venerdì 2 febbraio 2018

LA BIBBIA PER RIDARE UN CORPO CONCRETO ALL'ECONOMIA

Per l'economista Luigino Bruni, in un mondo in cui i beni e gli interessi economici sono sempre più immateriali, il dialogo con le Scritture diventa un bagno di concretezza.


Mercato, moneta, debito, profitto: nel grande racconto biblico sono già presenti la maggior parte delle categorie, anche economiche, che hanno fondato la nostra civiltà. A questo codice simbolico dell’Occidente, nel corso dei millenni, hanno attinto a piene mani la poesia, la letteratura e l’arte. Per non parlare della filosofia o della teoria politica. Persino la psicoanalisi, in anni recenti, si è avvalsa della potenza generativa degli archetipi vetero-testamentari allargando il bacino della saggezza greca, per dirla con Charles Moeller, grazie al paradosso cristiano. L’Economia no. Anzi: quello tra Bibbia ed Economia è un incontro per troppo tempo mancato al quale, proprio per questa ragione, Luigino Bruni ha scelto di dedicare, negli ultimissimi anni, una porzione rilevante della sua ricerca. Continua infatti anche nel 2018, al Polo Lionello Bonfanti, l’esperienza iniziata a giugno con la 'Settimana di Economia Biblica': dal 15 al 17 febbraio Bruni interpellerà da economista il libro dell’Esodo, dal 14 al 16 giugno 2018 quello del Profeta Isaia.
Possibile che uno dei codici simbolici più fecondi della cultura umana abbia incuriosito così poco gli economisti?
«Quello tra Bibbia ed Economia è un incontro effettivamente tardivo. Se n’è occupato negli anni Trenta Emanuele Sella, in un libro per altro poco riuscito, La dottrina dei tre principi, in cui teorizzava una sorta di trinità dell’Economia. Per il resto, a esser sinceri, poco altro».
Timore reverenziale o semplice disinteresse?
«Purtroppo la cultura economica dei teologi è scarsa, quella teologica degli economisti altrettanto. È così sin dagli albori dell’economia moderna. Nel ’700 qualche riflessione in materia l’hanno fatta l’abate Genovesi e lo stesso Adam Smith; nell’800 ci ha pensato più che altro la curiosità di Kierkegaard a esplorare le potenzialità dell’accostamento. Si arriva poi al ’900, secolo in cui l’Economia, come disciplina, si è a tal punto matematizzata da crescere generazioni di studiosi totalmente impreparata a confrontarsi col linguaggio biblico».
Almeno una metafora si troverà pure nei manuali…
«Ricordo il 'Dilemma del buon samaritano' che risale agli anni Settanta (sostiene che fare beneficienza disincentiva gli individui a trovare da soli il modo per sostentarsi, ndr). Qualcosa di più recente negli anni Novanta, ma non può essere considerato certo soddisfacente».
E lei, da economista, quando ha incontrato la Bibbia?
«Anche nel mio caso, in effetti, si è trattato di un incontro tardivo. Venticinque anni fa, agli esordi, il tema mi aveva attratto, ma trovai lavori così approssimativi da scoraggiare ogni desiderio di metterci la testa seriamente. Per capirsi: l’unica citazione veterotestamentaria ricorrente era quella sui 'sette anni di vacche magre e grasse'. Poi quasi solo figure del Nuovo Testamento. Utilizzate in modo decontestualizzato, per altro: senza conoscenza. Il confronto c’era invece, c’era eccome e di ben altro spessore, nella filosofia, nella letteratura, nella poesia. Continuavo a rimanere affascinato dalle riflessioni di Salvatore Natoli, dai libri di Erri De Luca. Ne ho parlato allora col direttore di 'Avvenire', Marco Tarquinio, che mi ha proposto di provare a gettare un ponte fra i due mondi sul giornale. Con una prospettiva di lungo termine. Così ho iniziato quest’avventura».
Partendo proprio dall’inizio.
«Dalla Genesi e dall’Esodo. Rileggere la Bibbia da economista è diventato uno dei lavori di ricerca che mi ha dato maggiori soddisfazioni professionali. Le riflessioni pubblicate settimanalmente su 'Avvenire' sono diventate dei libri tradotti in spagnolo, inglese e ora anche in francese. Su Tv 2000 è andato in onda un ciclo di 8 puntate dal titolo 'Benedetta economia!' dove è stato possibile confrontarsi su questo tema con i protagonisti dell’economia, del sindacato, della finanza».
Quale sfida alla base di questo percorso intellettuale?
«Applicare lo stesso rigore dell’economista al testo biblico. Lo stesso approccio scientifico. Naturalmente c’è una differenza di fondo fra il mio lavoro e quello di un biblista: non ho anzitutto le stesse competenze esegetiche. Ma sono le domande a essere differenti. Ed essendo la Bibbia un libro vivo, a domande diverse corrispondono risposte diverse. Quelle sull’economia sono risposte nuove, che consentono di esplorare una prospettiva teorica inedita, capace di coniugare mercato e giustizia, profitto e bene comune, occupazione e solidarietà ».
Un confronto tra Fenomenologia della religione ed Economia è alla base del sistema economico contemporaneo o quanto meno del capitalismo classico, stando alla celebre analisi di Max Weber e del suo L’etica protestante e lo spirito del capitalismo.
«La mentalità religiosa calvinista viene intesa come pre-condizione per lo sviluppo della mentalità capitalista. Fortunatamente la Bibbia, testo vivo dicevamo, non è ideologia e quindi non è dogma perché intrinsecamente pluralista. C’è linfa anche per la lettura sociologica weberiana, certo, che vede nel lavoro lo strumento per conquistare la salvezza e ripagare il debito. Col sacrificio acquisto un credito, un debito per Dio, che quindi mi premierà. Sul nostro inevitabile destino di indebitamento collettivo e individuale ha scritto pagine fondamentali Giorgio Agamben».
Il capitalismo come religione è anche il titolo di uno fra i più interessanti frammenti postumi di Benjamin, per il quale il capitalismo non rappresenta soltanto, come in Weber, una secolarizzazione della fede protestante, ma è esso stesso un fenomeno religioso.
«Dentro la Bibbia ci sono delle letture sociologiche, economiche e politico-economiche profondamente diverse, che sto cercando di portare alla luce. Giobbe e Qoelet, 'interrogati' sui fatti economici, rispondono con una logica differente rispetto a quella weberiana. Una logica non commerciale, non debitoria. Le categorie economiche sono quelle della misericordia e dell’amore. Del dono. Senza questo tipo di risposte, ad esempio, non riusciremmo a comprendere l’idea del ritorno contemporaneo alla povertà. Rischiamo di non accorgerci, cioè, che sta prevalendo l’idea che il povero lo sia 'per colpa'. Sono sempre più teologi e cristiani che in nome del Vangelo, e spesso anche in buona fede, contribuiscono a colpevolizzare i poveri per la loro povertà, magari in nome della meritocrazia, seguendo un’impostazione di pensiero di tradizione nordamericana e misconoscendo invece il grande umanesimo della Bibbia. Come sosteneva Karl Smith, tutte le idee politiche hanno una base teologica: la stessa cosa vale per l’Economia. Quando si disprezza la povertà, si torna alle teologie economiche dell’antichità, contro le quali hanno lottato con tutte le loro forze Giobbe e Gesù».
Si sta sviluppando invece con forza un pensiero economico basato sul paradigma della sostenibilità. Un approccio teorico che include strumenti econometrici di valutazione dell’impatto ambientale e sociale. Quale contributo può dare la Bibbia in questo campo?
«La Bibbia ripropone il grande tema dell’alleanza. Nell’economia classica avevamo i tre pilastri fondamentali: terra, capitale e lavoro. Con la rivoluzione industriale è iniziata l’eclisse della terra ed è rimasto egemone il combinato disposto capitale-lavoro, in una prospettiva sempre più quantitativa e matematizzante. Il pensiero biblico ricorda il legame indissolubile col creato, riproponendo la terra all’interno di una relazione. Se torniamo alla Genesi, l’arcobaleno di Noè è il primo simbolo archetipico dell’alleanza fondativa uomo-natura in un atteggiamento non predatorio».
Quale altra suggestione per il dibattito contemporaneo può arrivare dall’Economia Biblica?
«Il tema della cura, una tendenza opposta a quella di delegare alle macchine e al virtuale la relazione con gli altri e con la realtà stessa. La Bibbia propone con forza il nodo della corporeità nell’epoca della de-materializzazione, anche dei rapporti economici oltre che in termini antropologici. Viviamo in un periodo di forte ambivalenza in cui l’altro mi affascina, ma allo stesso tempo mi fa paura. Per questo riesco a relazionarmi con lui, spesso, solo grazie alla vicinanza virtuale. L’umanesimo biblico ricorda che l’uomo è corpo, e per entrare davvero in relazione, come l’attività di cura richiede, non può fare a meno del corpo

Luigino Bruni:Ordinario di economia politica alla LUMSA e fino al 2012 professore associato all'Univerità di Milano Bicocca
Marco Girardo:Giornalista


domenica 28 gennaio 2018

PERCHE' IL GIAPPONE E' L'UNICO PAESE CHE PRESERVA LA PROPRIA IDENTITA' NELLA GLOBALIZZAZIONE?

Il Giappone rimane ancora la terza più grande economia del mondo, ma non scende a compromessi con le sue tradizioni. Di fronte alla doxa liberale, rivendica un'identità che dà orgoglio al gruppo e all'omogeneità.




Immaginate un paese che rifiuta i più grandi dogmi della globalizzazione e tuttavia riesce a scalare le vette della  terza economia globale! Questo paese esiste: benvenuti in Giappone. Entro il 2050, l'arcipelago giapponese avrà perso 30 milioni di abitanti e il 40% della sua popolazione sarà in pensione. Con una simile diagnosi, qualsiasi nazione dell'OCSE avrebbe accettato il trattamento del medico liberale: apertura del mercato all'immigrazione, alle donne, miglioramento della produttività oraria, ecc ... Ma il Giappone le fa resistenza. Andiamo nei dettagli:
- L'immigrazione, che potrebbe compensare lo squilibrio della piramide delle età è zero o quasi zero e anche l'enorme bisogno di ricostruzione post-tsunami non è stato sufficiente per aprire le porte.

Solo pochi "lavoratori ospiti" sono accettati nei cantieri, ma hanno solo il nome degli ospiti. Il loro lavoro è precario, condizionato nel tempo, non possono portare le loro famiglie e vengono rinviati ai loro paesi in qualsiasi momento.
- L'apertura del mercato del lavoro alle donne non dà segno di agitazione, nonostante questa proiezione che proviene dall'Istituto Giapponese per la Ricerca sull'Economia (RIETI): 3 milioni di donne aggiuntive nel mercato del lavoro produrrebbero un crescita annuale del 2% per il paese! Per ora, l'unica cifra che ricorderemo in quest'area è il tasso di donne nella gestione aziendale che non supera il 3,5%.- Infine la produttività oraria continua a ristagnare per anni. Se è vero che i giapponesi lavorano molto (il doppio rispetto alla Francia), la loro produttività rimane ben al di sotto della media dei paesi dell'OCSE.
Aprire l'arcipelago agli immigrati significherebbe per un giapponese mettere in discussione l'equilibrio e l'armonia necessari al paese, con il rischio di perdere le sue tradizioni.Per comprendere questa situazione, dobbiamo guardare al lato della psiche, della cultura e della tradizione. Aprire l'arcipelago agli immigrati significherebbe per un giapponese mettere in discussione l'equilibrio e l'armonia necessari al paese, con il rischio di perdere le sue tradizioni. Aprire il mercato del lavoro alle donne significherebbe interrogarsi sul significato stesso delle parole marito e moglie. In giapponese, "marito" è "shujin", letteralmente "la persona principale". "Donna" si dice  "Kanaï", letteralmente: "in casa". Se tutto non è detto, tutto è scritto ... Infine, il miglioramento della produttività oraria passerebbe attraverso l'empowerment dei dipendenti, il che sarebbe contrario alla cultura del leader in azienda e al primato del gruppo sul individuale.
In breve, i giapponesi preferiscono pensare che i robot garantiranno sicuramente il loro futuro rispetto a qualsiasi mutazione che metterebbe a repentaglio la loro identità.Questa resistenza agli oukazes della globalizzazione non ha ancora penalizzato l'arcipelago. Il paese rimane la terza più grande economia del mondo, che rimane un miracolo sotto la doxa liberale. Certo qualcuno obietterà che il costo è umano, in una società di lavoro in cui la felicità non ha spazio. Ma questa nozione rimane eminentemente soggettiva, sarebbe pericoloso considerare la felicità degli altri in termini di valori che non sono loro.
Siamo qui in un faccia a faccia di due modelli coerenti e totalmente diversi. Da un lato, la proposizione liberale è quella dell'emancipazione dell'individuo con la sua perfomance in un insieme fatto di diversità e in un tempo che va sempre più veloce.D'altra parte, la proposta giapponese è quella di un'identità che dà un posto privilegiato al gruppo e all'omogeneità in una cultura di lungo periodo. Che il Giappone perda questa battaglia e sarà per gli adoratori della doxa liberale la prova che la globalizzazione rappresentava bene il senso della storia. Che il Giappone riesca a resistere e rimarrà per i sostenitori dell'identità delle nazioni la prova della "possibilità di un'isola" come direbbe Houellebecq. In attesa dell' esito della madre di tutte le delle battaglie , il Giappone è davvero il primo laboratorio della globalizzazione.

Olivier Galzi (Giornalista Francese a France 2)

domenica 10 dicembre 2017

LA BOMBA SOCIALE DELLE PENSIONI

Felice Roberto Pizzuti
Il sistema pensionistico da anni non ha problemi di sostenibilità finanziaria. Eppure le riforme continuano a volerlo usare come un bancomat a favore del bilancio pubblico
Sono stati sufficienti, nello stesso giorno, un cenno molto vago del ministro del Tesoro sulla possibilità di rendere flessibile l’età di pensionamento e il richiamo del presidente dell’Inps che per ricevere la pensione si possano superare nettamente i 70 anni, per richiamare l’attenzione sul sistema previdenziale. Il fatto è che la combinazione tra l’assetto attuale del sistema pensionistico e le difficoltà del sistema economico di creare posti di lavoro stabili e sufficientemente retribuiti sta creando una bomba sociale ad orologeria, la cui gravità viene percepita in misura crescente con l’avvicinarsi del periodo in cui esploderà se nulla verrà fatto per impedirlo. Finora i giovani sembravano aver trascurato il problema, ma non tanto per “miopia giovanile” quanto perché esso veniva molto dopo la più immediata necessità di trovare un lavoro. Ma diventando progressivamente degli “ex-giovani”, percepiscono che la protratta difficoltà di trovare un’occupazione con reddito stabile pregiudica non solo la loro condizione presente, ma anche quella futura di pensionati che diventa meno lontana. D’altra parte, le riforme pensionistiche degli ultimi anni e gli interventi che si prospettano non riguardano solo il futuro degli attuali giovani, ma anche il presente di chi è più o meno vicino alla pensione (come coloro che l’hanno vista improvvisamente slittare anche di 6-7 anni, a volte rimanendo senza reddito alcuno) o di chi è già pensionato (si pensi al ridotto o eliminato adeguamento della prestazione all’inflazione). Dunque, direttamente o indirettamente è coinvolta l’intera popolazione e la progressiva percezione del problema stimola una crescente sensibilità dell’opinione pubblica.
Tuttavia, un aspetto che continua ad essere poco percepito è che l’assetto del sistema pensionistico rileva non solo rispetto all’efficacia e all’efficienza della sua funzione primaria di trasferire reddito corrente dagli attivi agli anziani. Il funzionamento della previdenza si incrocia con altre importanti questioni. Tra queste c’è lo squilibrio del nostro complessivo bilancio pubblico; tuttavia, il nostro sistema pensionistico da molti anni non ha più problemi di sostenibilità finanziaria; sono state sufficienti le riforme del 1992 (governo Amato) e del 1995 (governo Dini) per riportare in attivo, già nel 1996, il saldo annuale tra le entrate contributive e le prestazioni previdenziali al netto delle ritenute fiscali, il cui valore è arrivato a superare il 2% del Pil (nel 2008) e attualmente è intorno ai 20 miliardi di euro. Ciò nonostante, le riforme che si sono succedute fino ai giorni nostri hanno continuato ad usare il sistema pensionistico pubblico come un bancomat per prelievi a favore del complessivo bilancio pubblico.
Nel frattempo si è accentuato l’invecchiamento demografico e si è ridotta la crescita economica, circostanze che aumentano l’onerosità del trasferimento intergenerazionale; ma le riforme previdenziali ne hanno tenuto così conto che il rapporto tra la spesa pensionistica e il Pil è previsto in calo per i prossimi decenni e il rapporto tra i valori medi delle pensioni e dei salari è previsto in diminuzione dal 45% attuale al 33% nel 2036. Dunque la scelta politico-sociale è stata e continua ad essere quella di fronteggiare le negative tendenze demografiche ed economiche, operando una redistribuzione sfavorevole alla parte di popolazione coinvolta nel sistema pensionistico, cioè i lavoratori.
L’aumento dell’età di pensionamento – una misura in linea di massima ragionevole in presenza di allungamento della vita media attesa – è stato attuato senza tener conto della specifica situazione di elevata disoccupazione cosicché, oltre a generare il fenomeno degli “esodati”, ha fatto aumentare la già elevata disoccupazione giovanile e l’età media degli occupati, con conseguenze negative anche per l’efficienza e la capacità innovativa del nostro sistema produttivo che invece dovrebbe aumentare per migliorare la nostra competitività.
ll sistema pensionistico s’incrocia anche con i ricorrenti progetti di riduzione del cuneo fiscale e con l’implicita visione che la riduzione del costo del lavoro sia la via maestra per essere competitivi. La proposta di ridurre l’aliquota contributiva previdenziale di circa 6 punti, metà a vantaggio delle imprese e metà lasciati nella disponibilità dei lavoratori di metterli in busta paga o nella previdenza integrativa, implica in primo luogo una riduzione netta del salario del 3% a favore delle imprese e un abbattimento di quasi il 20% della prestazione pensionistica pubblica. Se i lavoratori metteranno in busta paga i 3 punti contributivi di loro spettanza li vedranno tassati maggiormente; se li impiegheranno nella previdenza integrativa si sostituirà previdenza pubblica con quella privata la quale implica maggiori costi di gestione e prestazioni legate alla più elevata instabilità dei mercati finanziari. Se invece la decontribuzione verrà posta a carico della fiscalità generale vi sarà un peggioramento del bilancio pubblico che aumenterà ulteriormente se la previdenza privata verrà favorita fiscalmente.
Il vincolo del bilancio pubblico è anche il maggiore ostacolo alla opportuna introduzione di maggiore flessibilità di scelta dell’età di pensionamento. Infatti, anche riducendo le prestazioni in ragione attuariale dell’anticipo del pensionamento, si avrebbe comunque una riduzione immediata delle entrate contributive.
I “rumors” che si susseguono in materia pensionistica rimangono dunque tali; magari ci sarà qualche misura appariscente, come dare 80 euro ad alcuni pensionati, ma non sembra che si voglia disinnescare la bomba sociale che sta maturando.

lunedì 27 novembre 2017

CONSIGLI DI LETTURA:DAL PENSIERO DEL BUDDHA ALLA PRATICA ZEN

Il risveglio della Coscienza -Shunryu Suzuki Roshi ; Mente zen, mente di principiante ,Ubaldini Editore-Roma 11€

“In verità vi dico: se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli”Matteo 18,1. Il principiante è come il bambino è aperto al mondo senza sovrastrutture che sclerotizzano la conoscenza di sé e degli altri. Lo Zen ci riporta a questo stadio di comprensione immediata che coinvolge non più la mente e il corpo; ma la totalità dell'essere . Facendoci "bambini" ci si aprono le porte del" regno dei cieli" cioè con l'umiltà della pratica Zen ci si aprono le porte del Buddha"la consapevolezza dell'Essere

Indagine sul Buddha storico - Richard Gombrich; Il pensiero del Buddha,Adelphi 30€

Richard Gombrich,sanscrista e indianista di vaglia, ci offre uno studio che restituisce al Buddha la sua collocazione storico-culturale dell'India vedica. Partendo dai testi sanscriti ma soprattutto scritti in pali,si delinea una figura di un grande riformatore delle sclerotizzata religione e cultura bramino-vedica. Il Principe Gautama che passando per le tappe di macerazione corporale di pratiche yogiche ,arriva a ripensare un nuovo stato dell'umanità nel mondo. Nuove relazione di senso tra se stessi ,la società e il mondo. Fino alla grande è ontologica trasmutazione nel "Risvegliato"appunto il Buddha.L'autore guida il lettore attraverso l'esegesi dei testi ancorata con una forte base filologica che fa del Buddha meno un "santino" astorico con venture esoteriche; ma più un riformatore social culturale del periodo "assiale"di una nuova "Origine e senso della Storia"di Jasperiana memoria

Lo Zen in cucina - Dogen; Istruzioni a un cuoco Zen ,Ubaldini Editore -Roma 11€

Per chi volesse avere un primo approccio con Dogen ,il fondatore del Buddismo Zen Soto, è il libro migliore e anche il più pratico e il meno filosofico. Il commento di Uchiyama Roshi guida il lettore alla comprensione del testo che a volte può apparire al" profano"contraddittorio o ,a volte oscuro.Dagli ingredienti alla scelta degli stessi, ai gesti del cucinare tutto diventa fonte di "Consapevolezza" anche nel cibo c'è Bodhi il "Risveglio" Comunque un testo imprescindibile per un cammino evolutivo personale.

Ottimo film sulla vita di Dogen con sotto titoli in italiano

Zen Vita di Dogen https://www.youtube.com/watch?v=p2O0qrn6-fY

Fabrizio Ghilardi:Antropologo,Storico delle Religioni









mercoledì 8 novembre 2017

TRILEMMA DI RODRIK


Rodrik ci mostra ogni giorno di più (a nostre spese) quanto democrazia, sovranità dello Stato e globalizzazione dei mercati siano tra di loro incompatibili. “Fingere che possiamo avere tutte e tre contemporaneamente ci abbandona in una insicura terra di nessuno”. 

A volte le idee semplici e coraggiose ci aiutano a vedere più chiaramente una realtà complessa che richiede approcci sfumati.
Ho un “teorema dell’impossibilità” per l’economia globale che è così. Mostra che democrazia, sovranità nazionale e integrazione economica globale sono reciprocamente incompatibili: possiamo combinare due a scelta delle tre, ma mai avere tutte e tre contemporaneamente nella loro pienezza.
Ecco come si presenta il teorema in un’immagine.





Per capire perché tutto questo ha senso, si noti che una profonda integrazione economica richiede che eliminiamo tutti i costi di transazione previsti per commerci e scambi finanziari attraverso le frontiere. Gli stati nazione sono una fonte fondamentale di questi costi di transazione: generano il rischio sovrano, creano discontinuità regolatorie ai confini, impediscono una regolamentazione e supervisione globale degli intermediari finanziari e rendono un prestatore globale di ultima istanza un sogno senza speranza.
Il malfunzionamento del sistema finanziario globale è intimamente legato a questi specifici costi di transazione.
Quindi, che cosa possiamo fare?
Una possibilità è andare verso il federalismo globale, allineando l’obiettivo della politica (democratica) a quello dei mercati globali. Realisticamente, però, questo è qualcosa che non può essere fatto su scala globale. È già abbastanza difficile da raggiungere anche tra un paesi relativamente simili e che la pensano in maniera simile, come l’esperienza della UE dimostra.
Un’altra opzione è il mantenimento dello stato nazione, ma in modo che risponda solo alle esigenze dell’economia internazionale. Avremmo così uno stato che persegue l’integrazione economica globale a scapito degli obiettivi nazionali. Il gold standard del XIX secolo ci fornisce un esempio storico di questo tipo di stato. Il crollo dell’esperimento di convertibilità argentino degli anni ’90 ci fornisce un’illustrazione contemporanea della sua incompatibilità intrinseca con la democrazia. (E quanto sta avvenendo oggi in UE ce ne fornisce un esempio doloroso, NdVdE).
Infine, possiamo ridurre le nostre ambizioni sulla quantità di integrazione economica internazionale che possiamo (o dobbiamo) raggiungere. Quindi rivolgerci a una versione limitata della globalizzazione, più o meno come il regime di Bretton Woods del dopoguerra (con i suoi controlli sui capitali e una limitata liberalizzazione degli scambi). Sfortunatamente questo è diventato vittima del suo stesso successo. Abbiamo dimenticato i compromessi incorporati in questo sistema, che erano la fonte del suo successo.
Insomma, io sostengo che qualsiasi riforma del sistema economico internazionale deve affrontare questo trilemma.
Se vogliamo più globalizzazione, dobbiamo o rinunciare a una parte della democrazia o a una parte della sovranità nazionale. Fingere che possiamo avere tutte e tre simultaneamente ci abbandona in una insicura terra di nessuno.

Dani Rodrik è un economista turco professore di Economia Politica Internazionale all'Università di Harvard

domenica 30 luglio 2017

L'AFRICA FA FIGLI, NOI NO: COME L'IMMIGRAZIONE CAMBIERA' L'ITALIA, E GLI ITALIANI

Intervista a Daniele Scalea, autore di uno studio senza preconcetti sul fenomeno migratorio: 'Nel 2065 gli immigrati in Italia saranno più del 40%, e in un futuro neanche troppo lontano le popolazioni autoctone europee potrebbero persino sparire'


di Miriam Carraretto.

 

«La vera causa della crisi migratoria non sono le guerre o le carestie, bensì la demografia africana». L’Europa e l’Italia affrontano un periodo di flussi migratori in entrata senza precedenti. Ciò dipende in primis dalla concomitanza tra declino demografico europeo (dal 22% della popolazione mondiale nel 1950 al 7% nel 2050) ed esplosione demografica africana (dal 9% al 25% della popolazione mondiale in cento anni). Ad affermarlo, dati alla mano, è Daniela Scalea, analista del Centro studi politici e strategici Machiavelli, che ha appena pubblicato un report dal titolo «Come l’immigrazione sta cambiando la demografia italiana». Un'analisi lucida, senza stereotipi, che ci aiuta a comprendere meglio il fenomeno migratorio di oggi, e di domani. Abbiamo raggiunto al telefono Scalea per farci spiegare meglio i numeri che ha scovato con la sua ricerca, e soprattutto il loro significato.

Nel 2065 gli immigrati in Italia saranno più del 40%
Già oggi, ci spiega Scalea, «in Germania le persone con retroterra migrante sono il 20% ma salgono al 35% tra i bambini con meno di 5 anni», lasciando presagire un grande mutamento nella composizione etnica della prossima generazione. In Francia è proibito compilare statistiche etniche «ma si stima che gli immigrati di prima e seconda generazione siano già oggi più del 20%». E il futuro appare sempre più chiaro: «Secondo elaborazioni e proiezioni di dati Istat, nel 2065 la quota di immigrati di prima e seconda generazione in Italia potrebbe superare il 40% della popolazione totale. Altri studi hanno previsto che più o meno nello stesso anno l'etnia britannica non sarà più maggioritaria a casa propria».

Le nostre culle sono vuote, le loro crescono a vista d'occhio
Un dato altrettanto interessante è che si assiste a una maggiore omogeneità dell’immigrazione: «Le prime dieci nazionalità rappresentano oggi il 64% degli immigrati totali, mentre negli anni ‘70 appena il 13%. Tutto ciò non si discosta da quanto sta accadendo in diversi Paesi dell’Europa occidentale. Questo rende ancora più difficile l'integrazione e favorisce anzi la creazione di comunità chiuse. È evidente che il futuro sarà multiculturale, in Italia non ci sarà più il predominio della cultura italiana bensì un pluralismo all'interno dello stesso Paese». Le culle sono vuole per noi e molto piene per gli africani. «Noi stiamo vivendo il periodo di massimo gap nella fertilità tra europei e africani. Anche l'Africa dovrebbe conoscere una linea discendente come l'Asia verso la fine del secolo, i continenti si avvicineranno in questo senso, ma ora non è così. Cresce il reddito in Africa ma cresce anche la popolazione e quindi gli effetti positivi di questa spinta economica si annullano: «L'Africa sta diventando ancora più povera rispetto agli altri continenti da un punto di vista relativo, quindi la popolazione in forte eccesso non può fare altro che emigrare: prima lo faceva soprattutto internamente al continente, ora lo fa verso l'Europa».

Esplosione demografico e declino europeo
Un'esplosione demografica che va di pari passo con il declino europeo: «Non c'è un rapporto di causa-effetto»conclude Scalea, «ma sono fenomeni che camminano insieme. A emigrare non sono i più poveri, ma i ceti medio-bassi perché hanno maggiore coscienza e vengono da noi a cercare di migliorare la propria vita. Non si può non pensare che in futuro ci sarà una messa in minoranza delle popolazioni autoctone europee, forse persino una loro sparizione».

sabato 15 luglio 2017

ELOGIO DELLA CONSERVAZIONE DI PLONCARD d'ASSAC CONTRO I MITI PROGRESSISTI

La reazione, della quale il giornalista e scrittore Jacques Ploncard d'Assac (1910-2005) alla fine degli anni Sessanta del secolo scorso ritenne di tessere l'«apologia», oggi, più semplicemente, potremmo definirla «indignazione».
Un sentimento, più che un atteggiamento intellettuale, manifestatosi in maniera impropria e variopinta come contestazione morale e civile agli effetti perniciosi del globalismo e della governance mondiale delle élites economiche, finanziarie e mediatiche delle quali quelle politiche sono soltanto gli strumenti per attuare i loro disegni.

Tuttavia, per quante affinità si potrebbero riscontrare tra la «reazione» e l'«indignazione», resta il fatto che la prima ha un fondamento radicale nella cultura della restaurazione del diritto naturale; mentre la seconda non è altro che un moto istintivo e primordiale di opporsi senza un progetto al dominio delle oligarchie che si sono impossessate delle anime prima che delle nazioni riducendo le une e le altre in polvere che si consuma nei riti blasfemi dell'economicismo e della spettacolarizzazione del nichilismo.

L'apologia di Ploncard d'Assac apre proprio sull'indignazione una prospettiva nuova (considerando i tempi) che è propria di ogni conservatore, consapevole o inconsapevole, impegnato nel «divenire ciò che è», per dirla con Nietzsche, convinto che le imposture nate nel 1789 si sono radicate ma paradossalmente oggi vengono utilizzate per opprimere, a dimostrazione di una nemesi che ha connotazioni quasi apocalittiche. Non a caso Nicolás Gómez Dávila, il grande filosofo colombiano «scoperto» con colpevole ritardo dall'Occidente distratto dai suoi balocchi intellettuali e grazie a qualche spirito non conformista, sosteneva che «il reazionario è colui che si trova ad essere contro tutto quando non esiste più nulla che meriti di essere conservato». Mentre il conservatore, mi permetto di aggiungere, è teso a preservare ciò che dà un senso all'esistenza. L'uno e l'altro non sono in contrapposizione, ma si completano, con buona pace di chi ha inteso stabilire diversità tali da formare solchi incolmabili.

Oggi «reagire» ha un significato dilatato rispetto a quello che al termine venne dato durante la Rivoluzione francese. È proprio alle sue estreme conseguenze che intende rivolgersi il reazionario contemporaneo: l'Ancien Régime è cambiato nei connotati, non certo nella filosofia che ispira le contemporanee élites. I reazionari, oggi come allora, si oppongono all'individualismo, allo smantellamento delle strutture comunitarie, all'attacco portato al diritto naturale. Autorità e libertà vengono pensate in contrapposizione, mentre dovrebbero essere «vissute» in simbiosi; il merito non contraddice l'eguaglianza delle opportunità, ma l'egualitarismo ideologico è un attentato permanente al riconoscimento delle gerarchie religiose, morali, civili e politiche. Da quando l'egualitarismo, come alibi da parte delle oligarchie al conferimento del potere e della sovranità al popolo, ha soppiantato le naturali differenze, il mondo è divenuto un agone selvaggio nel quale ci si massacra a colpi di egoismi. Scrive Ploncard d'Assac: «La sovranità non è più l'elemento regolatore di una società composta secondo le funzioni reali dei suoi membri nell'economia comune, ma l'espressione di una moltitudine di volontà individuali, inorganiche e anarchiche» (...).
Per la prima edizione di Apologia della reazione (Edizioni del Borghese, 1970), Panfilo Gentile scrisse una prefazione che in realtà era una «meditazione» sulla modernità nella quale, da laico qual era sorprese non poco per le critiche mosse a quella Chiesa che andava conformandosi secondo canoni secolari che l'avrebbero piegata come poi è avvenuto. Scriveva il grande polemista: «La religione fa parte di questo patrimonio primitivo, ineffabile, inalienabile e immodificabile. Bisogna conservarlo gelosamente. Ciò non ha nulla a che vedere ovviamente con la decadenza, nella quale anche la Chiesa è precipitata, mondanizzandosi, politicandosi, mescolandosi alle querelles del secolo. Noi non vogliamo la Chiesa in tuta. Vogliamo che torni a vestire la porpora. Non vogliamo preti segretari della Camera del Lavoro, ma sacerdoti dediti al ministero pastorale e alla salvezza delle anime. La Chiesa ha creduto di acquistare terreno, modernizzandosi e secolarizzandosi, mettendosi in demagogia coi marxisti. Errore funesto. Non ha guadagnato gli empi e ha lasciato senza soccorso le anime che cercavano Dio».

Il declino ela visione del vuoto che consapevolmente si accetta per dare alla vita mortale l'illusione dell'eternità. La grandezza, al contrario, e consapevolezza di essere partecipi di un'altra vita, di una storia che non finisce con un ultimo respiro. Lo sapevano gli antichi dai quali non abbiamo appreso nulla che non fosse lieto per un breve momento. Il declinante Occidente, la decadente Europa, la disarticolata umanitàsono manifestazioni diverse di una profonda malattia della civiltà che per essere vinta necessita del solo farmaco che si conosca: il riconoscimento della sacralità della vita che sola può garantire il risveglio della sapienza quale chiave dell'equilibrio indispensabile per poter vivere conformemente ai bisogni reali dell'uomo. Il resto appartiene alle illusioni della modernità tra le quali affoghiamo le nostre inquietanti pretese di immortalità.

Apologia della reazione, dopo circa mezzo secolo dalla sua pubblicazione, è ancora un libro attualissimo. Non ha perso nulla delle «verità» che riassumeva. Anzi, alla luce di quanto è accaduto dalla fine degli anni Sessanta ad oggi, l'analisi proposta da Ploncard d'Assac ci fornisce motivi nuovi per apprezzare la critica di fondo che muove all'Illuminismo, alla Rivoluzione francese, al giacobinismo ed alle dottrine che hanno immiserito le coscienze. Oggi la reazione è molto più complessa di come potevano concepirla Rivarol, De Maistre, Barruel, de Bonald. Ma i principi ispiratori sono gli stessi. La data di riferimento è il 1789. Da essa non si può prescindere e nessuna diavoleria tecnologica o economica può ingoiarla.

GENNARO MALGIERI