il problema dell'aborto è un problema che riguarda la maggioranza. Infatti gli operai e i contadini, i mariti e le mogli, i padri e le madri costituiscono la maggioranza. A proposito della difesa generica dell'alterità, a proposito del divorzio, a proposito dell'aborto, avete ottenuto dei grandi successi. Ciò - e voi lo sapete benissimo - costituisce un grande pericolo. Per voi - e voi sapete benissimo come reagire - ma anche per tutto il paese che invece, specialmente ai livelli culturali che dovrebbero essere più alti, reagisce regolarmente male. Cosa voglio dire con questo? Attraverso l'adozione marxistizzata dei diritti civili da parte degli estremisti - di cui ho parlato nei primi paragrafi di questo mio intervento - i diritti civili sono entrati a far parte non solo della coscienza, ma anche della dinamica di tutta la classe dirigente italiana di fede progressista. Non parlo dei vostri simpatizzanti... Non parlo di coloro che avete raggiunto nei luoghi più lontani e diversi: fatto di cui siete giustamente orgogliosi. Parlo degli intellettuali socialisti, degli intellettuali comunisti, degli intellettuali cattolici di sinistra, degli intellettuali generici (...)
Paragrafo ottavo
So che sto dicendo delle cose gravissime. D'altra parte era inevitabile. Se no cosa sarei venuto a fare qui? Io vi prospetto - in un momento di giusta euforia delle sinistre - quello che per me è il maggiore e peggiore pericolo che attende specialmente noi intellettuali nel prossimo futuro. Una nuova "trahison des clercs": una nuova accettazione; una nuova adesione; un nuovo cedimento al fatto compiuto; un nuovo regime sia pure ancora soltanto come nuova cultura e nuova qualità di vita. Vi richiamo a quanto dicevo alla fine del paragrafo quinto: il consumismo può rendere immodificabili i nuovi rapporti sociali espressi dal nuovo modo di produzione "creando come contesto alla propria ideologia edonistica un contesto di falsa tolleranza e di falso laicismo: di falsa realizzazione, cioè, dei diritti civili". Ora, la massa degli intellettuali che ha mutuato da voi, attraverso una marxizzazione pragmatica di estremisti, la lotta per i diritti civili rendendola così nel proprio codice progressista, o conformismo di sinistra, altro non fa che il gioco del potere: tanto più un intellettuale progressista è fanaticamente convinto delle bontà del proprio contributo alla realizzazione dei diritti civili, tanto più, in sostanza, egli accetta la funzione socialdemocratica che il potere gli impone abrogando, attraverso la realizzazione falsificata e totalizzante dei diritti civili, ogni reale alterità. Dunque tale potere si accinge di fatto ad assumere gli intellettuali progressisti come propri chierici. Ed essi hanno già dato a tale invisibile potere una invisibile adesione intascando una invisibile tessera. Contro tutto questo voi non dovete far altro (io credo) che continuare semplicemente a essere voi stessi: il che significa essere continuamente irriconoscibili.
Dimenticare subito i grandi successi: e continuare imperterriti, ostinati, eternamente contrari, a pretendere, a volere, a identificarvi col diverso; a scandalizzare; a bestemmiare.
mercoledì 26 agosto 2015
LA CRISI DELLA CLASSE MEDIA E DELLA POTENZA AMERICANA
di George Friedman
[tradotto da Piergiorgio Rosso e pubblicato con l’autorizzazione di Stratfor:The Crisis of the Middle Class and American Power]
La settimana scorsa ho scritto sulla crisi della disoccupazione in Europa. Ho ricevuto un sacco di reazioni, con gli europei d’accordo che quello fosse il problema principale e gli americani che dicevano che gli USA hanno lo stesso problema, osservando che il tasso di disoccupazione americano è doppio rispetto a quello ufficialmente ammesso dal governo. La mia controdeduzione è che la disoccupazione americana non è un problema dello stesso tipo che in Europa perché non pone una minaccia geopolitica. Gli USA non rischiano la disintegrazione per la disoccupazione, qualunque ne sia il tasso. L’Europa invece sì.
Allo stesso tempo sarei d’accordo nel dire che gli USA hanno un potenziale problema geopolitico, ma a lungo termine, derivante dagli andamenti economici. La minaccia agli USA sta nel persistente declino del tenore di vita della classe media, un problema che sta ridisegnando l’ordine sociale in vigore dalla II guerra mondiale e che, se continuasse, porrebbe una minaccia alla potenza americana.
La crisi della classe media americana.
Il reddito mediano delle famiglie americane nel 2011 è stato pari a 49.103 USD. Aggiustato per l’inflazione, il reddito mediano è appena inferiore a quello del 1989 ed è inferiore di 4000 USD a quello del 2000. Il reddito netto, una volta detratti l’assicurazione sociale e le tasse federali, è un po’ meno di 40.000 USD. Cioè un’entrata mensile netta, per famiglia, di circa 3300 USD. E’ importante tenere a mente che metà delle famiglie americane guadagna meno di questo. E’ altrettanto vitale considerare non tanto la differenza fra il 1990 ed il 2011, quanto la differenza fra gli anni ’50 e ’60 e gli anni 2000. Qui è dove la differenza nel significato di classe media diventa più evidente. Negli anni ’50 e ’60 il reddito mediano permetteva di vivere con un solo stipendio – normalmente del marito, con la moglie tipicamente occupata come casalinga – e circa tre figli. Permetteva l’acquisto di una casa moderna, un’auto dell’ultima serie ed una più vecchia. Permetteva un viaggio di vacanza da qualche parte e, con una certa attenzione, una quota di risparmio. Lo so perché la mia famiglia apparteneva alla classe medio-bassa, e questo era il nostro modo di vivere, e conosco molti altri della mia generazione che avevano lo stesso stile di vita. Non era facile e molti beni di lusso non erano alla portata, ma non era affatto una brutta vita. Oggi chi guadagna il reddito mediano potrebbe arrivare a questo stile di vita, ma non sarebbe proprio facile. Se assumiamo che non abbia da pagare la retta dell’università, ma che abbia due auto da pagare con una rata di 700 USD/mese, e che paghi per cibo, vestiti e bollette 1200 USD/mese, gli rimarrebbero 1400 USD/mese per il mutuo, le tasse sulla proprietà, le assicurazioni, più qualche soldo per la manutenzione del condizionatore e della lavapiatti. Ad una tasso del 5% potrebbe permettersi una casa da 200.000 USD. Godrebbe di detrazioni dalle tasse che però compenserebbero il conto della carta di credito a Natale e le emergenze. Ce la farebbe, ma con grandi difficoltà nella maggior parte delle metropoli. E se il suo datore di lavoro non coprisse l’assicurazione medica, quei 4000-5000 USD necessari per tre, quattro persone, limiterebbero seriamente le sue spese. E naturalmente dovrebbe avere 20.000-40.000 USD in contanti per l’anticipo ed i costi di chiusura della casa. Rimarrebbe poco per una vacanza al mare coi bambini. E questo varrebbe per il reddito mediano. Quelli al di sotto – sarebbero espulsi da quello che è considerato lo stile di vita da classe media, con la casa, l’automobile e le varie amenità associate. Queste amenità scivolano in alto nella scala per chi guadagna almeno 70.000 USD/mese. Quelle di base potrebbero essere disponibile con un reddito mediano, date certe condizioni individuali favorevoli, ma al di sotto la vita diventa sorprendentemente magra anche nell’ambito della classe media e di sicuro in quella che chiamiamo classe medio-bassa.
L’attesa di mobilità sociale
Vorrei fare una pausa ed affermare che questa è stata una delle cause fondamentali della crisi dei prestiti sub-prime del 2007-2008. La gente al di sotto del reddito mediano, ha contratto mutui ad interesse differito con l’attesa di vedere aumentare i propri redditi, come tradizionalmente vero dalla II Guerra Mondiale. La caricatura del mutuatario come irresponsabile manca il punto.
L’attesa della crescita del reddito reale è inscritta nella cultura americana e, sulla base di questo, molti hanno pensato che la crescita avrebbe ripreso entro cinque anni. Quando non avvenne, si trovarono in trappola ma, considerata la storia, non avevano fatto una scelta irresponsabile. La storia americana è sempre stata basata sull’assunzione che la mobilità sociale era possibile. Il Midwest e l’Ovest hanno aperto nuove terre da sfruttare e la massiccia industrializzazione nel tardo ‘800 e primo ‘900 offrì nuove opportunità. Nella cultura e realtà americana c’era scolpita un’attesa sistematica di mobilità sociale verso l’alto. La Grande Depressione fu uno shock e non fu risolta né dal New Deal né dalla II Guerra Mondiale da sole. Il successivo motore per la mobilità sociale venne nel dopoguerra dai programmi per veterani che erano più di 10 milioni. Questi programmi furono funzionali alla creazione dell’America post-industriale, creando una classe di professionisti nei suburbi. Ci furono tre programmi che risultarono fondamentali:
La legge GI, che permise ai veterani di andare all’università dopo la guerra, diventando professionisti, spesso diversi gradini sopra i loro genitori;
La sezione della legge GI che fornì prestiti garantiti dallo stato ai veterani, permettendo l’erogazione di mutui a basso o nullo anticipo e a basso tasso d’interesse ai laureati delle università pubbliche;
Il sistema di autostrade interstatali finanziato dallo stato, che rese più facile l’accesso alle aree esterne ma vicine alle città, permettendo sia la diffusione della popolazione su terreni a basso costo (che rese possibile la casa unifamiliare) e, più tardi, la diffusione delle imprese nei suburbi.
Indubbiamente ci furono tante altre cose che contribuirono a ciò, ma queste tre non solo hanno rimodellato l’America ma crearono anche una nuova dimensione all’ascensione sociale che era inscritta nella vita americana fin dalle origini. Inoltre questi programmi erano tutti rivolti ai veterani cui si riconosceva un debito oppure furono adottati per ragioni militari (le autostrade interstatali furono costruite per rendere possibile un rapido spostamento di truppe da una costa all’altra, cosa che durante la II Guerra Mondiale si trovò ad essere impossibile). Di conseguenza c’era consenso attorno alla qualità morale dei programmi.
Il fiasco dei subprime aveva le sue radici nel non aver pensato che i fondamenti della vita della classe media non erano sotto una pressione temporanea ma sotto qualcosa di più fondamentale. Se un singolo reddito poteva sostenere una famiglia di classe media nella generazione del dopo guerra, ora ne necessitavano almeno due. Questo significava che l’aumento delle famiglie a doppio reddito, corrispondeva al declino della classe media. Più giù vai nella scala del reddito, maggiore è la probabilità di dover avere un figlio solo. Questo allentamento di pressione sociale rispetto ai genitori senza figli è stato certamente un pezzo del problema.
Ristrutturare le grandi aziende
Ma c’era, io penso, la crisi delle moderne grandi aziende. Le grandi aziende avevano assicurato un impiego a lungo termine alla classe media. Non era inusuale passare una vita intera di lavoro dentro una di esse. Lavorando in una grande azienda ricevevi un incremento di stipendio sia che fossi sindacalizzato che non. La classe media godeva della sicurezza del lavoro e dell’aumento annuale di reddito, insieme alla pensione e altri vantaggi. Nel corso degli anni la cultura della grande azienda divergeva rispetto alla realtà, perché la sua produttività languiva rispetto ai costi e le grandi aziende divennero sempre più inefficienti ed infine insostenibili. Inoltre le grandi aziende cessarono di focalizzarsi sul far bene una cosa ed invece divennero conglomerate con una direzione spesso incapace di tener dietro alla complessità delle molteplici linee di prodotto. Per queste e molte altre ragioni, le grandi aziende divennero sempre più inefficienti ed alla fine degli anni ’80, dovettero essere ristrutturate, che significava prese da parte, rimesse in pareggio, ridimensionate e ri-focalizzate. E la ristrutturazione delle grandi aziende, finalizzata a renderle agili, significava una rivoluzione permanente sul lavoro. Ogni cosa andava re-inventata. Furono investiti enormi denari gestiti da specialisti in ristrutturazioni. La scelta era fra fallimento o cambiamento radicale. Dal punto di vista del singolo impiegato questo significava spesso la medesima cosa: disoccupazione. Dal punto di vista economico, significava la creazione di valore attraverso lo “spezzatino” delle aziende, la chiusura di una loro parte o la de localizzazione del lavoro. Era finalizzata ad aumentare l’efficienza totale è ci riuscì in larga parte.
Qui è dove avvenne la dissociazione. Dal punto di vista dell’investitore, si era salvata la grande azienda dal fallimento totale, ristrutturandola. Dal punto di vista dei lavoratori, alcuni mantennero il posto che avrebbero perso, mentre altri persero il posto che avrebbero perso in ogni caso. Ma la cosa grave non è tanto l’amarezza soggettiva di quelli che persero il loro lavoro, ma qualcosa di più complesso. Dal momento in cui il lavoro a tempo indeterminato declinò, un maggior numero di persone dovette ricominciare da capo. Alcuni dovettero ricominciare da capo ogni pochi anni, dato che le imprese rese più agili crescevano in modo più efficiente ed avevano bisogno di minor lavoro. Questo significava che se ottenevano un nuovo lavoro questo non aveva la buona paga della grande azienda, ma la paga pressoché di primo impiego delle piccole aziende che ora costituivano il motore della crescita. Se queste aziende fallivano, erano acquisite o cambiavano direzione, potevano perdere il lavoro e dovevano ricominciare di nuovo da capo. Il reddito non aumentava per questi lavoratori e per periodi anche lunghi potevano rimanere disoccupati, non ottenere mai più un lavoro nel loro settore reso obsoleto, e di sicuro senza prospettive di lavorare in una grande azienda nei successivi 20 anni.
La ristrutturazione delle imprese inefficienti generò un valore concreto ma quel valore non rifluì ai lavoratori ora licenziati. Qualcosa rifluì ai lavoratori rimasti, ma gran parte di esso andò ai professionisti delle ristrutturazioni aziendali ed agli investitori che essi rappresentavano. La statistica dice che dal 1947 (quando i dati furono registrati per la prima volta) i profitti aziendali come quota del prodotto interno lordo [PIL – NdT] sono attualmente al loro massimo livello, mentre salari e stipendi come percentuale del PIL sono attualmente al loro livello minimo.
Non era solo una questione di rendere più efficiente l’economia – ci si riuscì – era una questione di dove il valore si accumulava. Il segmento superiore della curva dei salari/stipendi e gli investitori, continuavano a fare soldi. La classe media si divise in una sezione che entrò nella classe medio-alta, mentre un’altra sezione affondò nella classe medio-bassa. La società americana nel complesso non è mai stata egualitaria. Si è sempre accettato che esistessero sostanziali differenze di stipendi e benessere. In effetti il progresso era in un certo senso trascinato dal desiderio di emulare i benestanti. C’era anche l’attesa che, mentre gli altri percepivano molto di più, l’intera struttura della ricchezza cresceva in tandem. Si capiva anche che alcuni potevano perdere, per incapacità o per sfortuna.
Ciò che stiamo vivendo oggi è una deriva strutturale in cui il centro della classe media sta scivolando in basso in termini di qualità della vita, e non a causa di pigrizia o stupidità. E’ un cambiamento strutturale che è radicato in cambiamenti sociali (la rottura della famiglia tradizionale) ed in cambiamenti economici (il declino delle tradizionali grandi aziende e la creazione di aziende agili che pongono i singoli lavoratori in una posizione di netto svantaggio). La crisi inerente sta in una economia sempre più efficiente ed una popolazione che non può consumare ciò che produce perché non si può permettere quei prodotti. Questo è capitato diverse volte nella storia, ma gli Stati Uniti, ad eccezione della Grande Depressione, erano l’eccezione. Ovviamente questo fa parte di un dibattito politico acceso, salvo dire che i dibattiti politici identificano il problema senza chiarirli. Nei dibattiti politici qualcuno deve essere incolpato. Nella realtà questi processi sono al di là anche della capacità di controllo del governo. Da una parte le grandi aziende tradizionali hanno offerto benefici ai lavoratori finché non soffocarono sotto il peso dei loro costi. Dall’altra le efficienze hanno creato il rischio di minare i consumi, indebolendo la domanda effettiva di metà della società.
La minaccia a lungo termine
Il pericolo maggiore non si presenterà per decenni, ma si sta affacciando. Gli Stati Uniti sono stati edificati sull’assunzione che un’onda crescente solleva tutte le barche. Questo non si è verificato per la generazione passata e non vi sono indicazioni che tale realtà socio-economica cambierà presto nel futuro. Ciò significa che una premessa fondamentale è a rischio. Il problema sta nel fatto che la stabilità sociale è stata edificata attorno a tale assunzione – non che a ciascuno fosse dovuto uno stipendio, ma che nel complesso tutti avrebbero beneficiato di una produttività ed efficienza crescente. Se ci muoviamo verso un sistema in cui metà del paese è stagnante o perde terreno mentre l’altra metà si arricchisce, il tessuto sociale degli USA è a rischio, e con esso anche la massiccia potenza globale che gli USA hanno accumulato. Altre superpotenze come l’Inghilterra o Roma non avevano il concetto del miglioramento perpetuo della condizione della classe media, come valore centrale. Gli Stati Uniti sì. Se lo perde, perde uno dei pilastri della sua potenza geopolitica.
La sinistra affermerebbe che la soluzione sta in leggi che trasferiscano la ricchezza dai ricchi alla classe media. Questo farebbe aumentare i consumi ma, a secondo dello scopo, metterebbe a rischio il capitale disponibile per gli investimenti a causa del trasferimento stesso e dell’eliminazione dell’incentivo ad investire. Non puoi investire ciò che non hai, e non accetteresti il rischio d’investimento se il ritorno fosse trasferito lontano da te.
L’agilità dell’impresa americana è critica. La destra affermerebbe che permettere al libero mercato di funzionare, risolverebbe il problema., Il libero mercato non garantisce effetti sociali, ma puramente economici. In altre parole può garantire più efficienza nel complesso e far crescere l’economia nel complesso, ma di per se stesso non garantisce su come la ricchezza sia distribuita. La sinistra non può essere indifferente alle conseguenze storiche che avrebbe un’estremizzazione della distribuzione della ricchezza. La destra non può rimanere indifferente alle conseguenze politiche di una classe media messa in difficoltà, né può rimanere indifferente davanti all’impossibilità per metà della popolazione di comprare i prodotti ed i servizi che le imprese vendono.
Le realizzazioni più significative eseguite dai governi tendono ad essere involontarie. La legge GI era stata emanata per limitare la disoccupazione dei reduci; ha creato involontariamente una classe di professionisti laureati. I prestiti VA erano progettati per stimolare l’industria delle costruzioni; ha posto le basi per la proprietà di case nei suburbi. Il sistema di autostrade interstatali serviva a muovere le truppe velocemente in caso di guerra; ha creato una nuova geografia dell’uso del suolo che erano i suburbi.
Non è chiaro come il settore privato possa gestire il problema della pressione sulla classe media. I programmi governativi spesso mancano di soddisfare anche minimamente gli intenti, sperperando risorse scarse. Gli Stati Uniti sono stati una nazione fortunata, trovando soluzioni spesso in maniera inattesa. A me pare che se gli Stati Uniti non saranno ancora fortunati, il suo dominio globale sarà messo in discussione.
Se consideriamo la sua storia, gli Stati Uniti possono aspettarsi di essere ancora fortunati ma solitamente lo è stato quando era impaurita. E a questo punto non è impaurita ma arrabbiata, perché pensa che se soltanto potesse mettere in pratica le proprie soluzioni, questo problema e tutti gli altri sparirebbero. Io sostengo che le soluzioni tradizionali offerte da tutte le parti, non arrivano neanche a capire la dimensione del problema – che le fondamenta della società americana sono a rischio – e pertanto tutte le parti si ritengono soddisfatte nel ripetere ciò che è stato già detto in precedenza.
Persone più intelligenti e più fortunate di me dovranno dare forma alla soluzione. Io sto semplicemente indicando le possibili conseguenze del problema e l’inadeguatezza di tutte le idee che ho incontrato finora.
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mercoledì 29 gennaio 2014
PPPasolini - Poesia di Cinema o Cinema di Poesia
DALLA LETTERATURA AL CINEMA -seconda parte ,fine-
Già nelle Ceneri di Gramsci si annnunciava il cambiamento di mezzo
espressivo. E il cambiamento avverrà nel 1960 con il film Accattone
(Sarà il primo film vietato ai minori del cinema italiano) .Doveva
essere prodotto dalla Federiz società di produzione di Federico
Fellini con cui collaborava Pasolini .Vennero pure girate alcune scene
pilota che non convinsero il Maestro ,ma che anzi scatenarono un
litigio. Troppo" semplicistico e grossolano "il girato da Pasolini.
Poi l'amico e regista Mauro Bolognini gli trovò un produttore che sarà
Il "Finanziatore" di tutti i films fino al 1967 Alfredo Bini già
produttore del film il Bell'Antonio.
Alcune parole su questa figura importante ma nascosta dell 'opera
Pasoliniana .Alfredo Bini nasce a Livorno(Città Anarco-Commercial-
Artistica :Luciano Bianciardi,Amedeo Modigliani,Giovanni Fattori ,
Pietro Mascagni.
Lettere,pittura ,scultura, musica ) nel 1926 e con la sua casa di
produzione la Arco Film per dieci anni sosterrà non solo le opere di
Pasolini , ma anche di Bolognini, Gregoretti, Damiano Damiani. Una casa
di film certamente anticonformisti e fuori dal commerciale puro. Negli
anni 70 si traformermerà nella FinArco scendendo dalle altezze degli
anni 60, producendo pellicole sempre più"scandalisticamente
conformiste" fino a sparire nei primissimi anni 80.Alfredo Bini è morto
nell'Ottobre del 2010.
Subito il modello stilistico di Pasolini è il cinesta danese Dreyer
nel film muto la Passione di Giovanna D'arco :"una norma di essenziale
semplicità".I primi piani prevaricavano sui campi lunghi ,sui paesaggi :
la frontalità sulla discorsività. Ma si rifà anche al cinema
giapponese Mizoguchi e Rossellini .Le colonne sonore sono prese dalla
musica sei-settecentesca per esempio Bach , Scarlatti . Ma la
"fotografia " dei suoi films ancora una volta viene dal suo
apprendistato non friulano ,ma bolognese. Gli anni dell'Università. Lo
studente di lettere Pasolini seguì all'Alma Mater di Bologna i corsi
del grande storico dell'arte Roberto Longhi che influenzò generazioni
di storici dell'arte italiani e grande valorizzatore di Caravaggio .
Possiamo dire che con la grande mostra su Caravaggio del 1951 Longhi
inventa il Caravaggio come fenomeno artistico moderno riesumato dalle
profondità del '600.Pasolini si voleva laureare in storia dell'arte
proprio con Longhi el'abbozzo della tesi andò perduto quando l'8
settembre fuggi dalla leva militare. Poi a guerra finita conseguirà la
laurea con una tesi sulla poesia di Pascoli (durante la guerra aveva
lavorato molto su linguaggio poetico ,linguaggio dialettale).
Nel cinema si riaffaccerà la storia dell'arte , la pittura ,i colori
:La luce e le ambientazioni realistiche Caravaggesche, Il Manierismo di
Pontormo,Rosso Fiorentino i grandi affreschi di Giotto e Masaccio,Piero
della Francesca .
Una" pittoricità" filmica che si sposava al cinema di" poesia":cioè
un cinema denudato, ridotto all'osso,fuori da una sintassi commerciale,
senza dizionario .Il cinema diventava più della letteratura" la lingua
scritta della realtà" l'ossessione di "scandalo" della società
italiana per " il popolo più analfabeta e la borghesia più ignorante
d'Europa " come fa dire a Orson Welles nel film la Ricotta. Nel 1966
dirà che il cinema esprimeva un "allucinato, e pragmatico amore per la
realtà" ma anche "religioso"e quindi Sacro. Torniamo al Poeta ,all'Aedo
("io sono una forza del passato") cioè al cantore della cultura
contadina millenaria in cui e di cui aveva fatto esperienza di
religiosa spontaneità di una umanità emotivamente ricca di valori e
solidarietà .Questa in via di sparizione sotto i colpi
dell'omologazione consumistico-capitalista delle merci ,che tutto
distrugge e trasforma in prodotto commerciale.
Fabrizio Ghilardi
Antropologo e Storico delle Religioni
Copyright © 2014 - by Fabrizio Ghilardi - all rights reserved. Tutti i diritti sono riservati.
martedì 28 gennaio 2014
P P PASOLINI -Poesia di Cinema o Cinema di Poesia
EMOZIONI MODULATE DALL'INTELLETTO -parte prima
Tra il 1 e il 2 novenbre 1975all'Idroscalo di Ostia veniva assassinato
Pasolini . Nell'orazione funebre "a caldo "l'amico fraterno,
l'intellettuale Moravia ,con voce rotta dall'emozione e dalla rabbia
gridava con passione :"Hanno ucciso un poeta e di poeti in un secolo ce
ne sono due o tre .E un poeta dovrebbe essere sacro................".
Ecco chi era Pasolini un Poeta , colui che con la forza e la veracità
della parola rendeva intelleggibili le emozioni e la razionalità
emozionale .In lui la parola si é sviluppata a 360 gradi: Poeta ,
Romanziere , Sceneggiatore, Commediografo, Giornalista;in segno:Pittore
(ha lasciato 420 tra quadri e disegni) e poi dagli anni 60' si è
mutata in immagine .Cineasta .
Nasce a Bologna nel 1922 , ma il suo apprendistato di umana
adolescenza e di virile maturità si svolgerà in Friuli a Casarsa nel
paese della famiglia della Madre Sussanna Colussi maestra di scuola .E
li in Friuli durante le vacanze estive e poi dal 1942 fino al 1949 che
il giovane Pier Paolo , a contatto con la cultura(Nel senso di E.B
Taylor : Cultura é quel complesso insieme ,quella totalità che
comprende la conoscenza, le credenze, l'arte ,la morale,il diritto,il
costume,e qualsiasi altra capacità e abitudine acquisita dall'uomo in
quanto membro di una società) contadina in cui viveva immerso in un
tempo "Senza Tempo" in un" Eterno Ritorno"delle stagioni con i suoi
colori ,profumi e sapori della natura e nel dialetto locale dei
contadini di Casarsa troverà la fonte dell'elaborazione poetica .
Infatti per tutti gli anni 40' sono un cantiere di versi in vernacolo ,
di ricerche glottologiche e sperimentazioni linguistiche ,di dipinti e
disegni vicini all'impressionismo francese ,di regista tetrale e
organizzatore di cineclub .E' il mito della Belllezza e della Felicità
degli anni friulani ,una sorta di Eden. Scacciato per aver mangiato il
"frutto proibito" della conoscenza della" passione carnale ".Nel 1949 é
accusato di atti osceni in luogo pubblico con 4 ragazzi minorenni.
Verrà assolto nel 1952( in tutta la sua vita verrà processato in totale
per 33 volte ).Comunque scoppia lo scandalo e il mite e gentile
Professore di letteratura iltaliana e latino di scuola media ,amato
dai suoi studenti e dalle famiglie per i suo impegno pedagogico, il
Compagno segretario, capace organizzatore politico e culturale, della
locale sezione del Partito Comunista Italiano, viene bollato dalla
comunità per il" vizio innominabile di pederastia" e licenziato dallla
scuola e espulso dal PCI per "indegnità morale".
Nel gennaio del 1950 si trasferisce a Roma con la madre e Pier Paolo
rinasce a nuova vita .La maturità letteraria. Gli inizi non sono facili
, per chi lascia la propria casa all'immprovviso. E per lui il Friuli ,
Casarsa era la "Casa" per antonomasia .Amore ,Calore ,Protezione .Era
tutto l'universo emotivo-esperenziale-intellettuale che crollava.Un
mondo in lui periva o meglio si trasformava . A Roma grazie al lavoro
sedimentato negli anni friulani , e soprattutto alla sua capacità
poetica si fa largo nel mondo letterario romano,e italiano vincendo
svariati premi di poesia.Poi l'mpegno nelle sceneggiature di films che
hanno fatto la storia del cinema italiano e mondiale (Le nozze di
Cabiria,La Dolce vita,il bell'Antonio ecc...).Arrivando a Roma scopre
un'omologia con il mondo che aveva lasciato, dalla cultura contadina al
sottoproletariato urbano . Tutta l'esperienza di studi glottologici e
linguistici e illuminati dai Quaderni dal Carcere di Gramsci ,
soprattutto di Classi egemoni e Classi subalterne viene messa al
servizio nella costruzione dei due romanzi simbolo che gli apriranno il
successo nazionale e internazionale con soluzioni originali e ardite di
ricerca linguistiche del dialetto romanesco "Ragazzi di vita e Una Vita
Violenta".Accolti con trionfo dalla comunità letteraria dell'epoca ma
stroncati dai benpensanti di sinistra, il PCI per offesa al Popolo, e
dai benpensanti di destra la DC, per oscenità e immoralità. E poi quando
nel 60' passerà dalla letteratura alla "letteratura per immagini" cioé
i films ,ogni uscita di un suo film sarà segnata da pubbliche
contestazioni e denuncie e processi sempre per oscenità, immoralità ,
vilipendio alla religione.
Fabrizio Ghilardi
Antropologo e Storico delle Religioni
Copyright © 2014 - by Fabrizio Ghilardi - all rights reserved. Tutti i diritti sono riservati. Per richiedere la
mercoledì 12 dicembre 2012
IL Ritorno delle Plutocrazia
Di Enrico Melchionda
Ormai sono in pochi a negare che i regimi democratici stiano attraversando una crisi senza
precedenti, o siano quanto meno esposti a sfide assai ardue da superare. Naturalmente, si tratta di
sfide e problemi ben diversi da quelli che nella prima metà del Novecento condussero, in
determinati paesi, alla tragedia dei fascismi. Questa volta la malattia è diversa, ma non meno grave.
Anzi, per certi versi essa appare ancora più insidiosa, se non altro perché si presenta ovunque, fin
dentro il cuore di quelli che siamo abituati a considerare i baluardi del mondo sviluppato e della
cultura liberaldemocratica, gli stessi che seppero fronteggiare sia la sfida della democratizzazione
rivolta ai regimi liberali "monoclasse", e resistere così alla reazione fascista, sia la sfida comunista,
a cui risposero con la dichiarazione della guerra fredda e con l’istituzione dei moderni sistemi di
welfare state.
Oggi le sfide con cui si devono confrontare le liberaldemocrazie sono altre: la
globalizzazione che svuota le vecchie sovranità nazionali e rende difficile il controllo delle élite, il
multiculturalismo che minaccia le omogeneità identitarie delle popolazioni, le comunicazioni di
massa che stravolgono la partecipazione e l’informazione politica dei cittadini, il fondamentalismo
e il terrorismo internazionale che rovesciano sulle comunità politiche occidentali e sui loro equilibri
istituzionali tutta la rabbia e la disperazione accumulata dai popoli dominati. Sfide che si
presentano, inoltre, in un contesto in cui non c’è più l’antagonista sovietico a fare da contraltare e da
stimolo per gli stati capitalistici sviluppati, favorendo una qualche armonizzazione degli interessi in
campo internazionale come all’interno delle singole società nazionali.
Tra le varie modalità con cui queste sfide si presentano politicamente, ve ne sono alcune che
destano particolare preoccupazione. L’attenzione degli studiosi si è per lo più rivolta, negli ultimi
anni, ai fenomeni del populismo, o del direttismo, e dell’antipolitica, che convergono nel minare gli
aspetti rappresentativi e liberali dei regimi democratici. Ritornano qui le tematiche evocate a suo
tempo da Tocqueville e dai padri del liberalismo, quando parlavano del rischio della “tirannia della
maggioranza” e della necessità di limitarne il potere. Una chiave di lettura che viene riproposta
oggi, alla luce delle nuove tendenze plebiscitarie e delle manipolazioni dell’opinione pubblica
favorite dalla crisi delle strutture di rappresentanza e dall’amplificazione del potere mediatico, e che
coglie indubbiamente processi reali. Ma c’è un’altra chiave di lettura che comincia a farsi strada e
che, pur non essendo in contrasto con quella dominante, delinea una spiegazione diversa, quanto ad
approccio e implicazioni, della crisi della democrazia. Mi riferisco alla problematica della
plutocrazia.
Il concetto di plutocrazia ha una storia che andrebbe ripercorsa attentamente, perché mai
come in questo caso si metterebbe in luce il legame di continuità che può esistere tra parole, nozioni
e realtà. Non è questa la sede per farlo, ma può essere utile richiamarne almeno qualche passaggio.
Cominciando dall’origine del concetto, che di solito si fa risalire – come per i più importanti
concetti politici – all’antichità, forse a causa della sua etimologia inequivocabile (dal greco
ploutokratía, composto di plôutos "ricchezza" e -kratía "potere"), ma che in realtà fu usato assai
raramente in quell’epoca e comunque mai in maniera sistematica e teoricamente perspicua. Infatti il
termine si è diffuso solo in epoca moderna, e in ambito anglosassone, trovando una naturale
collocazione negli Stati Uniti dal XIX secolo in poi. Furono i movimenti populista e progressista di
fine Ottocento, in particolare, ad adottare con insistenza e a diffondere ampiamente la critica della
plutocrazia, che ritenevano dominasse la scena politica americana attraverso una forte collusione tra
politici di partito e uomini d’affari. Una critica che, pur ottenendo scarsi risultati pratici, se non
quelli di una certa moralizzazione e di un drastico (e definitivo) indebolimento dei partiti,
sedimentò tuttavia un sentimento durevole, anche se quasi sempre marginale, e soprattutto una ben
definita immagine della politica americana che ha resistito sino ad oggi.
E’ dagli Stati Uniti che il concetto di plutocrazia arrivò, per una breve e incerta vita, nel
continente europeo. Esso, ostacolato dal radicamento delle teorie marxiste, che davano conto a loro
modo del fondamento economico del potere politico, ebbe in Europa minore fortuna. Solo nei primi
decenni del Novecento andò diffondendosi, per merito degli studiosi élitisti e realisti (ivi compresi
Weber e Gramsci), specialmente ad opera dell’ultimo Pareto, secondo il quale “Il reggimento dei
popoli occidentali, che si dice democratico, è in realtà quello di una plutocrazia democratica, che
inclina ora alla plutocrazia demagogica” (il passo è del 1920, ma il concetto fu ulteriormente
sviluppato nel suo Trasformazione della democrazia). Com’è noto, il termine finì poi per essere
incorporato, e in definitiva bruciato, dal fascismo e dal nazismo. Nella loro ideologia, a parte le
qualificazioni anti-semite, la plutocrazia era identificata con le liberaldemocrazie, soprattutto con il
modello americano, e affiancata al bolscevismo in un dualismo che talora veniva fatto risalire alla
stessa matrice “giudaica”, ma che in ogni caso voleva accreditare l’immagine del fascismo come
terza via propriamente “europea”.
Non meraviglia, quindi, che dopo la guerra e l’affermazione dell’egemonia americana in
Europa la parola stessa diventasse un tabù. Bisognerà aspettare gli effetti dell’ondata di
mobilitazione degli anni sessanta per ritrovarne traccia nel discorso politico e politologico. Il
tentativo più serio, da questo punto di vista, verrà fatto dal pioniere della nuova scienza politica
europea, Maurice Duverger, che nel suo libro più anomalo (Janus, les deux faces de l’Occident,
1972) criticava, da una posizione radicale ma non marxista, i regimi liberaldemocratici, definiti
come “plutodemocrazie”. In questo modo, lo studioso francese andava a ricongiungersi con un
filone politico-sociologico che già da qualche tempo aveva rimesso in campo un tentativo analogo
negli Stati Uniti. Mi riferisco alla scuola cosiddetta neo-élitista, il cui “manifesto” può essere
considerato The Power Elite di Wright Mills, ma che si dispiegava in una serie di ricerche diverse
(vi possiamo far rientrare anche studiosi come Schattschneider e Lowi), la cui linea comune stava
nella critica dell’ideologia pluralista, considerata puramente apologetica, e nella risposta alla
domanda Who Rules America?, che dà il titolo a due bei libri di G. William Dohmoff e più o meno
esplicitamente è: la plutocrazia.
Negli ultimi anni il concetto di plutocrazia sta vivendo una nuova fioritura, tanto in America
quanto in Europa, e sembra che stia perfino acquisendo, del tutto spontaneamente, una maggiore
connotazione rispetto al passato. Lo ritroviamo sempre più di frequente sia nel linguaggio
politologico che in quello politico e giornalistico. Certo, esso continua ad essere in una certa misura
il distintivo delle culture marginali che se ne ritengono storicamente depositarie, cioè dei nostalgici
del populismo americano e dell’estrema destra europea, non solo di ascendenza fascista (è il caso
del leghismo italiano), che tra l’altro ha cercato di rinverdire il proprio strumentario sostituendo
nuovi aggettivi (es: mondialista) a quelli che accompagnavano classicamente il concetto (giudaica,
massonica). Ma ultimamente ha fatto il suo ingresso anche nel linguaggio e nella cultura di sinistra,
nei partiti e nei movimenti. Oggi negli Stati Uniti i paladini della lotta contro la plutocrazia sono
Ralph Nader e vari esponenti del partito democratico (ecome John McCain). E in Italia, sulla spinta
del fenomeno Berlusconi, hanno iniziato a preoccuparsi del problema uomini politici tutt’altro che
radicali come Giuliano Amato, mentre storici come Salvadori riscoprono in questo senso gli scritti
del sociologo liberale americano William G. Sumner. Comunque la sensibilità verso il tema della
plutocrazia sembra aver trovato il suo terreno più fertile nell’ambito dei nuovi movimenti, a
cominciare da quelli no global e pacifisti, che si oppongono alla globalizzazione neoliberista e alle
sue implicazioni sia in campo politico-sociale che nell’ambito delle relazioni internazionali.
L’immagine della società internazionale che si ricava dai documenti e dai discorsi dei no
global è quella un po’ semplificata di un sistema dominato dalle imprese multinazionali: una
“corporatocrazia”. La stessa immagine, del resto, viene usata efficacemente per descrivere il cuore
di questo sistema, cioè gli Stati Uniti. Non è difficile, in effetti, evidenziare in quale misura quella
che si presenta come una democrazia liberale sia stata corrotta dalla politica delle corporation
(corporate money politics). Basta pensare al ruolo del denaro nelle campagne elettorali, in cui
vincono i candidati che spendono di più (nel 94% dei casi al Congresso), in cui il costo per essere
eletti è mediamente di 900 mila dollari per la Camera, di quasi 5 milioni per il Senato e di ben 186
milioni per la presidenza. Basta considerare il trattamento speciale che ottengono dai parlamentari le
aziende e i gruppi di interesse in cambio di finanziamenti elettorali. Basta guardare all’attuale
amministrazione, voluta fortemente dal big business, eletta a dispetto del voto popolare e composta
da persone legate a filo doppio con le grandi corporation, se non proprio loro espressione diretta.
Insomma, pur limitandosi a questi pochi indicatori, la definizione di plutocrazia sembra
adattarsi perfettamente al sistema politico americano. Vista da questo punto di vista, la crisi della
democrazia assume una luce ben più inquietante di quanto si evinca dagli approcci di tipo liberale a
cui accennavo all’inizio. Quel che mi sembra più proficuo di questa chiave di lettura, è che essa ci
libera da una prospettiva tutto sommato conservatrice, in cui si tratterebbe semplicemente di
difendere le garanzie e gli equilibri giuridico-istituzionali oggi minacciati (anzitutto dal potere
mediatico) per ristabilire l’assetto genuinamente democratico prodotto a suo tempo dalla miracolosa
congiunzione fra sovranità popolare e costituzionalismo liberale. Al contrario, la categoria di
“plutocrazia” ha il merito di richiamare la grande acquisizione teorica dell’élitismo in modo tale da
supportare l’analisi realistica dello stato e delle tendenze dei regimi liberaldemocratici con una
critica della democrazia. Questa sarebbe davvero una novità.
Detto questo, non bisogna nascondersi, naturalmente, i limiti cui va incontro un approccio
del genere. Il concetto di plutocrazia non dà conto della relazione complessa che sussiste tra potere
politico e sistema socio-economico (classi). Non a caso esso può essere confuso con un marxismo
semplicistico, come quello che si riassume nella formula del governo “comitato d’affari della
borghesia”, mentre è del tutto estraneo al marxismo scientificamente più avvertito, com’è stato ad
esempio quello di matrice althusseriana. Eppure, non è necessariamente incompatibile con
quest’ultimo, a condizione di saper distinguere a quale livello della scala di astrazione il concetto si
collochi. Quello di “plutocrazia” è infatti un concetto molto empirico, che definisce una data forma
del potere politico dell’élite dominante, dando conto di un certo tipo di classe politica e del suo
reclutamento, di un certo tipo di rapporti effettivi tra politica e interessi, di un certo tipo di
strutturazione e dislocazione dei poteri tra le varie istituzioni e organizzazioni politiche, ecc. Questo
vuol dire, in altre parole, che non tutti i regimi liberaldemocratici sono plutocratici, ma lo sono
quelli che vedono un intervento diretto delle imprese nel processo di governo e di reclutamento del
personale politico.
Non so quale sia la strada per contrastare un sistema plutocratico. Ma, se vogliamo attestarci
sull’esperienza passata, forse un’indicazione ci può venire dal confronto tra il modello americano e
quello europeo del Novecento. Da essi emerge l’importanza del ruolo dei partiti di massa. Mentre il
loro smantellamento in America ha aperto la strada alla plutocrazia, la partitocrazia europea del
secondo dopoguerra consentì alle classi subordinate di bilanciare in qualche misura il potere del
denaro, ottenendone benefici concreti non indifferenti. Purtroppo oggi, per ragioni che non è
possibile esporre in questa sede, rimane ben poco di questo modello. Anche l’Europa sembra essersi
incamminata verso il modello plutocratico, con il nostro paese a fare da battistrada. Può darsi che
alla fine si prenda un’altra strada, che difficilmente potrà essere quella di un ritorno al passato, ma
se è davvero alla democrazia che ci si vorrà ispirare dovrà essere di sicuro una strada ancora una
volta contrassegnata dalla partecipazione e dalla rappresentanza del popolo.
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domenica 9 dicembre 2012
Contro la retorica dell'orizzontalità
La funzione di figure, ruoli e soggetti che fanno da tramite è anche quella di costruire una traduzione simbolica delle cose, perché ci obbligano a non ridurre la vita alla nostra esperienza
Mettere tutto e tutti sullo stesso piano, pensando in questo modo di rifiutare gerarchie e doveri per avere una maggiore libertà, azzera i legami di una comunità Che invece sono decisivi come collanti sociali
La società orizzontale
Dalla scuola ai sindacati, dai partiti agli editori fino ai critici, le istituzioni sono sempre più discusse
In nome di un presunto rapporto diretto che cancella la mediazione
di Massimo Recalcati Repubblica 25.11.12
Nel nostro tempo spira un vento forte in direzione contraria alla funzione sociale delle istituzioni. Gli esempi sono molteplici e investono anche la nostra vita collettiva: dalla famiglia alla Scuola, dai partiti ai sindacati, dall’editoria alla vita affettiva, assistiamo ad una caduta tendenziale della mediazione e della sua funzione simbolica. Di fronte ad una bocciatura i genitori tendono ad allearsi con i loro figli più che con gli insegnanti; possono cambiare scuola o impugnare la loro causa rivolgendosi ai giudici del Tar; il ruolo educativo da parte di un adulto suscita spesso il sospetto di un abuso di potere; la Rete offre la possibilità a chi ritiene di essere uno scrittore di farsi il proprio libro online senza passare dal giudizio degli editori; la figura del critico, che faceva da ponte tra opera e pubblico, è oramai azzerata; le amicizie non passano più dalla mediazione indispensabile dell’incontro dei volti e dei corpi, ma si coltivano in modo immateriale sui
social networks; di fronte alla dimensione necessariamente snervante del conflitto politico si preferisce l’opzione della violenza o dell’insulto. Anche i sintomi che affliggono la vita delle persone hanno cambiato di segno; mentre qualche decennio fa apparivano centrati sulle pene d’amore, sull’importanza irrinunciabile del legame sociale, oggi non è più la rottura del legame a fare soffrire, ma è l’esistenza del legame che viene avvertita come fonte di disagio.
Un disagio diffuso soprattutto tra i ragazzi. Milioni di giovani vivono, nel mondo cosiddetto civilizzato, come prigionieri volontari. Hanno interrotto ogni legame con il mondo, si sono ritirati nelle loro camere, hanno abbandonato scuola e lavoro. Questa moltitudine anonima preferisce il ritiro, il ripiegamento su di sé, alla difficoltà della traduzione imposta dalla legge della parola. È un segno dei nostri tempi. Il Terzo appare sempre più come un intruso. Eppure non c’è vita umana che non si costituisca attraverso la mediazione simbolica dell’Altro. Il pianto angosciato di un bambino nella notte ci chiama alla risposta, alla presenza, ci convoca nella nostra responsabilità di accogliere la sua vita. Il mito del farsi da se stessi, dell’autogenerazione, come quello del farsi giustizia da sé, è un mito che il liberismo contemporaneo ha assunto come un suo stemma. In realtà nessuno è padrone delle sue origini, come nessuno può essere salvatore del mondo. Non esiste comunità umana senza mediazione istituzionale, senza mediazione simbolica, senza il lavoro paziente della traduzione della lingua dell’Altro. Divento ciò che sono solo passando dalla mediazione dell’Altro (famiglia, istituzioni, società, cultura, lavoro, ecc.) e non solo attraverso le esperienze personali che ho fatto. Nel nostro tempo questa mediazione necessaria alla vita è in crisi. Nel nome di una società orizzontale che esalta i diritti degli individui senza dare il giusto peso alle loro responsabilità evapora la dimensione della mediazione simbolica: fare gli interessi della collettività è percepito come un abuso di potere contro la libertà dell’individuo. Questo declino della mediazione simbolica non significa solo che il nostro tempo ha smarrito la funzione orientativa dei grandi ideali della modernità e scorre privo di bussole certe al di fuori dei binari solidi che le grandi narrazioni ideologiche del mondo (cattolicesimo, socialismo, comunismo, ecc) e le sue istituzioni disciplinari (Stato, Chiesa, Esercito) assicuravano, ma manifesta una sorta di mutazione antropologica della vita. L’individualismo si afferma nella sua versione più cinica e narcisistica investendo la dimensione della mediazione simbolica di un sospetto radicale: tutte le istituzioni che dovrebbero garantire la vita della comunità non servono a niente, sono, nella migliore delle ipotesi, zavorre, pesi arcaici che frenano la volontà di potenza dell’individuo o, nella peggiore delle ipotesi, luoghi di sperpero e di corruzione osceni. Ma come? Non è compito delle istituzioni, come dichiarava Lacan, porre un freno al godimento individuale rendendo possibile il patto sociale, la vita in comune?
La violenza di questa crisi economica ha prodotto giusta indignazione e sfiducia verso tutto ciò che agisce in nome della vita pubblica, verso tutto ciò che sfugge al controllo diretto del cittadino. Le istituzioni non l’hanno saputa avvertire, frenare, governare. Il caso della politica si impone come esemplare. Il luogo che secondo
Aristotele deve riuscire a determinare l’integrazione pubblica delle differenze individuali sotto il segno del bene della polis – il luogo più eminente della traduzione simbolica – si è rivelato corrotto dalla affermazione più scriteriata degli interessi individuali. Il politico liberato dal peso dell’ideologia si è ridotto a un furfante che ruba per se stesso. Eppure non si può rinunciare così facilmente alla politica, l’arte della mediazione.
Perché i rischi sono evidenti, li abbiamo visti in questi anni, tra leadership carismatiche e fondazioni mitiche. Li vediamo oggi quando avanza un nuovo populismo che si appoggia sulla democrazia tecnologica garantita dalla Rete per evitare la “truffa” della mediazione politica. Ma il populismo non è forse una forma radicale di pensiero anti-istituzionale che rigetta la mediazione simbolica affermando l’illusione di una democrazia diretta puramente demagogica?
In questo senso il liberale conservatore Lacan replicava alle critiche degli studenti del ’68 che gli rimproveravano di non autorizzare la rivolta contro le istituzioni che non esiste alcun “fuori” dalla mediazione imposta dal linguaggio. Il destino degli esseri parlanti è infatti quello della traduzione. Lacan disillude l’impeto rivoluzionario degli studenti: non esiste possibilità che una rivolta animata dalla rottura con il campo istituzionale del linguaggio non ricada nella stessa violenza dalla quale avrebbe voluto liberarsi. La rivoluzione porta sempre con sé un nuovo padrone. L’invocazione di una democrazia diretta che reagisca in modo anti-istituzionale alla debolezza e alla degenerazione
insopportabile delle istituzioni rischia di spalancare il baratro di un populismo che finisce per gettare via insieme all’acqua sporca anche il bambino. Il grillismo sbandiera una forma di partecipazione diretta del cittadino che rifiuta, giudicandola un ferro vecchio della democrazia, la funzione sociale dei partiti.
Ma è un film che abbiamo già visto. È una legge storica e psichica, collettiva e individuale insieme: chi si pone al di fuori del sistema del confronto politico e della mediazione simbolica che la democrazia impone, finisce per rigenerare il mostro che giustamente combatte. Non è solo un insegnamento della storia ma anche, più modestamente, della pratica della psicoanalisi. La rabbia verso i padri, il puro rifiuto di tutto ciò che si è ricevuto, il disprezzo dell’eredità, rischia sempre di generare una protesta sterile, che impedisce di discriminare l’oro dal fango, che fa di tutta l’erba un fascio, e, dulcis in fundo, che mantiene legati per sempre al padre di cui ci si voleva liberare, rieditandone il volto mostruoso e autoritario.
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