lunedì 9 aprile 2018

LA SCHIAVITU' IN ITALIA:LE ORIGINI DELL'ABOMINIO


Già durante il Medioevo, e poi nella prima età moderna, genovesi e veneziani conoscevano bene i profitti del commercio degli esseri umani, soprattutto se donne 
Commerciare in esseri umani ha sempre reso un mucchio di quattrini. Lo sapevano bene genovesi e veneziani che durante il Medioevo e la prima età moderna non hanno mai smesso di trafficare in schiavi, in “teste”, come scrivevano nei loro contratti, nonostante tutto quello che i pontefici potessero dire contro il commercio di esseri umani. Alla fine si era giunti a una sorta di tacito compromesso che accontentava un po’ tutti: si importavano schiavi a patto che non fossero cristiani e, dopo la conversione, potevano essere liberati. Una volta liberi, gli ex schiavi diventavano cittadini come tutti gli altri.
È bene fare una precisazione: quando oggi pensiamo agli schiavi ci vengono in mente gli africani curvi sotto il sole nelle piantagioni di cotone del sud degli Stati Uniti. Niente di tutto questo tra Medioevo e prima età moderna: si trattava quasi esclusivamente di schiavi domestici e in gran parte di donne.
Queste ultime potevano suscitare qualche problema che andava al di là della gestione delle dimore signorili. Il ricco mercante pratese Marco Datini nel 1393 comprava da Firenze schiavi sul mercato di Genova per il servizio proprio e da rivendere a terzi. La moglie di un acquirente di Prato si lamenta con la moglie di Datini, Margherita, perché ha consentito che venisse mandata al marito «una schiava così giovane e così bella» e che «le donne se ne dovrebbero guardare di non far cotal cosa l’una all’altra».
Gli schiavi arrivavano dalle colonie del Mar Nero: la genovese Caffa e la veneziana Tana. Si trattava di non cristiani provenienti dall’Asia centrale (soprattutto tatari e circassi) e il commercio andò avanti fino alla fine della pax mongolica, a inizio Trecento. Tra XV e XVI secolo gli schiavi centro asiatici furono sostituiti dagli africani.
Vediamo qualcuna delle numerosissime testimonianze. Berta di Lotaringia, marchesa della Tuscia, nel 906 manda in dono al califfo di Baghdad, oltre a spade, scudi, lance, vesti d’oro e di bisso, cani, falchi, sparvieri, anche eunuchi slavi e schiave slave «belle e graziose». Ambrogio Lorenzetti attorno al 1330 realizza a Siena l’affresco Il martirio dei francescani a Ceuta, nel dipinto che rievoca l’episodio avvenuto poco più di un secolo prima in Marocco, accanto ai frati che stanno per essere ammazzati, si vedono alcune bionde schiave circasse. Il notaio Benedetto Bianco registra nel 1359 la compravendita di schiave alla Tana, i contratti sono conservati nell’Archivio di Venezia.
Molti degli schiavi trasportati sul naviglio genovese e veneziano non erano destinati al mercato interno. Il mercante veneziano Emanuele Piloti testimonia che Alessandria d’Egitto attorno al 1420 era raggiunta ogni anno da circa duemila schiavi, per la maggior parte acquistati a Caffa dagli agenti del sultano mamelucco.
Come si diceva, una volta chiusa la via asiatica, si apre quella africana. In un celebre quadro di Vittore Carpaccio, Il miracolo della reliquia della croce, è immortalato un gondoliere nero, evidentemente schiavo domestico di qualche illustre famiglia del tempo. A guardar bene, sono molteplici le figure di africane e africani rappresentate nei dipinti: una cameriera nera in un quadro di Josef Heintz, pittore tedesco che opera a Venezia nella seconda metà del Seicento; un servitore nero in livrea alle spalle del ritratto tardo settecentesco del marchese milanese Gian Antonio Litta; un altro africano in livrea settecentesca dà da mangiare ai cagnolini e alle scimmietta di una famiglia nobiliare, il quadro fa parte della collezione conservata nella milanese villa Necchi Campiglio.
Francesco Morosini, doge di Venezia, ricorda nel proprio testamento «quattro schiave more»: stabilisce che siano loro dati cento ducati qualora si sposino. Si trattava con ogni probabilità delle schiave preda di guerra tolte agli ottomani durante la vittoriosa campagna per la conquista del Peloponneso, nel 1686.
Anche Giacomo Casanova, nei due anni del soggiorno triestino, tra il 1772 e il 1774, si imbatte in un’africana, schiava domestica della contessa di Burghausen. «Mi disse una cosa che non si dimentica facilmente. “Io non capisco”, mi confessò un giorno, “come tu possa essere tanto innamorato della mia padrona quando è bianca come un diavolo”. Le domandai se non avesse mai amato un bianco e lei mi rispose di sì, ma solo perché non aveva mai trovato un nero» scrive Casanova in Storia della mia vita. E questo conferma il fatto che la maggior parte dei domestici schiavi era costituita da donne.
Alessandro Marzo Magno:Giornalista ,Storico e Scrittore

mercoledì 7 marzo 2018

TUTTO QUELLO CHE NON CI DICONO SULLE PENSIONI

Ma che è utile sapere
Fino a prima della scorsa estate, nelle riunioni economiche internazionali per fronteggiare la crisi globale, i rappresentanti italiani, per attenuare la valenza negativa attribuita al nostro debito pubblico, ricordavano giustamente che, in compenso, rispetto agli altri paesi, il nostro debito privato è nettamente inferiore, il nostro sistema bancario è molto meno toccato dal possesso di titoli "tossici" e il sistema pensionistico pubblico, dopo la continua serie di riforme avviate nel 1992, è tra quelli con i conti più in ordine.
Quando però in agosto la crisi si è riacutizzata, aprendo una sua nuova fase con livelli di drammatizzazione crescente e dagli esiti al momento imprevedibili, l'interesse della speculazione e dei responsabili della politica comunitaria si è particolarmente concentrato sul nostro paese e - in modo surrettizio, ma non privo di significato economico e politico - il nostro sistema pensionistico è ritornato nella parte del capro espiatorio.
Nella famosa lettera di Draghi e Trichet inviata il 5 agosto al nostro governo (ma resa pubblica solo di recente), tra i tanti inusuali "consigli", all'inizio c'era «che l'Italia debba con urgenza rafforzare la reputazione della sua firma sovrana» e «accrescere il potenziale di crescita»; seguivano poi molte indicazioni, tra le quali anche quella di intervenire nuovamente sui criteri per il pensionamento d'anzianità ed equiparare l'età di pensionamento delle donne impiegate nel settore privato a quelle del settore pubblico.
Le manovre economiche decise dal governo dopo quella lettera non hanno fatto nulla né per sostenere la crescita - che effettivamente dovrebbe essere un obiettivo primario - né per aumentare la sua reputazione che, anzi, è in caduta libera: almeno il divario tra i tassi d'interesse dei nostri titoli pubblici e quelli dei titoli spagnoli è dovuto solo alla differente reputazione dei due governi in carica. Però il governo decise di recepire le indicazioni sulle pensioni, nonostante la ritrosia pelosa della Lega (che non aveva avuto nessun problema a penalizzare le donne del pubblico impiego, ma ne ha con quelle del settore privato della "padania" e, da ultimo, ha proposto le "gabbie previdenziali" per favorire i pensionati del Nord!).
Ma quasi non bastasse, dopo le misure previdenziali prese in agosto dal governo, nel clima da "ultima spiaggia" per fronteggiare la particolare situazione critica del nostro paese, sono state presentate molte proposte da prestigiosi commentatori e da giornali economici, da importanti associazioni d'impresa, da esponenti affermati o più o meno emergenti della politica o da chi al momento ancora non è "sceso in campo": tutte auspicano ulteriori riforme previdenziali, tanto ingiustificate settorialmente quanto improprie ai fini della crescita. Il sistema pensionistico pubblico continua ad essere il settore privilegiato per proporre altri interventi che, con effetti a cascata, sarebbero necessari: a migliorare il nostro bilancio pubblico, alla nostra permanenza nell'euro, alla stessa sopravvivenza della moneta unica europea e della Ue, e a contribuire alla soluzione della crisi globale. E chi più ne ha più ne metta!
Per non rimanere vittima anche del ridicolo di queste posizioni, che però sono pericolose sia dal punto di vista sociale sia da quello economico, è opportuno uscire dai luoghi comuni più o meno strumentali e riportare la questione alle sue dimensioni reali, come emergono dall'analisi dei fatti e dei numeri certificati.
E' opinione comunemente condivisa tra gli addetti ai lavori che il nostro sistema pensionistico sia strutturalmente in equilibrio attuariale; la fase di transizione prevista per l'applicazione di alcune norme, pur ritardando i loro effetti finanziari che si avranno a regime, non crea uno squilibrio negativo per il bilancio pubblico. Viceversa, dai dati ufficiali emerge che il saldo tra le entrate contributive e le prestazioni previdenziali al netto delle ritenute fiscali (cioè quanto effettivamente esce dal bilancio pubblico e entra nelle tasche dei pensionati) è positivo fin dal 1998, a riprova dell'efficacia delle riforme effettuate dal 1992 rispetto all'obiettivo di garantire la sostenibilità finanziaria del sistema.
Nell'ultimo anno per il quale si dispongono questi dati, il 2009, il saldo è stato di 27,6 miliardi di euro, pari all'1,8% del Pil. Tuttavia, a fronte dei positivi risultati finanziari, le previsione segnalano un forte calo della copertura pensionistica che darà luogo ad un grosso problema sociale che, se non s'interviene, peserà proprio sulle attuali giovani generazioni che andranno in pensione fra qualche decennio. Infatti, già nel 2035, un lavoratore parasubordinato (categoria sempre più in espansione in un contesto di elevata disoccupazione giovanile, prossima al 30%) che riuscisse ad accumulare 35 anni di contributi e andasse in pensione a 65 anni, maturerebbe una pensione pari a circa la metà di quell'80% che era comunemente raggiungibile da un lavoratore a tempo indeterminato che, prima delle riforme contrattuali e pensionistiche avviate negli anni Novanta, poteva accumulare 40 anni di contributi e andare in pensione anche prima di 60 anni.
Si sostiene però che, a causa delle prestazioni opportunisticamente generose concesse in passato (per l'uso del sistema previdenziale a fini clientelari, elettoralistici e di sostegno improprio al reddito), l'attuale spesa pensionistica incida comunque in misura anomala sul Pil. Tuttavia, se si fanno confronti statisticamente omogenei, la superiorità della nostra spesa pensionistica pubblica che emerge dai dati ufficiali dell'Eurostat, si sgonfia sostanzialmente. Infatti, il dato italiano è sovradimensionato dall'indebita inclusione dei trattamenti di fine rapporto (pari a circa un punto e mezzo di Pil) e dalla valutazione delle prestazioni al lordo delle ritenute previdenziali (che in altri paesi sono più basse o assenti come in Germania). Solo la considerazione di questi due elementi di disomogeneità riduce l'incidenza sul Pil della nostra spesa pensionistica al di sotto o in linea con quelle francesi e tedesche. Si aggiunga che in altri paesi ci sono più elevate prestazioni pensionistiche private (naturalmente finanziate con contribuzioni aggiuntive da parte di lavoratori e imprese) che possono spiegare i valori minori di quelle pubbliche le quali, tuttavia, vengono confrontate con quelle italiane dove le pensioni private sono marginali.
Altro punto di critica scarsamente fondato al nostro sistema pensionistico è la bassa età di pensionamento. Allo stato attuale, l'età di vecchiaia degli uomini e delle donne del settore pubblico (a partire dal prossimo gennaio) è ufficialmente di 65 anni, ma con il ritardo di 12 mesi della "finestra" (18 per gli autonomi), è di fatto di 66 - cioè superiore a quella tedesca (65) e francese (62) - e dal 2013 aumenterà automaticamente in connessione all'aumento della vita media attesa, raggiungendo i 67 anni nel 2021 e i 70 nel 2047; per le donne del settore privato è già previsto un rapido aumento dell'età di pensionamento di vecchiaia dai 61 anni effettivi attuali ai 65 nel 2021, poi si uniformerà a quella dei maschi.
Si dice tuttavia che l'altra nostra anomalia sarebbe la pensione d'anzianità. Ebbene, l'età effettiva di pensionamento degli uomini in Italia è di 61,1 anni, cioè poco meno che in Germania (61,8) e più che in Francia (59,1); per le donne il nostro dato (58,7) è inferiore sia a quello tedesco (60,5) che a quello francese (59,7), ma ciò rispecchia la congenita minore partecipazione al mercato del lavoro delle donne italiane e il loro ruolo di supplenza alle carenze assistenziali del nostro sistema di welfare. Comunque, la parificazione della loro età di pensionamento a quella maschile, da poco decisa, eliminerà rapidamente il divario e probabilmente lo invertirà.
A fini comparativi si deve anche tener presente che dal 1992 le nostre prestazioni pensionistiche non sono più agganciate agli incrementi salariali e sono indicizzate ai prezzi solo in misura parziale. Ce ne siamo accorti poco perché nel frattempo i salari italiani non sono cresciuti e l'inflazione è bassa, ma in Germania - dove secondo alcuni commentatori nostrani i pensionati invidierebbero quelli italiani - le prestazioni pensionistiche non hanno mai smesso di essere indicizzate sia agli incrementi reali dei salari che all'inflazione.
Ma allora perché, anche in ambienti progressisti, incontra favore l'idea di nuovi interventi sulle pensioni?
Il punto è che i maggiori ostacoli a superare questa crisi epocale risiedono non solo nelle difficoltà frapposte dagli interessi economici, politici e culturali collegati al modello produttivo affermatosi nel passato trentennio e adesso entrato in crisi; le ragioni vanno individuate anche nei limiti delle forze progressiste nel saper rinnovare il modello economico-sociale, la mentalità prevalente nell'opinione pubblica e gli equilibri politici.
In questa situazione di stallo economico, intellettuale e politico che caratterizza la fase di transizione che stiamo attraversando, emerge un altro grave rischio che si evidenzia bene proprio in alcune posizioni presenti nel dibattito previdenziale. L'attacco al sistema pensionistico spesso si coniuga con la critica agli anziani che, resistendo al posticipo del pensionamento, si comporterebbero in modo egoistico verso i giovani, assorbendo risorse che potrebbero essere utilizzate in loro favore. Eppure, in un contesto di disoccupazione giovanile di circa il 30%, considerando che l'età di pensionamento è già stata "indicizzata" attuarialmente agli aumenti della vita media attesa, imporre un ulteriore prolungamento della vita lavorativa avrebbe i controproducenti effetti di sottrarre potenziali posti di lavoro ai giovani, di aumentare l'età media degli occupati e il loro costo medio per le imprese, di pregiudicare anche la produttività e la capacità innovativa del sistema produttivo.
Ma gli anziani vengono criticati anche per il contrario, ovvero che resisterebbero a "togliersi di torno" e a lasciare spazio ai giovani, alimentando una deriva gerontocratica. Tuttavia, quando i padri liberano posti, questi spesso o non vengono riassegnati affatto, o vengono coperti con contratti meno appetibili.
In realtà, se i pur pochi giovani che il calo demografico ci offre vengono messi in concorrenza con gli anziani, cui pure si chiede di allungare l'attività, il problema vero è nella scarsa capacità del sistema produttivo di creare buona occupazione e risorse da distribuire tra tutte le generazioni.
Dunque si tratta di un male comune; cosicché diventa paradossale e lesivo della coesione sociale attribuirlo ad un contrasto tra "padri" e "figli", laddove, nei rapporti tra giovani ed anziani dovrebbe essere sottolineata e incentivata la naturale complementarietà tra la conoscenza e l'esperienza accumulata dai primi e l'entusiasmo, il vigore e la maggiore predisposizione all'innovazione dei secondi.
In ogni caso, si oscura il fatto che i giovani e gli anziani non sono tutti uguali; le condizioni di ciascuno dipendono soprattutto dal ceto sociale, dalla famiglia, dal territorio e dal genere d'appartenenza e, dunque, se rientrano tra i pochissimi favoriti o tra i moltissimi penalizzati dal modello di crescita che si è affermato nell'ultimo trentennio e che ora è entrato in crisi.
Rispetto alla dimensione della crisi anche intellettuale e politica cui prima si faceva cenno, come diceva Keynes, la difficoltà non sta tanto nell'accettare le idee nuove quanto nel liberarsi delle vecchie; ma, al momento, sembrano cumularsi entrambe le difficoltà, a tutto vantaggio dei luoghi comuni, del conformismo intellettuale e della regressiva propensione a rifugiarsi nella saggezza convenzionale alimentata dalla mancanza di alternative che siano anche politicamente credibili.
A questo riguardo, un segnale positivo viene dagli "indignati" di ogni età, e in particolare dai giovani, che stanno scuotendo il mondo. L'attualità politica degli "indignati" sta nel fatto che colgono il carattere epocale della crisi in corso, di cui non vogliono pagare le conseguenze dopo aver subito il dispiegarsi delle sue cause; la natura dell'indignazione è progressista perché la rimozione delle sue origini sanerebbe ingiustizie e inefficienze che non solo pesano sugli "indignati", ma continuano ad ostacolare il cambiamento economico e sociale necessario a migliorare le condizioni della collettività nel suo insieme.
Tuttavia, anche le migliori ragioni trovano difficoltà ad affermarsi se sostenute in modo ambiguo e controproducente. Ad esempio, lo slogan "la vostra crisi non la paghiamo" non può essere confuso con la sua parodia "il debito non si paga".
La crisi in atto conferma i guasti drammatici di uno sviluppo economico-sociale che nell'ultimo trentennio è stato affidato in misura crescente ai mercati - dove le decisioni vengono prese da un'infima parte dei partecipanti alla produzione in base alla logica del profitto individuale - svincolandoli progressivamente dalla necessaria e proficua interazione con le istituzioni le cui scelte sono il frutto di una ben maggiore partecipazione collettiva. Per uscire dalla crisi lungo sentieri di maggior progresso economico-sociale c'è bisogno di dare maggiore spazio ai criteri decisionali di tipo democratico, a livello nazionale e sovranazionale; quest'evoluzione è particolarmente urgente in Europa dove la creazione di istituzioni economiche comunitarie rispondenti agli elettori è la chiave di volta per uscire dalla crisi continentale e da quella globale.
Ma, rispetto a questi obiettivi, diventa estremamente contraddittorio sostenere che il "debito non si paga" e auspicare il default delle istituzione della collettività di cui verrebbe stroncata la reputazione a vantaggio del mercato. Come si può, ad esempio, sostenere la giusta battaglia per i beni comuni e contemporaneamente auspicare il fallimento delle istituzioni collettive che dovrebbero gestirli e amministrarli? Come si può sostenere il rafforzamento del welfare state se il bilancio pubblico fallisce? Se "il debito non si paga", chi pagherebbe le pensioni? Le quali, non dimentichiamolo, rappresentano un credito maturato dagli anziani verso la collettività nell'ambito del patto sociale intergenerazionale tra giovani e anziani; un patto che, per la sua natura intertemporale, è opportuno e conveniente sia garantito dallo Stato cioè dall'istituzione che rappresenta la collettività anche nel decorso del tempo.

Felice Roberto Pizzuti :Professore ordinario, docente di Politica Economica e di Economia e Politica del Welfare State presso la Facoltà di Economia della “Sapienza”, Università di Roma


venerdì 2 febbraio 2018

LA BIBBIA PER RIDARE UN CORPO CONCRETO ALL'ECONOMIA

Per l'economista Luigino Bruni, in un mondo in cui i beni e gli interessi economici sono sempre più immateriali, il dialogo con le Scritture diventa un bagno di concretezza.


Mercato, moneta, debito, profitto: nel grande racconto biblico sono già presenti la maggior parte delle categorie, anche economiche, che hanno fondato la nostra civiltà. A questo codice simbolico dell’Occidente, nel corso dei millenni, hanno attinto a piene mani la poesia, la letteratura e l’arte. Per non parlare della filosofia o della teoria politica. Persino la psicoanalisi, in anni recenti, si è avvalsa della potenza generativa degli archetipi vetero-testamentari allargando il bacino della saggezza greca, per dirla con Charles Moeller, grazie al paradosso cristiano. L’Economia no. Anzi: quello tra Bibbia ed Economia è un incontro per troppo tempo mancato al quale, proprio per questa ragione, Luigino Bruni ha scelto di dedicare, negli ultimissimi anni, una porzione rilevante della sua ricerca. Continua infatti anche nel 2018, al Polo Lionello Bonfanti, l’esperienza iniziata a giugno con la 'Settimana di Economia Biblica': dal 15 al 17 febbraio Bruni interpellerà da economista il libro dell’Esodo, dal 14 al 16 giugno 2018 quello del Profeta Isaia.
Possibile che uno dei codici simbolici più fecondi della cultura umana abbia incuriosito così poco gli economisti?
«Quello tra Bibbia ed Economia è un incontro effettivamente tardivo. Se n’è occupato negli anni Trenta Emanuele Sella, in un libro per altro poco riuscito, La dottrina dei tre principi, in cui teorizzava una sorta di trinità dell’Economia. Per il resto, a esser sinceri, poco altro».
Timore reverenziale o semplice disinteresse?
«Purtroppo la cultura economica dei teologi è scarsa, quella teologica degli economisti altrettanto. È così sin dagli albori dell’economia moderna. Nel ’700 qualche riflessione in materia l’hanno fatta l’abate Genovesi e lo stesso Adam Smith; nell’800 ci ha pensato più che altro la curiosità di Kierkegaard a esplorare le potenzialità dell’accostamento. Si arriva poi al ’900, secolo in cui l’Economia, come disciplina, si è a tal punto matematizzata da crescere generazioni di studiosi totalmente impreparata a confrontarsi col linguaggio biblico».
Almeno una metafora si troverà pure nei manuali…
«Ricordo il 'Dilemma del buon samaritano' che risale agli anni Settanta (sostiene che fare beneficienza disincentiva gli individui a trovare da soli il modo per sostentarsi, ndr). Qualcosa di più recente negli anni Novanta, ma non può essere considerato certo soddisfacente».
E lei, da economista, quando ha incontrato la Bibbia?
«Anche nel mio caso, in effetti, si è trattato di un incontro tardivo. Venticinque anni fa, agli esordi, il tema mi aveva attratto, ma trovai lavori così approssimativi da scoraggiare ogni desiderio di metterci la testa seriamente. Per capirsi: l’unica citazione veterotestamentaria ricorrente era quella sui 'sette anni di vacche magre e grasse'. Poi quasi solo figure del Nuovo Testamento. Utilizzate in modo decontestualizzato, per altro: senza conoscenza. Il confronto c’era invece, c’era eccome e di ben altro spessore, nella filosofia, nella letteratura, nella poesia. Continuavo a rimanere affascinato dalle riflessioni di Salvatore Natoli, dai libri di Erri De Luca. Ne ho parlato allora col direttore di 'Avvenire', Marco Tarquinio, che mi ha proposto di provare a gettare un ponte fra i due mondi sul giornale. Con una prospettiva di lungo termine. Così ho iniziato quest’avventura».
Partendo proprio dall’inizio.
«Dalla Genesi e dall’Esodo. Rileggere la Bibbia da economista è diventato uno dei lavori di ricerca che mi ha dato maggiori soddisfazioni professionali. Le riflessioni pubblicate settimanalmente su 'Avvenire' sono diventate dei libri tradotti in spagnolo, inglese e ora anche in francese. Su Tv 2000 è andato in onda un ciclo di 8 puntate dal titolo 'Benedetta economia!' dove è stato possibile confrontarsi su questo tema con i protagonisti dell’economia, del sindacato, della finanza».
Quale sfida alla base di questo percorso intellettuale?
«Applicare lo stesso rigore dell’economista al testo biblico. Lo stesso approccio scientifico. Naturalmente c’è una differenza di fondo fra il mio lavoro e quello di un biblista: non ho anzitutto le stesse competenze esegetiche. Ma sono le domande a essere differenti. Ed essendo la Bibbia un libro vivo, a domande diverse corrispondono risposte diverse. Quelle sull’economia sono risposte nuove, che consentono di esplorare una prospettiva teorica inedita, capace di coniugare mercato e giustizia, profitto e bene comune, occupazione e solidarietà ».
Un confronto tra Fenomenologia della religione ed Economia è alla base del sistema economico contemporaneo o quanto meno del capitalismo classico, stando alla celebre analisi di Max Weber e del suo L’etica protestante e lo spirito del capitalismo.
«La mentalità religiosa calvinista viene intesa come pre-condizione per lo sviluppo della mentalità capitalista. Fortunatamente la Bibbia, testo vivo dicevamo, non è ideologia e quindi non è dogma perché intrinsecamente pluralista. C’è linfa anche per la lettura sociologica weberiana, certo, che vede nel lavoro lo strumento per conquistare la salvezza e ripagare il debito. Col sacrificio acquisto un credito, un debito per Dio, che quindi mi premierà. Sul nostro inevitabile destino di indebitamento collettivo e individuale ha scritto pagine fondamentali Giorgio Agamben».
Il capitalismo come religione è anche il titolo di uno fra i più interessanti frammenti postumi di Benjamin, per il quale il capitalismo non rappresenta soltanto, come in Weber, una secolarizzazione della fede protestante, ma è esso stesso un fenomeno religioso.
«Dentro la Bibbia ci sono delle letture sociologiche, economiche e politico-economiche profondamente diverse, che sto cercando di portare alla luce. Giobbe e Qoelet, 'interrogati' sui fatti economici, rispondono con una logica differente rispetto a quella weberiana. Una logica non commerciale, non debitoria. Le categorie economiche sono quelle della misericordia e dell’amore. Del dono. Senza questo tipo di risposte, ad esempio, non riusciremmo a comprendere l’idea del ritorno contemporaneo alla povertà. Rischiamo di non accorgerci, cioè, che sta prevalendo l’idea che il povero lo sia 'per colpa'. Sono sempre più teologi e cristiani che in nome del Vangelo, e spesso anche in buona fede, contribuiscono a colpevolizzare i poveri per la loro povertà, magari in nome della meritocrazia, seguendo un’impostazione di pensiero di tradizione nordamericana e misconoscendo invece il grande umanesimo della Bibbia. Come sosteneva Karl Smith, tutte le idee politiche hanno una base teologica: la stessa cosa vale per l’Economia. Quando si disprezza la povertà, si torna alle teologie economiche dell’antichità, contro le quali hanno lottato con tutte le loro forze Giobbe e Gesù».
Si sta sviluppando invece con forza un pensiero economico basato sul paradigma della sostenibilità. Un approccio teorico che include strumenti econometrici di valutazione dell’impatto ambientale e sociale. Quale contributo può dare la Bibbia in questo campo?
«La Bibbia ripropone il grande tema dell’alleanza. Nell’economia classica avevamo i tre pilastri fondamentali: terra, capitale e lavoro. Con la rivoluzione industriale è iniziata l’eclisse della terra ed è rimasto egemone il combinato disposto capitale-lavoro, in una prospettiva sempre più quantitativa e matematizzante. Il pensiero biblico ricorda il legame indissolubile col creato, riproponendo la terra all’interno di una relazione. Se torniamo alla Genesi, l’arcobaleno di Noè è il primo simbolo archetipico dell’alleanza fondativa uomo-natura in un atteggiamento non predatorio».
Quale altra suggestione per il dibattito contemporaneo può arrivare dall’Economia Biblica?
«Il tema della cura, una tendenza opposta a quella di delegare alle macchine e al virtuale la relazione con gli altri e con la realtà stessa. La Bibbia propone con forza il nodo della corporeità nell’epoca della de-materializzazione, anche dei rapporti economici oltre che in termini antropologici. Viviamo in un periodo di forte ambivalenza in cui l’altro mi affascina, ma allo stesso tempo mi fa paura. Per questo riesco a relazionarmi con lui, spesso, solo grazie alla vicinanza virtuale. L’umanesimo biblico ricorda che l’uomo è corpo, e per entrare davvero in relazione, come l’attività di cura richiede, non può fare a meno del corpo

Luigino Bruni:Ordinario di economia politica alla LUMSA e fino al 2012 professore associato all'Univerità di Milano Bicocca
Marco Girardo:Giornalista


domenica 28 gennaio 2018

PERCHE' IL GIAPPONE E' L'UNICO PAESE CHE PRESERVA LA PROPRIA IDENTITA' NELLA GLOBALIZZAZIONE?

Il Giappone rimane ancora la terza più grande economia del mondo, ma non scende a compromessi con le sue tradizioni. Di fronte alla doxa liberale, rivendica un'identità che dà orgoglio al gruppo e all'omogeneità.




Immaginate un paese che rifiuta i più grandi dogmi della globalizzazione e tuttavia riesce a scalare le vette della  terza economia globale! Questo paese esiste: benvenuti in Giappone. Entro il 2050, l'arcipelago giapponese avrà perso 30 milioni di abitanti e il 40% della sua popolazione sarà in pensione. Con una simile diagnosi, qualsiasi nazione dell'OCSE avrebbe accettato il trattamento del medico liberale: apertura del mercato all'immigrazione, alle donne, miglioramento della produttività oraria, ecc ... Ma il Giappone le fa resistenza. Andiamo nei dettagli:
- L'immigrazione, che potrebbe compensare lo squilibrio della piramide delle età è zero o quasi zero e anche l'enorme bisogno di ricostruzione post-tsunami non è stato sufficiente per aprire le porte.

Solo pochi "lavoratori ospiti" sono accettati nei cantieri, ma hanno solo il nome degli ospiti. Il loro lavoro è precario, condizionato nel tempo, non possono portare le loro famiglie e vengono rinviati ai loro paesi in qualsiasi momento.
- L'apertura del mercato del lavoro alle donne non dà segno di agitazione, nonostante questa proiezione che proviene dall'Istituto Giapponese per la Ricerca sull'Economia (RIETI): 3 milioni di donne aggiuntive nel mercato del lavoro produrrebbero un crescita annuale del 2% per il paese! Per ora, l'unica cifra che ricorderemo in quest'area è il tasso di donne nella gestione aziendale che non supera il 3,5%.- Infine la produttività oraria continua a ristagnare per anni. Se è vero che i giapponesi lavorano molto (il doppio rispetto alla Francia), la loro produttività rimane ben al di sotto della media dei paesi dell'OCSE.
Aprire l'arcipelago agli immigrati significherebbe per un giapponese mettere in discussione l'equilibrio e l'armonia necessari al paese, con il rischio di perdere le sue tradizioni.Per comprendere questa situazione, dobbiamo guardare al lato della psiche, della cultura e della tradizione. Aprire l'arcipelago agli immigrati significherebbe per un giapponese mettere in discussione l'equilibrio e l'armonia necessari al paese, con il rischio di perdere le sue tradizioni. Aprire il mercato del lavoro alle donne significherebbe interrogarsi sul significato stesso delle parole marito e moglie. In giapponese, "marito" è "shujin", letteralmente "la persona principale". "Donna" si dice  "Kanaï", letteralmente: "in casa". Se tutto non è detto, tutto è scritto ... Infine, il miglioramento della produttività oraria passerebbe attraverso l'empowerment dei dipendenti, il che sarebbe contrario alla cultura del leader in azienda e al primato del gruppo sul individuale.
In breve, i giapponesi preferiscono pensare che i robot garantiranno sicuramente il loro futuro rispetto a qualsiasi mutazione che metterebbe a repentaglio la loro identità.Questa resistenza agli oukazes della globalizzazione non ha ancora penalizzato l'arcipelago. Il paese rimane la terza più grande economia del mondo, che rimane un miracolo sotto la doxa liberale. Certo qualcuno obietterà che il costo è umano, in una società di lavoro in cui la felicità non ha spazio. Ma questa nozione rimane eminentemente soggettiva, sarebbe pericoloso considerare la felicità degli altri in termini di valori che non sono loro.
Siamo qui in un faccia a faccia di due modelli coerenti e totalmente diversi. Da un lato, la proposizione liberale è quella dell'emancipazione dell'individuo con la sua perfomance in un insieme fatto di diversità e in un tempo che va sempre più veloce.D'altra parte, la proposta giapponese è quella di un'identità che dà un posto privilegiato al gruppo e all'omogeneità in una cultura di lungo periodo. Che il Giappone perda questa battaglia e sarà per gli adoratori della doxa liberale la prova che la globalizzazione rappresentava bene il senso della storia. Che il Giappone riesca a resistere e rimarrà per i sostenitori dell'identità delle nazioni la prova della "possibilità di un'isola" come direbbe Houellebecq. In attesa dell' esito della madre di tutte le delle battaglie , il Giappone è davvero il primo laboratorio della globalizzazione.

Olivier Galzi (Giornalista Francese a France 2)