domenica 30 luglio 2017

L'AFRICA FA FIGLI, NOI NO: COME L'IMMIGRAZIONE CAMBIERA' L'ITALIA, E GLI ITALIANI

Intervista a Daniele Scalea, autore di uno studio senza preconcetti sul fenomeno migratorio: 'Nel 2065 gli immigrati in Italia saranno più del 40%, e in un futuro neanche troppo lontano le popolazioni autoctone europee potrebbero persino sparire'


di Miriam Carraretto.

 

«La vera causa della crisi migratoria non sono le guerre o le carestie, bensì la demografia africana». L’Europa e l’Italia affrontano un periodo di flussi migratori in entrata senza precedenti. Ciò dipende in primis dalla concomitanza tra declino demografico europeo (dal 22% della popolazione mondiale nel 1950 al 7% nel 2050) ed esplosione demografica africana (dal 9% al 25% della popolazione mondiale in cento anni). Ad affermarlo, dati alla mano, è Daniela Scalea, analista del Centro studi politici e strategici Machiavelli, che ha appena pubblicato un report dal titolo «Come l’immigrazione sta cambiando la demografia italiana». Un'analisi lucida, senza stereotipi, che ci aiuta a comprendere meglio il fenomeno migratorio di oggi, e di domani. Abbiamo raggiunto al telefono Scalea per farci spiegare meglio i numeri che ha scovato con la sua ricerca, e soprattutto il loro significato.

Nel 2065 gli immigrati in Italia saranno più del 40%
Già oggi, ci spiega Scalea, «in Germania le persone con retroterra migrante sono il 20% ma salgono al 35% tra i bambini con meno di 5 anni», lasciando presagire un grande mutamento nella composizione etnica della prossima generazione. In Francia è proibito compilare statistiche etniche «ma si stima che gli immigrati di prima e seconda generazione siano già oggi più del 20%». E il futuro appare sempre più chiaro: «Secondo elaborazioni e proiezioni di dati Istat, nel 2065 la quota di immigrati di prima e seconda generazione in Italia potrebbe superare il 40% della popolazione totale. Altri studi hanno previsto che più o meno nello stesso anno l'etnia britannica non sarà più maggioritaria a casa propria».

Le nostre culle sono vuote, le loro crescono a vista d'occhio
Un dato altrettanto interessante è che si assiste a una maggiore omogeneità dell’immigrazione: «Le prime dieci nazionalità rappresentano oggi il 64% degli immigrati totali, mentre negli anni ‘70 appena il 13%. Tutto ciò non si discosta da quanto sta accadendo in diversi Paesi dell’Europa occidentale. Questo rende ancora più difficile l'integrazione e favorisce anzi la creazione di comunità chiuse. È evidente che il futuro sarà multiculturale, in Italia non ci sarà più il predominio della cultura italiana bensì un pluralismo all'interno dello stesso Paese». Le culle sono vuole per noi e molto piene per gli africani. «Noi stiamo vivendo il periodo di massimo gap nella fertilità tra europei e africani. Anche l'Africa dovrebbe conoscere una linea discendente come l'Asia verso la fine del secolo, i continenti si avvicineranno in questo senso, ma ora non è così. Cresce il reddito in Africa ma cresce anche la popolazione e quindi gli effetti positivi di questa spinta economica si annullano: «L'Africa sta diventando ancora più povera rispetto agli altri continenti da un punto di vista relativo, quindi la popolazione in forte eccesso non può fare altro che emigrare: prima lo faceva soprattutto internamente al continente, ora lo fa verso l'Europa».

Esplosione demografico e declino europeo
Un'esplosione demografica che va di pari passo con il declino europeo: «Non c'è un rapporto di causa-effetto»conclude Scalea, «ma sono fenomeni che camminano insieme. A emigrare non sono i più poveri, ma i ceti medio-bassi perché hanno maggiore coscienza e vengono da noi a cercare di migliorare la propria vita. Non si può non pensare che in futuro ci sarà una messa in minoranza delle popolazioni autoctone europee, forse persino una loro sparizione».

sabato 15 luglio 2017

ELOGIO DELLA CONSERVAZIONE DI PLONCARD d'ASSAC CONTRO I MITI PROGRESSISTI

La reazione, della quale il giornalista e scrittore Jacques Ploncard d'Assac (1910-2005) alla fine degli anni Sessanta del secolo scorso ritenne di tessere l'«apologia», oggi, più semplicemente, potremmo definirla «indignazione».
Un sentimento, più che un atteggiamento intellettuale, manifestatosi in maniera impropria e variopinta come contestazione morale e civile agli effetti perniciosi del globalismo e della governance mondiale delle élites economiche, finanziarie e mediatiche delle quali quelle politiche sono soltanto gli strumenti per attuare i loro disegni.

Tuttavia, per quante affinità si potrebbero riscontrare tra la «reazione» e l'«indignazione», resta il fatto che la prima ha un fondamento radicale nella cultura della restaurazione del diritto naturale; mentre la seconda non è altro che un moto istintivo e primordiale di opporsi senza un progetto al dominio delle oligarchie che si sono impossessate delle anime prima che delle nazioni riducendo le une e le altre in polvere che si consuma nei riti blasfemi dell'economicismo e della spettacolarizzazione del nichilismo.

L'apologia di Ploncard d'Assac apre proprio sull'indignazione una prospettiva nuova (considerando i tempi) che è propria di ogni conservatore, consapevole o inconsapevole, impegnato nel «divenire ciò che è», per dirla con Nietzsche, convinto che le imposture nate nel 1789 si sono radicate ma paradossalmente oggi vengono utilizzate per opprimere, a dimostrazione di una nemesi che ha connotazioni quasi apocalittiche. Non a caso Nicolás Gómez Dávila, il grande filosofo colombiano «scoperto» con colpevole ritardo dall'Occidente distratto dai suoi balocchi intellettuali e grazie a qualche spirito non conformista, sosteneva che «il reazionario è colui che si trova ad essere contro tutto quando non esiste più nulla che meriti di essere conservato». Mentre il conservatore, mi permetto di aggiungere, è teso a preservare ciò che dà un senso all'esistenza. L'uno e l'altro non sono in contrapposizione, ma si completano, con buona pace di chi ha inteso stabilire diversità tali da formare solchi incolmabili.

Oggi «reagire» ha un significato dilatato rispetto a quello che al termine venne dato durante la Rivoluzione francese. È proprio alle sue estreme conseguenze che intende rivolgersi il reazionario contemporaneo: l'Ancien Régime è cambiato nei connotati, non certo nella filosofia che ispira le contemporanee élites. I reazionari, oggi come allora, si oppongono all'individualismo, allo smantellamento delle strutture comunitarie, all'attacco portato al diritto naturale. Autorità e libertà vengono pensate in contrapposizione, mentre dovrebbero essere «vissute» in simbiosi; il merito non contraddice l'eguaglianza delle opportunità, ma l'egualitarismo ideologico è un attentato permanente al riconoscimento delle gerarchie religiose, morali, civili e politiche. Da quando l'egualitarismo, come alibi da parte delle oligarchie al conferimento del potere e della sovranità al popolo, ha soppiantato le naturali differenze, il mondo è divenuto un agone selvaggio nel quale ci si massacra a colpi di egoismi. Scrive Ploncard d'Assac: «La sovranità non è più l'elemento regolatore di una società composta secondo le funzioni reali dei suoi membri nell'economia comune, ma l'espressione di una moltitudine di volontà individuali, inorganiche e anarchiche» (...).
Per la prima edizione di Apologia della reazione (Edizioni del Borghese, 1970), Panfilo Gentile scrisse una prefazione che in realtà era una «meditazione» sulla modernità nella quale, da laico qual era sorprese non poco per le critiche mosse a quella Chiesa che andava conformandosi secondo canoni secolari che l'avrebbero piegata come poi è avvenuto. Scriveva il grande polemista: «La religione fa parte di questo patrimonio primitivo, ineffabile, inalienabile e immodificabile. Bisogna conservarlo gelosamente. Ciò non ha nulla a che vedere ovviamente con la decadenza, nella quale anche la Chiesa è precipitata, mondanizzandosi, politicandosi, mescolandosi alle querelles del secolo. Noi non vogliamo la Chiesa in tuta. Vogliamo che torni a vestire la porpora. Non vogliamo preti segretari della Camera del Lavoro, ma sacerdoti dediti al ministero pastorale e alla salvezza delle anime. La Chiesa ha creduto di acquistare terreno, modernizzandosi e secolarizzandosi, mettendosi in demagogia coi marxisti. Errore funesto. Non ha guadagnato gli empi e ha lasciato senza soccorso le anime che cercavano Dio».

Il declino ela visione del vuoto che consapevolmente si accetta per dare alla vita mortale l'illusione dell'eternità. La grandezza, al contrario, e consapevolezza di essere partecipi di un'altra vita, di una storia che non finisce con un ultimo respiro. Lo sapevano gli antichi dai quali non abbiamo appreso nulla che non fosse lieto per un breve momento. Il declinante Occidente, la decadente Europa, la disarticolata umanitàsono manifestazioni diverse di una profonda malattia della civiltà che per essere vinta necessita del solo farmaco che si conosca: il riconoscimento della sacralità della vita che sola può garantire il risveglio della sapienza quale chiave dell'equilibrio indispensabile per poter vivere conformemente ai bisogni reali dell'uomo. Il resto appartiene alle illusioni della modernità tra le quali affoghiamo le nostre inquietanti pretese di immortalità.

Apologia della reazione, dopo circa mezzo secolo dalla sua pubblicazione, è ancora un libro attualissimo. Non ha perso nulla delle «verità» che riassumeva. Anzi, alla luce di quanto è accaduto dalla fine degli anni Sessanta ad oggi, l'analisi proposta da Ploncard d'Assac ci fornisce motivi nuovi per apprezzare la critica di fondo che muove all'Illuminismo, alla Rivoluzione francese, al giacobinismo ed alle dottrine che hanno immiserito le coscienze. Oggi la reazione è molto più complessa di come potevano concepirla Rivarol, De Maistre, Barruel, de Bonald. Ma i principi ispiratori sono gli stessi. La data di riferimento è il 1789. Da essa non si può prescindere e nessuna diavoleria tecnologica o economica può ingoiarla.

GENNARO MALGIERI

martedì 4 luglio 2017

LA VERA VITTIMA DELLA GLOBALIZZAZIONE E' IL" PICCOLO POPOLO" DELLE PROVINCE






Negli ultimi anni la questione sociale è stata ridotta alle banlieue Ma la partita si sta giocando ben lontano dalle aree metropolitane 




Parigi non è la Francia. Per ricordarlo agli intellò della capitale ci è voluto un intervento di Michel Houellebecq su France 2 durante la regina delle puntate televisive condotta da Pierre Pujadas e Léa Salamè.

In prima serata, pochi giorni prima del ballottaggio per la corsa all'Eliseo, l'autore di Sottomissione ammise di sentirsi uno straniero in patria. «Non potrei più scrivere - disse - un libro su questa Francia. Io non credo al voto ideologico ma a quello di classe. E che io lo voglia o meno appartengo alla Francia che vota Macron, sono troppo ricco per votare Le Pen e Mélenchon, ormai faccio parte dell'élite globalizzata. Eppure provengo anch'io da quella Francia. Ma quella Francia non abita nel mio quartiere, non abita nemmeno a Parigi. A Parigi Le Pen non esiste». Profetico, ancora una volta. Qualche giorno dopo la capitale avrebbe attribuito al candidato di En Marche! il 90 per cento dei voti.


Houellebecq ha letto Christophe Guilluy, il geografo divenuto popolare Oltralpe per aver dimostrato, statistiche alla mano, la «grande frattura» culturale e socio-economica che esiste tra il mondo metropolitano e quello delle periferie (che non sono le banlieue). Così l'autore di La France périphérique e Le crépuscule de la France d'en haut è diventato il nemico pubblico delle élite urbanizzate e l'icona intellettuale degli «sdentati» di François Hollande, quel popolo emarginato che alle ultime elezioni, in massa, ha barrato il simbolo Front National o non si è nemmeno recato alle urne.
Se il primo dei saggi di Guilluy è un lavoro minuzioso che spiega l'ascesa del voto anti-establishment nella provincia francese, il secondo è invece un vero e proprio j'accuse contro i «bobos», i bourgeois-bohème di Parigi, incapaci di vedere le condizioni di quello che Charles Maurras chiamava il «Paese reale». I suoi studi sulla geografia socio-elettorale hanno scalato tutte le classifiche, eppure non sono mancati i detrattori che hanno inventato l'accusa di «urbanofobia». Il peccato originale di Christophe Guilluy, accusato dagli intellò di aver scritto «libri a vantaggio di Marine Le Pen», è quello di aver smascherato una minoranza cool e open mind che ha imposto ai ceti popolari una società multiculturale, terziarizzata e precaria senza viverne direttamente le conseguenze.
Si legge che negli ultimi anni la questione sociale è stata ridotta alle banlieue urbane abbandonando integralmente le aree periferiche dove vive il petit peuple di Francia. Nei quartieri popolari delle grandi città - spiega Guilluy - abitano prevalentemente figli di immigrati, borghesi in potenza, gli unici che fanno mobilità sociale per legge dei grandi numeri con annesso sistema delle quotas (leggi anti-discriminazione) e per motivi di vicinanza geografica ai milieu che contano. Quello che molti scienziati della politica chiamano multiculturalismo non è altro che un processo di ghettizzazione di classe in cui gli immigrati svolgono le professioni meno qualificate al servizio del ceto benestante protetto da una città inaccessibile sul piano economico e immobiliare. Esisterebbe dunque un patto di non belligeranza tra le élite urbanizzate benpensanti e una mano d'opera a basso costo, naturalizzata francese, che ha sacrificato i piccoli centri dell'Esagono, veri sconfitti della globalizzazione.
Così le accuse di «fascismo» e «razzismo» sono diventate per Guilluy «armi al servizio della nuova borghesia intellettuale per mascherare la sofferenze delle persone comuni e difendere i propri privilegi».

Sebastiano Caputo:Giornalista,Reporter ,cofondatore e direttore del sito Intellettuale Dissidente